# I Doni della Culla: Destino, Meraviglia e la Nascita del Sapere

Il motivo de "le fate buone che hanno deposto nella sua culla magnifici doni" è un archetipo potente e perenne nella narrazione umana, permeando il tessuto stesso delle fiabe e dei miti. Esso simboleggia l'inizio di un destino, segnato da benedizioni o prove, che plasma l'esistenza di un individuo fin dai suoi primi vagiti. Questi doni non sono sempre tangibili; possono manifestarsi come virtù innate, bellezza straordinaria, fortuna inaspettata, ma anche, talvolta, come maledizioni che, pur terrificanti, finiscono per forgiare un carattere o rivelare una forza insospettabile. La vita di una Principessa può essere avvolta in una "meraviglia in meraviglia", un'esistenza "bella e più sorprendente che si fosse mai veduta," mentre la sua "grazia infinita" cattura l'ammirazione di tutti, rivelando il profondo significato di tali doni.

Culla con fate che depongono doni

I Doni e le Sfide del Destino Nelle Fiabe

Fin dalla nascita, le sette fate iniziarono a distribuire alla Principessa i loro doni, ma l'equilibrio della fortuna è precario, poiché si profilava la minaccia che "si sarebbe bucata la mano con un fuso e che ne sarebbe morta!". Questa fatalità, spesso legata all'intervento di una "vecchina, che se ne stava sola sola, filando la sua rocca," è una delle molteplici manifestazioni di come il destino, a volte crudele, si intrecci con i doni più preziosi. La bellezza, ad esempio, può essere un dono della natura, come per la Principessa dal "carnato sempre fresco" le cui "gote erano di un bel carnato, e le labbra come il corallo," che "non per questo era meno bella," o per quella che non aveva bisogno di essere coltivata "a furia di regali." Questi attributi possono abbagliare, come quando Grazioso ne rimase abbagliato, trovandola "più bella della natura." Una figura potrebbe essere "più grazioso di tutti gli abitanti del Regno," e innamorarsi è una reazione quasi inevitabile, un "Amore, Amore,… a saperti nascondere!" Talvolta, la fortuna è così grande che un Re dichiara il giorno dell'incontro come "il momento più fortunato della vostra vita," sentendo "la terra sotto i piedi" e confidando che "Dei sanno ricompensare."

Ma i doni possono essere anche intelligenza, coraggio o astuzia. L'idea di dover "insegnare alle fanciulle che chi dorme non piglia pesci" suggerisce un dono di saggezza pratica e intraprendenza. Persino la povera Cenerentola, che ricevette "trattamenti che le avevano fatto patire" e un vestito da una "brutta Cenerentola come te," aspira a una felicità che la farà "non capire più in sé dalla gioia." La gioia di sentirsi "bella davvero! Dio mio! come siete felici voi altre! pagherei di poterla vedere! lo dicevo anch'io!" rispose Giulietta, rivela il desiderio universale di splendore e riconoscimento.

Accanto a questi doni di grazia e bellezza, esistono sfide spaventose. Il terrore generato da figure come "Barba-blu, che faceva loro tanta paura," è un chiaro esempio. La sua casa, con le "parecchie donne morte e attaccate in giro alle pareti," era un luogo di orrore, e il comando "Voi siete voluta entrare nella stanzina" rivelava un pericolo mortale. Le "orribili voglie" di un Re e la sua incapacità di "non sapere proprio come fare a ingannarla per la terza volta" o di "dovercisi rifare due volte" indicano una malvagità persistente che le vittime devono affrontare con intelligenza e coraggio, come l'infanta che trovò "scampo che andare a casa della sua comare, la fata Lilla" per un "vestito color dell'aria" che generò un "gran bagliore" e lasciò tutti stupefatti.

Il senso di impotenza e la disperazione possono essere schiaccianti, con i genitori che si chiedono "dove saranno ora i nostri figliuoli?" o che temono "forse a quest'ora l'hanno bell'e divorati." La gioia effimera "durò finché durarono i dieci scudi," e poi "si perdevano nella foresta," sentendo un "vento da far paura" e vedendo "lupi, che si avvicinavano per mangiarli." L'orco, con il suo ghigno "sei vecchia e tigliosa!" e l'intenzione di mangiarli, è una minaccia palpabile, ma anche in queste situazioni estreme, la presenza di "fratelli e disse loro di vestirsi subito e di seguirlo" o l'astuzia di scavalcare il muro "a punta di piedi nel giardino" possono offrire una via di fuga. La "Principessa" che riceve doni non è sempre esente da prove, come quando si trovò "rinchiusa qui, prima di conoscere quel simpatico Re" e tormentata dal pensiero "impedirmi di poterlo vedere." Il lamento "Ah! Regina senza cuore! iniquamente imprigionata? martoriarmi?" è un'espressione della sofferenza che spesso accompagna le vite di coloro che sono stati "dati in dono" al destino. A volte, il "coraggio di entrare nel bosco" è il solo dono su cui si può contare.

IL VERO SIGNIFICATO DELLE FIABE

Dalla Meraviglia Narrativa alla Meraviglia della Conoscenza: Venezia come Culla del Sapere

Le fiabe, con i loro "magnifici doni" e le loro terribili prove, sono esse stesse un dono inestimabile, tramandato di generazione in generazione. Ma come vengono conservate e diffuse queste storie, insieme a tutto il sapere che arricchisce la società? La risposta risiede nella cultura della scrittura e del libro, un "dono" la cui importanza è stata riconosciuta e coltivata in luoghi come Venezia. Nel primo Quattrocento, Venezia era una metropoli cosmopolita, ricca e in piena espansione. Le merci vi abbondavano, e fra esse non mancavano i libri, un dono intellettuale fondamentale. L'alfabetizzazione era elevata, e questa non era una circostanza casuale. La conoscenza della scrittura e qualche nozione di contabilità erano indispensabili a coloro che si dedicavano al commercio, e a Venezia questi erano numerosissimi, nella classe patrizia anzitutto, ma anche negli altri ceti.

Il bisogno di istruzione era diffuso, anche in rapporto alla progressiva burocratizzazione dello Stato, che si riscontrava nel Quattrocento in tutta l'Europa e che era particolarmente evidente nelle grandi città italiane. A Venezia tale processo era già in atto nel Trecento e anche prima. Nel 1345 erano sorti, per volontà del colto doge Andrea Dandolo, storico e giurista, i diplomatari contenenti gli atti relativi ai rapporti tra Venezia e gli Stati d'Oriente e d'Occidente, rispettivamente il Liber Albus e il Liber Blancus. Si erano formati già prima i registri dei Pacta, contenenti gli atti di diritto internazionale; vi erano poi i Commemoriali, in cui venivano trascritti gli atti di maggior rilievo per la città. Tale opera di riordinamento degli atti pubblici era espressione di un bisogno di registrazione e di documentazione, che si rifletteva in vari aspetti dei rapporti fra cittadini e Stato, rendendo sempre più necessario l'uso dello scritto. Ciò presupponeva la presenza di un numero adeguato di scuole.

Mappa storica di Venezia nel Quattrocento

L'Istruzione a Venezia: Fondamenta di un Dono Diffuso

A Venezia gli insegnanti erano molto numerosi: un centinaio, e forse assai di più. Essi venivano assunti non da istituzioni pubbliche, come accadeva in varie città della terraferma, ma dai privati, che si accordavano per stipendiare maestri di loro fiducia, ciascuno dei quali impartiva le sue lezioni a un numero variabile, ma certo non piccolo, di allievi. L'apprendimento seguiva regole antiche, e si attuava sulla scorta di testi non meno antichi, rappresentando un dono metodologico consolidato.

Il bambino muoveva i primi passi nella lettura avvalendosi della tabula (in veneziano tola): un foglio su cui erano tracciate le lettere dell'alfabeto, che veniva incollato su una tavola di legno appesa alla parete della scuola (onde il nome). Il maestro indicava sulla tavola le lettere con una bacchetta, e gli scolari si sforzavano di riconoscerle. Esistevano poi delle tavole più piccole (a Venezia, tolete) che riproducevano la maggiore e che ogni scolaro teneva con sé, per meglio seguire e ripetere la lezione. Una volta memorizzato l'alfabeto, si imparava a leggere col salterio (raccolta di preghiere e di salmi) o piuttosto con un estratto di tale libro, il psalteriolus, a Venezia psalterio picolo, o psalterio da puti, contenente alcune delle preghiere più note, come il Pater noster, l'Ave Maria, il Salve Regina. Il passo successivo era lo studio del Donato, vale a dire dell'opera del grammatico Elio Donato, vissuto nel IV secolo, rielaborata e adattata in epoca più tarda. Il bisogno di tabule, salteri e Donati era grande, tanto che vi si provvedeva già nella prima metà del secolo con l'ausilio della xilografia: si stampavano tali testi elementari incidendoli su matrici di legno, come già alla fine del Trecento si faceva con le immagini dei santi.

Antico libro di grammatica o salterio

Accanto alle scuole di grammatica, basate sull'insegnamento del latino, esistevano poi le scuole d'abbaco, destinate alla formazione professionale del mercante: vi si insegnava l'aritmetica commerciale, il calcolo degli interessi e dei cambi, la suddivisione dei profitti e delle perdite, le stime delle merci, la tenuta dei libri contabili, la corrispondenza commerciale. L'insegnamento si svolgeva in volgare; la scrittura impiegata era la mercantesca, così chiamata perché diffusa appunto nel mondo del commercio. Vi accedevano giovani di solito provenienti dai gradi più bassi della scuola di grammatica, capaci ormai di leggere e in possesso di qualche nozione di latino. Molti dei "latinantes" si fermavano al livello più basso, "a tabula usque ad introitum Donati"; altri proseguivano; quattro gradi d'istruzione ad esempio erano previsti a Treviso e a Chioggia. I discenti affrontavano, assieme e dopo il Donato, i Disticha Catonis, raccolta tardoantica di massime morali, il Liber Aesopi, compilazione del XII secolo, l'Ecloga Teoduli, operetta del X secolo in cui si contrapponevano in forma dialogica il vero e il falso, gli dei pagani e l'insegnamento di Cristo, il Liber Eve Columbe di Prudenzio, le opere di Prospero di Aquitania, il Physiologus. Vasta diffusione avevano il Catholicon di Giovanni Balbi, dizionario enciclopedico, e la massiccia opera grammaticale in versi di Alessandro di Villedieu, il Doctrinale. È naturale che vi fosse una forte richiesta di questi testi, tanto maggiore quanto più elementare ne era il contenuto; se tutti chiedevano tabule e salteri, tanto da renderne conveniente la riproduzione xilografica, la domanda si restringeva via via per le opere di contenuto più impegnativo.

IL VERO SIGNIFICATO DELLE FIABE

La Produzione e la Diffusione dei Libri: Un Dono Continuo

Ci si poteva procurare il libro desiderato in due modi principali: si poteva trovarlo già confezionato, o farlo fare espressamente. I maggiori produttori di manoscritti erano i monasteri e i conventi. A Venezia essi erano molto numerosi e godevano generalmente di buone, talvolta ottime, situazioni economiche. Vi erano anzitutto vari monasteri benedettini, di diverse osservanze. Presso alcuni dei più importanti vi era uno scriptorium, organizzato ai fini della produzione di libri. Di regola si trattava di libri destinati all'accumulazione nel monastero stesso, ma spesso essi venivano invece venduti al di fuori del monastero, estendendo così il dono della conoscenza. Il maggiore scriptorium veneziano era forse quello del monastero camaldolese di S. Michele in Isola; esso non lavorava solo per i monaci, ma anche per altri. Vediamo così Matteo Guidoni, abate di S. Maria degli Angeli a Firenze, consigliare nel 1401 a Tommaso Caffarini, domenicano senese trasferitosi a Venezia per darvi impulso al culto di santa Caterina, di rivolgersi all'abate di S. Michele per le necessità librarie del suo convento: quest'ultimo avrebbe fatto fare "per suos vel alios fidos" quello che serviva. Il monastero muranese cercava anche fuori di Venezia libri di particolare qualità artistica, come modelli per i miniatori del proprio scriptorium; per questo era in rapporto con il monastero fiorentino, che fornì allo scopo alcuni raffinati graduali. Nel 1422 furono acquistati a Firenze tre libri sacri, con una spesa di rilievo: 60 fiorini. Per i Benedettini la produzione di libri rientra nei compiti del monaco ed è raccomandata come opera di pietà.

Diverso è l'atteggiamento degli Ordini mendicanti. Per i Francescani il libro è un mezzo da usare, non oggetto di possesso e di accumulo. Per i Domenicani esso interessa in quanto strumento dell'attività intellettuale e spirituale, sussidio all'insegnamento e alla predicazione: non importano pretiositas e pulchritudo, contano legibilitas ed emendatio, per una lettura diffusa e controllata. L'acquisto di libri è incoraggiato (la diligenza del librarius si misura dall'incremento dei volumi durante il periodo dell'incarico), ma si considera secondaria l'attività di trascrizione rispetto allo studio e alla predicazione: ciò che conta è avere i libri a disposizione, comperati o trascritti che siano. Poteva comunque essere vantaggiosa per il convento la seconda soluzione; e infatti nel convento di S. Domenico di Castello e in quello dei SS. Giovanni e Paolo la produzione di codici era considerevole. Alle suore del Corpus Domini, che evidentemente trascrivevano codici abitualmente, Giovanni Dominici consiglia, nel 1401, di chiedere in prestito all'abate di S. Monasteri e conventi non solo acquistavano e producevano manoscritti, ma anche li vendevano. La produzione cartografica di S. Michele non era certo destinata ai soli monaci. A due frati dei SS. Giovanni e Paolo pensa di rivolgersi, già nel 1335, Oliviero Forzetta, lo straordinario collezionista trevigiano studiato da Luciano Gargan, per comperare Seneca, Orosio e i commenti di s. Tommaso e Averroè alle principali opere di Aristotele. A S. Domenico si vendevano manoscritti anche nel secondo Quattrocento: ci rimane un libro di conti, ove risulta che vi si trascrivevano libri in buon numero, che venivano poi venduti: ciò negli anni 1460-1476. Anche il monastero di S.

Monaci amanuensi in uno scriptorium con codici aperti

Alla produzione del libro attendevano, oltre agli istituti religiosi, artigiani specializzati: cartolai e librai. Anche se i termini venivano spesso usati indifferentemente, compito specifico dei cartolai era la fornitura dei materiali scrittorî (la carta, la pergamena semilavorata) mentre il librarius produceva e vendeva il prodotto finito, rendendo così accessibile il dono della cultura. Al cartolaio toccava conciare la pergamena, raschiarla, riunirla in fascicoli; quanto alla carta, doveva fascicolarla e darle il formato richiesto. Subentrava poi il libraio, che curava direttamente, o attraverso suoi collaboratori esterni o dipendenti, la copia; poi, se del caso, il codice passava al miniatore; seguiva, ma non sempre, l'ultima fase, quella della legatura. Il libraio provvedeva poi alla vendita. I librai veneziani (detti anche bidelli; il termine a Venezia, come attesta il Filelfo, equivaleva a librarius publicus) erano numerosi anche prima della stampa ed avevano le loro botteghe nei punti più diversi della città. A S. Salvador aveva sede quella dell'incauto acquirente di un libro rubato nel convento dei Crociferi da un tal Antonio detto a tabuleis, a S. Canciano era sito il negozio di un altro cliente di Antonio, che paga due ducati per un libro rubato a S. Zaccaria, a Rialto risiedeva mastro Nascimbene a cartis, che compera una schiava nel 1421. Molti svolgevano la loro attività nelle Mercerie, come il "bidellus" di cui parla il Filelfo a Pietro Tomasi, la cui "taberna libraria" era situata appunto "euntibus ex Rivoalto ad forum divi Marci ad dextram", o come Gasparo e Niccolò, che poco dopo il 1440 avevano il loro negozio sul ponte sito al mezzo di tale strada; negli stessi anni Giacomo di Giorgio aveva una bottega in salle Lunga a S.

La Complessità della Scrittura e il Commercio del Sapere

Fra i copisti professionisti, operanti per lucro, si distinguevano i notai. I notai padroneggiavano la tecnica della scrittura ed è naturale che fosse loro richiesto di trascrivere non solo atti giuridici, ma anche testi diversi, agendo come veicoli del dono scritto. A Venezia appartenevano spesso al clero. Quello del notariato ecclesiastico era un uso antico, che nel Quattrocento sopravviveva soprattutto a Venezia: ciò sino ad un decreto del 1433 di Eugenio IV, che era un patrizio veneziano ed aveva visto coi suoi occhi i preti della sua città intenti a rogare atti patrimoniali per parecchie ore al giorno, incuranti dei loro doveri religiosi. La disposizione papale mirava a porre fine a quell'antico costume, uniformando la situazione veneziana a quella del resto d'Italia; ma non sembra vi riuscisse, se il maggior consiglio doveva reiterare il divieto, con decreto del 19 gennaio 1474 m.v., motivandolo con l'opportunità di consentire ai cittadini laici dotti e virtuosi di "sostentarsi con le famiglie" nelle corti di Palazzo o negli uffici di Rialto. Ma neppure questa disposizione ebbe effetto, se il maggior consiglio dovette ripeterla il 28 giugno 1521, riferendosi in particolare agli uffici dipendenti dai procuratori di S.

Un'altra categoria di copisti di grande dignità e prestigio era quella dei membri della cancelleria. Anch'essi avevano grande dimestichezza con la scrittura in relazione ai loro incarichi e veniva quindi loro richiesto di trascrivere opere letterarie. È probabile che essi svolgessero tale attività occasionale di copia non solo per lucro, ma anche per altre ragioni: per compiacere i loro superiori patrizi, che delegavano volentieri l'onere della copia, impegnati com'erano nella politica e negli affari, o per procurare determinate opere a se stessi o al proprio colto entourage. Michele Salvatico, ad esempio, notaio presso i capi sestiere, copia numerosi codici per Francesco Barbaro. Nei pressi dell'entrata del palazzo Ducale si affollavano poi degli scribi, la cui esistenza è ampiamente documentata per gli ultimi secoli della Repubblica, ma che con ogni probabilità operavano già nel Quattrocento: essi informavano avvocati e clienti circa l'andamento delle loro cause, segnalavano nascite e morti patrizie, comunicavano i risultati delle elezioni, offrendo un dono prezioso di informazione. Una singolare categoria di copisti era rappresentata dai prigionieri: anche a Venezia, come altrove, i carcerati che possedevano l'arte dello scrivere venivano utilizzati come scribi. Così Giovanni Soranzo di S. Giovanni in Bragora si fa copiare la Commedia da un mantovano detenuto nelle pubbliche prigioni, che termina l'opera nell'agosto del 1498. Molti copisti erano poi forestieri: soprattutto in età umanistica le persone capaci di scrivere con eleganza si spostavano da una città all'altra, seguendo le richieste dei committenti. Così Giovanni Aretino, uno dei primi ad usare la littera antiqua, lavora per qualche tempo a Venezia. Così Biagio da Ragusa copia codici petrarcheschi nella casa di Paolo Loredan, nel 1435. Zuan Todesco trascrive codici umanistici per Leonardo Sanudo. Un'analoga mobilità si riscontra in un'altra prestigiosa, raffinata categoria di artigiani che partecipano alla produzione del libro, quella dei miniatori.

Nel processo di produzione del libro l'importanza dei produttori di carta e di pergamena era certo grande, al pari di quella dei venditori all'ingrosso di tali materiali, un prerequisito fondamentale per la diffusione del sapere. Nell'era della stampa gli Agostini, banchieri operanti anche nel commercio della carta, appaiono coinvolti nell'attività di alcuni tipografi; alla fine del secolo i Barbarigo, proprietari di cartiere, sosterranno l'azienda editoriale di Aldo.

Commercio di libri e artigiani veneziani

Alla vendita dei libri provvedevano i privati, con scambio diretto fra loro, e i produttori stessi: i monasteri, i conventi, i librai. La vasta presenza di istituti religiosi e i non pochi librai di cui ci è giunta notizia inducono a ritenere che il commercio librario fosse vivace, grazie anche all'atmosfera stessa della città, in cui la mercatura faceva parte integrante della vita quotidiana. Vi partecipavano librai di rango, come quelli che servivano Oliviero Forzetta, ma anche personaggi assai più modesti, come quella rivendugliola ai Carmini cui il già incontrato Antonio ruba un libro nel 1363, rivendendolo per 16 soldi di piccoli; o quel tartaro, probabilmente uno schiavo affrancato, che teneva sul balcone nel 1396 "unus breviarius portatile ad vendendum" chiedendone 6 lire di piccoli; o quella schiava abitante a S. Cassiano che esponeva sul balcone, per venderli, uffizi, salmi, orazioni in volgare. Una qualche forma di commercio librario esisteva già nel Duecento: Iacopo abate di Moggio si era procurato a Venezia una decina di libri di argomento sacro, poco dopo il 1240. Non ci è dato sapere a chi si fosse rivolto: se a conventi, a librai, o ad altra fonte. Rimane il fatto che era riuscito a trovare a Venezia ciò che gli interessava.

In definitiva, sia che si tratti dei doni miracolosi deposti nella culla da fate benevole, che modellano il destino individuale con la loro "meraviglia", sia che si consideri il sistema complesso e vitale di produzione e diffusione della conoscenza, che ha reso Venezia una "culla" di sapere, il significato è profondo: questi "magnifici doni" sono le forze che plasmano le vite e le civiltà, offrendo bellezza, saggezza, e la capacità di superare le più grandi avversità. Essi ci ricordano che il vero valore non risiede solo nelle ricchezze materiali, ma nell'eredità intellettuale e spirituale che viene trasmessa, una "bella e fatta meglio di me" meraviglia che continua ad ispirare e arricchire.

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