La culla, oggetto dall'apparenza semplice ma dalla storia complessa e profondamente radicata nelle culture umane, è molto più di un mero giaciglio per l'infante. Il termine "culla" deriva dal latino cuna, un termine ancora usato in varî dialetti italiani, attraverso il diminutivo cunŭla. È l'apparecchio che, nella sua funzione più generale, serve da letto al bambino lattante. Tuttavia, era soprattutto, in origine, ed è ancora presso i primitivi, un mezzo di trasporto. Si può definire perciò come il giaciglio trasportabile del bambino, assumendo nel corso dei secoli e delle civiltà forme, materiali e significati culturali estremamente diversi, fino a diventare una potente metafora per i luoghi di origine e le radici profonde dell'esistenza.
L'Etimologia e la Funzione Primaria della Culla
L'etimologia della parola "culla" ci riconduce al latino cuna, un vocabolo che ha attraversato i secoli, mantenendo la sua risonanza in diverse espressioni e dialetti. Il diminutivo cunŭla testimonia un'antica familiarità con questo oggetto essenziale. In altre lingue europee, il concetto si esprime con termini quali il francese berceau, lo spagnolo cuna, il tedesco Wiege e l'inglese cradle, tutti evocanti l'immagine di un ricovero protettivo per il neonato. La sua funzione primaria è indiscutibilmente quella di fornire un letto al bambino lattante, un luogo sicuro per il riposo. Tuttavia, la storia e l'etnologia rivelano che il suo ruolo originario era molto più ampio: un mezzo di trasporto. Questa duplice natura, di giaciglio e di strumento per il movimento, è fondamentale per comprendere la sua evoluzione e la sua diffusione globale. Il movimento, in particolare il dondolio, si è dimostrato un elemento costante, tanto che quasi tutte le forme inventate e rappresentate nel corso della storia sono adatte a questo scopo.

La Culla nelle Civiltà Antiche: Greci e Romani
L'uso della culla affonda le sue radici nelle civiltà più antiche, sebbene con differenze significative. Si sa che i Greci adoperarono delle culle (λίκνον o σκάϕη) in forma di barca per dondolare i bambini, per quanto ne facessero assai scarso uso. Questa forma a navicella si ritrova, infatti, nell'antica Grecia, già nel IV sec. a.C., dove era denominata λίκνον (Lìknon, cesto, culla) o σκαϕη (scafe, barca) e viene citata da Omero nell’Iliade. Il lìknon, culla a navicella, viene rappresentato nei vasi attici, come culla primitiva di Dioniso bambino e lo stesso dio Hermes viene rappresentato nella navicula greca, su un vaso del 540 a. C., come attestato da foto ricevute dal Museo Archeologico Nazionale di Atene. Hermes, figlio di Zeus, dio dei Pastori, adorato dai Romani con l’appellativo di Mercurio, è stato rinvenuto in una statuetta in bronzo, nel sito archeologico di Giove Toro, a Canosa nel 1980.
Generale era invece l'uso della culla presso i Romani. Nell’antica Roma la culla era denominata cuna o cunabula (n. pl.) ad indicare in senso figurato anche il luogo nativo, la prima dimora, come cita Cicerone. Plauto nelle Commedie ricorda spesso cunae e cunabula, e, oltre a questi termini, menziona anche incunabula, specie di lacci che tenevano fermo il bambino nella culla in modo tale che non cadesse. Nell’antica Roma vicino alla cuna vegliava la dea Cunina che scacciava gli spiriti maligni e garantiva ai piccoli sogni piacevoli e tranquilli. Questa divinità era invocata per proteggere i lattanti nella culla e propiziare sogni tranquilli. Un dettaglio interessante riguardava la profumazione della culla: sul fondo veniva sistemato uno strato di foglie di alloro e mirto sopra il quale si appoggiava il bambino oppure si spargevano petali di fiori, creando un ambiente accogliente e protetto. La persona (uomo o donna) impiegata per far dondolare la culla era chiamata cunarius o cunaria, evidenziando come la cura del neonato fosse un compito specializzato e riconosciuto socialmente.
Geografia Etnologica della Culla: Varietà di Forme e Assenze
L'etnologia ci offre uno sguardo sulla vasta e variegata distribuzione della culla nel mondo, rivelando come la sua adozione non sia stata universale. Molti primitivi e anche varie popolazioni semicivili e civili, come i Giapponesi, la ignorano. Essa manca del tutto al continente africano, all'Arabia, all'India e all'Asia di SE., quasi totalmente all'Oceania e all'America intertropicale. Questa assenza non è casuale: la sua necessità nei paesi caldi è minore. In queste regioni, il bambino riposa su un giaciglio a terra e viene trasportato direttamente sul corpo della madre, con la faccia rivolta a questa. Questo trasporto avviene sul dorso o sul fianco (come tra i Negri), trattenuto da un lembo ripiegato della veste materna (tra i Nordafricani, Arabi, Giapponesi, e con il "tipoy" dell'America Meridionale), oppure, dove questa manca, da una fascia o rete o sacco di materia vegetale o di pelle.
La culla australiana è la più semplice di tutte, ma possiede già i caratteri essenziali. Consiste di un unico pezzo di legno scavato a trogolo. L'area indonesiana possiede la forma a trogolo, che si porta orizzontale come in Australia, ma composta di più pezzi di legno, oppure a paniere, di giunchi intrecciati, sovente con apparecchi per la deformazione della testa del bimbo. Nel caso delle Celebes, questi dispositivi erano particolarmente elaborati.

Nell'Eurasia si trovano tutte le forme che dal trogolo primitivo hanno condotto alle nostre culle. Le popolazioni indigene della Siberia e i Lapponi usano ancora culle fatte di un sol pezzo di legno a forma di barchetta o, composte di più pezzi, a forma di piatto ellittico o di cassetta quadrangolare. La cinghia serve per il trasporto (in posizione orizzontale), ma si usa anche per la sospensione nella tenda o all'aperto e per cullare il bambino. Appaiono anche i dispositivi per la protezione del capo. Per i bimbi più grandi la culla ha in varî luoghi, come tra gli Ostiachi, una spalliera rialzata che consente la posizione a sedere e si porta sul dorso.
Da queste forme a funzioni molteplici e che possiamo dire non ancora differenziate, sono venuti i tre tipi comuni tra le popolazioni più civili dell'Eurasia: il tipo a sospensione, tuttora frequente tra i contadini scandinavi, ma anche in qualche zona dell'Europa meridionale; il tipo a cassetta o paniere, ancora facilmente trasportabile (in Portogallo, anche sulla testa), diffuso nell'Asia centrale, tra i Mongoli e i Turchi (compresi gli Jakuti), e in Europa, dove ancora nel Medioevo era la forma più comune; e la forma a dondolo.
Passando agl'indigeni dell'America, culle di tipo eurasico primitivo, a trogolo o a canoa, si trovano tra gl'Indiani del NO. (Salish, Chinook), dove si portano anche sul dorso, ma probabilmente per imitazione dalle altre forme più diffuse. Tipi simili si sono osservati nei Pueblos (Tao) e si vedono negli antichi codici pittografici messicani: è probabile che in America, come nel mondo antico, questo sia stato il tipo originario. Esso è però dovunque in uno stato residuale e non ha dato sviluppi diretti. La forma normale dell'oggetto usato per il riposo e per il trasporto del bambino è, invece, un apparecchio che pare un compromesso fra il sacco e la culla, essendo il bambino strettamente legato su di esso e portato sulla schiena in posizione verticale, il dorso rivolto al dorso della madre.

Questa culla, nelle sue forme più semplici, può essere un vero sacco rigido di pelle, come tra i Comanche, o una gerla di erbe intrecciate, o una cassetta di legno, o una gerla di giunchi, comune quest'ultima nella California e nel Messico. Più diffusa, specie tra le genti mobili, è una struttura piana, un graticcio o una lettiga, su cui il bambino è legato avvolto nelle sue fasce, o è applicato il sacco destinato a contenerlo. Queste culle verticali si trovavano un tempo nella regione andina fino alla Patagonia, ma ebbero tra gl'Indiani del nord lo sviluppo maggiore, nella varietà delle forme, nella ricchezza della decorazione (celebri, a questo riguardo, le culle dei Sioux), nei dispositivi per la protezione e per la deformazione del capo. La culla verticale, se non è usata per il trasporto, può essere appesa o appoggiata; in qualche caso può essere infissa nel terreno. Forme indipendenti di culle a sospensione (orizzontale) sono le piccole amache usate nel Brasile orientale e nelle Guiane, e in passato anche tra gl'Indiani del NE.
Le Teorie sull'Origine e la Diffusione della Culla
Nonostante la distribuzione ad aree staccate, la culla sembra aver avuto un unico centro di origine. Il Pflug la collega giustamente al ciclo culturale totemico e ritiene che dall'Australia l'invenzione si sia diffusa verso il nord, nell'Eurasia e, da questa, per lo Stretto di Bering, nell'America. Tuttavia, questa teoria presenta delle criticità. In Australia la cultura totemistica ha diffusione limitata e il fatto che tale regione conservi una forma primitiva dell'oggetto non basta a farla ritenere la patria di esso. Più probabilmente la culla è di origine asiatica e dall'Asia il ciclo culturale dei grandi cacciatori nomadi (civiltà del totem) la diffuse verso gli altri continenti.
Si è veduto che le culture tropicali degli agricoltori primitivi non l'hanno adottata che in via affatto eccezionale, il che suggerisce una correlazione tra l'adozione della culla e specifiche condizioni climatiche o culturali. Per contro, la cultura pastorale e le maggiori civiltà agricole occidentali hanno adottato e sviluppato l'oggetto sino alle forme che ci sono familiari. È indubbio, inoltre, che l'uso della culla è legato al costume della deformazione della testa, una pratica che, sebbene oggi possa sembrare estranea, era in passato diffusa in diverse culture e legata a specifici significati sociali o estetici.
L'Evoluzione Artistica e Design della Culla Attraverso i Secoli
L'inventario e le rappresentazioni storiche attestano le svariate forme della culla, quasi tutte adatte al movimento a dondolo, un gesto che richiama la tenerezza e la cura materna. Le più semplici sono evidentemente le culle popolane, che vanno dal cesto, pressoché simile a quello ancor oggi in uso, alla culla lignea come una sezione di tronco d'albero, riflettendo una praticità e una connessione con i materiali naturali disponibili. Una forma particolare è quella a guisa di amaca sospesa con cordicelle alle travi del soffitto, come rappresentata nel dipinto di Simone Martini in S. Agostino di Siena. Disadorne culle popolane smontabili nelle quattro sponde che si compongono ad incastro vediamo in dipinti e sculture del sec. XV, come nella Galleria Colonna a Roma con Niccolò Alunno, La Madonna che libera un fanciullo dal demonio, o nella Porta principale della Cattedrale di Pisa con La nascita della Vergine.

Le culle signorili descritte in antichi documenti erano spesso molto ornate e di materiali preziosi, a testimonianza dello status sociale e della ricchezza della famiglia. Le più antiche giunte fino a noi sono in legno con sobrî ornati intagliati o dipinti, tra cui ricorrono sempre più frequenti gli stemmi gentilizî. Ricordiamo la culla intagliata della collezione Bagatti-Valsecchi a Milano, risalente al XVI secolo in Lombardia; quella dipinta e dorata del 1500 della casa Cavazza a Saluzzo; e un'altra conservata al Museo artistico industriale di Milano.
Nel tempo e nei diversi luoghi la culla ebbe varianti distintive. In talune culle lorenesi si vede prevalere la forma a balaustri, quasi sempre con manici per dondolare, simili alle culle tedesche dello stesso periodo (sec. XV) inguainate in due robusti piedi curvi. Dal sec. XVI al XVII un gruppo di culle inglesi si presenta con baldacchini rotondi, quadrati, con insegne gentilizie scolpite, con motti e date incise, trasformandosi in veri e propri pezzi d'arredamento di prestigio. Lo sfarzoso addobbo delle culle secentesche completava coi pesanti drappeggi la linea del mobile, creando un'atmosfera di lusso e protezione. Ed ecco che, nel sec. XVIII, la culla emerge dalle stoffe soffocanti ed assume la graziosa forma di navicella oscillante fra due alti sostegni, un design più leggero ed elegante. Fra le culle del genere più vicine a noi è da ricordare la ricchissima culla con sculture e bassorilievi argentei disegnata dal Prud'hon e offerta da Parigi a Maria Luisa per la nascita del re di Roma. A Napoli è mostrata con orgoglio la ricca culla a dorature e delicati bassorilievi che la città offrì a Margherita e Umberto di Savoia per la nascita del principe ereditario.
Le culle medievali italiane si diversificavano da quelle francesi da come erano posizionate le traversine di legno che consentivano di dondolare. Le francesi dondolavano lungo il lato corto, mentre le italiane lungo il lato lungo, influenzando il tipo di movimento. Il movimento era collegato a quello dell’uccellino che “beccheggia” cioè che becca e poteva essere piccolo o grande a seconda dell’età del bimbo. Pure in epoche più recenti si ha notizia di domestiche preposte a quella mansione, che dovevano avere tra le qualità richieste anche una voce gradevole. Nel Medioevo, e poi ancora durante il Rinascimento nelle abitazioni degli aristocratici, c'era una figura pagata unicamente per dondolare la culla e veniva chiamata cullatrice. Nell’Ottocento i materassi delle culle erano dei sacchi di tela imbottiti di crine di cavallo, di paglia, di alghe marine e di foglie di felce che rilasciavano delicate fragranze, unendo il comfort a un sottile piacere olfattivo.
La Culla nella Tradizione Popolare e i Suoi Simbolismi
Nella tradizione popolare la culla si trasmetteva di generazione in generazione, un simbolo tangibile di continuità familiare e di legami affettivi. Era credenza diffusa che prima della nascita di un bambino non dovesse essere preparata né mossa, forse per timore di attirare energie negative. Per allontanare il malocchio, la culla doveva essere dipinta con colori propiziatori come il rosso ed addobbata con corni, fiocchi, pezzi di ferro o di legno scuro come l’ebano oppure con piccole immagini di santi, trasformandola in un baluardo di protezione spirituale per il neonato. Anche le coperte avevano colori scaramantici come il rosso o il verde, rinforzando il rito di salvaguardia.

Diverse regioni d'Italia presentavano varianti peculiari della culla. In Toscana si usavano le culle a rotelle costruite in vimini e il velo serviva per proteggere il neonato dagli insetti, combinando funzionalità e estetica. In Sicilia la culla era la “naca”, costituita da un mantello di pecora, un giaciglio caldo e naturale. A Roma la culla era costruita con legno di castagno, mentre in Sardegna era di sughero, materiali che riflettevano le risorse locali e le abilità artigianali. Queste tradizioni dimostrano come la culla non fosse solo un oggetto funzionale, ma un ricettacolo di credenze, speranze e identità culturali profonde.
CULTURA POPOLARE ITALIANA ANDREA ROGNONI 24 / 01/ 2022
La Culla come Metafora: Dalla 'Culla della Civiltà' alla 'Culla dell'Umanità'
Il concetto di "culla" trascende il suo significato letterale di giaciglio per bambini, assumendo un profondo valore metaforico per indicare i luoghi di origine, i punti di partenza di fenomeni significativi. L'etimologia del termine "civiltà" riporta al latino civilĭtas, collegato etimologicamente a civitas, ossia "città". Questo riporta al modo di vivere delle comunità cittadine, sottolineando la connessione intrinseca tra la nascita della civiltà e lo sviluppo urbano.
Per lungo tempo si è parlato di una "singola culla della civiltà", un'idea oggi considerata superata. È ormai appurato che la civiltà urbana e la scrittura si svilupparono in maniera indipendente in diverse regioni e in vari continenti. Non esiste una singola "culla", ma diverse aree in cui indipendentemente si è giunti ad una civiltà urbana. La Mesopotamia è solo l'esempio più antico, ma anche in altre aree si svilupparono, indipendentemente, civiltà urbane. Esistono dispute su quanto si siano influenzate a vicenda le prime civiltà nella Mezzaluna Fertile e l'Estremo Oriente. Mentre le civiltà delle Ande e del Mesoamerica sono accettate come civiltà che sono emerse senza alcun contatto con quelle in Eurasia. I primi segni di un processo di sedentarietà possono essere rintracciati nelle regioni attorno al Mar Mediterraneo già dal 12000 a.C., quando la cultura natufiana divenne sedentaria e cominciò ad evolvere verso una società agricola attorno al 10000 a.C.
Nella storia delle Americhe, le civiltà vennero stabilite molto tempo dopo la comparsa di popolazioni umane nel continente. La cultura più antica dell'America meridionale, come anche dell'Emisfero occidentale nella sua interezza, era la cultura del Chico Norte che era formato da diversi insediamenti interconnessi nella costa del Perù, includendo i centri urbani di Aspero e Caral. La presenza di Quipu, un mezzo di registrazione utilizzato nelle Ande, nella località Caral indica la sua potenziale influenza sulle società andine posteriori, ed attesta anche l'antichità di questo unico mezzo di registrazione. Si pensa che le piramidi di pietra sui siti siano contemporanee alle piramidi di Giza.
Parallelamente, il concetto di "culla dell'umanità" ha stimolato la ricerca scientifica per identificare il luogo esatto in cui ha avuto origine l'Homo sapiens, il vero "giardino dell'Eden". Alcuni scienziati sono sicuri di aver scoperto questo luogo. Il primo Homo sapiens sarebbe comparso 200.000 anni fa in una zona umida e lussureggiante dell’Africa che sarebbe stata poi la dimora degli esseri umani per i successivi 70 mila anni. Tra 110.000 e 130.000 anni fa, il clima ha iniziato a cambiare e da questa valle si sono aperti corridoi fertili. È chiaro da tempo che gli umani anatomicamente moderni sono apparsi in Africa circa 200.000 anni fa. La professoressa Hayes e i suoi colleghi hanno raccolto campioni di sangue da circa 1000 persone viventi in Namibia e Sudafrica esaminando il loro DNA mitocondriale (mtDNA). C’è da premettere che il mtDNA viene trasmesso quasi esclusivamente dalla madre al figlio attraverso la cellula uovo e la sua sequenza rimane invariata per generazioni (il mtDNA cambia molto gradualmente nel tempo). Il team ha incentrato la propria ricerca sulla discendenza L0 - la prima popolazione nota dell’essere umano moderno - e ha confrontato il codice DNA completo di diversi individui. Oggi occupata da saline e da deserto, la zona indicata, all’epoca, si prestava al contrario ad essere l’habitat adatto per la vita umana e la fauna selvatica moderna. Le prove geologiche suggeriscono infatti che la regione, quando apparve l’uomo, ospitava il più grande sistema lacustre di tutta l’Africa, noto come il Lago Makgadikgadi che era il doppio delle dimensioni del moderno Lago Vittoria. Le simulazioni al computer del clima indicano poi che “il lento traballare dell’asse terrestre” ha portato “spostamenti periodici delle precipitazioni” in tutta la regione. Si è osservata una significativa divergenza genetica nei primi lignaggi materni degli umani moderni che indicano che i nostri antenati migrarono fuori dalla patria tra 130.000 e 110.000 anni fa. I primi migranti si sono avventurati a nord-est, seguiti da una seconda ondata di migranti che hanno viaggiato a sud-ovest. C’è chi però, subito dopo la pubblicazione dello studio, ha smorzato un po’ l’entusiasmo e il fascino della nuova scoperta. La sua idea è che lo studio ha guardato e analizzato solo una piccola parte del genoma che non può dunque raccontare l’intera storia delle nostre origini.
La Sacra Culla di Betlemme: Significato Teologico e Tradizione del Presepe
Il termine latino cunabula lo ritroviamo scritto su una lamina di argento, CUNABULA D. N. JESU CHRISTI, sulla teca aurea della reliquia della santa culla, della “mangiatoia” (ad praesepem), dove fu posto il Bambino Gesù, custodita nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore in Roma, portata secondo la tradizione da Sant’Elena. Si tratta di un ovale a culla con cinque asticelle di acero. Le ricognizioni archeologiche hanno confermato la provenienza di legno di acero di duemila anni della Palestina. Papa Francesco nel 2019 ha donato un pezzo della reliquia al Custode di Terra Santa Padre Francesco Patton, portata nella cerimonia dell’Avvento 2020, alla Grotta della Natività di Betlemme, in processione riservata alla Chiesa Francescana di Santa Caterina del XII secolo.
La culla di Natale è uno dei simboli più emblematici della celebrazione cristiana della nascita di Gesù Cristo. Evoca la storia della Natività descritta nei Vangeli, ma ha anche un profondo significato spirituale e teologico. Attraverso i suoi vari elementi - la mangiatoia, le figure e l'ambientazione - la culla esprime verità essenziali della fede cristiana e invita i credenti a contemplare il mistero dell'Incarnazione. Il presepe trae ispirazione dai racconti biblici della nascita di Gesù, in particolare dal Vangelo secondo Luca: "Ella (Maria) diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nella foresteria." (Luca 2,7). Questo passo è centrale per la rappresentazione della culla: Gesù, nato in una stalla e deposto in una mangiatoia, manifesta l'umiltà e la semplicità del suo arrivo nel mondo.

La tradizione della culla come la conosciamo risale al XIII secolo, quando San Francesco d'Assisi, nel 1223, organizzò la prima culla vivente a Greccio, in Italia. Desideroso di rendere il mistero del Natale più accessibile ai fedeli, ricreò un presepe con persone e animali reali. Questa iniziativa segnò l'inizio di una tradizione che si diffuse in tutta la cristianità, in varie forme: presepi viventi, scolpiti o in miniatura.
Ogni elemento del presepe porta con sé un significato particolare che arricchisce la nostra comprensione del mistero della Natività. La mangiatoia, spesso al centro del presepe, è un simbolo potente. Rappresenta l'umiltà, poiché Gesù, il Figlio di Dio, nasce in una mangiatoia, un luogo destinato agli animali, dimostrando di essere venuto al mondo nella massima semplicità. È anche un simbolo di cibo spirituale: collocato in una mangiatoia, Gesù è presentato come cibo spirituale per l'umanità, un'immagine rafforzata dal suo ruolo nell'Eucaristia. La stalla, spesso raffigurata come un luogo modesto e rustico, simboleggia il rifiuto di Gesù fin dalla nascita, poiché "non c'era posto nella locanda" (Luca 2:7). Ci ricorda che il Salvatore è venuto per coloro che sono emarginati e poveri.
I personaggi principali hanno ruoli altamente simbolici. Maria, sempre vicina al bambino, incarna l'umiltà, la fede e l'obbedienza a Dio. È anche un modello di maternità e tenerezza. Giuseppe, figura di protezione e fedeltà, è spesso raffigurato in posizione contemplativa, mentre ammira il bambino o veglia sulla famiglia. Gesù, posto al centro della culla, è spesso raffigurato come un neonato luminoso, a sottolineare il suo ruolo di "luce del mondo". Gli angeli, messaggeri di Dio, simboleggiano l'annuncio celeste della nascita del Salvatore. Cantano: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra al popolo che egli ama" (Luca 2:14). I pastori, figure umili ed emarginate, sono i primi a ricevere questa buona notizia. La loro presenza ricorda che Gesù è venuto per tutti, e in particolare per i più piccoli e i più poveri. I Magi, che rappresentano le nazioni pagane, simboleggiano l'universalità del messaggio di Cristo. I loro doni, oro, incenso e mirra, evocano rispettivamente la sua regalità, la sua divinità e la sua missione di sofferenza. La stella di Betlemme, che guida i Magi, è un simbolo di luce e di speranza, che annuncia la venuta del Salvatore. Gli animali, spesso un bue e un asino, non sono menzionati nei Vangeli, ma la loro presenza nella mangiatoia deriva da antiche tradizioni cristiane, in particolare da un passo del libro di Isaia: "Il bue conosce il suo padrone, e l'asino la mangiatoia del suo padrone." (Isaia 1,3). Simboleggiano la semplicità e il riconoscimento istintivo della divinità di Cristo.
Il lettino svolge un ruolo educativo e spirituale, soprattutto nei secoli in cui poche persone sapevano leggere. Rende accessibile il racconto biblico, illustrando visivamente il mistero del Natale. Le scene del presepe invitano i fedeli a meditare sull'Incarnazione e sui valori cristiani: l'umiltà, con la nascita in una stalla che insegna l'importanza della semplicità e del distacco dai beni materiali; la carità, con le figure dei magi e dei pastori che mostrano l'universalità dell'amore divino; la speranza, poiché la stella di Betlemme ci ricorda che Gesù è venuto a portare luce e salvezza nelle tenebre.
Nel corso del tempo, il presepe si è sviluppato in forme diverse. Nel XV secolo si diffusero presepi scolpiti in legno o terracotta, soprattutto in Italia, Provenza e Germania. Ogni regione ha aggiunto elementi culturali locali, rendendo i presepi unici. In Provenza, i presepi includono i "santons", figurine che rappresentano non solo i personaggi biblici, ma anche gli abitanti del luogo, come il fornaio, il pastore o il mugnaio. Questi presepi riflettono l'idea che la nascita di Gesù riguarda tutte le generazioni e tutte le culture. I presepi viventi, che ricreano la Natività con persone e animali reali, rimangono una tradizione viva in molti Paesi. Offrono un'esperienza coinvolgente che avvicina i fedeli al mistero del Natale. Il lettino rimane un simbolo universale di pace, amore e umiltà. Nelle chiese, nelle case o negli spazi pubblici, ricorda a tutti il vero significato del Natale: la venuta di Dio tra gli uomini, nelle circostanze più modeste. In un mondo spesso segnato dall'inquietudine e dal consumismo, il lettino ci invita a tornare all'essenziale: accogliere Cristo nei nostri cuori con semplicità e gioia. Il lettino, molto più di una semplice tradizione, è un potente richiamo al mistero dell'Incarnazione e ai valori fondamentali della fede cristiana. Attraverso i suoi simboli e i suoi personaggi, invita tutti a meditare sul messaggio del Natale: l'amore di Dio per l'umanità, manifestato nell'umiltà della nascita di Gesù.
L'Albero di Natale: Tra Culto Primordiale e Simbolo di 'Culla e Croce'
Non tutti sono a conoscenza dell’origine dell’usanza di allestire l’albero di Natale. Non è infrequente che anche su questa tradizione si instauri una certa polemica da parte di chi sostiene il suo significato pagano, laico o magari celtico, legato all’antica celebrazione del solstizio d’inverno. Intanto è opportuno ricordare che il legame tra l’uomo e il culto degli alberi è molto antico. Ha un valore primordiale, in quanto diverse civiltà considerano l’albero simbolo di vita e di rigenerazione dal momento che, con le sue radici e le sue fronde, sembra collegare la terra al cielo. Nella mitologia e nella storia, l’albero è uno dei simboli più ricchi di significati. Richiama la grandiosità e la bellezza del mistero della vita. Per questo è venerato come sede degli dei, come segno della rigenerazione periodica della vita (la latifoglia) e dell’immortalità (il sempreverde) o è anche inteso come “asse del mondo” con le radici fissate al suolo e le chiome protese verso il cielo.
Per questo il teologo luterano Oscar Culmann (1902-1999), in un passo del suo librettino All’origine della festa del Natale, precisa che «solo la primissima forma cristiana è in rapporto con i riti pagani: da un lato col primordiale culto degli alberi, dall’altro con l’antica celebrazione del solstizio d’inverno». Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, sottolinea che «quasi tutte le usanze prenatalizie hanno la loro radice in parole della Sacra Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in qualcosa di visibile».
Tuttavia, lo stesso Culmann sottolinea che, nella forma della tradizione attuale, l’albero di Natale ha un’origine specifica. Pertanto «il significato cristiano dell’albero di Natale non va fatto derivare dal solstizio d’inverno, che certo è anch’esso in questione, ma solo indirettamente. Esso ha un’origine propria e risale a una tradizione medievale e al suo significato religioso: le rappresentazioni dei “misteri” che, nella Santa Notte, mettevano in scena davanti al portale delle chiese e delle cattedrali la storia del peccato originale nel paradiso terrestre. Almeno dal Quattrocento, nei sagrati delle chiese, i fedeli erigevano il 24 dicembre l’Albero del Paradiso, appendendovi mele per ricordare il racconto della Genesi, direttamente collegato al fatto che il giorno successivo, a Natale, ci sarebbe stata la redenzione con la nascita di Gesù. Una miniatura salisburghese dell’anno 1489 illustra il messaggio in modo chiarissimo: un albero, la cui chioma è folta di mele e ostie, ha appeso sulla sinistra un crocifisso e sulla destra un teschio; sotto il primo Maria coglie le ostie, sotto il secondo Eva distribuisce le mele. In altre raffigurazioni, Gesù Bambino è raffigurato addormentato sulla croce. In questo senso, l’albero natalizio indica, nello stesso tempo, la culla e la croce di Cristo, unendo simbolicamente l'inizio della vita terrena di Gesù con il suo sacrificio.
Accanto a questo simbolo religioso, l’albero di Natale esprime anche un significato culturale più ampio. Si oppone al progetto radicale e alla cultura del rizoma, messa in auge da Gilles Deleuze (1925-1995) e Félix Guattari (1930-1992). I due autori francesi, infatti, rifiutano di richiamarsi all’immagine dell’albero e preferiscono riferirsi al rizoma, pianta senza radice e senza fusto; una specie di tubero che vive sotto terra allo stato scomposto, disordinato, secondo le sue imprevedibili pulsioni. Non c’è chi non vede la drammaticità di questa visione. «In quanto non-albero, - scrive don Tonino Bello - il rizoma è il rifiuto dell’altro, del “di sopra”, di ogni verticalità. Questo significa procedere senza norma, senza un codificato sistema di valori. Saltano in aria tutti i sistemi di significato, tutte le scale di valori che la nostra cultura ci ha tramandato. In quanto non-radice, poi, il rifiuto è di ogni fondamento razionale, tradizionale, di ogni riduzione a unicità, di ogni forza di sintesi». L'albero, con le sue radici profonde e la sua crescita verso l'alto, rappresenta invece un legame con la storia, con i valori, con un ordine e una trascendenza che la metafora della culla e della croce di Cristo incarnano perfettamente.