L’Evoluzione della Comunicazione: Dai Rimedi Vicks ai Miti Personali

La storia della comunicazione, sia essa commerciale o narrativa, si intreccia profondamente con la percezione della nostra identità e delle nostre fragilità. Attraverso l’analisi di icone pubblicitarie che hanno segnato decenni e il racconto intimo di una crescita segnata da diversità biologiche, emerge un filo conduttore: la ricerca di sollievo, di accettazione e di un ordine interiore.

Il Mito Vicks: Un’Icona del Sollievo Quotidiano

Il marchio Vicks è entrato nell’immaginario collettivo non solo come rimedio farmaceutico, ma come simbolo di cura familiare e resilienza quotidiana. Molti di noi, da piccoli, si sono imbattuti in un raffreddore o in una tosse tali da farci ritirare sotto le coperte. E per alleviarli, non c’era rimedio migliore del Vicks Vaporub e dei suoi vapori balsamici. Spot80 vi propone uno dei primi spot di questo storico farmaco. Il bimbo sta male, ha la tosse e viene curato dalla mamma con l’unguento “magico”. Quante volte, soprattutto a voi adulti di oggi, è stato spalmato sul petto il Vicks VapoRub quando eravate pulcini infreddociti?

pubblicità Vicks VapoRub anni '80

Parallelamente, il Vicks Sinex ha dominato le televisioni italiane negli anni '80 e '90. Anche il Vicks Sinex fa parte di diritto dei prodotti più noti degli anni ’80 e ’90. Lo spruzzavi e, a detta della pubblicità, liberava il naso per 6-8 ore. Evitare l’uso prolungato. Le narrazioni pubblicitarie dell'epoca erano costruite su situazioni di vita vissuta: uno studente con il raffreddore viene curato dalla madre con lo spray nasale Vicks Sinex e si prepara ad andare a scuola dove dovrà affrontare la sua interrogazione; oppure, in un tipico spot Vicks degli anni ’90, un uomo è costretto a casa da una brutta tosse grassa mentre la moglie e i figli sono in vacanza in montagna. Telefona alla moglie e, sentendolo tossire, lei gli consiglia di prendere lo sciroppo Vicks Pectoral, che calma la tosse e libera i bronchi dal catarro.

L’Efficacia come Risposta alle Emergenze

La comunicazione del marchio si è evoluta verso la risoluzione rapida dei problemi, trasformando il farmaco in un alleato del quotidiano. Vicks Sinex Sogg. Una ragazza si prende un raffreddore proprio il giorno della sua festa di compleanno… come sempre, la soluzione per liberare il naso è Vicks Sinex Spray Nasale. Spot anni ’90 del nuovo (per l’epoca) Vicks Sinex Nebulizzatore, più delicato da applicare rispetto al vecchio flacone, ma ugualmente efficace contro il raffreddore.

Spot 80-90: Vicks Medinait (1986, 1987) | Tecatà, l'archivio vintage della pubblicità

Queste storie riflettono una quotidianità in cui l'imprevisto - un raffreddore o una tosse - non deve fermare i momenti clou della vita. Vicks Sinex Sogg. Due camionisti escono dal ristorante in preda al raffreddore. Uno dei due consiglia all’altro di prendere Vicks Sinex e riposare per un po’. E in effetti, il nostro si sente rapidamente meglio. Una ragazza sta per sposarsi, ma la sfortuna vuole che proprio il giorno del matrimonio si prenda un bel raffreddore. Per fortuna però c’è Vicks Sinex, e così la neo-sposa monta in viaggio di nozze su un fiammante pandino con il naso ancora libero. Un classico della pubblicità tv anni 80. Anche A decenni di distanza dalla sua creazione, il Vicks Medinait è ancora oggi uno dei rimedi più efficaci per alleviare i sintomi del raffreddore e dell’influenza durante la notte.

Identità e Diversità: L’Eritrismo

La percezione di sé, spesso forgiata dal giudizio altrui, segue percorsi paralleli alla storia dei prodotti che usiamo per "curare" le nostre piccole imperfezioni. Sin dalla mia nascita è stato evidente: ho una variante del cromosoma n. 16, regione MC1R. Sono affetto, in maniera congenita, da eritrismo, detto anche rutilismo. Molto più semplicemente, ho i capelli, e i peli, rossi e una marea di lentiggini. Niente di che, molti hanno o hanno avuto problemi ben più gravi, ma resta il fatto che la pigmentazione del mio pelo è la più rara al mondo. Solo l’1% della popolazione mondiale. In Italia lo 0,58%. Solo in Scozia e in Irlanda siamo in tanti: il 13%.

mappa diffusione rutilismo nel mondo

Il peso del pregiudizio storico è enorme. Nel Medioevo i capelli rossi erano elementi di prova processuale di stregoneria per le donne, di vampirismo o di licantropia per gli uomini. Per Lombroso erano associati a chi commetteva crimini a sfondo sessuale, data la nostra proverbiale attitudine al sesso indemoniato. Per i nazisti il dubbio era se consentirci o meno di procreare, dato che eravamo ritenuti un rischio per la purezza ariana e per la sua dirittura morale. E ora, senza tanto clamore, molte banche del seme stanno dismettendo i donatori di pelo rosso, perché la domanda è scarsa. E anche questo accelera la nostra corsa verso l’estinzione.

Che avere i capelli rossi possa rappresentare un problema per chi li ha non è cosa nota a chi non li ha. La maggior parte non ci pensa nemmeno, anzi, ad un rosso qualche battuta l’ha anche fatta, così, tanto per fare… Eppure se andate su siti come www.noirossi.it o progetti artistici come The beautiful gene di Marina Rosso, troverete le testimonianze di come sia un problema diffuso tra noi rossi sin dalla più tenera età. Nel nostro piccolo proviamo su di noi il pregiudizio. Da piccolo questa “diversità”, evidenziata da fitti capelli rosso-tiziano e da una marea di lentiggini su tutto il corpo, mi comportavano la solita sfilza di frasi fatte: “el pië bu dei ross ga copàt sò pàder en del fòs”, “rosso di sera bel tempo si spera”, Pel di Carota, Rosso Malpelo, Gianburrasca… Quest’ultimo per colpa di Rita Pavone che negli anni ’60 associò i suoi capelli rossi al monello letterario, a cui da allora in poi venni equiparato per la mia naturale indifferenza alla disciplina.

La Scoperta del Sé attraverso la Lotta

Il passaggio dall'infanzia all'adolescenza segna spesso il culmine della derisione. “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone”, scriveva Giovanni Verga. Da adolescente divenni Rosso Malpelo. La lettura di Verga in classe aiutava il fiorire di battute dimostrando che nessuno lo aveva letto fino alla fine o lo aveva capito. E per i bulli della scuola ero più semplicemente il “Rosso di merda”. Non mi sentivo unico, ma semplicemente diverso e talvolta solo.

illustrazione ragazzo rosso malpelo

Arrivai al punto di identificarmi con “Il ragazzo dai capelli verdi” del film di Joseph Losey (1948). La scena che preferisco è quella in cui la maestra Barbara Hale chiede, all’ingresso del protagonista in aula il primo giorno di scuola, tra gli sguardi imbarazzati dei compagni che fino a poco prima lo avevano irriso al grido “Ha i capelli verdi! ha i capelli verdi!”: “Quanti di voi hanno i capelli castani?” Undici, se ne contano. “Quanti di voi hanno i capelli bruni? Quattro. “Quanti i capelli biondi? Nove. “Quanti verdi?” UNO. “Quanti rossi?” UNO. Siamo solo noi due, dunque: il “verde” e il “rosso”, e nella breve scena naturalmente mi figuro subito come il più simpatico dei monelli. E guardo con complicità e solidarietà il ragazzo dai capelli verdi.

Dovevo essere orgoglioso dei miei capelli, rivendicare la mia unicità. Per prima cosa andai alla ricerca delle origini dei miei capelli. Le informazioni ottenute dai miei genitori su lontani cugini o avi con i capelli rossi, mai visti e di cui non c’erano immagini, non mi convincevano più. E neanche lo studio morboso delle leggi di Mendel mi aiutò molto. Sul libro di Scienze delle medie di esempi con i piselli ce n’erano un sacco, ma con i peli neanche uno. Poi iniziai a reagire ai “Rosso di merda”, dandole e prendendole (solitamente solo a parole), a volte prendendole anche fisicamente (ero mingherlino), ma sempre pronto a “infiammarmi”. In questo cammino ci sono state battaglie vinte, ma anche perse. Quelle più cocenti sul lato sentimentale. La prima ragazza a cui mi dichiarai, verso i quindici anni, mi disse che non le piacevano i rossi…. La seconda, in maniera molto più esplicita e con un moto così istintivo di ribrezzo da non lasciare dubbi sulla sua sincerità, mi disse invece: “Con un rosso! Che schifo! MAI!”. E direi che questo giustifica ampiamente perché per alcuni anni mi interessai più alle montagne che alle ragazze…

L’Alpinismo come Disciplina e Rivelazione

La montagna ha rappresentato per me una scuola di vita radicale, un modo per imporre un ordine al mio essere "disordinato" che nessun professore avrebbe potuto trasmettermi.

“Sono le tre! Forza! In piedi che dobbiamo andare!” “Accidenti che freddo, non si deduce che è giugno.” Alla luce della lampada frontale controlliamo meticolosamente l’attrezzatura: piccozza, moschettoni, cordini, martello, chiodi, corda, ramponi, ghette, giacca a vento, guanti, berretta, maglione… Verifichiamo ancora una volta mentalmente l’itinerario e i tempi di avvicinamento. Dobbiamo arrivare alla crepaccia terminale ben prima dell’alba, altrimenti riuscire a passare diventa più complicato. E in cima dobbiamo arrivare al massimo in un due o tre ore, altrimenti il canalino, con l’escursione termica, potrebbe scaricare.

Crick… crock… crick… crock… Mi piace il rumore dei ramponi che appena appena scalfiscono la superficie ghiacciata della neve. E poi la luna, quasi piena, ormai avviata al tramonto. Illumina il cammino, riempiendolo delle migliaia di minuscoli scintillii dei cristalli di neve ghiacciata. Non serve nemmeno tenere accesa la torcia frontale. E il silenzio…. Nessuno ha voglia di parlare a quell’ora del mattino. Non avevo ancora 17 anni, terza liceo scientifico. Sin da bambino mi avevano definito un “birichino”.

alpinista che scala una parete ghiacciata

Non ero uno che disobbediva, ma ad ogni ordine un “perché?”. L’obbedienza cieca non mi apparteneva. Naturalmente per gli insegnanti era mancanza di disciplina, nel comportamento, nello studio, nella gestione dei miei spazi, scavezzacollo. Ed era proprio vero, non sopportavo la disciplina. Perché non la capivo. E non capivo l’insegnante di educazione fisica che voleva fare di noi un disciplinato plotone di alunni che marciavano coordinati e atletici. Noi “di sinistra” lo consideravamo un “fascio”. Una cosa ci era evidente: non sopportava quelli di sinistra, soprattutto di quella extra-parlamentare (ero l’unico), i giocatori di calcio e chi portava la barba.

E quell’anno mi feci crescere la barba. Avevo anche il difetto che odiavo il “Passooo! (boom) Passooo! (boom)”, che organizzava in alcune lezioni. Ero sempre fuori tempo, rovinando immancabilmente la coreografia. Iniziò così una guerra silenziosa tra noi. “Tagliati la barba!”. “No!”. Andò avanti così per diversi mesi. A lui non l’avevo detto che non mi piaceva giocare a calcio. Andavo in montagna, io. Quell’anno avevo anche iniziato a frequentare il corso della Scuola di Alpinismo del CAI.

La Montagna, Specchio dell’Anima

Gli incontri fatti in quota hanno arricchito la mia visione del mondo, insegnandomi il rispetto per la natura e per la vita umana, anche nelle sue manifestazioni più tragiche. Avrei ridotto la mia pena se gliel’avessi detto, scontandone la quota derivante dal fatto che mi credeva giocatore di calcio. Invece non ne ho mai fatto parola. E andarci voleva dire incontrare cacciatori, guardie forestali, bracconieri, bere il latte appena munto dai malghesi o aiutarli a fare il burro con la zangola, scambiare due parole con i contrabbandieri o con qualche escursionista o, ancora più raro a quei tempi, alpinista.

Dormire nei bivacchi e nei rifugi insieme a estranei, accomunati dalla stessa passione. Molti di questi incontri, spesso senza volerlo, mi hanno insegnato qualcosa: sulla natura e la sua bellezza, sulla potenza della montagna, su dove e come andare, sulle disgrazie avvenute tra quei monti, affascinanti ma di cui diffidare, sulla gioia della conquista e il coraggio della rinuncia.

Un giorno, a primavera inoltrata, mi presentai in palestra, con la mia barba e una bella sgrobbiatura su un braccio e una gamba. “Cosa ti sei fatto?”. “Sono caduto”. “Dove? per farti una graffiatura così”. “In montagna, su una lastra di ghiaccio”. “Ah…” Avevo già la mano sul bastone che stavo, come di consueto, per prendere, quando l’ho sentito dire quello che non mi aspettavo: “Vai con gli altri…”.

Da allora la guerra tra noi è finita. Ho sempre pensato che fosse un bastardo, e forse lo era davvero, ma alla fine mi aveva dato il suo rispetto. Gli avevo tenuto testa, e forse lui lo aveva recognised come un merito. Non la disciplina fine a sé stessa, ma quella che serve nei momenti importanti della vita. Io, il disordinato numero uno, quando preparo lo zaino ho una precisione maniacale. Perché è vero che, passo dopo passo, vado dove voglio, ma è la montagna che dice fino a dove posso permettermi di arrivare, entro quando devo arrivare, qual è il limite che non posso superare. E il mio corpo e la mia mente, passo dopo passo, si mettono d’accordo con lei e mi pongono limiti, ordine e disciplina.

Oltre i Sentieri Tracciati: La Tragedia e l’Umanità

Esistono momenti in cui l’ordine apparente della montagna si scontra con una realtà brutale che richiede empatia e coraggio. Era solo un mucchietto di stracci, ossa, vermi e carne putrescente. Avviluppato, in una pozza di acqua stagnante, tra rami e foglie trasportate dal torrente. Ce lo aveva chiesto la Terry. Lei e Berto erano sicuri che lo avremmo trovato. E poi, i cacciatori lo dicevano anche loro che c’era qualcosa che non andava. Quell’odore di putrefazione faceva impazzire i cani, che non erano più buoni di seguire le tracce dei cinghiali.

Anche se Terry glielo aveva chiesto, figurati se erano disposti a perdere mezz’ora per andare a vedere cosa c’era. Terry e Berto lo avevano visto una decina di giorni prima. Era passato fuori dal Rifugio, vestito leggero, con dei sandali ai piedi. Lo avevano salutato. “Dove va? È tardi e fa freddo. Avevano aspettato che tornasse indietro, fino a quando non aveva iniziato a fare scuro. Lo avevano chiamato. “Sarà sceso per l’altro sentiero, senza passare davanti al Rifugio”. I parenti cercano un uomo, se ne è andato dallo Psichiatrico, come già altre volte, ma questa volta è differente. Di solito dopo due o tre giorni lo ritrovano. Questa volta no. Per questo chiedono notizie. “Ma sì, è lui. Lo riconosco. dal latino: revolutionem, da revolutus, participio di revolvere composto da re- ancora e volvere volgere.

Il concetto di "rivoluzione", in questo contesto, assume una piega esistenziale. Ogni passo in salita, ogni respiro, ogni scelta di non conformarsi al pregiudizio altrui rappresenta un piccolo atto di cambiamento. Come nel Joik sciamanico - che veniva cantato dalle donne sulla soglia di casa, posizionata su un piccolo cucuzzolo della tundra, tenendo uniti i popoli attraverso la ritualità - anche la nostra storia personale, con le sue cicatrici e le sue fierezze, ci unisce a chiunque abbia cercato, tra le difficoltà, di trovare un proprio equilibrio. Ogni estate, il primo sorso di birra. Non dell’estate. Di ogni birra, naturalmente. Se qualcuno mi chiede “posso berne un sorso?” prima ancora che io l’abbia assaporato lo fulmino: “Il primo sorso di birra è il mio, poi fai quello che vuoi”. Questo gesto, apparentemente banale, è il mio rito, una piccola rivendicazione di spazio in un mondo che ha tentato di etichettarmi in mille modi diversi. "Speróm che va sücédes niènt!". Un po’ lo trovavamo fastidioso. E allora, forse, è il momento che diventi un po’ anche il nostro.

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