La placenta bovina rappresenta un organo di fondamentale importanza durante la gestazione, non solo per il suo ruolo nel garantire lo sviluppo fetale, ma anche per la sua stretta interconnessione con la salute materna, in particolare durante il complesso periodo di transizione. Quest'ultimo, storicamente definito come le tre settimane prima e dopo il parto, ma che recenti evidenze suggeriscono necessiti di un approccio temporale più esteso, include la cessazione della mungitura (messa in asciutta), la fase finale della gestazione con l’intensa crescita fetale, il parto e l’inizio della lattazione. Ogni cambiamento dietetico comporta modificazioni nella funzionalità del tratto gastrointestinale, nel microbiota e nei tessuti digestivi. Inoltre, la gestione zootecnica prevede spesso lo spostamento tra gruppi produttivi, generando stress da nuove interazioni sociali.

Comprendere la Struttura e la Classificazione della Placenta Bovina
Per comprendere appieno le problematiche ad essa correlate, è essenziale chiarire la sua struttura e la terminologia utilizzata. Il termine "placenta" si riferisce a entrambe le componenti, materna (endometriale) e fetale. In precedenza, la placenta bovina era definita di tipo sindesmocoriale, ma la classificazione corrente la descrive di tipo “cotiledonata sinepiteliocoriale”. Questa denominazione riflette la sua complessa architettura. L'epitelio uterino persiste, sebbene inizialmente modificato in placche di sincizi ibridi materno-fetali, originati dalla migrazione e fusione di cellule trofectodermiche (derivate dall'epitelio esterno della blastocisti) e cellule epiteliali uterine (UE). Le cellule trofoblastiche binucleate giganti (TGCs) si fondono con le UE in cellule che possiedono fino a otto nuclei. Queste placche sono poi sostituite da nuove UE verso il giorno 40 di gestazione; i sincizi di TGC-UE sono quindi transitori.
Il termine "sin" descrive la presenza di sincizi feto-materni, mentre "epiteliocoriale" si riferisce alla semplice interdigitazione microvillare tra trofoblasto ed epitelio uterino nel resto della placenta. L'aggettivo "cotiledonare" indica la presenza di aree specializzate di proliferazione trofectodermica chiamate cotiledoni. Il placentoma, unità funzionale della placenta bovina, è formato dall'interdigitazione tra i villi del corion (cotiledoni) e le cripte materne all'apice delle caruncole. Il corion, formato dal trofectoderma e dal mesoderma non vascolarizzato, prende anche il nome di "somatopleura". Esso produce pliche di tessuto che circondano l'embrione, formando un sacco a contenuto liquido, l'amnios.

Le Membrane Fetali e i Loro Ruoli
Terminata la formazione dell'amnios, dalla porzione terminale dell'intestino embrionale emerge una vescicola endodermica, che formerà l'allantoide. "Splancnopleura" è il nome attribuito alla parete del sacco vitellino. L'allantoide, in continuazione con il tratto urogenitale dell'embrione, raccoglie i prodotti di scarto di quest'ultimo. Essendo riccamente vascolarizzato e fondendosi con il corion per formare l'allantocorion, l'allantoide si espande nei cotiledoni assumendo il ruolo fondamentale di organo deputato agli scambi gassosi. Fino al giorno 45 di gestazione, le due membrane (allantoide e corion) appaiono microscopicamente distinguibili: l'allantoide è formato da cellule appiattite, mentre il corion da cellule epiteliali cuboidali.
I placentomi si presentano come strutture elevate, semicircolari, lisce e piatte. Inizialmente individuabili solo nell'area di impianto dell'embrione, dal giorno 60 inizia la loro espansione nel corno gravido. Sono distinguibili macroscopicamente a partire dal 37° giorno. I placentomi sono circondati dalla giustapposizione di tessuto ghiandolare uterino e trofoblasto (aree interplacentomali). Il trofectoderma, o trofoblasto, è lo strato epiteliale che circonda la blastocisti e possiede una grande capacità di espansione, invasione, fusione cellulare, produzione ormonale, assorbimento di nutrienti, trasporto selettivo e resistenza alla risposta immunitaria materna.
Funzioni Endocrine e Scambi Materno-Fetali
Durante la progressione della gravidanza, le cellule uninucleate del trofoblasto (UCTs) si differenziano in UTCs mature o in TGCs. Le UTCs mature possiedono granuli citoplasmatici legati alle membrane che vengono gradualmente rilasciati nella circolazione materna. La giunzione microvillare è formata dall'interdigitazione dei microvilli del trofectoderma e dell'epitelio uterino; intervallate tra le giunzioni vi sono lacune vascolari dove gli eritrociti materni sono fagocitati dalle UTCs e fungono da riserva di ferro per il feto. Le UTCs producono interferone τ, implicato nel riconoscimento materno della gravidanza, la cui produzione raggiunge il picco al giorno 17 e prosegue fino a circa 35 giorni di gestazione. Le TGCs, invece, sono responsabili della secrezione di lattogeno placentare, progesterone, estrogeni e prostaglandine.
Altra popolazione cellulare placentare è rappresentata dai macrofagi. Il loro numero all'interno del tessuto connettivo cotiledonare aumenta fino a dieci volte verso l'ottavo mese di gravidanza. Si ipotizza siano implicati nella risposta immunitaria fetale; tuttavia, in caso di placentite micotica, batterica o da lieviti, possono trasportare l'agente patogeno dalla placenta al feto attraverso le vene ombelicali. I macrofagi nei placentomi appartengono ai cluster di differenziazione CD68+CD14+MHC classe II-, spesso anche al CD11b, mentre i macrofagi caruncolari esprimono CD68+CD14+MHC classe II+ e sono privi del CD11b. La placenta, collegando il sistema circolatorio del concepito e della donna gravida, funge da "barriera" di separazione tra l'ambiente amniotico del feto e la cavità uterina. La sua importanza a livello tassonomico, evolutivo e funzionale è fondamentale, attraverso essa avvengono gli scambi di gas respiratori, nutrienti, anticorpi e sostanze di rifiuto tra madre ed embrione. Inoltre, ha funzioni endocrine con la produzione di ormoni, tra cui gonadotropina corionica, estrogeni, progesterone e ormone lattogeno placentare. La sua funzione complessiva è quella di ossigenare, nutrire, difendere e disintossicare l'organismo durante lo sviluppo prenatale.
Il Periodo di Transizione: Un Momento Critico
Il periodo di transizione è un momento di estremo stress fisiologico per la bovina, caratterizzato da rapidi e significativi cambiamenti metabolici e immunitari. La chetosi è una delle problematiche più studiate in questo contesto. Tradizionalmente vista come conseguenza del bilancio energetico negativo (NEB), ovvero della mancata corrispondenza tra energia richiesta e assunta, il risultato è un aumento degli acidi grassi non esterificati (NEFA), la loro ossidazione incompleta nel fegato e la produzione di corpi chetonici come il β-idrossibutirrato (BHB), che caratterizzano la chetosi.
Nel passato, alcuni studi hanno ipotizzato che, oltre al fegato, un ruolo importante nell'eziologia della chetosi giochino il sistema nervoso centrale e l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Oggi sappiamo che durante la transizione, vari organi (fegato, tessuto adiposo, tessuto muscolare) vanno incontro a rimodellamenti funzionali ed endocrini che influenzano il metabolismo. Una chiave moderna per comprendere il periparto è l’integrazione tra metabolismo e sistema immunitario, campo noto come immunometabolismo. L’attivazione immunitaria implica una riallocazione dei nutrienti a favore delle cellule immunitarie, sottraendoli ad altri processi essenziali. In condizioni infiammatorie, si registra un aumento della produzione di specie reattive dell’ossigeno e dell’azoto da parte di leucociti e cellule dei tessuti ad alto consumo energetico. L’infiammazione sistemica è oggi riconosciuta come cofattore chiave in patologie metaboliche come la chetosi.
Un’efficace adattamento al periparto si verifica quando l’ingestione di sostanza secca è adeguata, la gluconeogenesi è efficiente, la mobilizzazione dei grassi è limitata e il sistema immunitario rimane in equilibrio. In questo contesto, il fegato produce principalmente proteine di fase acuta negative, segno di assenza di infiammazione. Al contrario, un adattamento inefficace si manifesta con bassa ingestione, NEB severo, intensa lipomobilizzazione e attivazione immunitaria. Il fegato accumula lipidi (steatosi), produce corpi chetonici e proteine di fase acuta positive, indicatori di uno stato infiammatorio attivo. Alla luce di queste evidenze, si propone di rivalutare la definizione tradizionale del periodo di transizione, estendendolo ben oltre le classiche sei settimane attorno al parto.

L’utilizzo di biomarcatori ematici si sta rivelando una strategia promettente per prevedere l’adattamento delle bovine al periparto. Le citochine pro-infiammatorie (PIC) possono essere misurate fino a otto settimane prima del parto per identificare soggetti a rischio. Studi recenti hanno confermato che vacche con chetosi subclinica presentano già alterazioni infiammatorie significative fino a 48 giorni prima del parto. L’adattamento della vacca da latte al periparto è un processo complesso che coinvolge simultaneamente metabolismo, immunità e fattori gestionali. La chetosi e altre patologie non possono più essere interpretate come semplici disfunzioni energetiche, ma come esiti di una interazione multifattoriale tra nutrizione, infiammazione e fisiologia endocrina. Una nuova prospettiva diagnostica e gestionale, basata sull’identificazione precoce di segni di infiammazione e squilibri metabolici, può aprire la strada a interventi più mirati ed efficaci, migliorando il benessere animale e la redditività delle aziende zootecniche.
Ritenzione di Placenta: Una Complicanza Multifattoriale
La ritenzione di placenta della vacca da latte rientra nel vasto gruppo delle malattie metaboliche, ossia quelle patologie dovute ad una alterazione del metabolismo. Normalmente la placenta viene espulsa 6 ore dopo il parto. Molti autori concordano nel definire “ritenzione di placenta” quando essa non viene espulsa dopo 12 ore, anche se esiste una variabilità fisiologica se ciò avviene tra le 12 e le 24 ore. L’incidenza in allevamento è tra il 3% e il 12% e probabilmente esiste un andamento stagionale. Generalmente colpisce gruppi di animali, a testimonianza del fatto che spesso i fattori eziologici e di rischio intervengono collettivamente.
Il danno che essa provoca alle bovine è piuttosto grave. Ne risulterà un aumento del rischio di metriti puerperali, endometriti, chetosi e mastiti. Le bovine che hanno ritenuto la placenta avranno quindi un’alterata involuzione uterina, un allungamento dell’intervallo parto-primo servizio (+ 2-3 giorni), un maggior numero di fecondazioni per gravidanza ed un allungamento dell’intervallo tra il parto e il concepimento (+ 6-12 giorni). Studi hanno dimostrato una riduzione della produzione di latte.
Lezione 20 - Fisiologia della gravidanza, fecondazione, placenta e circolazione
Meccanismi Fisiologici del Distacco Placentare
La rapida rottura del legame tra i cotiledoni fetali e le caruncole materne, che costituisce il placentoma, è essenziale per l'espulsione della placenta. Dopo il parto, questo legame, costituito principalmente da collagene, deve essere rapidamente disgregato. Il feto, prossimo al parto, aumenta la produzione di cortisolo, che stimola la produzione di estrogeni a scapito del progesterone. Questo "shift" ormonale sovra-regola i recettori dell'ossitocina presenti sulla muscolatura uterina (miometrio). Le prostaglandine, stimolate dagli estrogeni, contribuiscono alla riduzione del progesterone, innescando l'attività collagenasica. La lisi del corpo luteo, inoltre, contribuisce alla secrezione di rilassina, che stimola la lisi del collagene e il rilascio della cervice e dei legamenti pelvici.
Studi più recenti hanno dimostrato che il parto scatena una vera e propria azione infiammatoria del placentoma. Il rilascio di citochine pro-infiammatorie (TNF-α, IL-1, IL-6 e IL-8) da parte delle cellule epiteliali uterine durante il parto causa un richiamo di leucociti, come neutrofili e monociti, verso il placentoma, i quali eseguono il distacco della placenta. Una diminuita produzione di TNF-α e IL-8 sembra essere la causa di un minore afflusso di leucociti verso il placentoma.
Fattori di Rischio per la Ritenzione Placentare
Bovine che arrivano grasse al parto liberano nel sangue, dal tessuto adiposo, molto progesterone che contrasta gli effetti positivi sul distacco placentare dovuti agli estrogeni. Si avrà pertanto ritenzione di placenta in concomitanza con una non completa riduzione di progesterone ematico, una non elevata produzione di estrogeni, una ridotta produzione di citochine pro-infiammatorie, un insufficiente afflusso di leucociti nel placentoma e una scarsa efficienza dei neutrofili.
I fattori di rischio includono:
- Condizione Corporea Eccessiva al Parto: Le vacche "grasse" dimagriscono di più, portando a una liberazione di progesterone dal tessuto adiposo e a un aumento del rischio di chetosi già prima del parto. La chetosi, anche in forma subclinica, riduce l'efficienza del sistema immunitario cellulo-mediato.
- Stress Ossidativo: L'imponente attività dei leucociti finalizzata al distacco della placenta comporta la produzione di molte molecole ossigeno-reattive (ROS o ROM). Se non contrastate da un'adeguata presenza di antiossidanti, possono causare o concausare la ritenzione di placenta.
- Stress Generale: Lo stress nelle ultime settimane di gravidanza può alterare l'efficienza del sistema immunitario.
- Squilibri Nutrizionali: Carenze di energia, un non corretto apporto o disponibilità di calcio, carenze di oligoelementi (zinco, selenio, rame, manganese) e un'inadeguata concentrazione proteica nella dieta possono compromettere i meccanismi di distacco.
- Problemi Ormonali: Ridotta produzione di estrogeni, insufficiente calo del progesterone, alterazioni nella produzione di prostaglandine.
- Disfunzioni del Sistema Immunitario: Ridotta affluenza di leucociti nel placentoma, scarsa efficienza dei neutrofili.
- Alterazioni Vascolari: Un aumento delle resistenze vascolari nell'arteria uterina media qualche giorno prima del parto, potenzialmente legato allo stress e alla produzione di catecolamine, può ostacolare le modificazioni pressorie necessarie per il distacco dei villi.
- Traumi Uterini: Possono interferire con il normale processo di distacco.

Aspetti Nutrizionali e Manageriali per la Prevenzione
Per prevenire la ritenzione di placenta, è fondamentale focalizzare l'attenzione su:
- Gestione della Condizione Corporea in Asciutta: Evitare che le bovine arrivino al parto in sovrappeso, modificando la dieta delle bovine in lattazione ormai gravide. Questo può essere complesso se si dispone di un gruppo unico di bovine in lattazione e se l'intervallo parto-concepimento medio si protrae per oltre 150 giorni.
- Gestione dello Stress: Evitare sovraffollamento e stress nella fase di preparazione al parto.
- Appetibilità e Ingestione: Prestare attenzione all'ingestione in questo periodo, evitando additivi o alimenti poco appetibili, stress da caldo e garantendo adeguata disponibilità di acqua e posti in mangiatoia. L'inserimento di zuccheri nella razione può aiutare.
- Integrazione Nutrizionale: Somministrare diete con corretta concentrazione proteica (> 13%) e adeguatamente integrate con principi attivi antiossidanti come vitamina A ed E, rame, zinco, manganese e selenio.
Diagnosi e Intervento
La diagnosi di gravidanza può essere effettuata tramite palpazione transrettale a partire dal giorno 35 di gestazione, rilevando lo "scivolamento delle membrane" o la vescicola amniotica. L'ecografia permette di evidenziare il sacco allantoideo dal giorno 22-27 e l'amnios dal giorno 30. Il dosaggio delle PAGs (Proteine Associate alla Gravidanza) può diagnosticare una gravidanza tra i 28 e i 30 giorni post-inseminazione.
Il distacco prematuro delle membrane fetali dalle caruncole materne è spesso responsabile di mortalità perinatale. La ritenzione delle membrane fetali si verifica nel 5-10% delle bovine da latte quando gli invogli non sono espulsi entro le 12 ore dal parto. L'immaturità placentare è la condizione fondamentale per la patogenesi della ritenzione. Altri fattori identificati includono flogosi, edema non infiammatorio dei villi, involuzione prematura dei placentomi o iperemia. Ruolo indiretto è attribuito a stress, stagione, sesso del feto, fattori nutrizionali, patologie dell'utero o del feto.
In caso di ritenzione, il veterinario può intervenire con terapie specifiche, tra cui l'uso di pessari, iniezioni ormonali e antibiotici. Tuttavia, l'obiettivo primario deve essere la prevenzione attraverso una gestione nutrizionale e manageriale ottimale, soprattutto nel periodo di asciutta e transizione. La corretta alimentazione in asciutta, con adeguati apporti di minerali, energia, proteine, un corretto transito da asciutta a lattazione e animali non grassi, limita significativamente l'incidenza delle ritenzioni placentari.
La ritenzione di placenta, oltre ad essere un costo economico diretto (farmaci, visite veterinarie), comporta una elevata predisposizione a problemi podali, ritardi nel ciclo estrale e difficoltà di concepimento, con conseguente perdita di latte e allungamento del periodo parto-concepimento. Una gestione attenta di questi aspetti è cruciale per il benessere animale e la redditività aziendale.