L'aspirazione alla genitorialità è un sentimento universale, che trascende le tradizionali configurazioni familiari e si estende anche alle coppie omosessuali. In un'epoca in cui la scienza e la medicina riproduttiva avanzano a passi da gigante, emergono storie che ridefiniscono i confini della famiglia e della genetica. Queste vicende, spesso intrise di amore e solidarietà, sollevano anche profonde questioni etiche, sociali e legali, alimentando un dibattito complesso che coinvolge diverse sfere della società.

La Nascita di Uma Louise: Un Intreccio Familiare Inedito nel Nebraska
Una delle storie più emblematiche di questa nuova era è quella di Uma Louise Dougherty Eledge, venuta alla luce il 25 marzo scorso in una clinica del Nebraska, negli Stati Uniti. La sua nascita è stata il culmine di un percorso straordinario che ha coinvolto un'intera rete familiare con un gesto di amore e unità. La protagonista di questa vicenda è Cecile Eledge, una donna di 61 anni che si è offerta come madre surrogata per portare a termine la gravidanza per conto del figlio gay, Matthew Eledge, e del marito di lui, Elliott Dougherty. Matthew aveva perso il lavoro di insegnante in una scuola cattolica del Nebraska dopo aver annunciato il suo matrimonio. La coppia temeva di non ottenere il permesso di adottare un bambino in quello stato conservatore, uno dei più conservatori d'America. Così, la madre di Matthew si è offerta di portare a termine la gravidanza, dopo che i medici avevano accertato il suo ottimo stato di salute.
Per Cecile, l'intenzione era chiara: "Volevo farlo come regalo da una madre a suo figlio", ha spiegato la donna. All'inizio temeva che i medici si sarebbero opposti a causa della sua età. Ma dopo un check-up, Carl Smith, uno specialista in medicina materna e fetale dell'ospedale, ha scoperto che la donna era in ottima salute e sembrava più giovane di quanto decretasse l'anagrafe. È bastato che assumesse degli estrogeni all'inizio della gravidanza, finché la placenta non è stata in grado di produrli da soli.
Il patrimonio genetico della bambina è un accurato incrocio tra le due famiglie. La sorella di Elliott Dougherty, Lea Yribe, si è offerta di donare i suoi ovuli, mentre lo sperma utilizzato è quello di Matthew Eledge, in modo che il nascituro potesse avere il materiale genetico da entrambe le parti della famiglia. Restava da trovare la madre surrogata, e Cecile non ha esitato un attimo, candidandosi. Sapeva quanto suo figlio e suo marito ci tenessero.

Questo processo ha dato vita a un autentico "pasticcio genetico e anagrafico". La mamma legale di Uma Louise, Cecile Eledge, è anche sua nonna. Il padre genetico, Matthew Eledge, è anche suo fratello. Colui che la alleverà, il padre acquisito, Elliot Dougherty, è anche suo zio. La madre biologica, Lea Dougherty, è anche sua zia. L'abnorme puzzle che è stato costruito sulla vita di Uma si rispecchia nel suo certificato di nascita, a dir poco inquietante: per la legge del Nebraska padre è colui che ha fornito il seme e madre è colei che l’ha partorita. Quindi non solo la madre e il padre di Uma sono rispettivamente sua nonna e suo fratello, ma anche madre e figlio tra di loro. "È un po’ imbarazzante - ha ammesso Matthew parlando con il sito BuzzFeed.News -. Diciamo che non inquadreremo l’atto di nascita per appenderlo in casa". E sarà complicato persino spiegarglielo, a Uma, l’algoritmo che l’ha fatta affacciare al mondo.
Nonostante la complessità anagrafica, i momenti dopo la nascita di Uma Louise Dougherty Eledge sono stati immortalati da alcune foto che hanno fatto il giro dei social, dove la famiglia è stata inondata di messaggi, in gran parte positivi. Matthew ha raccontato: "Ci ha raggiunto gente da tutto il mondo. Vogliono aiutarci in qualsiasi modo possano". Molti commenti positivi evidenziano la grande unità e solidarietà delle due famiglie, che hanno combattuto ogni stereotipo sessista partecipando insieme a un evento senza precedenti. Tuttavia, non tutti i commenti sono positivi, e gli unici a non entrare nel dibattito sono stati i medici dell'ospedale di Omaha, per i quali "Cecile era una donna incinta di 61 anni che stava per partorire e questa era l'unica cosa che ci interessava".
Il Processo di Laboratorio e le Questioni Etiche
La nascita di Uma Louise è stata il risultato di un rigoroso processo di fecondazione in vitro. Se non fosse un delizioso fagottino urlante di vita come tutti i neonati, si potrebbe definire un prodotto di laboratorio, creato con la migliore materia prima a disposizione a costo zero, sapientemente e rigidamente selezionata. Da 24 ovociti prelevati alla mamma-zia, 11 sono stati fecondati, 7 si sono sviluppati come embrioni e sono stati sottoposti a screening genetico. Solo 3 hanno passato l’esame (e gli altri 4? Scartati, ovviamente), uno è stato impiantato alla mamma-nonna e due congelati, in caso Matthew e Elliot volessero in futuro 'allargare la famiglia', come se non fosse già abbastanza ampia. A BuzzFeed.News la coppia ha spiegato di non aver voluto spingersi fino a scegliere il sesso del bambino e di aver lasciato mano libera ai medici nel momento del trasferimento dell’embrione. Questa dichiarazione suona paradossale, visto che il sesso è l’unico elemento in questa storia che non è stato studiato a tavolino.
Maternità surrogata e riconoscimento del genitore non biologico I The Notary Pills
Eppure, nonostante il sapore pirandelliano, la vicenda è stata perlopiù descritta come un commovente atto altruistico, un gesto di amore: la mamma-nonna che mette a disposizione il suo grembo per consentire all’adorato figlio una paternità altrimenti impossibile, la mamma-zia che cede due dozzine di suoi gameti perché anche il fratello ottenga lo stesso scopo. Una maternità surrogata "pulita", senza scambio di denaro né contratti capestro, senza donne sfruttate né vendita di neonati. Una storia edificante, insomma.
Che però lascia l’amaro in bocca e anche un po’ increduli. Davvero si può parlare di "dono" quando si fa nascere un neonato per l’esclusiva volontà di soddisfare un desiderio che naturalmente non potrebbe realizzarsi? L'umana aspirazione di Matthew e Elliot alla paternità è comprensibile, ma non si può condividere che questo desiderio salga sul trono e diventi tiranno, né tanto meno il metodo perseguito per realizzarlo. Una bambina è stata progettata con un Dna "autoctono", familiare insomma, non prelevato da estranei, per corrispondere un po’ a tutti (e per risparmiare sul conto) e poi "donata" da chi l’ha partorita al suo stesso figlio. Ma il neonato è lui stesso il dono, e casomai si accoglie, non si cede. Un bambino non può essere regalato come un oggetto, né scelto, né acquistato, né è un diritto per nessuno, coppia etero o omosessuale o singolo che sia. Un figlio è una persona per sé stessa, ha una sua individualità. Un figlio non può essere solo il realizzarsi a ogni costo di un desiderio, per quanto tenace. No, non è una favoletta edificante, quella che ha portato alla nascita di Uma Louise. Piuttosto, un gigantesco inganno panificato anche alle sue spalle.
La Gestazione Per Altri (GPA) per le Coppie Omosessuali: Storie e Regolamentazioni
Il caso di Uma Louise si inserisce in un contesto più ampio di coppie omosessuali che ricorrono alla gestazione per altri (GPA), o maternità surrogata, per realizzare il desiderio di avere figli. In Italia, la pratica è vietata, ma molte coppie si rivolgono a paesi dove è legale e regolamentata. La storia di Marco Simon Puccioni e Giampietro Preziosa, intervistati per la prima volta nel 2012 e poi nuovamente dodici anni dopo, offre uno spaccato di questa realtà.
Marco e Giampietro, uniti civilmente nel 2017, hanno avuto due gemelli, David e Denis, nati grazie alla GPA all'estero. Per spiegare ai figli come sono nati, Marco Simon Puccioni ha scritto una favola intitolata "Prima di tutto", raccontata anche in un cartone animato, con personaggi come un marinaio blu, un marinaio rosso, una dama arancione (la donatrice degli ovuli) e una dama lilla (Cynthia, la donna americana che ha portato avanti la gravidanza). "A noi non piace chiamarla la portatrice", inizia a raccontare Puccioni, "ma neanche mamma, perché non vogliamo che sembri una madre snaturata che abbandona i figli, lei ne ha tre col marito. La chiamiamo Dede perché c'è molto affetto, a volte dai nostri ragazzi si fa chiamare zia o con altri nomignoli affettuosi. Fa parte della famiglia, la sua non è stata solo una funzione tecnica". Cynthia stessa, nel documentario omonimo "Prima di tutto", racconta che il legame col nascituro si crea, è vero, e che se Marco e Giampietro avessero portato via subito i bambini si sarebbe sentita svuotata. Ma sono rimasti con lei un mese, dandole il tempo di elaborare il distacco. "Siamo sempre stati consapevoli che la gravidanza sia un viaggio emotivo e fisico importante e ne abbiamo avuto rispetto. Ma le separazioni possono avvenire per tanti motivi, fanno parte della vita di una donna adulta. L'abbiamo accompagnata anche in questo distacco, che non è stato definitivo". Cynthia è infatti venuta a Roma con il marito al battesimo dei ragazzi e alle unioni civili di Marco e Giampietro, loro sono andati a trovarli negli Usa, si sono frequentati molto anche durante la gravidanza.
La loro esperienza contraddice spesso i timori di sfruttamento: "Cynthia non è un'indigente, vive in una casa grande e decorosa, ha girato anche un video in cui spiega di stare benissimo, di essere orgogliosa per ciò che ha fatto e di sentirsi offesa se viene considerata una schiava, 'sembra che io non sia capace di intendere e di volere', ha protestato, 'ma sono una donna libera e ho fatto la mia scelta liberamente'. I legislatori dovrebbero interpellare queste donne, prima di prendere decisioni al loro posto". Puccioni e Preziosa spiegano che per iniziare la procedura hanno seguito una carta etica, e di come avrebbero fermato tutto se si fossero accorti di qualcosa di losco. Sono sempre stati contrari alle "fattorie", i capannoni nei paesi in via di sviluppo nei quali le donne alloggiano come in un allevamento intensivo. Specifica che avrebbero fatto a meno di tutto questo, se gli fosse stato possibile adottare uno dei tanti orfani nel mondo.

"Non è vero che vogliamo un figlio nostro a tutti i costi, il sangue del nostro sangue", si difendono dalle accuse che proprio la mattina dell'intervista sono state rivolte alla comunità LGBTQIA+ durante una trasmissione radiofonica: "Ci siamo anche sentiti dire che eravamo 'egoisti' a volere dei figli. Certo, quando è possibile farlo correttamente, avere un figlio proprio è un desiderio legittimo, non è un diritto ma nemmeno un delitto. Nel nostro caso, poiché tutto si poteva fare eticamente, siamo andati avanti. Vero che esistono situazioni di sfruttamento, come ce ne sono in mille altri modi. Ma le cose non vanno vietate: vanno regolamentate".
La coppia racconta il momento in cui la dama lilla ha iniziato ad avere le doglie. Loro erano già da un po' negli Stati Uniti, le hanno dato una mano in casa negli ultimi giorni più difficili e ne hanno approfittato per esercitarsi a fare i papà insieme ai figli di lei. "Siamo andati in ospedale con il marito, ma a un certo punto hanno fatto uscire tutti dalla stanza", raccontano. "È arrivata un'equipe di psicologi, dottori, assistenti sociali e hanno chiuso le porte. Non le hanno riaperte senza aver prima parlato con lei. Se avesse detto che era stata sfruttata o costretta, quelle porte non si sarebbero più riaperte. È la prova che tutto si può fare in modo lecito, per questo è offensivo quando si parla di 'compravendita di bambini': ci chiediamo come non sia ancora scoppiato un incidente diplomatico tra l'Italia e paesi come il Regno Unito, il Canada, gli Stati Uniti, il Portogallo, la Grecia, dove la GPA è legale e si dice che facciano 'commercio di bambini'".
Il percorso verso la GPA non è comunque facilissimo per una coppia omosessuale. Se in Italia l'adozione fosse legale per le coppie dello stesso sesso ci sarebbero comunque paesi da cui è impossibile avere un bambino, ad esempio dalla Russia omofoba, o dai paesi africani, e allo stesso modo, in alcuni paesi la GPA è legale solo per le coppie eterosessuali. Anche per questo è diventato famoso il caso di Luca Trapanese, che è riuscito ad adottare una bambina con la sindrome di Down pur essendo gay e single.
Le Sfide Burocratiche e Sociali in Italia
Nonostante la gioia della genitorialità, le coppie omogenitoriali che ricorrono alla GPA all'estero si trovano spesso ad affrontare significative sfide burocratiche una volta rientrate in Italia. I bambini nati con la GPA in paesi in cui la genitorialità viene riconosciuta a entrambi i membri della coppia, diventano figli di single appena mettono il piedino in Italia. Considerato che il bene del minore è prioritario, è un controsenso che il bambino si ritrovi improvvisamente con un genitore solo a tutelarlo, soprattutto quando la coppia si separa come può succedere a tutti.
Marco e Giampietro raccontano le difficoltà: "All'inizio, dovevamo sempre dimostrare di 'essere all'altezza'. Quando David e Denis erano neonati e li portavamo a passeggio in carrozzina, davamo molto nell'occhio. Una delle difficoltà era anche come raccontarsi agli altri. Molti pensavano che avessimo adottato, non sapevano cosa fosse e non fosse vietato in Italia, per cui ne parlavamo poco. Poi abbiamo capito che la visibilità e l'attivismo erano importanti e abbiamo prodotto i documentari e il film per gridare: 'guardate, non ci sono morti e feriti, solo due persone e la loro storia'". Una storia accidentata, certo, ma alla fine bella, perché hanno costruito delle relazioni, hanno fatto nascere due vite e questi bambini sono belli e felici, hanno dato il loro contributo alla lotta contro la denatalità. La loro non è una famiglia 'tradizionale', ma se fosse vero che un bambino non può crescere bene se non ha una mamma e un papà, tutti i vedovi e le vedove, le single che hanno avuto figli da sole non ne avrebbero diritto. Invece questi due bambini possono contare su un intero clan di persone che gli vogliono bene, qui e oltreoceano, senza contare la gran quantità di cugini.
Giampietro Preziosa spiega che dovrà adottare ufficialmente i suoi figli David e Denis, poiché nell'atto di nascita americano è riconosciuto come padre a tutti gli effetti, così come in tutti i paesi in cui è riconosciuta l'omogenitorialità, ma in Italia è burocraticamente un perfetto estraneo. Questo può comportare problemi nelle funzioni che sono a carico di un genitore. "Ma succede molto più di frequente che il personale sanitario o a scuola capiscano, e mi trattino da padre. La società italiana è migliore di quanto sembri", confessa Preziosa. "Spesso facciamo prima a mostrare i documentari che a spiegare. Una volta dovevo raggiungere Marco a Parigi con i bambini e nonostante avessi l'atto di nascita americano, ho avuto problemi in aeroporto. Eravamo bloccati lì e i bambini piangevano. Gli ho mostrato su Google la nostra storia e ci hanno lasciati partire. Ma cosa succede a chi non ha queste possibilità? E perché per i miei figli una semplice partenza deve essere uno stress?".

Marco Simon Puccioni ha diretto il film "Il filo invisibile" (Netflix), la storia di un ragazzo di 16 anni con due padri, nato in California grazie a una madre surrogata e alle prese con i diritti dei ragazzi nella sua stessa condizione, mentre i due genitori si stanno separando. Sia il film che il documentario "Prima di tutto" e il suo seguito, "Tutti insieme", sono stati prodotti anche con il sostegno pubblico. Le polemiche non sono mancate, qualcuno ha gridato che si stessero usando soldi pubblici per celebrare un reato. "Sia il film che il documentario sono un racconto anche autocritico di un percorso di vita", risponde Puccioni, "allora non potremmo raccontare alcuna storia di reati, ammesso che questo sia un reato. Invece dovremmo essere liberi di discuterne: un documentario mostra le cose, e poi ognuno si fa la sua opinione".
La Voce delle Madri Surrogato: "Nessun Trauma, Nessuno Sfruttamento"
Nel dibattito sulla GPA, un ruolo cruciale spetta alla testimonianza diretta delle donne che scelgono di essere madri surrogato. Rachel, una giovane donna canadese che si è offerta come madre surrogata in un paese dove la gestazione per altri è regolamentata e altruistica, si rivolge direttamente al governo italiano: "Non ho subito né traumi né dolori". Nelle sue parole si ascolta il tentativo di inserire nel dibattito quello che manca: uno sforzo di attenzione, informazione, comprensione che possa permettere al mondo politico e non solo di distinguere prima di giudicare.

"Se sei favorevole al divieto di maternità surrogata per favore ascolta", chiede Rachel, e si rivolge a figure pubbliche italiane come la ministra Eugenia Roccella e la Presidente Giorgia Meloni, "risponderò alle vostre preoccupazioni riguardo la maternità surrogata". Con semplicità e un sorriso mette in fila e in prospettiva i dubbi che circondano il dibattito mediatico su una pratica che è già vietata in Italia e forse anche per questo poco conosciuta. Ai dubbi sul trauma nel dare via il bambino, Rachel risponde: "No, l'embrione messo nel mio grembo da cui è nato il loro bambino, non mi ha procurato alcun trauma. Ho portato con gioia e dato alla luce il loro bambino e non ho mai voluto tenerlo come mio". Alla ministra Roccella che aveva parlato di pericolo per la salute delle donne, Rachel sottolinea "Mai. C’erano chiari documenti legalmente vincolanti che proteggevano i miei diritti di essere umano e proteggevano quelli del loro bambino". A chi parla di "nuova schiavitù" risponde con ironia: "L’unica volta in cui mi sono mai sentita vicino alla schiavitù è stato quando appartenevo a un gruppo religioso o quando ero sposata con qualcuno che in realtà non avrei dovuto sposare".
Rachel illumina anche il punto fondamentale della questione: perché una donna libera e benestante, non in condizioni di necessità e non costretta, dovrebbe offrirsi a un’altra coppia come madre surrogata? "Volevo davvero essere incinta per qualcun altro e il vantaggio era che mi veniva semplicemente rimborsato qualsiasi spesa relativa alla gravidanza. Ho davvero apprezzato il fatto di sentirmi curata, rispettata e supportata dai genitori intenzionali e dall'agenzia che mi ha seguito" e aggiunge: "Sono stata elogiata, sollevata, incoraggiata e mi sono sentita incredibilmente potente! Ho adorato le mie gravidanze e mi sono persino divertita a dare alla luce i miei figli. Non volendo più figli per me, ma sentendomi autorizzata ed entusiasta a essere di nuovo incinta, ho scelto la maternità surrogata. A causa della difficoltà che vivono tutte le coppie Lgbt volevo davvero donare una famiglia a una coppia dello stesso sesso. È stato un viaggio stimolante e bellissimo per la mia famiglia e per i genitori intenzionali che amo profondamente. Saremo amici per tutta la vita ormai". Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. "Una volta ero contro le persone Lgbt e i diritti delle donne per via delle mie convinzioni religiose. Quando sono cambiate ho realizzato che solo perché non voglio fare qualcosa, non significa che anche gli altri non dovrebbero farla. Non posso e non devo controllare la vita degli altri". Quello di Rachel è un appello alla destra italiana al Governo, a chi si oppone alle famiglie arcobaleno: "Per favore, smettetela di cercare di controllare le famiglie degli altri che vivono diversamente da te. L’amore crea una famiglia. E a volte è necessaria un po’ di scienza. Spero che riusciate a vedere l’amore e la gentilezza che provo nei vostri confronti. Perché anche io, una volta, ero al vostro posto. Per favore, permettete agli altri di vivere la loro vita".
La Prospettiva dei Bambini: Cosa Pensano i Figli Nati da GPA
Un aspetto fondamentale di questo dibattito è la prospettiva dei bambini stessi. Un importante studio in quattro parti condotto da Nicola Carone, dottorando in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa e supervisionato dai professori Vittorio Lingiardi e Roberto Baiocco dell’Università La Sapienza di Roma, ha cercato di far luce su questi aspetti. Di questo studio, la rivista accademica edita dall’Università di Oxford ha pubblicato la prima parte. La ricerca ha coinvolto quaranta famiglie con coppie di padri gay e altrettante con coppie di madri lesbiche, intervistando direttamente 31 bambini nati grazie alla gestazione per altri, con un'età compresa tra i 6 e i 12 anni.
Molti di noi non hanno saputo grazie a quale processo biologico sono nati se non dalla scuola durante le lezioni di biologia. Lo stesso non si può dire per i bambini nati da Gpa. L’85 per cento delle coppie di padri ha iniziato a raccontarlo. Le modalità cambiano molto, ma ci sono degli elementi ricorrenti. "Chiaramente dipende dall’età del bambino - continua Carone - e dalla sua capacità di comprendere determinati passaggi. Ma ci sono degli elementi ricorrenti. La maggior parte dei padri ha spiegato di aver raccontato che i papà avevano bisogno di aiuto per avere un bambino e quindi serviva il pancino di una donna". Il racconto, specialmente con i bambini più piccoli, si concentra molto sulla portatrice e meno sulla donna che ha donato l’ovulo. Più raro è il racconto di chi dei due papà ha donato il seme per la fecondazione dell’ovulo. "È un aspetto più complicato da spiegare - dice il ricercatore - e spesso il padre biologico teme di sminuire il ruolo dell’altro padre puntando sull’aspetto genetico". Succede, quindi, che solo il 10 per cento ha affrontato questo aspetto, mentre il 22,5 per cento pensa di farlo in futuro e il 35 per cento di non farlo mai.
Per comprendere come i bambini vivono questa esperienza, sono stati intervistati i bambini e le bambine tra i 6 e i 12 anni. Nessuno di loro si sente confuso e solo il 3,2 per cento non sa come si sente. Il 61,3 per cento, invece, dice di essere limitatamente interessato al fatto di essere nato tramite Gpa e il 35 per cento ha sentimenti positivi. "Un bambino ci ha detto, testualmente - racconta Carone -: “Sono un bambino speciale. Ho due papà e vengo dalla pancia di (nome della portatrice) che non è mia madre”. La risposta è sì, ma a livelli diversi in base all’età. Il 54,8 per cento ha una comprensione chiara e conosce esattamente tutti gli aspetti: il ruolo della portatrice, quello della donatrice e quello del padre biologico. Il 45,2 per cento ha capito che c’è stata una donna che l’ha portato nella pancia. "In questo senso è esemplificativa la risposta che ci ha dato un bambino di 12 anni - riferisce il ricercatore -. Ci ha detto: “Papà e babbo sono andati da un dottore che aveva tre stanze: in una papà ha dato il semino, nell’altra il dottore ha preso l’ovetto e lo ha messo in una bustina di plastica. Poi li ha uniti, è andato nella terza stanza e li ha messi nella pancia di (nome della portatrice). Hanno aspettato 9 mesi e poi sono arrivato io. I miei papà sono stati fortunati perché l’ovetto e il semino sono andati subito bene insieme”".
I bambini intervistati hanno anche un’idea precisa del perché alcune donne hanno contribuito alla loro nascita, che varia a seconda che si parli della portatrice o della donatrice. Dei 31 bambini intervistati, il 71 per cento dice di essere grato alla donna che l’ha partorito, mentre il 29 per cento è limitatamente interessato a conoscerla e non pensa a lei. Nessuno prova rabbia o curiosità. Dei 25 bambini che sanno dell’esistenza di una donatrice di ovuli, il 40 per cento esprime gratitudine, mentre il 44 per cento manifesta un interesse limitato, l’8 per cento è curioso e l’8 per cento è arrabbiato. "La rabbia - spiega Carone - è spiegata con l’assenza della donna". Il tipo di relazione che questi bambini hanno con le donne che hanno condotto la gravidanza o donato l’ovulo è rappresentato anche dai termini utilizzati per identificarle. Per il 54,8 per cento di loro, la portatrice è "zia" o un’amica di famiglia, mentre solo per il 12 per cento lo è anche la donatrice. La portatrice è una "signora gentile" per il 19,4 per cento dei bambini (per il 48 per cento lo è la donatrice), mentre il 9,7 per cento la chiama per nome (il 12 per cento lo fa con la donatrice), un altro 9,7 la definisce "mamma-pancia" (mentre la donatrice è "mamma-uovo per il 24 per cento) e il 6,4 per cento la chiama mamma. "Mamma" è anche la parola che usa una bambina (il 4 per cento del campione) per definire la donatrice. "Lei ci ha raccontato che da un paio di mesi, a mensa con le amiche, le piace immaginare che potrebbe avere una madre da qualche parte e dei fratelli sparsi per il mondo".
Lo studio di Carone evidenzia anche le dinamiche relazionali delle coppie di padri gay con le donne coinvolte nella GPA. Delle 40 coppie di padri gay, il 15 per cento dichiara di non avere relazioni con la donna che ha portato avanti la gravidanza, mentre l’85 per cento ha rapporti. Di questi, il 57,1 per cento ha un rapporto definito "positivo e armonioso". "Significa - spiega Carone - che hanno contatti regolari via internet o telefono e che ci sono delle visite occasionali, sia della gestante e la sua famiglia in Italia, che dei papà gay con i figli nel paese della donna. L’incontro è solitamente tra famiglie, dunque". Il 42,9% ha, invece, una "relazione distante", ovvero con rapporti più sporadici e la portatrice è meno presente nella vita dei bambini. "Un padre ci ha parlato di ‘sana distanza’ perché non ritiene che la portatrice debba essere più coinvolta nella vita del bambino, ma che i due debbano avere una buona relazione - spiega il ricercatore -. Le famiglie con padri gay intervistate sono andate in Canada, Usa, Colombia, India e Ucraina (in questi due paesi, prima che la gpa fosse vietata alle coppie gay o, addirittura, agli stranieri) e anche le diverse forme di regolamentazione influiscono nei rapporti tra portatrice e/o donatrice e famiglia con bambini. Il 69 per cento delle famiglie, infatti, non ha rapporti con le donne che hanno donato gli ovuli (si tratta di 25 famiglie, 11 delle quali hanno ricevuto l’ovulo da donatrici anonime). Il 31 per cento, invece, ha relazioni con la donatrice".
Questo studio, che è solo all’inizio, ha il pregio di fotografare una situazione finora sconosciuta e lasciata a interpretazioni, in un senso o nell’altro, non supportate da dati e rilevazioni. "L’intenzione è quella di seguire le famiglie nel tempo - spiega Carone - per vedere nei prossimi anni, man mano che i bambini crescono, se i vissuti cambiano e se i livelli di benessere o malessere riscontrati variano o no".
Maternità surrogata e riconoscimento del genitore non biologico I The Notary Pills
Il Sesso, la Denatalità e il Senso della Vita
La discussione sulla genitorialità per le coppie omosessuali si intreccia anche con riflessioni più ampie sulla sessualità, la riproduzione e il significato della vita stessa. Si parla della doppia funzione del sesso, per generare figli ma anche come atto ludico fine a se stesso di cui abbiamo bisogno per stare bene, e di come avere figli sia per tutti un modo per combattere la morte: "Noi sappiamo che non dureremo per sempre, se fossimo eterni forse non vorremmo nemmeno fare figli. Invece, passare la vita ad altri e far sì che questi crescano ti fa sentire parte del ciclo vitale".
In un'epoca di denatalità, l'apporto di queste famiglie alla crescita demografica non può essere ignorato. La storia di Matthew ed Elliot, come quella di Marco e Giampietro, dimostra che l'amore crea una famiglia e che, a volte, è necessaria un po' di scienza per realizzarla. L'importante è che questi bambini, nati in circostanze uniche, siano cresciuti con la sicurezza emotiva necessaria ad affrontare i problemi della vita, sapendo di essere stati desiderati e amati.
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