Dinamiche Sociali e Trasformazioni Territoriali: L’Italia tra Riforme Amministrative e Crisi Migratorie

Il periodo compreso tra la crisi del mercato petrolifero mondiale, insorta durante la guerra arabo-israeliana del 1973, e i primi anni Novanta può essere annoverato tra quelli di più profonda trasformazione economica, sociale e territoriale del paese. In questo arco temporale, l'Italia ha attraversato una fase di radicale mutamento, che ha interessato non solo la struttura demografica, ma anche l'assetto stesso dell'amministrazione pubblica e la percezione sociale dei flussi migratori.

mappa amministrativa Italia anni 90

Il riordino delle autonomie locali e la nuova geografia provinciale

Significative trasformazioni hanno poi avuto per oggetto il tessuto amministrativo italiano che, a partire dal 1990, è stato interessato da successivi e rilevanti interventi da parte del legislatore. In particolare l'organizzazione dei sistemi territoriali italiani è destinata a essere sensibilmente influenzata dall'emanazione della l. 142 del 1990 relativa all' "Ordinamento delle autonomie locali" con la quale il legislatore ha provveduto all'identificazione di nove aree metropolitane sul territorio nazionale (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli), demandando alle regioni a Statuto speciale la possibilità di aggiungerne delle altre (e di fatto portandone il numero a 12, con l'inserimento di Palermo, Catania e Cagliari).

Le regioni interessate avrebbero avuto a disposizione un anno di tempo, dall'entrata in vigore della legge, per provvedere alla delimitazione di ciascuna "area metropolitana" (alla quale la l. 142 ha assegnato funzioni corrispondenti a quelle esercitate dalla provincia) ed entro 18 mesi le stesse regioni avrebbero dovuto riordinare le circoscrizioni territoriali dei comuni dell'area metropolitana. Sempre nel corso dei primi anni Novanta sono state istituite ben otto nuove province che costituiscono il primo nucleo di nuove unità amministrative.

Di fatto sono tre i gruppi di nuove circoscrizioni comunali:

  • Le otto unità amministrative istituite nel corso del 1991 e per le quali le procedure di riconoscimento erano state avviate prima dell'entrata in vigore della l. 142 (Biella e Verbania in Piemonte, Lecco e Lodi in Lombardia, Prato in Toscana, Rimini in Emilia-Romagna, Crotone e Vibo Valentia in Calabria).
  • Altre nuove circoscrizioni provinciali per le quali la richiesta di istituzione è stata formalizzata dopo l'entrata in vigore della legge sul riordino delle autonomie locali e il cui riconoscimento è atteso nel breve termine.
  • Le circoscrizioni che dovrebbero venire alla luce posteriormente, in conseguenza dell'istituzione delle aree metropolitane.

In importanti parti del territorio nazionale, alla trasformazione della geografia delle circoscrizioni provinciali sarà associata quella della geografia delle circoscrizioni comunali. Infatti, in nove regioni, l'assetto delle circoscrizioni comunali comprese nelle istituende aree metropolitane dovrà essere riordinato in rapporto all'istituzione dell'area.

Evoluzione del quadro demografico e transizione sociale

Le note dominanti della trasformazione demografica possono essere così riassunte: rallentamento della natalità, contrazione delle emigrazioni e aumento delle immigrazioni, invecchiamento, avvicinamento alla crescita zero. Al censimento demografico del 1971, cioè alla vigilia della crisi politico-sociale degli anni Settanta, la popolazione residente italiana ammontava a 54,1 milioni di abitanti. Al censimento successivo (1981) risultava di 56,5 milioni di abitanti, mentre al censimento del 20 ottobre 1991 la popolazione residente era di 56.778.031 milioni di abitanti.

La densità territoriale è salita a poco meno di 190 ab./km2: un valore notevole, inferiore soltanto a quello dei Paesi Bassi, del Belgio, della Repubblica Federale di Germania e del Regno Unito. Nel 1992 nella popolazione italiana v'erano meno di 10 (9,8) nati vivi per 1000 abitanti. Questa tendenza al decremento è stata continua, in quanto a metà degli anni Ottanta il tasso di natalità si aggirava ancora sul 10‰. In quel momento la composizione media della famiglia italiana era di tre unità (genitori più un figlio), mentre un secolo prima era di cinque unità.

grafico invecchiamento popolazione italiana 1950-1990

Mentre il tasso di natalità raggiungeva valori così bassi, il tasso di mortalità scendeva a sua volta. All'inizio degli anni Cinquanta era del 12‰; nei primi anni Novanta si è attestato sul 9,3‰. Le cause di morte sono profondamente mutate rispetto al passato. Al termine del secondo conflitto mondiale erano diffuse le morti da malattie dell'apparato respiratorio e gastrointestinale, mentre era ancora notevole la presenza di malattie ambientali tradizionali, come la malaria. Durante gli anni Ottanta le cause più frequenti sono state le malattie tumorali e quelle dell'apparato cardiocircolatorio.

Tendenzialmente, il movimento naturale della popolazione - espresso dalla somma algebrica dei tassi di natalità e di mortalità - si avvia verso lo zero. Infatti, l'eccedenza dei nati vivi sui morti, che è stata in media di 4,5 durante il decennio 1971-81, è scesa a 0,6 nel 1985 per attestarsi sullo 0,5 nei primi anni Novanta.

L'inversione delle tendenze migratorie

Va tuttavia considerato che gli effetti della contrazione dei tassi di natalità sull'andamento della popolazione globale sono stati attenuati dall'inversione di tendenza nel movimento migratorio con l'estero. Fino alla crisi petrolifera del 1973, il saldo migratorio dell'Italia era stato sempre passivo, cioè gli emigrati erano stati più numerosi degli immigrati. Proprio nel 1973 per la prima volta il segno si è invertito: a fronte di 123.000 espatri vi sono stati 125.000 rimpatri. Da allora il saldo si è mantenuto positivo, sia pure per valori modesti.

Due aree mediterranee forniscono i maggiori apporti: l'area africana, costituita dai paesi del Maghreb, e alcuni paesi dell'area asiatica. Anche gli altri flussi più consistenti provengono da aree extraeuropee, soprattutto dai paesi dell'Africa guineana e dal Sudest asiatico (Filippine, penisola indocinese). Un notevole flusso ha avuto luogo dal Vietnam dopo la vittoria del Nord sul Sud: i profughi che riuscirono a salvarsi dalle stragi compiute nelle acque antistanti il Vietnam in buona parte sono affluiti in Europa e un consistente numero si è inserito nella società italiana.

La contrazione del tasso di mortalità ha provocato il prolungamento della vita: nei primi anni Novanta oltre la metà dei decessi riguarda persone con oltre 75 anni. L'età media, che era di 31,2 anni nel 1951, è passata a 34,9 anni nel 1981: 36,3 anni per i maschi e 37,6 per le femmine. Nella prima parte degli anni Novanta, la speranza di vita alla nascita era di 73,5 anni per i maschi e di oltre 80 per le femmine.

La gestione dei flussi migratori e le tensioni sociali

La linea di tendenza dell'evoluzione demografica ha cominciato a subire alterazioni all'inizio degli anni Novanta. Per quanto riguarda la composizione degli immigrati extracomunitari in Italia, nei primi anni Novanta si stimava che vi fossero 425.000 uomini e 250.000 donne. Nondimeno, mentre un'onda di xenofobia cominciava a salire in parecchi paesi, la percezione sociale del problema si acuiva anche in Italia: si lamentava la mancanza di una regolamentazione appropriata che garantisse il controllo di flussi in entrata.

Lezioni di Scienza (2). Breve storia dell'Immigrazione straniera in Italia dal 1945 a oggi

Era anche evidente che, a causa dell'insufficiente controllo del fenomeno da parte dell'amministrazione pubblica, le statistiche ufficiali erano sospettate di produrre una sottostima della presenza di immigrati sul territorio nazionale. In questo quadro due problemi acquistavano rilievo particolare: da un lato, le pessime condizioni ambientali in cui venivano a trovarsi gruppi senza risorse e alla ricerca di un lavoro qualsiasi; dall'altro lato, il rischio che questi gruppi accrescessero a dismisura il fenomeno del "lavoro nero" e venissero reclutati dalla delinquenza organizzata per attività di manovalanza criminale.

A questi problemi il governo ha fatto fronte con il D.L. 416 del 1989, convertito nella l. 39/1990, detta "legge Martelli" dal nome del ministro proponente. Il provvedimento, che fu oggetto di notevoli dibattiti e non cessò di suscitare polemiche, ha stabilito alcuni principi fondamentali: i cittadini extracomunitari possono entrare in Italia. È evidente che la legge ha stabilito criteri socialmente ed eticamente appropriati, ma non agevoli a tradursi in pratica, soprattutto in vaste parti del Mezzogiorno e delle isole, ove il tessuto dell'amministrazione pubblica è più debole e il contesto economico precario.

Mentre centri decisionali politici, sindacati e organizzazioni umanitarie stavano affrontando il problema delle immigrazioni dalle aree africane e asiatiche, all'orizzonte si è profilata la prospettiva di dover accogliere anche immigrati dall'area ex comunista. Infatti, nel 1990 e nel 1991 flussi di immigrati sono pervenuti in Italia dall'Albania chiedendo asilo politico: i primi flussi sono stati accolti e si sono inseriti faticosamente nella comunità italiana; invece i flussi del 1991, che hanno dato luogo a vicende drammatiche, per la maggior parte sono stati rinviati in Albania perché non sussistevano le condizioni di rifugiato politico.

Trasformazione delle forze di lavoro e terziarizzazione

Durante gli anni Settanta e, più ancora, negli anni Ottanta si è accentuata la trasformazione delle forze di lavoro. Al censimento demografico del 1951 in agricoltura operava il 42,2% della popolazione attiva; al censimento del 1990 la quota risultava ridotta all'8,3%. A questa diminuzione, che ha proceduto celermente soprattutto durante gli anni Sessanta, ha fatto seguito un aumento costante e consistente della popolazione attiva nell'industria durante gli anni Cinquanta e Sessanta.

Successivamente, la popolazione industriale è diminuita. Le cause fondamentali sono state il decadimento che ha colpito l'intero apparato dell'industria di base dopo la crisi del mercato del petrolio e gli effetti intervenuti nella divisione internazionale del lavoro. Nel settore delle attività terziarie, invece, la popolazione attiva ha sempre aumentato il proprio peso percentuale: 27,5% nel 1951, 30,3% nel 1961, 38,4% nel 1971 e 49,4% nel 1981. Durante gli anni Ottanta il processo di terziarizzazione si è ulteriormente consolidato, ridefinendo non solo la struttura economica, ma anche i ritmi e le necessità del tessuto urbano, sempre più condizionato da una mobilità crescente e da una domanda di servizi più articolata e complessa, in un quadro di costante mutamento degli equilibri sociali su tutto il territorio nazionale.

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