Il conferimento del Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina a Robert Edwards, pioniere della fecondazione in vitro (FIV), ha riacceso un dibattito bioetico di lunga data, profondamente radicato nelle questioni fondamentali sull'inizio della vita umana e sul ruolo della scienza nella procreazione. Questa assegnazione ha generato una chiara polarizzazione di vedute, con la comunità scientifica laica che ha in gran parte salutato il riconoscimento come meritato tributo a un'innovazione che ha portato alla nascita di milioni di bambini, mentre il Vaticano e gli ambienti cattolici italiani hanno espresso dure critiche, sollevando profonde questioni morali ed etiche.

Il Contesto del Dibattito: Il Premio Nobel a Robert Edwards e le Prime Reazioni
L'assegnazione del Premio Nobel a Robert Edwards ha suscitato un'onda di reazioni contrastanti, mettendo in luce la complessa interazione tra progresso scientifico e principi etici. Le dure critiche che giungono dal Vaticano e dagli ambienti cattolici italiani alla scelta del Karolinska Institutet sono state immediate e decise, esprimendo un netto disaccordo con il riconoscimento attribuito allo scienziato britannico. La fecondazione assistita, secondo queste voci, "non è etica", e per questo il premio Nobel per la medicina a Robert Edwards "non è giusto".
Monsignor Ignacio Carrasco, presidente della Pontificia Accademia della Vita, ha accusato esplicitamente il neo-premio Nobel di essere la causa di fenomeni ritenuti moralmente inaccettabili, quali il "mercato degli ovociti", la morte degli embrioni abbandonati e lo "stato confusionale della procreazione assistita". Queste accuse non si limitano a una valutazione tecnica, ma toccano la sfera della dignità umana e della sacralità della vita fin dal concepimento. Il dibattito evidenzia molti dubbi lasciati aperti "dallo spreco di vite umane che si realizza con gli embrioni, spesso prodotti già in partenza con lo scopo di non far nascere" bambini, come ha sottolineato padre Gonzalo Miranda, docente di bioetica all’università Pontificia “Regina Apostolorum” a Roma. Per lui, questo spreco "equivale a una vera e propria uccisione", e quindi - sempre secondo il religioso - se ci fosse un Nobel per l’etica, Edwards non lo meriterebbe di certo.
Un'altra voce critica proviene da monsignor Jacques Suaudeau della “Pontificia accademia per la vita”, che ha affermato: “È una nomina che ci sorprende. In questo caso Edwards non ha fatto altro che applicare una tecnica che già esisteva all’uomo, e così facendo ha superato un limite etico”. Sebbene sia innegabile che "con la fecondazione in vitro sono nati circa 3 milioni di bambini", Suaudeau ha opportunamente ricordato che "si può tutelare la vita anche adottando figli". Un punto cruciale della critica cattolica riguarda la percentuale degli embrioni che non vengono impiantati o che vengono distrutti: "Bisogna poi considerare che ci sono l’80% degli embrioni che vengono distrutti, questo è il prezzo che si paga”. Questo aspetto è al centro delle preoccupazioni, evidenziando il problema degli embrioni non impiantati e la prospettiva bioetica inquietante di congelare un essere umano, con la possibilità che di lui si arrivi a non aver più bisogno.
Il problema principale per l'associazione “Scienza & Vita”, vicina alla Conferenza episcopale italiana, è la "visione riduzionistica della vita insita nelle procedure di fecondazione artificiale, nelle quali l’essere umano si traduce da soggetto a oggetto, vale a dire a mero ‘prodotto del concepimento’”. Senza Edwards, si argomenta, non ci sarebbe il mercato degli ovociti con il relativo commercio di milioni di ovociti; e senza Edwards non ci sarebbero in tutto il mondo un gran numero di congelatori pieni di embrioni che nel migliore dei casi sono in attesa di essere trasferiti negli uteri ma che più probabilmente finiranno per essere abbandonati o per morire, una responsabilità che viene attribuita anche al neo premio Nobel. Con la fecondazione in vitro, si sostiene, Edwards non ha in fondo risolto il problema dell'infertilità, che è un problema serio, né dal punto di vista patologico né epidemiologico, ma ha trovato una soluzione scavalcando il problema stesso. Per alcuni, la violazione delle norme morali è giustificata dal valore che si ottiene, per altri no, ma quello che dovrebbe essere sindacabile è che non ogni esito può essere avallato indipendentemente dal metodo con cui è stato ottenuto. Suscita profondo dolore l'assegnazione del premio Nobel per la scienza al professor Edwards perché non tiene conto delle centinaia di milioni di esseri umani allo stato embrionale - figli - di cui proprio la fecondazione in vitro ha causato deliberatamente la morte in tutto il mondo.
Le Voci a Favore: Scienza, Libertà e Riconoscimento Tardivo
Dall'altra parte del fronte, molti ricercatori laici hanno accolto il premio Nobel a Robert Edwards con entusiasmo, considerandolo un riconoscimento pienamente meritato e un impulso per future riforme legislative. Per loro, questo premio non solo celebra una conquista scientifica ma spinge anche a riformare la legge 40 per concedere più libertà alla scienza, in particolare in Italia.
Carlo Flamigni, uno dei massimi esperti sulle tecniche nate dagli studi dello scienziato inglese, ha dichiarato: “A Edwards dobbiamo gratitudine per le intuizioni brillanti non solo di ordine biologico ma anche genetico ed etico”. Flamigni sottolinea come l'opera di Edwards abbia aperto nuove prospettive, tra cui il miglioramento delle gravidanze fra le donne over-40, "quelle che hanno maggiori problemi". Questo evidenzia l'impatto pratico e benefico della FIV per molte coppie che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di concepire.
Severino Antinori, presidente dell’Associazione mondiale della medicina riproduttiva, ha definito la notizia positiva, pur esprimendo un rammarico: “è una grande ingiustizia. Edwards meritava il Nobel 30 anni fa”, al momento della prima nascita in vitro, avvenuta nel 1978 con Louise Brown. Antinori ha aggiunto: “In ogni caso è una vittoria contro tutti i pregiudizi etici e morali”, ricordando come Edwards gli "fece molti complimenti" al suo lavoro "e in generale sul lavoro degli italiani, purtroppo frenato dalla legge 40”. Antinori ha condiviso la stessa esperienza di opposizione che Edwards ha affrontato: “Anche io, come lui, ho avuto contro parte del mondo accademico e i cosiddetti ‘difensori dell’etica’, che considerano illecite le nostre sperimentazioni”. Ha inoltre richiamato alla memoria le difficoltà personali di Edwards, che "ha fatto più di 50 cause contro i giornali che lo attaccavano, considerandolo una sorta di ‘Frankenstein’ della fecondazione”.
Claudio Giorlandino, presidente della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale, ha affermato che questo riconoscimento "colma una grande lacuna" e che "in Italia dovrebbe promuovere una riflessione libera da ideologie" sulla legge 40. Per Giorlandino, questa materia "deve essere lasciata al buon senso comune e soprattutto alla libertà dei ricercatori, che comunque la pensino hanno un loro codice etico ben preciso”.
Maurizio Mori, presidente della Consulta di Bioetica, ha rafforzato l'idea che "occorre infatti rivedere in senso liberale la nostra legge in materia di fecondazione assistita", definendo il premio a Edwards come una vittoria sull’oscurantismo. Mori ha sostenuto che "Questo prestigioso riconoscimento allo scienziato di Cambridge certifica non solo l’alto valore scientifico del suo lavoro, ma anche l’alto valore etico delle sue scoperte, che rendendo possibile il trattamento dei problemi della sterilità hanno ampliato la libertà di scelta delle persone in materia riproduttiva".
Altre dichiarazioni a sostegno di Edwards arrivano dall’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica Cicogna e vice segretario dell’associazione Coscioni, ha osservato: “Per fortuna Robert Edwards non ha mai vissuto in Italia, poiché nel nostro tempo senza sperimentazione - in Italia vietata indirettamente dalla legge 40 - Edwards non avrebbe mai raggiunto questi risultati”. Gallo ha spiegato che "In Italia la legge 40/2004, senza alcuna motivazione scientifica e giuridica, vieta di utilizzare tutte le possibilità introdotte da Edwards”. Questi sostenitori enfatizzano l'importanza della libertà di ricerca scientifica e l'urgenza di superare le restrizioni normative che, a loro avviso, ostacolano il progresso e il benessere delle persone.
Legge 40: il divieto di eterologa lede la vita familiare
Roberto Colombo: Un Profilo tra Genetica e Bioetica Cattolica
Nel cuore di questo complesso panorama bioetico si colloca la figura di Don Roberto Colombo, un sacerdote della diocesi di Milano, la cui profonda conoscenza scientifica e il suo impegno etico lo rendono una voce autorevole e rispettata nel dibattito. Don Roberto Colombo, 64 anni, non è solo un prete ma anche un genetista e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma. La sua formazione lo rende un interlocutore privilegiato nelle discussioni che intersecano la scienza della vita con la riflessione morale e teologica.
La sua attività di ricerca si concentra sulle malattie ereditarie rare e rarissime, per alcune delle quali è riconosciuto come esperto a livello internazionale. Questa specializzazione gli conferisce una prospettiva unica sulle sfide e le potenzialità della genetica moderna, bilanciando la ricerca scientifica con una sensibilità profonda verso la sofferenza umana.
La sua influenza si estende anche al settore istituzionale e accademico. Don Colombo è stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica e ha fatto parte di commissioni del Ministero della Salute, contribuendo attivamente alla formulazione di linee guida e posizioni etiche in ambito nazionale. Inoltre, collabora strettamente con la Pontificia Accademia per la Vita e con altri dicasteri della Santa Sede, partecipando anche a missioni della Santa Sede presso le Nazioni Unite, il Parlamento Europeo e l’Unione Europea. Queste esperienze lo posizionano all'intersezione tra la dottrina della Chiesa, la pratica scientifica e il diritto internazionale, permettendogli di affrontare le questioni bioetiche con una visione completa e sfaccettata. La sua figura incarna lo sforzo di conciliare la fede e la ragione, il progresso scientifico e il rispetto per la dignità umana, temi centrali nell'intera discussione sulla procreazione assistita e l'embrione.
La Chiesa Cattolica e la Procreazione Assistita: Dalla "Donum Vitae" ad Oggi
La posizione della Chiesa Cattolica sulla procreazione assistita è un punto fermo nel dibattito bioetico, articolata in documenti magisteriali e costantemente ribadita da personalità come Roberto Colombo. Trent’anni fa usciva la Donum Vitae, un'istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede che rispondeva a precise novità emerse nel campo della medicina e della biologia umana in quegli anni. Tre erano le principali innovazioni: la rapida diffusione della fecondazione extracorporea (“in provetta”), con lo sviluppo in laboratorio del concepito per alcuni giorni e il suo trasferimento in utero, nata per cercare di far avere un figlio alle coppie infertili; l'estensione delle tecniche ecografiche e invasive (amniocentesi e villocentesi) di diagnosi prenatale per l’identificazione di anomalie del concepito; e infine, l’avvio della crioconservazione, della sperimentazione o della distruzione di embrioni umani ottenuti dalla fecondazione extracorporea e non trasferiti in utero. Oggi, queste non sono più novità, ma procedure quotidiane nelle cliniche e nei laboratori, evidenziando la lungimiranza ma anche la persistente attualità delle questioni sollevate dalla Chiesa.
Le statistiche mostrano la vasta portata di queste pratiche: dal 1978 ad oggi, si stima che oltre 6 milioni e mezzo i bambini siano nati da fecondazione extracorporea in tutto il mondo. Nel nostro Paese, l’ultimo rapporto del Ministero della Salute (dati 2014) parla di oltre 55 mila coppie che hanno fatto ricorso a queste tecniche e di quasi 11 mila nati, con oltre 112 mila embrioni generati “in provetta". In Italia, nel solo 2014, ne sono stati messi in crioconservazione quasi 29 mila, un numero che "equivale alla popolazione di una città come Vittorio Veneto o Enna”. Questi numeri evidenziano l'entità del fenomeno e le implicazioni etiche legate alla gestione e al destino di un così elevato numero di embrioni.
I problemi che sorgono a livello personale, morale e sociale da queste pratiche hanno indotto la Chiesa a scrivere nel 1987 un'istruzione appositamente dedicata ad essi. La questione fondamentale era e resta antropologica: separare il fatto della generazione di un figlio dall’atto personale d’amore con cui una donna ed un uomo si aprono alla sua accoglienza, e dislocare il suo concepimento e i primi passi del suo sviluppo dal corpo della madre ad un laboratorio clinico, sotto il controllo esclusivo di un biotecnologo, è considerata una “rivoluzione” del rapporto tra i due genitori e con il figlio dalle conseguenze gravi. Papa Francesco lo ha ricordato con chiarezza e forza nella Amoris Laetitia: «La rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna». Così «la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie» (n. 56). Quando la vita umana diventa “oggetto” di potere - sia esso quello dei genitori, dei medici o degli scienziati - si smarrisce la dignità e il bene di ogni donna, di ogni uomo e di ciascun bambino che viene al mondo.
L’obiezione che più spesso viene rivolta a Donum Vitae e all’insegnamento della Chiesa è quella di non tenere conto del desiderio di una coppia sterile di avere anch’essa un figlio, cui invece risponderebbe la medicina odierna. Questa critica non è corretta, poiché la Chiesa ha sempre mostrato profonda comprensione per la sofferenza degli sposi che non possono avere figli o che temono di mettere al mondo un figlio disabile. Già in Donum Vitae si legge: «La sofferenza degli sposi che non possono avere figli o che temono di mettere al mondo un figlio disabile, è una sofferenza che tutti debbono comprendere e adeguatamente valutare» e «la comunità dei credenti è chiamata a illuminare e sostenere la sofferenza» di queste donne e questi uomini (II, 8). L'insegnamento dei papi che ne è seguito, da San Giovanni Paolo II a papa Francesco, non è affatto contrario agli sviluppi più avanzati della biomedicina, e neppure allo sviluppo di metodi e tecniche “artificiali”, che si affianchino a quelli “naturali”. «Questi interventi» - è scritto - «non sono da rifiutare in quanto artificiali. Come tali testimoniano la possibilità dell’arte medica, ma si devono valutare sotto il profilo morale in riferimento alla dignità della persona umana» (Donum Vitae, Intr. 3). Molteplici sono le procedure diagnostiche e terapeutiche, anche avanzatissime e sofisticate, che possono essere impiegate da ginecologi e andrologi che si prendono cura delle coppie infertili. Tuttavia, la Chiesa sottolinea un principio fondamentale: «Ma ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile» (Intr. 4). È necessario valutare ciò che viene offerto dalle nuove tecnologie in ogni campo della nostra vita, e scegliere ciò che è bene e ciò che è male in relazione alla mia persona e a quella degli altri. Non tutti i progressi nelle applicazioni del sapere scientifico e medico sono autentici progressi nella dignità e nel rispetto della vita di tutti, delle generazioni presenti e di quelle future.
Le tecniche che provocano una dissociazione dei genitori, per l'intervento di una persona estranea alla coppia (donazione di sperma o di ovocita, prestito dell'utero), sono considerate gravemente disoneste. Tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiali eterologhe) ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui e tra loro legati dal matrimonio. Le tecniche omologhe, dove i gameti provengono dagli stessi genitori del bambino che nascerà, praticate in seno alla coppia, sono forse meno pregiudizievoli, ma rimangono moralmente inaccettabili perché dissociano l'atto sessuale dall'atto procreatore. L'atto che fonda l'esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l'una all'altra, bensì un atto che "affida la vita e l'identità dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana". Il giudizio morale della Chiesa cattolica sulla fecondazione artificiale si basa sulla concezione della persona umana che ha il diritto di nascere da un gesto d'amore dei suoi genitori.
La Diagnosi Prenatale: Bene Prezioso o Strumento di Scarto?
La diagnosi prenatale rappresenta un ulteriore campo di intersezione tra medicina, etica e principi religiosi. Sebbene possa sembrare uno strumento volto al bene del figlio e dei genitori - la nascita di un bambino sano - la sua valutazione etica dipende dall'intenzione con cui viene impiegata.
Presa in sé stessa, una procedura diagnostica - specialmente se non invasiva, come l’ecografia - ha un valore fortemente positivo: aiuta a conoscere lo stato di salute di un soggetto. Questa conoscenza può essere preziosa. Se applicata con in mente la possibilità di accogliere il nascituro, di prendersi cura di lui se è malato, di guarirlo prima o dopo il parto, per quanto ciò sia possibile (e oggi lo è in un numero crescente di casi) o di amarlo e crescerlo così come è, se non potrà divenire sano, la diagnosi prenatale è un bene prezioso da valorizzare. In Italia, ogni anno circa mezzo milione di gestanti si sottopongono a diagnosi prenatale, delle quali circa il 90% effettua solo l’esame ecografico e meno del 10% anche l’amniocentesi o il prelievo dei villi coriali. Sono intorno ai duecentomila i test genetici prenatali, eseguiti soprattutto per la fibrosi cistica e la talassemia (dati AGENAS), testimoniando la diffusione di tali pratiche.
Al contrario, la Chiesa ritiene inaccettabile la diagnosi "con l’intenzione determinata di procedere all’aborto nel caso che l’esito confermi l’esistenza di una malformazione o anomalia" (Donum Vitae, I, 2). Una donna e un medico sono chiamati ad accogliere la vita nascente, non a scartarla se non è di “qualità” desiderata. Questa posizione risuona con le parole che papa Francesco ripete spesso a proposito della “cultura dello scarto”, che sembra dominare nel mondo contemporaneo. Le sue parole attualizzano l’insegnamento di Donum Vitae e lo rendono comprensibile in modo semplice a tutti. Papa Francesco ha affermato: «Non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra»: gli embrioni e i feti «non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”», perché - come ha detto parlando ai medici nel 2013 - «le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo». Questa prospettiva pone l'accento sulla dignità intrinseca di ogni essere umano, indipendentemente dal suo stato di salute o dal suo livello di sviluppo.

L'Embrione Umano: Inizio della Vita e Statuto Ontologico
La questione centrale nel dibattito sulla procreazione assistita e, più in generale, sulla bioetica, è indubbiamente quella relativa alla natura e allo statuto dell'embrione umano. La domanda fondamentale è "che cos'è" l'embrione, e di conseguenza, quando si può parlare di inizio della vita umana individuale o, più specificamente, di "persona umana"? Si tratta di una questione di enorme portata, che potrebbe essere definita la domanda tout court della Bioetica.
Il dibattito sull'inizio della vita umana individuale è complesso e coinvolge tanto la scienza quanto la filosofia e la religione. Si confrontano diverse visioni. Molti studi cercano di rispondere alla domanda su "che cos'è" l'embrione. Non ci si limita a considerazioni sulla sua funzionalità biologica, ma si entra nel merito di ciò che pensiamo che sia, affrontando piani distinti, ma non separati. Il discorso scientifico, infatti, offre preziose conferme e dati osservativi fondamentali per la comprensione di ciò che avviene nelle primissime fasi dello sviluppo. Tuttavia, il suo sviluppo stesso, il processo di continuo cambiamento e differenziazione, solleva questioni sullo statuto ontologico. È un individuo umano fin da subito o lo diventa progressivamente? La domanda "Quando sono cominciato io?" è profonda e fondamentale per la bioetica.
P. Angelo Serra e Roberto Colombo, in un loro contributo sull'embriologia, evidenziano che la fecondazione è un "processo, non un atto, né un momento". Questa affermazione è cruciale perché smonta l'idea comune di un "momento" o "istante" preciso in cui l'embrione è "creato dalla fecondazione". In che senso la fecondazione è un processo? La biologia dimostra che la fecondazione è un'operazione complessa, che dura molte ore, e consiste in quattro eventi principali: 1. l'incontro e il riconoscimento tra spermatozoo e uovo, che assicura che i gameti siano della stessa specie; 2. la penetrazione dello spermatozoo nell'uovo, dove solo uno spermatozoo può alla fine fecondare l'uovo, impedendo a tutti gli altri di entrare; 3. la fusione dei nuclei dello spermatozoo e dell'uovo; 4. l'attivazione dell'ovocita fecondato. Questi eventi culminano nella formazione di un individuo geneticamente unico, lo zigote.
Questa visione è sostenuta anche dal professore di Harvard Scott F. Gilbert, docente di embriologia, che definisce la fecondazione non come un istante, ma piuttosto un processo che impiega 20-22 ore nel quale si forma un individuo geneticamente unico. Serra e Colombo richiamano una definizione dall'americano Scott F. Gilbert, che parla di fecondazione come "a new organism", un nuovo organismo. Questo organismo creato dalla fecondazione non è un atto, né un momento, ma un processo, sebbene a fini accademici si possano distinguere varie fasi.
Il Magistero della Chiesa afferma che l'identità umana è presente fin dalla fecondazione, ovvero, "la sua insorgenza" (Bioetica. Manuale essenziale). Sebbene l'uomo sia un "uomo in atto, ma ha la potenzialità per diventarlo", questa potenzialità è intrinseca e definisce l'essere fin dal suo inizio. Questa posizione sottolinea il "beneficio del dubbio" che va riconosciuto allo zigote, il quale, di conseguenza, dovrebbe essere trattato come persona umana.
Un'altra prospettiva, come quella di Norman M. Ford nel suo libro When did I begin?, suggerisce che l'individuo umano non inizia con la sola unione del gamete paterno con quello materno, ma richiede il susseguirsi di altri processi, come l'organizzazione del genoma. Egli distingue tra un "individuo" e una "persona", suggerendo che nelle prime fasi l'embrione potrebbe essere un "individuo" ma non ancora una "persona". Tuttavia, la questione del "quando" si diventa persona è un mistero e la "coscienza e la volontà" non sono condizioni per la definizione di persona. Per la Chiesa, l'identità umana sussiste fin dalla fecondazione, ed è quella di un individuo umano completo, con le sue note caratteristiche già ben determinate e capace di agire. Monsignor Suaudeau della Pontificia Accademia per la Vita ha dichiarato a un recente convegno di bioetica che "l'embrione si impianta nell'utero della madre. ma non prima. della sostanzialità individuale. e un "Tu". sommerso. che gli è indispensabile a diventare persona. comincia con l'annidamento. nella dimensione psichica. fin dal momento del concepimento."
Il dibattito include anche la questione delle terapie contro i tumori. La chemioterapia e la radioterapia possono danneggiare la riserva di spermatogoni e ovociti, rendendo infertile l'uomo o la donna. Per i giovani maschi fertili, la crioconservazione del seme prima della terapia è una procedura elettiva. Nei ragazzi prepuberi è possibile la biopsia testicolare e la crioconservazione di tessuto germinale immaturo. Il destino riproduttivo degli spermatozoi crioconservati è la fertilizzazione in vitro. Tuttavia, per le cellule germinali immature, non vi è attualmente una tecnica di routine clinicamente accettata per ottenere embrioni capaci di sviluppo. Nella giovane donna fertile, la raccolta e conservazione degli ovociti maturi è accessibile, ma presenta limiti: il modesto numero di follicoli prelevabili e il successo inferiore della crioconservazione rispetto ai gameti maschili. Queste considerazioni aggiungono un'ulteriore dimensione di complessità alla riflessione bioetica sulla procreazione e la conservazione della fertilità.

Le Cellule Staminali: Etica della Ricerca tra Embrionali e Adulte
La ricerca sulle cellule staminali rappresenta un altro capitolo fondamentale nella bioetica, con profonde implicazioni mediche ed etiche, soprattutto quando si tratta di cellule staminali umane derivate da embrioni. Le nuove frontiere dei trapianti hanno aperto una prospettiva di ampio respiro nel campo degli innesti di tessuto in pazienti affetti da gravi malattie metaboliche, neurologiche, muscolari, cardiovascolari, neoplastiche e molte altre. Questa speranza è legata alla possibilità di far crescere in laboratorio il materiale biologico necessario (cellule differenziate e tessuti) a partire da linee isolate di cellule multipotenti (cellule staminali, SC) coltivate su appositi substrati fisiologici. Tali cellule non specializzate hanno infatti la proprietà di autorinnovarsi in coltura (conservando la loro potenzialità replicativa ed epigenetica) e di differenziarsi a certe condizioni, dando origine ai tipi cellulari che compongono tessuti e organi. Questi affascinanti traguardi alimentano nuove speranze per i pazienti e i loro familiari, soprattutto nel caso di malattie che oggi non vedono una strategia terapeutica risolutiva.
Il dibattito etico si concentra sulla provenienza di queste cellule staminali. Larga eco tra i ricercatori e i medici, non meno che nella pubblica opinione e sui mezzi di comunicazione sociale, ha suscitato la notizia della autorizzazione, in alcuni paesi, della ricerca sperimentale sulle cellule staminali isolate da embrioni umani giacenti sotto azoto liquido (crioconservazione frequentemente connessa alle tecniche di fecondazione in vitro), oppure generati intenzionalmente da oociti e spermatozoi donati per la ricerca. In talune circostanze non è stata neppure esclusa la possibilità di produrre embrioni umani destinati a questo scopo mediante trasferimento di nucleo cellulare (clonazione).
La posizione del Magistero della Chiesa, reiterata in diversi documenti, è chiara: la ricerca, se vuole essere rispettosa della dignità di ogni essere umano, anche allo stadio embrionale, deve avanzare su vie che non implichino la distruzione di embrioni. Papa Benedetto XVI ha indicato con precisione una linea di ricerca positiva nel campo delle cellule staminali e del loro impiego nella terapia dei trapianti: la possibilità di “utilizzare cellule staminali prelevabili in organismi adulti” anziché ricorrere a quelle embrionali.
Non sono mancate, tuttavia, alcune voci che hanno sollevato dubbi e perplessità circa la convenienza di abbandonare la promettente ricerca sulle cellule staminali embrionali in favore di quella sulle cellule non embrionali. Secondo costoro, le staminali adulte non offrirebbero tutta la plasticità epigenetica (multipotenzialità di sviluppo) che oggi è riconosciuta alle prime. Pur non escludendo che gli stessi risultati possano un giorno essere ottenuti a partire dalle cellule staminali di organismi adulti o del sangue ombelicale, viene avanzata la richiesta di poter acquisire sin da ora, in modo diretto e rapido, le necessarie conoscenze, studiando le più facilmente accessibili e meglio conosciute cellule staminali embrionali.
Peraltro, già da diversi anni cellule multipotenti di tipo staminale, prelevate dal midollo osseo o dal sangue periferico di donatori adulti, trovano impiego clinico nel trattamento di leucemie, linfomi, mielomi, mielodisplasie e di alcune malattie metaboliche monogeniche. Studi recenti suggeriscono che le cellule staminali in differenti tessuti adulti possono essere molto più simili di quanto sinora pensato alle cellule staminali embrionali, e forse possiedono un repertorio epigenetico che si avvicina a quello delle embrionali. Sebbene non si ritenga che al presente le cellule staminali adulte possano sostituire quelle embrionali nelle ricerche di base ed applicative, si riconosce che “la recente ondata di studi suggerisce gradi insospettabili di plasticità, certamente in grado di stimolare esperimenti sino a tre anni fa inimmaginabili”. Le ricerche sono orientate a identificare le condizioni nelle quali le cellule staminali isolate da tessuti di adulto possono crescere numericamente e sono poi indotte a differenziarsi.
Il principale vantaggio che le cellule staminali adulte presentano sotto il profilo sperimentale e clinico è che sono più facili e sicure da manipolare e innestare, poiché non tendono a differenziarsi spontaneamente e incontrollatamente come quelle embrionali, che potrebbero anche sviluppare in vivo dei teratomi (focolai tumorali costituiti da cellule eterogenee). Non così si comportano le cellule adulte, che si differenziano solo “se indotte a farlo”. Questo inconveniente è assai meno rilevante qualora si debba procedere a un trapianto autologo oppure da singolo a singolo, dovendosi in questo caso procedere di volta in volta a un isolamento e a una differenziazione in vitro delle cellule mirati e contenuti.

Il realismo della strada indicata dal Magistero, la cui ragionevolezza scientifica ed etica appare evidente, richiede la disponibilità di quantità adeguate del materiale biologico necessario alla conduzione delle ricerche e alla sperimentazione delle terapie. Originariamente identificate e isolate nel sistema ematopoietico del midollo osseo, alcune cellule aventi caratteristiche proprie delle cellule staminali sono state localizzate anche in altri organi, nei quali contribuiscono alla rigenerazione dei tessuti in condizioni fisiologiche o a seguito di insulti lesivi di varia natura. Di particolare rilievo, a motivo delle malattie neurodegenerative candidate a beneficiare di innesti di tessuto, sono le cellule staminali neurali (NSC). La loro esistenza è ben documentata da studi che hanno isolato cellule progenitrici dei neuroni, capaci di proliferare e differenziarsi in vitro, dal tessuto cerebrale di adulti. Le possibilità di impiego delle linee cellulari del sangue della vena ombelicale, espanse in vitro, per trapianti autologhi o allogenici sono molto promettenti. I tempi e le risorse necessari al raggiungimento dello scopo non sono prevedibili, così come non lo sarebbero nel caso della ricerca sulle cellule staminali embrionali, ma non vi sono al presente ragioni per affermare che i risultati clinici ottenibili sarebbero inferiori a quelli attesi dai chirurghi e dai pazienti.
Il "limite oggettivo" del percorso conoscitivo impone che lo studio delle cellule staminali umane non possa essere condotto con gli stessi procedimenti adottati per le cellule staminali di altri animali, ad esempio isolandole da embrioni viventi sviluppati in laboratorio. La cooperazione materiale prossima si configura invece come presente qualora linee cellulari staminali o differenziate, ottenute da embrioni umani manipolati e distrutti a tal fine, vengano distribuite commercialmente e utilizzate per ricerche o applicazioni cliniche. Tale questione risulta di notevole rilievo quando coinvolge ospedali e università cattoliche o persone che rivestono posizioni di responsabilità in associazioni cattoliche. Il principio che il donatore debba esprimere il suo consenso in modo cosciente e libero, e che il prelievo non esponga a rischi eccessivi, ha valore anche nel caso del prelievo di cellule di tipo staminale per il medesimo scopo, in particolare con riferimento a donatori adulti.
Riflessioni Future e Continuità del Magistero
Le questioni bioetiche legate alla procreazione e all'inizio della vita sono dinamiche, in continua evoluzione a causa dei progressi scientifici. Vi sono oggi nuove procedure di manipolazione delle cellule germinali femminili e maschili e del processo della fertilizzazione che richiedono attenzione e discernimento, così come le potenti tecniche di diagnosi genetica contemporaneamente su tutte le sequenze del DNA che codificano le proteine. Tuttavia, i principi antropologici, etici e sociali proposti da Donum Vitae restano un fondamento robusto e capace di aiutare a giudicare anche queste novità scientifiche e cliniche.
Riguardo alla possibilità che in futuro l’insegnamento della Chiesa, in particolare il giudizio negativo sulla fecondazione extracorporea, possa cambiare, aprendo a una possibilità di accesso a queste procedure anche da parte delle coppie cattoliche, Roberto Colombo ha espresso una posizione cauta ma ferma. "Non sono in grado di esprimere valutazioni al riguardo. Il Magistero della Chiesa può essere ascoltato, studiato, compreso e applicato, ma non anticipato o previsto". Del resto, non vi è nessun segnale in questa direzione e la regola aurea del Magistero cattolico è la continuità, non il balzo in avanti. Questo sottolinea la coerenza dottrinale e la stabilità dei principi che guidano la riflessione etica della Chiesa. Un aggiornamento dottrinale - per alcuni aspetti, come la diagnosi embrionale prima del trasferimento in utero e la ricerca sulle cellule staminali - è stato offerto dalla stessa Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2008 con l’istruzione Dignitas Personae, che pur affrontando nuove tematiche, ha ribadito i principi fondamentali.
Vi sono aspetti pastorali del prendersi cura delle coppie infertili che possono essere ulteriormente approfonditi e sviluppati, e il dialogo tra la Chiesa e i medici e gli scienziati non deve rimanere fermo, ma dovrà sempre restare aperto. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani, ma riguarda tutti. Le questioni bioetiche sono decisive per il futuro della comunità e della civiltà umana. Come ha ricordato papa Francesco nel 2013, «Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa». Questo impegno costante riflette la convinzione che la scienza debba sempre essere al servizio dell'uomo, nel pieno rispetto della sua dignità intrinseca.
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