Rafah: La Verità Sulle Presunte Decapitazioni di Bambini e le Tragedie Umanitarie

Le atrocità commesse da Hamas nell'attacco a sorpresa a Israele il 7 ottobre sono state ampiamente documentate e rivendicate dal gruppo palestinese. L'attacco ha scosso profondamente la regione, generando un flusso di informazioni, alcune delle quali si sono rivelate estremamente controverse e difficili da verificare. Tra le notizie più scioccanti emerse in seguito agli eventi, vi sono state le dichiarazioni riguardanti la decapitazione di bambini, un dettaglio che ha rapidamente infiammato il dibattito pubblico e i social media, spesso con conseguenze divisive.

L'Origine delle Accuse e la Diffusione Iniziale

Secondo i volontari di vari servizi di emergenza israeliani, almeno 18 kibbutz al confine con la Striscia di Gaza sono stati attaccati durante il fine settimana del 7 ottobre. Diversi giornalisti, condotti e guidati nell'area dall'esercito israeliano, hanno riferito di aver visto numerosi corpi di civili israeliani e miliziani di Hamas a terra, oltre a case bruciate e veicoli incendiati. Il generale israeliano Itai Veruv, presente nell'area, ha dichiarato alla stampa: "Abbiamo assistito a bambini, madri e padri che cercavano rifugio nelle proprie stanze da letto e venivano uccisi dai terroristi. Questo non è un campo di battaglia; è una strage".

Nicole Zedeck, giornalista del canale israeliano i24News, in un video diffuso ampiamente sui social media, ha riferito che i soldati israeliani le avevano raccontato di aver visto "bambini con le teste mozzate" e "famiglie intere uccise nei propri letti". Zedeck ha anche parlato di “40 bambini portati via in barella".

Tuttavia, trattandosi di notizie che non provenivano da una testimonianza diretta della giornalista, ma basate su quanto le era stato riferito dall'esercito israeliano, vanno affrontate con estrema cautela. In una inchiesta del 2019, il quotidiano israeliano Haaretz ha rilevato come il canale i24News funzioni da megafono per il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, con direttive che a volte provengono direttamente dall'ufficio del presidente.

Successivamente, Nexta, un'emittente bielorussa d'opposizione nota anche per ingigantire notizie non verificate o diffondere notizie false, ha unito l'informazione dei 40 bambini portati via in barella con quella delle teste mozzate, scrivendo un tweet che parlava di "40 neonati israeliani decapitati". È così successo che questo particolare si sia diffuso con particolare veemenza nei canali della destra islamofoba online e dai sostenitori più radicalizzati di Israele in tutto il mondo.

Mappa del confine tra Israele e Gaza

La Mancanza di Conferme Indipendenti e le Smentite

Mentre portali prestigiosi dell'informazione come BBC, New York Times e CNN non riportavano alcuna notizia sui bambini decapitati, in Italia la storia è stata immediatamente utilizzata da giornalisti e da politici per criminalizzare qualsiasi forma di solidarietà con la causa palestinese, anche la più moderata.

A detta di Lisa Goldman, giornalista israeliano-canadese che scrive per il magazine +972, con sede a Tel Aviv, alcune foto di persone uccise nelle loro abitazioni sarebbero effettivamente su vari canali Telegram. Il tweet, che menzionava queste foto, è stato sommerso di critiche perché non forniva riferimenti più precisi e Goldman lo ha cancellato. Anche una veterana del giornalismo in Medio Oriente, Bel Trew, presente nei kibbutz dei massacri ha scritto in un tweet poi cancellato di aver sentito un militare israeliano parlare di "corpi di bambini decapitati", ma di non aver potuto verificare in modo indipendente l'informazione.

Mercoledì 11 ottobre, quasi tutti i giornali italiani, al contrario degli omologhi europei e anglosassoni, hanno titolato in apertura sul massacro compiuto da Hamas. Particolarmente aggressivi sono stati i toni dei giornali di estrema destra filo-governativa. "Tifano per i macellai di bimbi", è stato il titolo di prima pagina de La Verità. E nel sottotitolo: "Scoperti 40 piccoli corpi martoriati, alcuni decapitati". "Decapitano i bambini, ma la sinistra si divide" titolava Il Giornale. "Hamas decapita i bimbi, la sinistra critica Israele" scriveva Libero.

Oren Ziv, giornalista del magazine progressista +972, con sede a Tel Aviv, ha deciso di intervenire sulla questione: "Sto ricevendo molte domande riguardo alle segnalazioni di “bambini decapitati da Hamas”… I soldati con cui ho parlato a Kfar Aza ieri non hanno menzionato "bambini decapitati". Conclude Ziv: “Purtroppo, Israele potrebbe usare queste false affermazioni come pretesto per intensificare i bombardamenti a Gaza e giustificare le sue azioni considerate crimini di guerra”.

Tra le prime fonti a parlare di bambini decapitati, in una intervista a CBS, c'era stato anche Yossi Landau, responsabile delle operazioni nel Sud di Israele della ONG israeliana ZAKA, che da una quindicina d'anni si occupa di rimuovere i corpi martoriati dopo gli attentati terroristici nell'area. Giovedì 12 ottobre, in una conferenza stampa, Landau ha però ritrattato la sua prima versione. Rispondendo a una domanda precisa ha detto di non aver visto con i propri occhi bambini decapitati. Lo ha riportato la giornalista de Il Foglio e podcaster Cecilia Sala, presente sul posto. "La storia è probabilmente falsa", scrive Sala.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, mercoledì ha menzionato in un discorso a braccio i bambini decapitati di Kfar Aza, ma la Casa Bianca ha poi rettificato dicendo che non ci sono prove. “È il massimo dell'irresponsabilità parlare in questo di una cosa così grave”, è il commento del giornalista esperto di ISIS, Michael Weiss.

C'è infine un'altra storia che non ha trovato per ora conferma da parte di media indipendenti. È quella delle donne stuprate durante l'attacco di Hamas, anch'essa utilizzata dai media nazionalisti di destra per esacerbare ulteriormente gli animi. Le fonti atte a corroborarla finora erano state un testimone che aveva partecipato al Nova Music Festival (diventato tragicamente simbolo degli eventi di sabato) sentito dall'emittente pubblica statunitense PBS, in un'intervista video, un articolo del magazine conservatore Tablet e un video trasmesso negli Stati Uniti Sky che sembrava mostrare un ostaggio di sesso femminile, sanguinante tra le gambe, spinto dentro un veicolo. Nulla di tutto questo, per quanto faccia infuriare, sembra essere stato al momento comprovato.

Moni Ovadia: "Legittima l'azione di Hamas del 7 ottobre"

La Tragedia di Rafah: Bombe, Rogo e Vittime Civili

La narrazione della violenza e della sofferenza si è poi spostata verso la Striscia di Gaza, dove la situazione umanitaria è diventata sempre più critica. Un corpo carbonizzato senza gamba, senza testa. Era di un bambino. Lo mostra al mondo il padre, insieme al suo dolore. Quel bambino è una delle 45 vittime, sono oltre 200 i feriti, dell’attacco lanciato dall’esercito israeliano sul campo di sfollati di Tal As Sultan, a nord ovest di Rafah.

Il nylon delle tende bombardate si è fuso con i corpi di chi, in quelle tende, cercava riparo. L’area era stata definita “sicura”. Ma nella Striscia di Gaza nessun posto lo è. L’esercito israeliano ha confermato l’attacco e ha dichiarato di aver colpito un’unità di Hamas e di aver ucciso due militanti. Il premier israeliano Netanyahu ha parlato di “un tragico incidente”. «Le immagini dei corpi carbonizzati che abbiamo ricevuto dai nostri partner locali a Gaza sono una cicatrice sul volto dell’umanità e della comunità globale, che finora non è riuscita a proteggere la popolazione», scrive l’organizzazione umanitaria ActionAid. «Un collega di ActionAid è sfuggito per poco a questa atrocità, aveva lasciato il rifugio solo un giorno prima dell’attacco. Un nostro giovane attivista ha raccontato quei momenti di terrore: “In pochi secondi, hanno bombardato una zona di tende a Rafah con più di otto missili. Non ci sono pietre o tetti; solo metallo e teli di nylon! Centinaia di persone pensavano di dormire al sicuro e di sfuggire alla morte. Ora, invece, decine di persone stanno morendo e decine o centinaia di persone sono ferite. Nessuno conosce ancora il numero esatto…”.

Da quando l’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi a Rafah, la quantità di aiuti umanitari che entra è diminuita in modo significativo, spingendo la popolazione verso la carestia. «Come sempre nelle situazioni di emergenza, sono le più colpite», aggiunge ActionAid. «È sempre più difficile è l’accesso ai beni di prima necessità, tra cui prodotti per il ciclo mestruale e per la detersione. I prodotti per le mestruazioni sono quasi scomparsi dai mercati di Gaza e quando sono disponibili, i prezzi sono alle stelle, costringendo molte donne e ragazze a usare pezze sporche o scarti delle tende, il cui utilizzo mette a rischio la loro salute.»

Tende distrutte in un campo profughi

Le Conseguenze Umanitarie e la Pressione Internazionale

«L’incursione a Rafah», ricorda Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore degli Aiuti d’emergenza, «ha provocato lo sfollamento di oltre 800mila persone. Che sono fuggite ancora una volta temendo per la propria vita e sono arrivate in aree prive di ripari adeguati, latrine e acqua potabile. Ha interrotto il flusso di aiuti verso il sud di Gaza e ha paralizzato un’operazione umanitaria già al limite della sopportazione. Ha interrotto le distribuzioni di cibo nel sud e ha rallentato la fornitura di carburante necessarie per far funzionare ospedali e pozzi d’acqua.»

Sebbene Israele abbia respinto gli appelli della comunità internazionale a risparmiare Rafah, il clamore globale per un arresto immediato di questa offensiva è diventato troppo forte per essere ignorato. In un momento in cui la popolazione di Gaza sta rischiando la carestia, in cui gli ospedali vengono attaccati e invasi, in cui le organizzazioni umanitarie vengono bloccate per raggiungere le persone bisognose, in cui i civili vengono bombardati da nord a sud, è più che mai fondamentale ascoltare gli appelli lanciati negli ultimi sette mesi: rilasciare gli ostaggi. Concordare un cessate il fuoco.

«Siamo inorriditi, quello che è successo dimostra ancora una volta che nessun luogo è sicuro a Gaza. «I bombardamenti israeliani hanno colpito la popolazione oltre ogni misura. A Gaza manca tutto, l’acqua, il cibo, lo spazio, le cure. Il sistema sanitario è al collasso e la sproporzione tra i bisogni umani e la capacità di intervenire è immane.»

L'immagine di una gigantesca tendopoli nel deserto, con lo slogan "All eyes on Rafah", è diventata virale in poche ore sui social media, specialmente tra i giovani. Questo slogan, accompagnato all'immagine, ha raggiunto milioni di condivisioni, diventando un simbolo delle proteste globali che chiedono la fine dei combattimenti nella Striscia di Gaza. Nonostante la sua viralità, molti critici sostengono che l'immagine sia troppo "tenera" e distante dalla cruda realtà, come quella del bambino decapitato dalle bombe israeliane nell'attacco del 26 maggio contro una tendopoli a Rafah. Il fenomeno, tuttavia, merita attenzione, poiché i social media sono diventati un potente mezzo di diffusione dell'informazione, soprattutto per le generazioni più giovani.

Il poeta palestinese Mosab Abu Toha, in versi che seguono il massacro della notte tra domenica e lunedì a Rafah, descrive la disperazione che traspare dalle testimonianze raccolte. "Chiedono se abbiamo visto l’immagine del bambino senza testa: “L’avete vista?”. Al di là del muro che divide Rafah dall’Egitto, questa è una domanda raccapricciante, macabra, irripetibile. Ma dall’ultima città del Sud della Striscia di Gaza, quel piccolo corpo carbonizzato, senza gamba, senza cranio, con ancora addosso il pigiama della notte e mostrato al cielo dalle mani di un padre disperato, è il simbolo di un nuovo massacro già ribattezzato del 27 maggio."

Mohammed Rajab, padre di quattro figli, descrive come il nylon incandescente delle tende bombardate si sia fuso sul corpo di chi pensava che quei teli di plastica fossero l'ultimo riparo. "La pelle inizia a bruciare e se non si muore, le ustioni sono così gravi da rendere invalidi". Rajab chiede se sia possibile immedesimarsi con le loro vite, immaginare l'odore acre dei campi profughi senza servizi igienici, il caldo intollerabile, le zanzare, il pianto dei bambini che hanno fame, sete e paura, il rumore continuo dei droni israeliani. "Tutto questo per 24 ore moltiplicato per otto mesi di guerra. La gente sta impazzendo, la tensione è altissima. Si litiga per ogni cosa, anche per una cipolla. Siamo depressi, arrabbiati, senza speranza. Non abbiamo cibo, costa tutto troppo. Nemmeno le sigarette ci sono rimaste: oggi una sigaretta costa 30 euro. Non ci sono contanti per comprare i beni di prima necessità, tutti i bancomat sono esplosi". E soprattutto, gli ospedali funzionanti sono troppo pochi e un raffreddore diventa polmonite, un mal di pancia un’infezione incurabile.

"Non crediamo più che la pace sia possibile. È assurdo quello che succede qui. Israele cerca di ammazzare un paio di capi di Hamas a Rafah e ci riesce. Solo che l’attacco al «quadrante 2371» provoca un incendio che divampa in una tendopoli di sfollati. Sfollati da case distrutte, e poi dai primi ripari, sempre su ordine di Israele. Quarantacinque civili, tra cui molte donne e bambini, muoiono bruciati vivi. Duecento i feriti, molti ustionati gravi."

Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratrice capo dell’esercito, definisce l’episodio «grave» e rivela che le forze armate stanno indagando su circa 70 casi di sospette violazioni del diritto umanitario a Gaza. Il pronunciamento della Corte (nell’ambito del procedimento promosso dal Sudafrica, che dovrà accertare se Israele ha violato la Convenzione sul Genocidio), dietro l’apparente durezza nei confronti dello Stato ebraico dava in realtà - come hanno spiegato diversi giuristi - un margine di manovra per condurre la guerra a Hamas: il senso era «ti chiediamo di fermarti, ma la cosa importante è che non avvengano massacri di civili».

«È difficile ignorare il terribile tempismo di questo incidente», è il commento più diffuso tra le fonti diplomatiche, che segnalano come ora la pressione su Israele non farà che aumentare. Infatti sta già succedendo. Il presidente francese Macron è il più duro: «Sono indignato per gli attacchi israeliani che hanno ucciso molti sfollati a Rafah. Queste operazioni devono cessare. A Rafah non ci sono aree sicure per i civili palestinesi.» Non meno incisivo il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto: «Ho l’impressione che Israele stia seminando un odio che coinvolgerà figli e nipoti. Hamas è un conto, il popolo palestinese un altro. Siamo convinti che dovesse risolvere il problema con Hamas ma fin dal primo giorno abbiamo detto che la situazione andava affrontata in modo diverso». Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares annuncia che intende chiedere ai colleghi dell’Unione europea di sostenere le sentenze della Corte dell’Aia e di prendere provvedimenti se Israele continua con le operazioni a Rafah. In pratica la Spagna, dopo avere riconosciuto nei giorni scorsi la Palestina insieme a Irlanda e Norvegia, ora evoca esplicitamente la possibilità di sanzioni contro lo Stato ebraico. Significativa la presa di posizione della Germania, Paese che a causa degli orrori nazisti ha sempre scelto di appoggiare o comunque non criticare Israele. L’America per ora di fatto tace, solo un commento del portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale: «Stiamo coinvolgendo attivamente l’IDF (l’esercito israeliano) e i partner sul campo per valutare l’accaduto e sappiamo che l’IDF sta conducendo un’indagine». Ma è prevedibile un aggravarsi dello scontro con il governo israeliano, dopo che per mesi l’amministrazione Biden ha premuto invano per scongiurare l’offensiva a Rafah e arrivare a una tregua lunga che liberasse gli ostaggi israeliani e ponesse le basi per una svolta diplomatica.

E Israele? Il suo governo, il suo premier, le sue forze armate sono in pieno corto circuito politico e comunicativo. Sembrano cioè non rendersi conto che nel momento in cui assicurano di avere fatto di tutto per rispettare il diritto internazionale e per evitare un massacro di civili, il fatto che il massacro di civili ci sia stato, e sia avvenuto con modalità orrende, significa che è sfuggito alla loro possibilità di controllo. Significa letteralmente che non sai evitarlo nemmeno se vuoi evitarlo. Significa, semplicemente e tragicamente, che i massacri sono inevitabili anche quando, come pareva in questi giorni, si agisce con più cautela.

Ma Israele non ha le sue ragioni? Certo che sì: Hamas ha iniziato la guerra e continua a essere una minaccia, infatti ha appena ripreso a lanciare razzi verso Tel Aviv. Ma il fatto che dopo otto mesi di guerra senza quartiere e con migliaia di civili morti non sia stata estirpata, conferma la previsione degli analisti: l’obiettivo della «vittoria totale» proclamato da Netanyahu non è raggiungibile con una campagna militare a meno di non prolungarla per anni con costi umani politici ed economici insostenibili. Cosa si dovrebbe fare allora? Quello che chiede l’America, il Paese senza il quale Israele non esisterebbe. Perché Israele dice no? Perché il processo politico che ha in mente l’America ha come destinazione uno Stato palestinese e il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli arabi, compresa l’Arabia Saudita. Ma a Israele interessa solo la seconda parte. La prima la respinge: il suo governo di estrema destra perché - simmetricamente a Hamas - vuole tutta la terra «dal fiume al mare», dal Giordano al Mediterraneo. E la sua opinione pubblica, in maggioranza, perché scioccata dal 7 ottobre. Ecco perché questo attacco è un paradigma: perché riassume tutto l’orrore e l’inconcludenza di una guerra lunga quasi otto mesi.

Cosa possiamo fare noi, noi cittadini, noi politici, noi giornalisti? Ribadire ogni giorno, senza stancarci mai, che entrambi i popoli hanno diritto a un proprio Stato, alla pace e alla sicurezza e che chi è contro questa soluzione - o ostenta uno scetticismo che contempla solo lo status quo (un popolo con uno Stato e l’altro senza) - è parte del problema. E che il miglior modo per amare e aiutare Israele non è andare a controllare il colore dei calzini dei giudici dell’Aia, ma dire a Israele - con Mattarella, con Crosetto, con Biden, con il mondo - che è il momento di fermarsi.

Un bambino palestinese ferito viene assistito in un ospedale

La Crisi Umanitaria e la Mancanza di Aiuti

L'osservatorio Repressione, una APS-ETS totalmente autofinanziata, sottolinea come "gli aiuti umanitari che entrano a Gaza sono molto pochi". Le difficoltà nell'accesso ai beni di prima necessità, tra cui prodotti per il ciclo mestruale e per la detersione, sono estreme. I prodotti per le mestruazioni sono quasi scomparsi dai mercati di Gaza e, quando disponibili, i prezzi sono alle stelle, costringendo molte donne e ragazze a usare soluzioni rischiose per la loro salute.

La situazione sanitaria è al collasso. Andrea De Domenico, funzionario dell'ONU, ha visitato centri sanitari a Rafah e ha incontrato responsabili della Protezione civile. Ha descritto come i medici abbiano dovuto eseguire decine di interventi chirurgici per salvare vite umane. Un chirurgo volontario pakistano, pur avendo vasta esperienza, è rimasto emotivamente provato dalle scene, raccontando di aver ricevuto corpi di padre e figlia carbonizzati, stretti l'uno all'altra, impossibili da separare. Negli ospedali sono arrivati feriti e corpi, anche di bambini, mutilati o decapitati, a conferma della potenza delle esplosioni.

Il sito colpito a Tel al Sultan, a 200 metri a nord della base logistica dell'ONU, era una zona di sfollati che, fino a qualche tempo fa, era ricoperta di tende. Le esplosioni delle bombe, di grande potenza, hanno proiettato schegge nel raggio di centinaia di metri, provocando l'incendio. Testimonianze oculari descrivono un incendio furioso nell'oscurità, persone che urlano nel panico e giovani che cercano di rimuovere lamiere, mentre pochi pompieri tentano di spegnere le fiamme.

Le cause dell'accaduto a Tel al Sultan sono chiare a tutti. Le esplosioni delle bombe, di grande potenza - Israele invece afferma di aver impiegato due missili con piccole testate - hanno proiettato schegge nel raggio di centinaia di metri provocando l’incendio. «Stavamo pregando… e preparando i giacigli dove dormono i nostri bambini. Non c’era niente di insolito, poi abbiamo sentito un forte boato. I bambini hanno cominciato a urlare, siamo stati circondati dal fuoco e ci siamo salvati per un miracolo», ha riferito una donna, Umm Mohammad. Parole confermate dai video che circolano in rete che mostrano un incendio furioso nell’oscurità, persone che urlano in preda al panico, giovani che cercano di rimuovere lamiere e pochi pompieri che provano a spegnere le fiamme. In precedenza, Hamas, per la prima volta da gennaio, aveva lanciato otto razzi (quasi tutti abbattuti) verso Tel Aviv e il centro di Israele. Per i palestinesi la potenza dell’attacco «mirato» israeliano a Rafah sarebbe stata una ritorsione indiscriminata ai razzi di Hamas. «Gaza è l’inferno sulla terra. Le immagini di ieri sera (domenica, ndr) ne sono l’ennesima testimonianza», ha scritto l’UNRWA (ONU) su X. Tante vittime civili non hanno fermato gli attacchi israeliani. Ieri i carri armati hanno continuato a martellare le aree centrali e orientali di Rafah uccidendo otto persone, secondo fonti locali. Messo sotto pressione della Corte di Giustizia e dall’altra Corte dell’Aia, quella penale che potrebbe emettere mandati di arresto per crimini di guerra contro il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Gallant (e per tre leader di Hamas), Israele adesso pone in primo piano la sua giustizia militare, per accreditarne la presunta indipendenza nel giudicare abusi e crimini commessi da soldati e ufficiali. L’attacco a Tel al Sultan, è stato comunicato ieri, sarà indagato dal cosiddetto «meccanismo indipendente» dello stato maggiore. L’avvocato generale militare Yifat Tomer-Yerushalmi ha detto che sono in corso indagini sulla morte di palestinesi arrestati a Gaza nel campo di detenzione di Sde Teiman.

La situazione generale a Gaza è disperata. Il sistema sanitario è al collasso, la carenza di beni essenziali è acuta, e la popolazione vive in uno stato di costante terrore. Le organizzazioni umanitarie continuano a lanciare appelli urgenti per un cessate il fuoco immediato e per un accesso sicuro agli aiuti.

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