Quando la Mamma Partorisce: Il Ruolo Essenziale e in Evoluzione del Papà, una Presenza Attiva e Strategica

La nascita di un bambino è un evento che trasforma profondamente la vita di una coppia, inaugurando l'inizio di una nuova famiglia. Se tradizionalmente l'attenzione si è spesso concentrata sulla madre, il ruolo del padre nell'esperienza della gravidanza, del parto e del puerperio ha conosciuto una profonda evoluzione negli ultimi anni. La figura paterna è passata da essere semplicemente “padre” a “papà”, un cambiamento che non è meramente semantico, ma riflette una partecipazione sempre più attiva, consapevole e sentita nella vita familiare. Oggi, quando la mamma partorisce, il papà è chiamato a "portare la pistola" in un senso metaforico: essere equipaggiato di presenza, supporto, empatia e una profonda disponibilità ad affrontare le sfide e le gioie della genitorialità. Questa "pistola" simboleggia la sua readiness, la sua capacità di proteggere, di sostenere e di essere una roccia per la nuova triade familiare.

I papà di oggi desiderano essere presenti alla vita familiare, vivere ogni fase di crescita dei piccoli, prendersi cura attivamente dei bambini e instaurare con loro un legame profondo ed esclusivo. Sono desiderosi di vivere con le loro compagne tante fasi della gestazione: accompagnarle a una visita, informarsi e documentarsi sui metodi più naturali ed efficaci per crescere un bambino. Questa trasformazione è un segnale di una società che riconosce sempre più il valore della co-genitorialità e la necessità di un equilibrio nei ruoli e nelle responsabilità all'interno della famiglia.

La Presenza Fondamentale in Ospedale e la Condivisione del Momento del Parto

La presenza del papà in ospedale è una figura fondamentale fin dai primi momenti di vita del bimbo e nella creazione del nucleo familiare. È opportuno che neonato e genitori stiano vicini, sia nei reparti di Terapia intensiva neonatale, sia nelle aree di degenza dei bambini che non hanno problemi alla nascita, in regime di rooming-in. È la nuova famiglia a occuparsi della coppia mamma-bambino, quindi è essenziale che entrambi i genitori stiano insieme, a beneficio del bambino.

Le misure di sicurezza nei centri di maternità, per controllare la pandemia di Covid-19, hanno limitato fortemente la presenza del papà in ospedale. La necessità di evitare contagi ha causato un improvviso cambiamento delle modalità organizzative nei Punti Nascita, che ha penalizzato la relazione neonato-genitori nella fase iniziale della costruzione delle nuove famiglie. L’emergenza ha messo in secondo piano la necessità di tenere unito il nucleo familiare, che comprende il papà e altri eventuali fratellini. Queste regole hanno avuto conseguenze documentate, per esempio hanno interferito con l’avvio dell’allattamento al seno, causato un disagio diffuso anche psicologico delle madri e in generale di entrambi i genitori. Scelte organizzative molto limitanti erano comprensibili all’inizio della pandemia, vista la situazione di emergenza e di inevitabile incertezza. Adesso, però, non occorre più escludere la presenza del papà in ospedale, pur tenendo conto dell’eventuale comparsa di nuove varianti virali.

È importante sottolineare che, ovviamente, i genitori devono essere vaccinati contro il Covid-19, oppure devono essere guariti o negativi e osservare sempre le norme di prevenzione del contagio. Partendo da questo presupposto, la presenza del papà in ospedale è fondamentale per consentire l’attivazione dei processi di attaccamento e per l’avvio dell’allattamento. Sono indicazioni ormai condivise da tutte le più importanti società scientifiche, come la Società italiana di neonatologia. Dagli esperti viene inoltre sottolineato come i papà in ospedale non siano semplici visitatori, bensì i principali caregivers. In altre parole, sono le persone che meglio di ogni altra possono prestare le cure necessarie, perché sono coinvolti direttamente nel contesto assistenziale del neonato. Pertanto, sono indispensabili e insostituibili. Dalle ricerche svolte nei punti nascita risulta che, a distanza di due anni dall’inizio della pandemia, sono rimaste ancora in vigore routine assistenziali che ostacolano la relazione madre-bambino, il benessere psico-fisico delle famiglie e l’allattamento. Resta ancora il divieto o la limitazione per il partner di far visita alla coppia madre-neonato nell’area di degenza ostetrica e in alcuni punti nascita persiste una spesso drastica riduzione dell’orario di visita dei genitori in terapia intensiva e il mancato rooming-in per le coppie madre-figlio in buona salute. È essenziale, invece, superare questi esempi di inerzia organizzativa, tornando al più presto alle pratiche che favoriscono la relazione madre-neonato.

Padre presente in ospedale con neonato e mamma

Ecco alcuni punti essenziali per un buon avvio della nuova famiglia, come ribadito dalle fonti scientifiche: presenza del papà in sala travaglio e parto, famiglia riunita sia in terapia intensiva, sia per il rooming-in e promozione dell'allattamento al seno.

Il quesito se il papà debba o meno essere presente in sala parto è un tema che merita attenzione e sensibilità. La maggior parte degli uomini vuole essere presente alla nascita del proprio figlio. Tuttavia, è bene considerare che “tutti gli uomini vanno in sala parto” non è affatto vero. La percentuale varia molto nelle diverse regioni italiane, con una media del 66,1 per cento, sostanzialmente invariata dal 1999 ad oggi. È massima nel Nord-Ovest (con il record italiano dell’87,8 per cento di padri in sala parto) e nel Nord-Est (83,9 per cento), minima al Sud, dove i padri entrano in sala parto solo nel 31,1 per cento dei casi. Nel Centro Italia questa percentuale è del 68,9 per cento. Come si vede, diversi fattori possono influenzare la scelta: culturali, emotivo-affettivi, ma anche strutturali. Sempre i dati Istat ci dicono che in molti ospedali, specie al Sud, la presenza del padre non è ancora ammessa in sala parto.

Molti uomini dicono di non sopportare la vista del sangue, l’odore dei disinfettanti, l’ambiente molto medicalizzato. Alcuni si sentono male o addirittura svengono in sala parto, come si è visto succedere durante gli anni di lavoro in Ostetricia. Altri si sentono “inutili”, se non addirittura d’impiccio. Qualcuno si sente in colpa, alla sola idea di vedere quanto debba soffrire la propria compagna per partorire. E frustrato al sentire di non poter far niente per alleviare il dolore di lei. Altri vivono come molto traumatico proprio il momento della nascita del figlio, specie se è necessaria l’episiotomia (il taglio che viene fatto per agevolare l’uscita della testa e del corpo del piccolo). E lo shock che ne possono avere può poi bloccare, per esempio, il desiderio sessuale e la capacità di intimità, come in alcuni casi venuti in consultazione per un blocco della sessualità dopo aver assistito al parto. Molti hanno riferito, dopo, di averlo fatto per far piacere alla compagna ma che, tornando indietro, non l’avrebbero più rifatto.

Considerare che la vulnerabilità emotiva alla vista del parto non ha nulla a che vedere con il coraggio di un uomo, la sua affidabilità, la sua forza d’animo, o la sua intelligenza. Ci sono uomini di grande qualità che serenamente dicono di non sentirsi di stare in sala parto. Per questo, è fondamentale rispettare la scelta del papà, senza forzature. Se un uomo non si sente di assistere al parto è bene non insistere. Egli può adorare la sua compagna, aver desiderato immensamente questo bambino, essere un ottimo padre e tuttavia sentire che questa potrebbe essere per lui un’esperienza emotivamente traumatica, negativa, che è meglio evitare.

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Tuttavia, l'esperienza della gravidanza, della nascita e dell'allattamento sono elementi fondamentali. La presenza del padre o di una persona a scelta della donna per il travaglio, il parto e il post partum e, qualora possibile, durante la degenza ospedaliera dovrebbe essere garantita e regolamentata dalle singole strutture sanitarie anche in tempi di Covid-19, tenendo conto degli aspetti organizzativi e logistici imposti dall'evoluzione locale dell'epidemia. Certo, ormai lo fanno praticamente tutti, ma non è detto che quello che funziona per gli altri funzioni anche per voi. O almeno seguite le lezioni che sono in genere previste anche per i papà. Sappiate comunque che anche la migliore preparazione teorica al parto non porta necessariamente a sentirsi pronti all'evento. Il parto potrebbe andare diversamente da come lo avete immaginato. C’è forza, tenerezza, umanità. E vita. Non è facile descrivere il momento in cui una donna dà alla luce suo figlio. Però ricordate che non devono essere imposte alla donna, che vivrà il travaglio e il parto in modo unico e imprevedibile. Stringere al petto il piccolo e mostrarlo alla mamma sarà un'emozione unica, sia che sia nato con un parto cesareo o naturale. Certo l'emozione del parto è stata grandissima e, appena tornati a casa dopo il grande evento, si muore dalla voglia di raccontarlo a parenti e amici. Ma inutile insistere: per alcuni uomini vedere la nascita del figlio è un'esperienza troppo traumatica. Ma ciò non significa che non saranno buoni padri.

Un'emozione straordinaria, indicibile. Un senso di grande intimità, tenerezza e gratitudine per la propria donna. Un orgoglio profondo e commosso a vedere il piccolino che si affaccia alla vita. La sensazione che l’essere padre inizi in quel momento di nodo in gola e batticuore. Un senso di sollievo, quando la vista del bambino sano e strillante placa ogni ansia su possibili problemi di salute del bimbo. Un’emozione, anche struggente, di chiusura di un capitolo della propria vita, e di apertura di uno nuovo. Certamente un grande conforto, un motivo di soddisfazione e rassicurazione. Di aiuto sostanziale, se si sente nella presenza del proprio uomo la calma, la serenità, l’incoraggiamento, la dolcezza ma anche la forza e la protezione.

Un compromesso utile può essere quello di seguire insieme il corso di preparazione al parto. La seconda modalità consiste nello stare vicino alla donna durante tutto il travaglio, se l’ospedale abbia stanze singole e autorizzi la presenza di un familiare. Questo consente comunque una condivisione importante di emozioni, di solidarietà, di tenerezza, di intimità, di progettualità, rispettando nello stesso tempo il bisogno di lui di non assistere alla parte più potenzialmente traumatica del parto e il desiderio di lei di avere il partner vicino.

Babywearing: Un Ponte per il Legame Affettivo e la Libertà Paternale

La pratica del babywearing, sebbene culturalmente associata alla maternità, sta guadagnando terreno anche tra i padri, diventando un potente strumento per il loro coinvolgimento. Sono sempre più i papà che vogliono portare i loro bimbi in fascia o marsupio. Spesso, dei due genitori, il papà è quello più scettico e più restio a provare a portare. Per questo, il loro coinvolgimento nella fase iniziale, nella quale si imparano tecniche e trucchetti per portare in comodità, è una gioia e una grande soddisfazione, soprattutto quando poi escono dalla lezione felicemente fasciati.

Il babywearing aiuta a creare il legame affettivo: al suo arrivo al mondo il piccolo incontra i suoi genitori per la prima volta. Con mamma c’è già una fortissima connessione fisica, nata nel pancione e alimentata già dalle prime ore dopo il parto grazie all’allattamento. E con papà? Coccole, carezze, parole dolci e baci sono gli strumenti d’amore che fanno scattare la scintilla tra i due. Gli stessi strumenti, accolti e ‘impacchettati’ in una legatura, vengono amplificati: mentre il piccolo si sente protetto e sicuro stretto al petto del papà, entrambi vivono un contatto tutto speciale, esclusivo, intimo come pochi. Questo contatto prolungato è la base sicura per l’indipendenza futura del bambino e promuove un forte attaccamento. Un papà porta suo figlio perché ama tenerlo con sé, desidera condividere momenti e sensazioni irripetibili, vuole godersi il calore del piccolo che dorme sulla sua schiena o che si accoccola sul suo petto. Portare è emozionante ed intenso, ma allo stesso tempo anche facile e pratico.

Papà che porta il bambino in fascia

Il babywearing, inoltre, da fiducia al papà nelle sue capacità: nei primi giorni di vita dei bimbi capita spesso che i papà non sappiano bene cosa fare. La mamma sembra avere tutto quello di cui ha bisogno il piccolino, soprattutto quando si riesce a iniziare con successo l’allattamento al seno, magari a richiesta. Ad ogni lamentela del neonatino la risposta sembra essere sempre: la TETTA! Ecco che il papà fatica a trovare dei mezzi per calmare il suo piccolo. La fascia può essere un aiuto importante per il neo papà. Abbracciato e contenuto dalla stoffa morbida e scaldato dal corpo del papà, il piccolo si rilassa e assieme a papà può uscire per una passeggiata o anche solo rimanere accoccolati in salotto a fare conoscenza, mentre la mamma si prende un po’ di tempo per sé. Quando il bambino inizia a piangere, metterlo in fascia o nel marsupio può calmarlo e far tornare la serenità in poco tempo, grazie al contatto fisico.

Un altro motivo per cui ai papà piace portare è anche la praticità e l’autonomia che ne derivano: libertà di movimento. Senza l’ingombro del passeggino un papà che porta il suo cucciolo può spostarsi liberamente in casa e fuori. Niente preoccupazioni riguardo il luogo di destinazione: scale, porte strette, strade sterrate: possiamo andare ovunque! Immaginate la più classica delle scene: un papà che carica sulle spalle il suo bambino o lo prende tra le braccia perché stanco o addormentato. Ecco, in questi casi il marsupio può davvero salvare la situazione! Proprio per questo aspetto di facilità e praticità, i papà preferiscono optare per il marsupio che vedono come un supporto più immediato rispetto ad una fascia portabebé. Ovviamente non è così per tutti: molti papà scelgono inizialmente di usare una fascia, supporto molto più avvolgente per i neonati, per poi passare ad un marsupio.

Infine, il babywearing offre anche un vantaggio in termini di esercizio fisico: anche una semplice passeggiata, ma con qualche chiletto in più addosso, può aiutare a mantenersi in forma. Mentre la mamma si prende una pausa (magari per farsi una doccia con calma!), il papà col suo bimbo addosso può fare un po’ di attività fisica. Senza esagerare! L’importante è non fare movimenti troppo veloci o sbalzi improvvisi e assicurarsi che la testolina del piccolo sia ben sostenuta. Un uomo generalmente ha una prestanza fisica nettamente maggiore di una donna e pertanto potrà portare più a lungo senza stancarsi avendo un supporto ergonomico che scarica il peso in maniera ottimale su schiena e spalle anziché sulle braccia.

Il Supporto del Papà nel Postpartum: Condividere il Carico e Costruire la Squadra

Dopo il parto, i padri hanno un ruolo essenziale nel far sentire le loro compagne sostenute e comprese, accompagnandole nel delicato passaggio verso la nuova vita con il loro bambino. Per molte madri, questa transizione può essere difficile, soprattutto perché spesso i padri non sanno bene come o quando offrire il proprio supporto in modo efficace. Avere un bambino mette a dura prova la relazione tra madre e padre, perciò capire come essere presenti per la propria compagna può risultare complicato. Essere lì per lei, in modo significativo e concreto, può facilitare la genitorialità nel modo più sereno possibile.

Un modo semplice per iniziare a capire di cosa potrebbe avere bisogno la propria compagna è guardare agli aspetti pratici della sua vita quotidiana. Che si tratti di sparecchiare dopo cena, cucinare più spesso, prendersi cura del bambino per un po’ per darle del tempo per sé stessa, o anche semplicemente portarle un bicchiere d’acqua mentre allatta, ogni piccolo gesto può fare una grande differenza. Farle sapere che tu sei presente, anche attraverso le azioni più semplici, può avere un impatto molto positivo. Quello che più desidera una neo mamma è sapere di potersi fidare di te che sei il padre del bambino. Prendersi cura di un neonato è un lavoro a tempo pieno molto energivoro e le neo mamme hanno bisogno che il loro compagno sia disponibile a condividere davvero il carico mentale ed emotivo della genitorialità.

Imparare a fidarsi del partner, anche quando fa le cose in modo diverso, è un consiglio prezioso per molte coppie che si trovano ad affrontare l’arrivo di un bambino e devono imparare ad adattarsi a questa nuova fase di vita insieme. Il punto non è fare tutto nello stesso modo, ma essere presenti, affidabili, e imparare a funzionare come una squadra.

Un altro modo importante in cui un padre può essere di supporto è rispettare e valorizzare il lavoro di cura del bambino da parte della madre. Suddividere più equamente i compiti legati alla genitorialità può alleggerire ciò che grava sulle spalle della madre. È un periodo nuovo molto stressante, ma una volta stabilita una routine di compiti condivisi, diventa più facile ritagliarsi un po’ di tempo per sé stessi, anche in mezzo al caos che comporta crescere un figlio insieme. Chiedere direttamente alla propria compagna come preferirebbe essere aiutata è un ottimo primo passo per darle il sostegno di cui ha bisogno. Come accennato prima, questi gesti possono essere molto semplici: occuparsi del bambino mentre lei fa la doccia, fare piccoli gesti di apprezzamento, oppure occuparsi di più faccende domestiche. Farle sapere che riconosci tutto ciò che fa ha un grande valore, e può essere espresso anche solo dicendole che pensi sia una madre meravigliosa, specialmente nei momenti di stanchezza.

Uno dei reclami più frequenti è la mancanza di comunicazione da parte dei compagni. Questo può causare conflitti all’interno della coppia, soprattutto quando si ha un neonato. Saper comunicare apertamente con la propria compagna è una competenza che si sviluppa con il tempo, ma che porta enormi benefici alla relazione nel lungo termine. Comunicare in modo chiaro è fondamentale quando si cresce un bambino insieme, perché entrambi i genitori devono essere in grado di esprimere i propri bisogni e desideri. È importante fare domande e confrontarsi, perché non si può leggere nel pensiero!

Il tema del sostegno da parte dei padri è al centro del dibattito da molto tempo, in particolare su come renderlo realmente efficace. La transizione verso la genitorialità mette a dura prova la relazione in ogni sua forma, ed è proprio per questo che il supporto reciproco è fondamentale - non solo per il benessere del bambino, ma anche per la salute della coppia.

Le Funzioni Simboliche Materna e Paterna: Oltre il Genere

Per comprendere appieno il ruolo del padre, è fondamentale analizzare le funzioni simboliche che caratterizzano la genitorialità. Il ruolo materno e paterno, nell’esperienza familiare, ha due valenze differenti. Dal punto di vista simbolico, il ruolo materno è solitamente adibito alla cura, all’accoglimento, all’ascolto del figlio; quello paterno è, invece, un ruolo strategico all’interno della diade madre-figlio, in quanto appiana le ansie genitoriali e familiari, favorendo l'autonomia del figlio.

La funzione materna e paterna riguarda il maschile e femminile non inteso dal punto di vista dell’identità di genere, ma dal punto di vista simbolico, generico e umano. Non sono quindi funzioni ad esclusivo appannaggio del padre o della madre: tali ruoli si possono svolgere a prescindere dal proprio sesso di appartenenza.La funzione materna è deputata all’accoglienza e all’accudimento, è la funzione di chi contiene, mantiene, si sintonizza e si prende cura dei bisogni psichici e fisici del bambino. Risponde ai bisogni di sicurezza del neonato, contiene la sua angoscia e l’accetta sia per ciò che è sia per ciò che fa. Questa funzione è “di norma” garantita dalla madre, ma è un funzionamento che ricopre anche il padre.

La funzione paterna è normativa e partecipativa. Detta, infatti, norme di comportamento, pone limiti, confini. Porta fuori, spinge il bambino ad emanciparsi, ad esplorare il mondo, a non rimanere nella dimensione materna, sicura, dipendente. La funzione paterna aiuta a comprendere le proprie paure e veicola le capacità per affrontarle. Anche in questo caso, “di norma” è una funzione che ricopre il padre, ma può essere assolta anche dalla madre. È importante che i caregivers possano garantire al figlio entrambe le funzioni, affinché possa ricevere accudimento e sicurezza e nel contempo regole ed emancipazione.

Simboli delle funzioni genitoriali

Nei primi anni di vita, tra madre e figlio sussiste una sana simbiosi che permette al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento e la sua autostima. Il bambino, nel tempo, diventa capace di sviluppare un attaccamento multiplo con più figure di riferimento che costituiranno per lui un arricchimento. A questo proposito è fondamentale anche il ruolo del padre: sarà lui a sostenere la diade madre-bambino e la separazione del figlio dalla madre verso nuovi legami. Il padre, secondo lo psicoanalista Bernard Golse, si caratterizza come il terzo tra madre e figlio e supporta quest’ultimo ad aprirsi al mondo esterno.

Il Ruolo Genitoriale e il Codice Paterno: Verso l'Autonomia e l'Individuazione

Essere genitori non è un compito semplice, così come è difficile essere figli. Il genitore non è responsabile soltanto del figlio, ma anche della società in cui vive; infatti, il figlio che ha “messo al mondo” sarà un futuro cittadino e ha quindi la responsabilità di educarlo al meglio, per il bene di tutta la società. Rispondere dei figli rispetto al mondo significa, per il genitore, avere la responsabilità e la consapevolezza del fatto che i figli non sono di proprietà dei genitori, ma sono “del mondo”.

Spesso, anche in chiave transgenerazionale, può capitare che, nei figli, si proiettino delle aspettative ereditate dalle famiglie d’origine dei caregivers. Sono i cosiddetti mandati familiari, ovvero un insieme di ruoli, compiti, aspettative che ogni componente della famiglia dovrebbe ricoprire e soddisfare. Come scrive la psicoanalista e saggista Laura Pigozzi nel suo libro “Troppa famiglia fa male”: “E’ impossibile soddisfare un genitore, per struttura, non per incapacità, perché un figlio è sempre altro da ciò che era nelle fantasie di una madre o di un padre. Ogni genitore sarà sempre quindi un genitore “insoddisatto”: tanto vale, per ogni figlio, prendere atto di questo limite universale e rivolgere le proprie energie altrove, in modo più costruttivo, inseguendo il desiderio che sostiene la propria vita”.

Il codice paterno, dal punto di vista simbolico, aiuta il bambino nel processo di separazione dal grembo materno per uscire dalla fusione ed arrivare all’individuazione, all’affrancamento di sé. Il codice paterno ha il compito di favorire l’autonomia dei figli, il senso del limite, la socializzazione. Trasmette un senso di protezione, di sicurezza ma anche di entusiasmo, forza, ambizione, determinazione. Il codice paterno sposta lo sguardo dal passato al futuro, spinge il figlio ad andare altrove, ad uscire dal sistema familiare per conoscersi per davvero. Il codice paterno è messo in atto sia dal padre sia dalla madre, poiché, come sosteneva Jung, ogni individuo possiede sia qualità maschili sia femminili. L'Anima rappresenta l'aspetto femminile presente nell'inconscio dell'uomo, mentre l'Animus rappresenta l'aspetto maschile nell'inconscio della donna.

Il codice educativo materno, presente anche nel padre, è quello preposto alla cura e attiene alla protezione del bambino, alla soddisfazione dei suoi bisogni e alla sua gratificazione. Nel primo anno di vita la prevalenza di questo codice è fondamentale poiché il neonato necessita di instaurare un rapporto simbiotico con la madre, improntato alla cura e all’accudimento, fondamentale per la sopravvivenza e l’acquisizione dello stile di attaccamento e dell’autostima.

Il Distacco Necessario e la Definizione del Sé

Antonio Quaglietta, psicologo e formatore, sostiene che la giusta distanza dalla famiglia d’origine consiste nel sapere cosa scegliere di tenere e cosa, invece, lasciar andare o trasformare rispetto a ciò che la famiglia insegna. Comprendere e conoscere le proprie origini significa poter decidere ciò che è utile portare dietro e cosa è bene tralasciare: è questo il compito evolutivo che appartiene ad ognuno di noi.

Concetti essenziali affinché si abbia uno svincolo sano dalla propria famiglia d’origine e ci possa essere una realizzazione completa e profonda del giovane adulto sono i seguenti:

  • La differenziazione: ha a che fare con la capacità di sapersi distinguere dalla massa familiare per poter trovare la propria strada e la propria realizzazione. Differenziarsi è un processo psichico necessario che fa parte del più grande processo di individuazione di una persona, ovvero quel processo - senza fine - per il quale si diventa ciò che si è. Una persona differenziata riesce a porre i giusti confini tra sé e gli altri in modo da non sentirsi invasa e in modo da non aver bisogno di attuare meccanismi di difesa quali evitamento, negazione o isolamento affinché la sua personalità sia rispettata.
  • L’identificazione: ha a che fare con il concetto di conoscenza di sé e capacità di accettazione di quel che si è. È la costruzione della propria identità di persona, del proprio carattere. È quel processo psicologico mediante il quale un individuo costituisce la propria personalità assimilando uno o più tratti di un altro individuo e modellandosi su di essi. Grazie a questo processo possiamo divenire più intimi con noi stessi, in una profonda conoscenza di sé.
  • L’individuazione: è sinonimo di quel processo psichico unico e irripetibile di ogni individuo che consiste nell'approssimarsi dell'io al sé, cioè in una progressiva integrazione e unificazione delle ombre e dei complessi che formano la personalità dentro di sé. L’individuazione è un processo di integrazione delle componenti della personalità, il cui completamento può rappresentare la comprensione di Sé stessi. Scopo ultimo di tale processo è quindi la piena affermazione del Sé, che avviene mediante un vero e proprio viaggio di scoperta per capire chi siamo davvero.
  • La definizione di sé: ha a che fare col concetto di profonda conoscenza di sé ed è collegato al concetto di accettazione, di autostima, di amor proprio: “Io mi definisco e in quanto tale non temo di confondermi con gli altri, non temo di perdere me stesso nella relazione con l’altro, non temo di essere invaso”. Per imparare a definirsi ed amarsi, è necessario comprendere quanto incidano il proprio vissuto, le proprie credenze, convinzioni, abitudini, giudizi, preconcetti per poi accogliere sé stessi per ciò che si è. Amarsi è un concetto che si può apprendere. L’amore verso sé stessi non è una forma di egoismo, bensì la possibilità di vivere pienamente la propria dimensione, senza dipendere dall’approvazione altrui.

Il Genitore Ideale: l'Affidatario e la "Madre Sufficientemente Buona"

Mariolina Ceriotti Migliarese, medico, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, nel suo libro “La famiglia imperfetta”, parla dell’importanza di accettare l’alterità del figlio e scrive: “Il figlio ci viene affidato immeritatamente dalla vita perché lo accompagniamo per un pezzo di strada a diventare grande, la posizione più corretta dell’essere genitore è quella del genitore affidatario che si prende cura di una persona che ha sofferto, che ha problemi e a cui dà tutto ciò che ha. Significa dire che ci si guarda indietro, si riconosce di aver sbagliato e da lì si riparte facendo il meglio che si può”. Questa prospettiva si applica sia alle madri che ai padri, enfatizzando un ruolo di cura e guida basato sull'accettazione e sul sostegno incondizionato.

Lo psicoanalista Donald Winnicott parla del concetto di “Madre sufficientemente buona” riferendosi ad una madre e donna spontanea, autentica e vera che, con ansie e preoccupazioni, stanchezza, scoramenti e sensi di colpa, emerge come figura in grado di trasmettere sicurezza e amore. Accogliere, quindi, quelle che sono le proprie peculiarità, i propri errori, riconoscerne l’esistenza non per punirsi ma per poter crescere, migliorarsi. Questo concetto, pur riferendosi alla madre, è estendibile anche al padre e alla sua capacità di essere "sufficientemente buono", riconoscendo le proprie imperfezioni e continuando a crescere nel ruolo genitoriale.

Genitori imperfetti ma sufficientemente buoni

Percorsi di Supporto e Preparazione alla Genitorialità

Per fortuna ne siamo sempre più consapevoli: i padri hanno un ruolo essenziale nel far sentire le loro compagne sostenute e comprese dopo il parto, accompagnandole nel delicato passaggio verso la nuova vita con il loro bambino. Per molte madri, questa transizione può essere difficile, soprattutto perché spesso i padri non sanno bene come o quando offrire il proprio supporto in modo efficace.

Il miglior aiuto è senz’altro la partecipazione ai corsi di preparazione al parto. Questi corsi sono in genere organizzati presso gli ospedali regionali, provinciali e, a volte, zonali, e sono gratuiti. È bene iscriversi per tempo, fin dal terzo mese. Ginecologi, ostetriche, psicologi, anestesisti, pediatri si alternano nell’illustrare tutto quanto una coppia può desiderare di sapere sulle ultime fasi della gravidanza, sul parto e sul puerperio.

A tal proposito esiste un insieme di servizi pubblici e di professionisti privati che posso aiutare madri e padri (anche futuri) a migliorare e crescere in questo importante e delicato ruolo: i consultori familiari, i corsi preparto, i corsi al supporto alla genitorialità tenuti da psicologi e pedagogisti, percorsi di parent-training e psicoeducazione per apprendere strumenti nuovi ed efficaci per la gestione dei propri figli e la comprensione dei bisogni dei bambini. Questi supporti sono fondamentali per affrontare la genitorialità con maggiore consapevolezza e serenità, permettendo ai padri di "portare la loro pistola" con la giusta preparazione e determinazione.

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