L'aborto interno, definito anche "aborto ritenuto" o "silente", rappresenta una delle esperienze più complesse e dolorose che una donna possa trovarsi ad affrontare nel percorso della maternità. Si verifica quando l’embrione o il feto cessa di svilupparsi, ma il corpo non espelle spontaneamente il materiale gestazionale, non manifestando sintomi immediati come sanguinamenti o dolori. Spesso, la diagnosi avviene casualmente durante un’ecografia di controllo, lasciando la coppia in uno stato di incredulità e smarrimento.

Comprendere l'aborto interno: cause e diagnosi
L'insidia dell'aborto interno si spiega meglio con il suo altro nome: aborto spontaneo senza sintomi. A differenza dell'aborto comune, di solito procede senza sintomi che lo “segnalino”: la donna può avere un po’ di spotting, avere perdite o lievi dolori all’addome inferiore, quindi spesso passa inosservato. Molto spesso, questo accade durante il primo trimestre, motivo per cui è consigliabile attendere fino allo screening del primo trimestre prima di annunciare la gravidanza.
Perché il feto smetta improvvisamente di svilupparsi non è del tutto chiaro ai medici, ma le ricerche mediche finora concordano principalmente che la causa più comune sia data da anomalie cromosomiche (l’embrione ha un numero sbagliato di cromosomi). Altre cause (eccezionali) includono gravi infezioni virali o batteriche, cattiva coagulazione del sangue, disturbi del sistema immunitario, disturbi ormonali o problemi alla tiroide.
Gestione dell'aborto: attesa, farmaci o chirurgia
Di fronte a una diagnosi di aborto interno, le opzioni cliniche si dividono generalmente in tre percorsi: l'attesa vigile (gestione naturale), il trattamento farmacologico e l'intervento chirurgico (revisione uterina o raschiamento).
L'attesa vigile
Molti medici suggeriscono di attendere che il corpo reagisca naturalmente, specialmente nelle primissime settimane di gestazione. In questo periodo, è fondamentale monitorare la situazione tramite dosaggi delle beta-hCG, che dovrebbero tendere a decrescere. È importante sottolineare che il tempo di attesa può variare significativamente da donna a donna. Alcune esperienze riportano che, anche dopo settimane dalla presunta interruzione, il corpo può richiedere tempo prima di avviare il processo espulsivo spontaneo.
Il trattamento farmacologico
Quando l'attesa non porta a esiti o si desidera accelerare il processo, si ricorre ai farmaci. Il trattamento standard prevede l'uso di prostaglandine, come il misoprostolo. Recentemente, studi clinici hanno dimostrato una maggiore efficacia nell'associazione tra mifepristone e misoprostolo.
Il mifepristone, un farmaco antiprogestinico assunto per via orale, determina una modifica della recettività della decidua, la superficie interna uterina in cui si impianta la gravidanza. Dopo 1-2 giorni dall’assunzione del mifepristone si procede con l’assunzione di prostaglandine. Il misoprostolo, dal canto suo, favorisce le contrazioni uterine necessarie per l'espulsione.
Aborto farmacologico o chirurgico? Come orientarsi nella scelta: cambiano tempistiche e modalità
L'intervento chirurgico
Il raschiamento (o isterosuzione) è una procedura di routine, della durata di pochi minuti, solitamente eseguita in anestesia totale. I vantaggi del trattamento chirurgico sono la rapidità di risoluzione dell’aborto interno e la possibilità di effettuare esami diagnostici sul materiale prelevato per identificare le possibili cause dell’aborto. Gli svantaggi riguardano i maggiori rischi di complicanze legati alla procedura, sebbene siano statisticamente poco frequenti (circa il 2% dei casi).
Cosa aspettarsi dopo l'assunzione di farmaci
Dopo l'uso del misoprostolo, il sanguinamento inizia solitamente entro quattro ore. È necessario essere preparati: il flusso potrà essere più abbondante del normale flusso mestruale e potrà essere più doloroso, associato a crampi uterini intensi. È normale che il corpo impieghi del tempo per svuotare completamente l’utero. Il sanguinamento più pesante si verifica in genere 2-5 ore dopo l’uso del farmaco e di solito rallenta entro 24 ore.
È fondamentale contattare il medico se si riempiono più di due maxi pad all'ora per due ore consecutive o se si riscontrano coaguli di dimensioni superiori a un'arancia. Dopo la procedura farmacologica, è generalmente suggerito un ricontrollo clinico ed ecografico a distanza di circa 30 giorni, con l’esecuzione preventiva di un test di gravidanza o dosaggio delle beta-hCG per verificare il buon esito dell'espulsione.
Il recupero fisico e il benessere psicologico
Dopo un aborto spontaneo, è possibile che si verifichino sanguinamenti vaginali per circa una settimana. Durante questo periodo, è consigliabile evitare l'uso di assorbenti interni, bagni in vasca o piscine per ridurre il rischio di infezioni. La maggior parte delle donne ovula entro due o quattro settimane dall'aborto e riprende il ciclo mestruale normale dopo quattro o sei settimane.
Tuttavia, il carico emotivo è spesso la parte più difficile. La psiche di una donna dopo un’esperienza così sfortunata è davvero molto fragile. Spesso la coppia non ha neppure fatto in tempo a entrare in relazione con il bambino gestato, che è già tutto finito. Il vuoto prende il posto della vita che cresceva. È fondamentale legittimare il proprio dolore: non esiste una reazione "giusta" o "sbagliata".

Sostegno e prospettive future
Il supporto al lutto dovrebbe essere parte della prassi clinica. Gli operatori sanitari, medici e ostetriche, dovrebbero unire aspetti relazionali a quelli più tipici della loro professione. È utile, laddove possibile, parlare dell'accaduto con partner, amici o gruppi di supporto. Condividere l'esperienza aiuta a sentirsi meno soli e a dare un senso a quanto vissuto.
Per quanto riguarda il futuro, avere un aborto spontaneo non significa necessariamente averne un altro, né indica un problema cronico di fertilità. La maggior parte delle donne che subisce un aborto spontaneo ha in seguito una gravidanza sana. La decisione di riprovare è puramente personale: alcune coppie si sentono pronte dopo il primo ciclo mestruale, altre necessitano di più tempo per elaborare la perdita. È consigliabile, in ogni caso, consultare il proprio specialista per pianificare i passi successivi e assicurarsi che il corpo sia pronto per una nuova gestazione.