Infanticidio e negazione: il caso di Chiara Petrolini e le radici profonde di un dramma moderno

Il caso di Chiara Petrolini ha scosso profondamente l'opinione pubblica, portando alla luce una realtà drammatica e complessa che si consumava nel silenzio di una villetta a Vignale di Traversetolo, in provincia di Parma. Secondo il procuratore Alfonso D'Avino «la ragazza aveva già deciso che il bambino non sarebbe sopravvissuto». Sono stati disposti gli arresti domiciliari per Chiara Petrolini, la donna di 21 anni accusata in seguito alla morte dei suoi due neonati. Le accuse sono pesantissime: per il secondo neonato si parla di omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela e dalla premeditazione, mentre per il primo si tratta di «soppressione di cadavere». La vicenda emerge in tutta la sua crudeltà attraverso le indagini che hanno ricostruito mesi di segreti, gravidanze nascoste e una vita apparentemente normale che proseguiva indisturbata tra aperitivi, estetiste e viaggi all'estero.

Vignale di Traversetolo la villetta del ritrovamento dei neonati

La ricostruzione del secondo parto e la morte di Angelo Federico

Il secondo evento tragico è collocabile nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2024. Secondo la ricostruzione, Chiara avrebbe partorito in «assoluta solitudine» nella taverna della casa dove dormiva. Il parto sarebbe avvenuto con il «taglio del cordone ombelicale mediante uso di forbici trovate in cucina, al piano-taverna». La ragazza ha raccontato agli inquirenti di aver perso i sensi e di essere svenuta subito dopo. Al suo risveglio, avrebbe trovato il bimbo morto e lo avrebbe «seppellito» in giardino. Tuttavia, questa circostanza è stata smentita dagli inquirenti: il bimbo era vivo al momento della nascita in quanto aveva respirato. La morte sarebbe sopraggiunta per choc emorragico dovuto alla recisione del cordone ombelicale «in assenza di un'adeguata costrizione meccanica dei vasi ombelicali», come precisato dal procuratore D'Avino.

Nonostante il dramma appena consumato tra le mura domestiche, la 22enne sarebbe tornata immediatamente alla vita di sempre. Il giorno successivo, l'8 agosto, è stato vissuto dalla ragazza «con passaggio dall'estetista, poi giro tra bar, vinerie e locali vari fino a circa le due di notte». La sua agenda prevedeva l'uscita con gli amici, la pizza in famiglia, la festa e la notte con il fidanzato. Nulla nel suo comportamento lasciava trapelare l'orrore del giardino: il rientro a casa è servito solo per prepararsi alla partenza per gli Stati Uniti, prevista per il giorno successivo.

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Il ritrovamento e la scoperta del primo neonato

A far venire la vicenda alla luce, nella casa di Vignale, era stata, lo scorso 9 agosto, la nonna della ragazza. La donna aveva trovato il corpo di un neonato dissepolto dai cani di famiglia che stavano scavando nel giardino della proprietà. Mentre la famiglia Petrolini si trovava già in vacanza negli Stati Uniti, i carabinieri li hanno avvisati del ritrovamento, ma la famiglia ha continuato il viaggio, rientrando in Italia solo il 19 agosto come programmato.

Le indagini non si sono fermate al primo ritrovamento. Sono state le ricerche sul web a fare capire agli investigatori la possibilità di una precedente gravidanza. Chiara, in un primo momento, ha negato tutto. Tuttavia, nell’interrogatorio del 10 settembre, dopo il rinvenimento di altre ossa umane nel giardino, ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha ammesso la precedente gravidanza e il successivo seppellimento del figlio, evento avvenuto nel maggio 2023. «Ancora una volta, una gravidanza nascosta, apparentemente al mondo intero, un parto a casa in solitaria, senza alcuna assistenza sanitaria, con successivo disfacimento della placenta nel water e seppellimento del cadavere nel giardino», ha spiegato il procuratore. Per la datazione di questo primo parto si ipotizza il 12 maggio 2023, giorno in cui i genitori e il fratello di Chiara risultavano fuori casa per un saggio di pianoforte.

Il profilo dell'imputata e la scelta della premeditazione

Il procuratore Alfonso D'Avino ha sottolineato come la ragazza avesse pianificato ogni dettaglio: «la ragazza aveva già deciso che il bambino non sarebbe sopravvissuto». Questa determinazione emerge dalle ricerche effettuate sul web fino al termine della gravidanza. Chiara cercava informazioni su come abortire o indurre il parto e su «come procurarsi l'ossitocina». Durante i nove mesi, ha mantenuto comportamenti poco in sintonia con la gestazione, tra cui fumare marijuana e bere alcolici. La Procura contesta la «scelta netta di fare della propria gravidanza una cosa propria, di non manifestarla a nessuno e di mantenere stile di vita incompatibile e dannoso per il nascituro».

Inoltre, è emersa una «tendenza sistematica e pervasiva a mentire». Chiara ha riferito che, tornati dagli Stati Uniti, avrebbe detto ai genitori che era incinta, ma i fatti dimostrano il contrario. Agli investigatori che le hanno chiesto se volesse tenere i figli, Chiara ha risposto di sì, giustificando il seppellimento in giardino con il desiderio di «tenerlo vicino a sé». Il comandante provinciale dei carabinieri di Parma, il colonnello Andrea Pagliaro, ha spiegato che proprio questa dichiarazione ha portato gli inquirenti a scavare ulteriormente: «si è pensato che se veramente ci fosse stato un altro bambino lo avrebbe sepolto sempre lì, vicino alla sua camera».

Infografica sulle ricerche web effettuate da Chiara Petrolini

Le ricerche digitali: "Sempre ricerche di morte"

L'analisi del cellulare di Chiara Petrolini ha fornito prove schiaccianti secondo l'accusa. La Pm Francesca Arienti, nella sua requisitoria, ha evidenziato che non è stata mai trovata una ricerca "in positivo", finalizzata al benessere del bambino. Al contrario, sono emerse ricerche su «come partorire per la seconda volta», «come partorire prima», e persino su come «schiacciarsi la pancia». Queste ricerche «esistono, non si possono ritenere fatte a caso», ha ribadito la Pm.

L'accusa sostiene che Chiara abbia indotto il parto il 7 agosto proprio per evitare di partorire negli Stati Uniti durante la vacanza con la famiglia. La volontà di non sottoporsi ad accertamenti medici e di privarsi di qualsiasi assistenza ginecologica e ostetrica delinea, secondo la Procura, un quadro di omicidio premeditato. «È difficile trovare un movente in una scelta del genere», ha ammesso il procuratore, sottolineando però la ripetitività del comportamento: «come faccio a ripetere a distanza di poco meno di un anno lo stesso percorso?».

Dichiarazioni spontanee in aula: "Mi sentivo sola"

Davanti alla Corte di assise di Parma, Chiara Petrolini ha cercato di spiegare il suo malessere interiore. Con voce monocorde, leggendo un foglio, ha dichiarato: «Molti qui fuori mi hanno descritto come una brava ragazza… ma questa era solo apparenza. Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire. Un malessere che mi accompagnava in tutte le mie giornate, mi sentivo sbagliata e giudicata».

Riguardo alle gravidanze, ha sostenuto di non aver mai fatto un test e di non essere mai stata sicura di esserlo, nonostante i segni evidenti: «C'erano momenti in cui ci pensavo di più, come quando facevo la doccia e vedevo questa pancia di cui nessuno si accorgeva». Ha ribadito che i bambini erano nati morti e che il seppellimento era un modo per non allontanarsi da loro: «Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro». Ha concluso affermando che, nonostante non si aspettasse le gravidanze, avrebbe voluto crescere i figli: «Quello che ho fatto dopo è stata una scelta sicuramente sbagliata, presa senza ragionare, ma in quel momento per me è stata la scelta più giusta da fare: tenerli vicino a me».

Aula di tribunale durante il processo Petrolini

Il dramma speculare di Reggio Calabria

Il caso di Parma non è isolato. A luglio 2024, una donna di 25 anni di Reggio Calabria è stata arrestata con l'accusa di duplice omicidio dei suoi due neonati gemelli. Anche in questo caso, la scoperta è stata agghiacciante: la madre della giovane ha trovato i corpicini senza vita avvolti in una coperta all'interno di un armadio. Le indagini della Squadra mobile hanno confermato, tramite accertamenti biologici, che i neonati erano nati vivi e che la morte era sopraggiunta per soffocamento.

Inoltre, gli investigatori hanno ipotizzato che la donna avesse ucciso anche un terzo bambino partorito presumibilmente nel 2022. I messaggi scambiati con il fidanzato, indagato per favoreggiamento, hanno mostrato forti dissidi sulla decisione di tenere o meno il bambino. Anche qui, i familiari erano rimasti ignari della gravidanza, nonostante un ricovero della ragazza per una forte emorragia poco prima del ritrovamento. La giovane aveva negato tutto, lamentando solo un generico malessere, seguendo un copione tristemente simile a quello di Vignale.

La cecità collettiva e la rimozione della gravidanza

Un interrogativo tormenta gli inquirenti e l'opinione pubblica: come è possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Nel caso di Chiara Petrolini, il padre si sarebbe accorto del sangue in bagno, ma lei avrebbe giustificato tutto con «un ciclo abbondante». Lui si sarebbe limitato a mettere i tappeti sporchi a lavare senza fare ulteriori domande. Questa "cecità" non riguarda solo i familiari stretti, ma spesso coinvolge amici e conoscenti.

Esperti ginecologi sottolineano che una donna può non "accorgersi" di essere incinta attraverso un meccanismo di rimozione o negazione assoluta della verità dei cambiamenti del corpo. Una perdita di sangue periodica può avvenire in gravidanza, simulando il ciclo, ma segni come la crescita del seno, le nausee e i movimenti del feto (avvertibili dal quinto mese) sono difficili da ignorare. Eppure, in queste tragedie della cecità, si assiste a una sorta di rimozione collettiva. Familiari e amici sembrano condividere questo spazio di negazione, permettendo al dramma di consumarsi nell'indifferenza.

Rappresentazione simbolica del concetto di negazione psicologica

Cause psicologiche e antropologiche dell'infanticidio

L'infanticidio è definito come una piaga millenaria. Storicamente era legato a condizioni economiche disperate, solitudine della donna o anomalie fisiche del nascituro. Tuttavia, nei casi moderni come quello di Parma o Reggio Calabria, le ragioni sembrano risiedere altrove. Spesso la situazione scatenante può essere una patologia psichiatrica dissociativa "sotto soglia", non ancora diagnosticata, che si manifesta in modo esplosivo e irreparabile al momento del parto.

In alcuni casi, l'angoscia può nascere dal timore del giudizio sociale, come ammesso dalla stessa Chiara Petrolini, o da una crisi profonda della relazione coniugale. Esiste anche l'ipotesi del "pensiero primitivo": l'azione omicida diventa una via di fuga da una realtà percepita come una tragedia insopportabile. «Li uccido, li libero dalla vita e mi libero dal pensiero», è il meccanismo che non viene inibito da alcuna riflessione o emozione d'amore. La negazione della gravidanza funge da protezione psicologica fino al momento in cui la realtà biologica del parto non obbliga a un confronto brutale, che sfocia spesso nel gesto estremo della soppressione.

Il riconoscimento giuridico delle piccole vittime

Un elemento di forte impatto emotivo durante il processo è stato il riconoscimento formale dei neonati. I due bambini sono stati iscritti all'Anagrafe dalla Procura di Parma e hanno ricevuto i nomi scelti dai genitori al momento del riconoscimento per il certificato di morte: Angelo Federico e Domenico Matteo. La Pm Francesca Arienti ha iniziato la sua requisitoria proiettando la foto del neonato morto dissepolto ad agosto 2024, affermando: «Siamo qui per la morte di due bambini che non esistono solo sulla carta, sono realmente esistiti».

Durante la proiezione dell'immagine, i genitori di Chiara hanno distolto lo sguardo. Il padre ha mostrato particolare commozione, appoggiando la testa tra le braccia. Questo atto formale restituisce dignità a vite che erano state negate e nascoste, trasformando dei "resti" rinvenuti in un giardino in persone con un'identità e il diritto a un funerale. La giustizia cerca così di colmare quel vuoto che la negazione aveva creato, portando la tragedia fuori dall'oscurità della taverna di Vignale verso la luce di un'aula di tribunale.

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L'impatto della solitudine e del giudizio sociale

Nelle sue dichiarazioni, Chiara Petrolini ha enfatizzato il peso della solitudine interiore: «Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire». Il timore del giudizio degli altri è stato indicato come il motivo principale per cui ha tenuto nascoste le gravidanze. Questo aspetto solleva interrogativi sulla pressione sociale che le giovani donne possono percepire riguardo alla maternità e alla "perfezione" della propria vita pubblica.

La discrepanza tra l'immagine della "brava ragazza" che studiava, lavorava e usciva con gli amici e la realtà di ciò che accadeva segretamente nel giardino evidenzia una scissione profonda. Secondo gli inquirenti, Chiara ha vissuto i giorni successivi ai parti con una serenità apparente che lascia increduli: il passaggio dall'estetista, i giri tra bar e vinerie, e la partenza per le vacanze mostrano una capacità di compartimentare le proprie azioni che è al centro dell'analisi psichiatrica del caso. La ferita che Chiara descrive come "ancora sanguinante" si scontra con la ricostruzione di una premeditazione fredda e calcolata descritta dalla Procura.

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