La pertosse, conosciuta anche come "tosse canina" o "tosse asinina", rimane una minaccia persistente e particolarmente insidiosa per la popolazione più vulnerabile: i neonati. Nonostante i progressi medici e le campagne di vaccinazione, questa patologia, tutt'altro che scomparsa, continua a manifestarsi con gravi conseguenze, come drammaticamente evidenziato da alcuni casi clinici presso il Policlinico di Sant’Orsola a Bologna. Questi episodi sottolineano l'urgenza di una comprensione approfondita della malattia, delle sue dinamiche di trasmissione e delle strategie di prevenzione, sia vaccinali che non, per proteggere i più piccoli.
I Tragici Casi del Policlinico Sant'Orsola: Un Allarme Costante
Le cronache del Policlinico di Sant'Orsola hanno periodicamente acceso i riflettori sulla gravità della pertosse nei neonati. Il 13 ottobre 2016, ad esempio, presso l’Unità operativa di Pediatria d’urgenza, diretta dal prof. Filippo Bernardi, fu ricoverato un neonato di 2 mesi affetto da pertosse. Le sue condizioni, costantemente monitorate, erano allora stazionarie. Questo ennesimo caso, come spiegato dal direttore del Dipartimento materno-infantile e della Unità operativa di Neonatologia, Giacomo Faldella, rende evidente a tutti come questa patologia, estremamente pericolosa per i neonati, sia tutt’altro che scomparsa.
Un altro episodio significativo riguarda una neonata di due mesi, ricoverata nella stessa Unità operativa, la cui famiglia era rientrata dall'Albania. I primi sintomi erano comparsi durante la vacanza; una volta rientrate a Bologna, la donna si era rivolta ai medici del Sant’Orsola che, riconosciuta la patologia, avevano subito avviato la terapia antibiotica, la cui risposta era stata buona. Questi casi, pur con esiti diversi, dimostrano la costante presenza della malattia e la sua capacità di colpire anche i bambini in tenerissima età.

Tuttavia, la cronaca ha riportato anche esiti tragici. Al Policlinico Sant'Orsola di Bologna, una neonata di 20 giorni è morta di pertosse, dopo esservi stata trasferita dall’Ospedale Maggiore di Parma. La madre della piccola si era vaccinata in gravidanza, come da correnti raccomandazioni. Questo caso specifico, nel pomeriggio di ieri, ha visto la neonata decedere nel reparto di Rianimazione pediatrica. La piccola, originaria della provincia di Parma, era arrivata con i genitori una settimana prima all'Ospedale dei bambini per un'infezione delle vie respiratorie. Vista l'età e le condizioni, la paziente era stata presa in carico dagli specialisti neonatologi del reparto di Terapia intensiva neonatale dell'Ospedale Maggiore di Parma che hanno riscontrato il germe della pertosse quale causa dell'infezione alle vie respiratorie. Nella prima mattinata del giorno del decesso, dopo un immediato e improvviso peggioramento delle condizioni, si era reso necessario il trasferimento alla Rianimazione pediatrica del Policlinico di Sant'Orsola di Bologna, dove la piccola era deceduta poco dopo l'arrivo.
Un anno prima, proprio nello stesso periodo, al Sant’Orsola morì un'altra bambina di 28 giorni colpita da pertosse. Era stata ricoverata in ospedale mercoledì 30 settembre, con quella che sembrava una semplice bronchite. Poi i sintomi respiratori si erano aggravati e gli sforzi dei medici non erano bastati a salvarla. È deceduta così, per pertosse, domenica 4 ottobre, una neonata di 28 giorni. La piccola era ancora troppo piccola per effettuare il vaccino e dunque indifesa di fronte al rischio di contagio del virus che, spiegano i medici del Sant’Orsola, era praticamente stato debellato in Italia, ma aveva ripreso a girare a causa del calo delle vaccinazioni. Queste vicende drammatiche fungono da monito inequivocabile sulla persistente minaccia della pertosse per i neonati non protetti.
La Pertosse: Un Nemico Antico Ma Ancora Presente
La pertosse continua ad essere una malattia endemica di importanza mondiale, con più di 350.000 morti attribuite alla malattia ogni anno. L’uomo è il solo ospite conosciuto di Bordetella pertussis, il batterio responsabile, e la trasmissione avviene per contatto diretto con gocce aerosolizzate da individui infetti, tipicamente attraverso la tosse.

Per ragioni sconosciute, la malattia tra i bambini si osserva più frequentemente nelle femmine che nei maschi e tende a manifestarsi con cicli epidemici di 3-5 anni. Prima della disponibilità del vaccino ucciso costituito dall’intera cellula, si osservavano molti casi di pertosse tra i bambini da 1 a 5 anni di età. Dopo il 1947, quando il vaccino difterite-pertosse-tetano (DPT) è stato commercializzato e raccomandato dall’American Academy of Pediatrics, la maggiore incidenza della malattia si è spostata ai bambini di meno di 1 anno. Attualmente, quelli a più alto rischio di pertosse sono i bambini di 6 mesi di età e quelli che non hanno ricevuto la serie completa di tre dosi di vaccinazione.
B. pertussis causa la sindrome chiamata pertosse o “tosse asinina”. I membri del genere Bordetella sono piccoli, gram-negativi, coccobacilli al primo isolamento e pleiomorfi in subcultura. Sono aerobi obbligati e crescono in maniera ottimale a 35-37°C. Il microrganismo è acquisito attraverso gocce di aerosol infette ed è altamente contagioso, con un’aggressività superiore al 90% in individui non immunizzati.
Progressione Clinica e Gravi Complicazioni nei Neonati
Classicamente, la pertosse clinica in bambini non vaccinati può essere divisa in tre stadi distinti, ognuno con le proprie caratteristiche e rischi, particolarmente aggravati nei neonati.
La fase prodromica o catarrale comincia 5-10 giorni dopo l’acquisizione del microrganismo ed è caratterizzata da sintomi aspecifici “di freddo” o influenzali. La malattia è altamente trasmissibile in questa fase, dal momento che un gran numero di microrganismi è presente nel tratto respiratorio superiore. La tosse compare tardi e aumenta nella persistenza, gravità e frequenza, diventando un campanello d'allarme sempre più evidente.
Questa fase evolve nella fase parossistica o spasmodica dopo 7-14 giorni ed è caratterizzata da tosse convulsa, spesso accompagnata da un caratteristico "gasp" o urlo inspiratorio (da cui "tosse asinina"), frequentemente associata a cianosi e vomito post-tussivo. Nei neonati, questi attacchi di tosse possono essere così gravi da causare apnea, soffocamento e insufficiente ossigenazione.
La fase convalescente comincia generalmente entro 4 settimane dall’esordio e, durante questo periodo, si osserva una graduale diminuzione nella frequenza e nella gravità della tosse. Tuttavia, il recupero può essere lento e la tosse residua può persistere per settimane o mesi.
Le complicazioni che possono essere osservate nel corso della malattia sono molteplici e gravi, specialmente per i neonati. Includono infezioni batteriche secondarie, come la polmonite, otite media, e una serie di sintomi a carico del sistema nervoso centrale (SNC) quali convulsioni e febbre alta, encefalopatia, e atassia cerebrale. Inoltre, la tosse grave e prolungata può portare a ernia inguinale e prolasso rettale. Il prof. Faldella sottolinea che per i bambini sotto i sei mesi, la pertosse comporta un'ospedalizzazione nell'80% dei casi. Inoltre, in un caso su quattro si complica con una polmonite batterica, il 5% dei piccoli pazienti manifesta un risentimento neurologico e l'1% purtroppo muore. Questo dato è considerato intollerabile dai professionisti della sanità.

La Vaccinazione Anti-Pertosse: Strategie Attuali e Limiti Riconosciuti
La vaccinazione contro la pertosse è un pilastro fondamentale nella strategia di prevenzione, ma la sua applicazione presenta specificità e limiti, soprattutto per i neonati. La vaccinazione è possibile solo a partire dal compimento del secondo mese di vita. Per ovviare a questa temporanea mancanza di protezione nelle prime settimane di vita, è consigliata la somministrazione del vaccino alla madre nel terzo trimestre di gravidanza, come era effettivamente avvenuto in uno dei casi di decesso a Bologna. Questa strategia è oggi attivamente proposta: in questo modo, gli anticorpi prodotti dalla madre vengono trasmessi al feto attraverso la placenta e lo proteggono nelle prime settimane di vita. Fausto Francia, direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda Usl di Bologna, ricorda che il vaccino "si è dimostrato sicuro sia per la madre che per il feto" e che "la memoria immunologica della vaccinazione è relativamente breve, per cui è opportuno per le donne in gravidanza che si fossero già vaccinate effettuare comunque un richiamo".
Recent outbreaks of measles, pertussis result of not vaccinating kids, researchers say
Il vaccino originale per l’intera cellula dell’agente della pertosse è somministrato insieme ai tossoidi della difterite e del tetano e agli adiuvanti rivestiti di alluminio (DwPT). A partire dagli anni ’90, la caratterizzazione di componenti subcellulari di B. pertussis ha permesso la produzione di molti vaccini acellulari (DaPT) che consistono in uno o più antigeni. Attualmente, vaccini sia a cellula intera che acellulari sono somministrati insieme ai tossoidi della difterite e del tetano. Il protocollo di immunizzazione consiste di tre dosi di DwPT o DaPT per iniezione intramuscolare a intervalli di 4-8 settimane; tipicamente a 2 mesi, 4 mesi e 6 mesi di età, con una quarta dose 6-12 mesi dopo. Una quinta dose è raccomandata a 4-6 anni di età per mantenere una protezione efficace.
Tuttavia, è fondamentale chiarire che la vaccinazione, sebbene riduca significativamente la gravità della malattia e protegga l'individuo vaccinato, non è pienamente efficace nel bloccare la circolazione del germe. I vaccini anti-pertosse acellulari, come scrive Cassone, "non bloccano efficacemente la trasmissione del batterio". In realtà, mancano i presupposti per un’eradicazione con questo vaccino. Quanto riportato da Cassone basterebbe già a spiegarlo. A ciò si aggiungono le conclusioni di altri esperti mondiali di vaccini antipertosse: essi “…riducono la gravità della malattia, non la trasmissione dell’infezione” (Bolotin S et al. Pathog Dis 2015;73(8):ftv057).
Inoltre, dato il rapido decadimento dei livelli anticorpali protettivi in una parte dei soggetti, presente anche a seguito di malattia naturale, e ancor più a seguito di vaccinazione, gran parte degli adulti non risulta protetto a livello individuale. Anche chi è protetto perché rivaccinato potrebbe essere colonizzato da B. pertussis e trasmettere la malattia. Dunque, i vaccinati possono essere portatori asintomatici, facilitando per paradosso i contagi (Kilgore PE et al.). È molto importante comprendere e diffondere questa informazione.
Fonti di Contagio e l'Importanza della Protezione Familiare
Comprendere le vie di contagio è cruciale per la prevenzione, soprattutto alla luce dei limiti dei vaccini acellulari nella trasmissione. È ormai dimostrato che l’origine del contagio è soprattutto in famiglia. Una ricerca prospettica internazionale ha chiarito le fonti d’infezione in bambini inferiori a 6 mesi: i genitori sono la fonte nel 55% dei casi; i fratelli nel 16% dei casi; gli zii nel 10%; amici/cugini nel 10%; i nonni nel 6%; e le baby-sitter nel 2% (Wendelboe AM et al.). Un’altra ricerca, rappresentativa della popolazione olandese (de Greeff SC), e uno studio caso-controllo in ospedali romani (Fedele G et al.) hanno confermato che i genitori sarebbero la fonte d’infezione nel 56% dei bimbi ricoverati. Questi dati evidenziano la necessità di focalizzare gli sforzi preventivi sulle persone a stretto contatto con i neonati.
La risposta immunitaria dell’ospite in seguito all’assunzione di vaccini per la pertosse acellulari è diretta contro gli antigeni definiti contenuti nel vaccino individuale, mentre la risposta a seguito dell’assunzione del vaccino integro è diretta contro la membrana esterna e gli antigeni fimbriali. Inoltre, anche se B. pertussis non è una causa significativa di malattia respiratoria in molti adulti, studi epidemiologici hanno ripetutamente coinvolto adulti infetti come fonte e veicolo del microrganismo al bambino. Questo rinforza l'idea che la protezione del neonato debba passare anche attraverso la consapevolezza e la protezione dei suoi conviventi.

Oltre il Vaccino: Misure di Prevenzione Complementari per i Neonati
Dato il quadro complesso della pertosse e le sue modalità di trasmissione, la vaccinazione, pur essendo fondamentale, deve essere affiancata da altre misure preventive, specialmente per i neonati che non possono ancora essere vaccinati o per i quali la protezione vaccinale non è completa. Tutti i genitori e chi è a contatto con neonati dovrebbero conoscerle ed essere aiutati ad applicarle.
Innanzitutto, se qualcuno in casa ha una malattia infettiva contagiosa, è consigliabile evitare per quanto possibile gli antipiretici. Questi farmaci, infatti, possono prolungare l’eliminazione dei germi e, di conseguenza, favorire la trasmissione della malattia. La gestione sintomatica, quando non strettamente necessaria, potrebbe quindi involontariamente aumentare il rischio per i più piccoli.
In caso di infezioni respiratorie, è una misura di profilassi di provata efficacia, come dimostrato dalla Cochrane Systematic Review di Jefferson T et al. (BMJ 2009;339:b3675), indossare o far indossare a chi è a contatto con il neonato delle mascherine. Questa semplice barriera fisica riduce significativamente la dispersione di goccioline respiratorie contenenti il batterio, diminuendo il rischio di contagio per il neonato.
Infine, è cruciale fare diagnosi precoce di pertosse, quando possibile, e trattarla prontamente con macrolidi (Cherry JD). La tempestività nell'identificazione della malattia e nell'inizio della terapia antibiotica specifica può limitare la diffusione del batterio e, soprattutto, mitigare la gravità dei sintomi e delle complicazioni nel neonato infetto. Questi interventi complementari, se applicati con diligenza, possono creare un ambiente più sicuro per i neonati.
Il Declino delle Coperture Vaccinali e le Sue Conseguenze Sociali
Le tragedie legate alla pertosse hanno riacceso il dibattito sulla copertura vaccinale e sulle sue implicazioni sociali. La pertosse, sebbene per molti non sia rischiosa, per i bimbi più piccoli, non ancora vaccinati, e gli immunodepressi è potenzialmente letale, spiegano gli esperti del Sant'Orsola. Maria Paola Landini, direttrice di microbiologia dell'ospedale, ha dichiarato che la pertosse "era stata praticamente debellata grazie alle vaccinazioni", ma che si sarebbe riaffacciata nel nostro Paese a causa, appunto, del calo delle persone vaccinate. "Vaccinarsi non serve solo a proteggersi, è un atto di responsabilità sociale", afferma con forza.
Il prof. Giacomo Faldella, primario di neonatologia con 38 anni di professione alle spalle, non si fa una ragione di ciò che accade: "È la prima volta che mi capita un caso come questo - dice - la verità è che anche qui in Emilia-Romagna stiamo tornando indietro rispetto a un percorso di civilizzazione che è stato lungo e difficile". Quello delle vaccinazioni contro le malattie infettive. Il professore sottolinea che la pertosse è una malattia "fastidiosa per chiunque, ma non pericolosa" per gli adulti, ma "nel bambino piccolo invece è potenzialmente letale".

Faldella lancia un appello chiaro: "Quello che la gente deve capire, dopo quello che è successo, è che non esiste dubbio in rapporto al vantaggio tra un vaccino e una malattia: i rischi legati al vaccino sono mille volte inferiori". Egli critica l'idea di non vaccinare, definendola un "abuso di libertà". Spiega che se la maggior parte della popolazione è vaccinata, un obiettore non corre troppi rischi perché beneficia dell'immunità di gregge. Tuttavia, "se cresce la quota di bimbi non vaccinati cala l'immunità di gregge", esponendo tutti, e in particolare i più fragili, a rischi maggiori.
I dati supportano queste preoccupazioni. Nel 2014, in Emilia Romagna, è stato vaccinato contro la pertosse il 94,44% dei bambini (la media nazionale era 94,58%), contro il 95,8% dell'anno precedente (media nazionale 95,5%). Nello stesso periodo, sempre nella regione, la copertura dalla difterite è passata dal 96% al 94,7%. Queste variazioni preoccupano molto l'assessore regionale Sergio Venturi, che avverte: "C'è la possibilità che alcuni virus ritornino, non c'è nessun dubbio. Stiamo facendo un monitoraggio sul territorio per capire le aree in cui sono più in calo le vaccinazioni". Il ritorno di malattie che si ritenevano debellate è una conseguenza diretta del calo delle coperture vaccinali e rappresenta una sfida cruciale per la salute pubblica.
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