Il concepimento e la gravidanza costituiscono due dei “misteri” che da sempre hanno affascinato ed incantato l’uomo. Ancor oggi, l’uomo razionale del terzo millennio, pur conoscendo molto della fecondazione, dell’embriogenesi e del divenire del feto sino alla nascita, vede in tutto il processo un mistero, avviluppato da un’aura di magico e d’incredibilmente perfetto, che accompagna questo divenire della Natura. Il concepimento, nella sua accezione più bella e completa, è il risultato di un atto d’amore reciproco finalizzato alla procreazione. Nella violenza sessuale manca l’atto d’amore, incompatibile con la violenza, e la consensuale volontà alla procreazione.

Anche se oggettivamente il nascituro non ha alcuna colpa ed è sempre l’esito di quel magico e perfetto divenire della Natura, un’eventuale gravidanza dopo violenza viene percepita dalla donna come testimonianza e quasi l’ “imposizione” del ricordo di un evento che la vittima vorrebbe cancellare. Nella donna fertile sottoposta a violenza coesistono sensazioni e sentimenti spesso contrastanti e che nel loro turbinio determinano, quasi sempre, il rifiuto di un’eventuale gravidanza. La violenza sessuale lascia un solco profondo nella percezione interiore del proprio essere e la vittima di una violenza, condividendo una gestione sanitaria appropriata della sua condizione, può evitare di rendere quel solco ancor più doloroso.
Dinamiche della fertilità e rischi dopo l’aggressione
Si stima che, dopo violenza sessuale, il rischio di gravidanza nelle donne in età fertile varia dall’1 al 5% e dipende dal periodo del ciclo mestruale in cui si trovava la donna, dall’uso di contraccezione, dalla fertilità, ecc. Generalmente le vittime appartengono ad ogni fascia d’età a partire dall’inizio dell’età riproduttiva, parliamo quindi di donne comprese tra i 12 e 45 anni circa.
L’età a cui avviene lo stupro influenza significativamente la futura vita riproduttiva e sessuale della donna: più la donna è giovane, minore sarà la sua capacità di considerare la propria sessualità come qualcosa che può controllare. Ciò significa che sarà portata a giustificare il violentatore, a non fare uso di contraccettivi, aumentando di conseguenza la probabilità di rimanere incinta. I rapporti sessuali forzati sono inoltre fortemente collegati a complicazioni ginecologiche. Tra queste vi sono sanguinamenti o infezioni vaginali, fibromi, minore desiderio sessuale, irritazione dell’area genitale, dolore durante il rapporto, dolore pelvico cronico ed anche infezioni del tratto urinario.

Come evidenziato dallo studio prospettico di coorte coordinato da H.R. Harris, la ricerca condotta su 60.595 donne in età fertile fra il 1989 e il 2013, nel contesto del Nurses’ Health Study II, mette in luce come subire un abuso sessuale rappresenti un vero e proprio trauma con effetti devastanti che causano sofferenza fisica e psichica a breve, medio e lungo termine. Non solo la presenza di disturbi dell’apparato riproduttivo può rendere il rapporto fisicamente doloroso, compromettendone la qualità e la probabilità di concepimento, ma anche la condizione emotiva che caratterizza i momenti di intimità può rappresentare un ostacolo in quei casi in cui la vittima rivive dentro di sé l’evento subito e teme l’atto sessuale nel ricordo e nella paura dell’esperienza terribile passata.
Interventi di contraccezione d’emergenza
Nelle donne in età fertile che hanno subito una violenza sessuale, il trattamento farmacologico per evitare la gravidanza prevede la somministrazione di un farmaco progestinico, registrato in Italia come contraccettivo d’emergenza e noto anche come “pillola del giorno dopo”. La probabilità di successo nel diminuire il rischio di una gravidanza indesiderata è massima (circa l’89%) se il trattamento è eseguito entro le prime 12 ore e in ogni caso entro i primi tre giorni dalla violenza.
4/4 Come funziona la contraccezione di emergenza
Un altro sistema contraccettivo d’emergenza è l’impianto provvisorio di un dispositivo intrauterino (Iud post-coitale). Tale impianto, normalmente usato come metodo contraccettivo per evitare l’impianto nell’utero di un eventuale ovulo fecondato, è meno accettato dalle donne, per la sua invasività, rispetto alla pillola del giorno dopo. La possibilità di poter interrompere la gravidanza indesiderata è nella facoltà di una donna il cui concepimento è avvenuto in seguito a violenza ed è uno degli argomenti che il sanitario tratta con la vittima nel corso della prima visita dopo l’aggressione.
Il quadro normativo e il supporto alla vittima
L’interruzione di gravidanza (aborto) è stata oggetto in Italia di intervento legislativo con la Legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) e di un coinvolgimento sociale nel dibattito etico sulla sua liceità. Se, nonostante i tentativi di contraccezione d’emergenza, l’ovulo fecondato s’impianta lo stesso nell’utero e la gravidanza procede, la donna può richiedere, entro novanta giorni dall’inizio della gravidanza, l’interruzione volontaria di gravidanza secondo la legge 194/1978.
Per quanto riguarda gli aspetti etici della problematica, il singolo individuo ha la facoltà di decidere in sintonia con le proprie credenze religiose, con la propria coscienza e con quei sentimenti e quelle sensazioni che alcuni accadimenti possono determinare. Dall’umiliazione nasce un senso di insicurezza per cui la donna sviluppa spesso dei complessi di colpa circa il suo ipotetico atteggiamento provocatorio. Come affermano Di Renzo e Oscari, nell’aggressione sessuale “la donna è trattata come un oggetto privo di volontà individuale, ovvero, è mortificata e umiliata”. Da un punto di vista psicologico l’esperienza di violenza sessuale può portare ad uno sconvolgimento della propria immagine di sé, procurando sentimenti di rabbia contro se stessa, scarsa autostima, tristezza e paura.
La correlazione inversa: violenza e gravidanza esistente
La relazione che intercorre tra la gravidanza e la violenza può essere considerata da due diversi punti di vista: da un lato la stessa correlazione tra l’insorgenza della gravidanza a seguito di violenza, dall’altro l’insorgenza della violenza a seguito della gravidanza. Spesso si tende a pensare che la gravidanza sia in qualche modo protettiva nei confronti della violenza e dei maltrattamenti, ma è stato visto che in molti casi la gravidanza è il periodo in cui si registra un alto tasso di inizio di episodi violenti.

Ciò dipende da diverse variabili: l’impossibilità del maschio a sentirsi coinvolto nella crescita del bambino, le minori attenzioni a lui rivolte, le diminuite possibilità della donna di occuparsi delle faccende domestiche. I dati OMS stimano che una donna su quattro sia stata vittima di violenza durante la gravidanza, con percentuali tra il 3,8% e l’8,8% di tutte le giovani che sono in attesa di un bambino. Le donne giovani in stato gravidico sono più colpite rispetto a quelle in età adulta, con percentuali del 38% rispetto al 3-8%. Per quanto sia complesso elaborare e superare uno shock di questo tipo, un’adeguata integrazione di cure farmacologiche e di psicoterapia può consentire di raggiungere dei buoni risultati nel ripristino dell’equilibrio psicofisico della vittima.