La complessità del parto: dall'autodeterminazione al contesto socio-politico

Il tema del parto rappresenta uno dei momenti più profondi e trasformativi dell'esperienza umana, una soglia che oscilla costantemente tra la biologia, la scelta personale e le strutture di potere. Recentemente, si è riacceso un acceso dibattito riguardante il "parto non assistito" (o freebirth) da un lato, e le condizioni estreme in cui la maternità si realizza in contesti di guerra dall'altro. Comprendere queste dinamiche richiede uno sguardo che parte dalla singola esperienza individuale per arrivare alle implicazioni collettive e sistemiche.

rappresentazione stilizzata di una nascita naturale

Il movimento del "freebirth": tra scelta e ricerca di autonomia

In Svizzera, Paese dotato di uno dei sistemi sanitari più costosi e tecnologicamente avanzati al mondo, si sta osservando un numero crescente di aderenti al movimento del “freebirth”. La giornalista Vanessa Ledergerber, per la serie podcast “Das Birthkeeper System”, ha approfondito il fenomeno parlando con diverse donne che hanno deciso di partorire da sole. Le ragioni dietro questa scelta sono varie: per Sue Strack, ad esempio, è stato chiaro da subito che voleva essere l’unica responsabile del parto. La 31enne avrebbe voluto dare alla luce anche il primo figlio senza assistenza, ma il parto si è concluso con un taglio cesareo d’urgenza all’ospedale, un’esperienza che l’ha traumatizzata e che l'ha portata a sentirsi più sicura con una nascita non assistita.

Un'altra figura di riferimento è Rahel Betschart, 36enne con sei figli, l’ultimo dei quali partorito da sola a casa. Un precedente parto in solitaria, non programmato e avvenuto in auto, le ha fatto comprendere che era la strada giusta per lei: “È stata un’esperienza straordinaria per me avercela fatta senza aiuto. Ho capito che nessuno può fare il parto al posto tuo”. Nella cosiddetta “Freebirth Society” è diffusa l’idea che un parto autodeterminato in ospedale o in presenza di professionisti medici non sia possibile e che si verifichino inevitabilmente interventi e abusi.

Il punto di vista del sistema sanitario: la prospettiva medica

Tuttavia, il ginecologo e ostetrico Werner Stadlmayr contesta la visione secondo cui l'ospedale sia intrinsecamente un luogo di violazione: “Non è la mia esperienza. Anche in ospedale è possibile vivere un parto naturale in cui si tiene conto delle esigenze della donna”. Stadlmayr ritiene che le madri decidano di partorire da sole perché si sentono impotenti di fronte al sistema, ma sottolinea: “Ma il sistema non è così duro come si potrebbe pensare”.

Il medico, insieme alla Società svizzera di ginecologia e ostetricia, sconsiglia fermamente i parti non assistiti. Barbara Stocker, presidente della Federazione svizzera delle levatrici, concorda: “Consiglio a ogni donna di far assistere al parto almeno una levatrice. Anche se non deve fare nulla, è una sicurezza in caso qualcosa vada storto e può prendere le prime misure mediche”. Non va dimenticato che nel mondo ogni due minuti muore una donna per complicazioni dovute alla gravidanza o al parto. Stocker fa riferimento ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sapienza (OMS): “In generale, la mortalità materna è più bassa dove sono garantite le cure mediche e l’assistenza ostetrica”.

infografica sulle percentuali di sicurezza del parto assistito vs non assistito

Esperienze traumatiche e la "zona grigia" dei birthkeeper

Non tutto fila liscio nei reparti di maternità svizzeri. L’associazione delle levatrici richiama da tempo l’attenzione sulla carenza di personale, che spesso impedisce di tenere sufficientemente conto delle esigenze individuali. “L’assistenza è molto frammentata, sono coinvolte molte persone e il personale è limitato”, afferma Stocker. Le esperienze traumatiche emergono spesso quando le donne spiegano i motivi che le hanno spinte a pianificare un parto non assistito. In un sondaggio condotto dalla Scuola universitaria professionale di Berna su 6.000 donne, più di una su quattro ha dichiarato di aver subito pressioni durante il parto, sentendosi informata unilateralmente o intimidita.

Attorno al movimento del freebirth è nata una rete di supporto composta da figure chiamate birthkeeper. Queste persone sostengono le donne che partoriscono da sole, ma Mélanie Levy, esperta di diritto sanitario, solleva serie perplessità: “I birthkeeper si muovono in una zona grigia dal punto di vista legale”. Non essendo una figura professionale protetta né dotata di un codice etico, risulta difficile stabilire le responsabilità in caso di complicazioni durante il parto.

Evoluzione storica della posizione nel parto

Le donne partoriscono dalla notte dei tempi e solo negli ultimi 4 secoli il parto è diventato oggetto di studi medici ed ospedalizzato. Nelle culture primitive le donne partorivano in piedi, appoggiate a una persona o a un bastone. La posizione distesa, o litotomica, nasce verso la fine del medioevo quando le donne ricche decisero di partorire sdraiate nei loro letti. Nel 1600 venne inventato il forcipe, diventato un'abitudine costante anziché un presidio per casi eccezionali.

Oggi, molti letti ospedalieri permettono di tornare a posizioni più verticali. Gli studi hanno dimostrato che partorire in posizione verticale aumenta la velocità del travaglio favorendo l’ingresso del bambino nel canale del parto. Al contrario, la posizione litotomica può ridurre il flusso di sangue, poiché il peso dell’utero grava sulla vena cava, creando malessere nella madre e riducendo l'ossigenazione del nascituro.

Le Fasi del Parto : quali sono le posizioni del parto

Maternità come resistenza: il caso della Palestina

Il dibattito sulla scelta di partorire assume connotazioni drasticamente diverse quando ci si sposta in zone di conflitto, come la Striscia di Gaza. Qui, la domanda su "perché le donne continuano a fare figli in guerra" non tiene conto della complessità della realtà palestinese. La maternità, in un contesto di sistematica distruzione della vita, diventa una forma di resistenza culturale e politica.

Si parla a questo proposito di "reprocidio", un termine utilizzato per descrivere come il controllo e la violenza riproduttivi vengano usati come strumenti di genocidio. Il bombardamento di cliniche di fertilità, la mancanza di assistenza medica, l'impossibilità di nutrire i neonati e le uccisioni di donne incinte sono parte di una strategia volta a colpire la capacità riproduttiva di un popolo. Secondo il report di Médecins Sans Frontières (MSF) aggiornato a luglio 2025, i tassi di malnutrizione grave nei bambini sotto i cinque anni sono triplicati, e i neonati muoiono di inedia senza latte materno né formula.

In questo scenario, la dichiarazione del dottor Mohammed Saqr, portavoce del Nasser Medical Complex, è emblematica: “Ci stiamo ora concentrando sul salvataggio di bambini e donne per preservare la discendenza palestinese a Gaza”. Dunque, mettere al mondo un figlio sotto assedio non è un atto di incoscienza, ma una sconfitta inflitta all’occupazione. Come scrive lo storico Rashid Khalidi, “Ogni bambino palestinese nato sotto assedio è una sconfitta inflitta all’occupazione”. La maternità diventa quindi un atto di libertà, un modo per affermare che il futuro è ancora possibile, nonostante il nemico cerchi di cancellare l'origine stessa della stirpe.

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