Analisi semantica e culturale del “pesce di ciuccio”: tra leggende, proverbi e metafore partenopee

Il lessico popolare napoletano è un ecosistema complesso, stratificato e profondamente radicato in una visione del mondo che non separa mai il quotidiano dal mitologico, il sacro dal profano, o la metafora dal dato di fatto. Tra le espressioni che popolano questo immaginario, la figura dell'asino ("o ciuccio") occupa un posto centrale, quasi archetipico, evolvendo da animale da soma a simbolo di testardaggine, fino a metafora dell'insufficienza umana.

illustrazione antica di un asino sofferente con il basto e i cerotti

L'origine della figura: dall'asino di Fechella alla metafora dell'abbattimento

Il concetto di "pesce di ciuccio" - o meglio, il paragone tra un individuo sofferente e la figura dell'asino - trae linfa da vicende storiche locali spesso dimenticate. Si narra di un malaticcio individuo paragonato a un famoso asino, di proprietà d’un tal Fechella, usato per piccoli trasporti di derrate alimentari. Questo animale era tristemente noto per avere la schiena piagata in più punti e la coda marcita a causa del lavoro logorante.

Tuttavia, esiste una distinzione fondamentale tra l’animale e l’essere umano a cui viene accostato: a differenza dell’asino, che pur sopportando l'enorme carico del basto non emetteva lamento alcuno, l’individuo a cui viene paragonato appare sempre abbattuto, avvilito e tormentato. La battuta riscosse tale successo da essere ripresa dalla stampa dell'epoca, che pubblicò il disegno di un asinello mal ridotto, pieno di cerotti e con una misera coda, segnando l'inizio di una fortuna letteraria e dialettale che ha legato questa immagine indissolubilmente all'identità popolare.

La proverbiale testardaggine dell’asino

Nell’immaginario collettivo, l’asino è l’animale più testardo che ci sia; è ostinato e di rado esegue gli ordini del padrone. Questa caratteristica ha generato il celebre proverbio: “A lavà ‘a capa ‘o ciuccio se perde l’acqua, ‘o tiempo e ‘o ssapone.” (“A lavar la testa all’asino si perde il ranno e il sapone”).

Le origini di questo detto sono incerte e contese da diverse regioni d’Italia. Letteralmente, il proverbio indica che lavare la testa all’asino è solo uno spreco di "ranno" - un miscuglio di cenere e acqua bollente usato un tempo per detergere i panni - e sapone. L’interpretazione estensiva, invece, ci suggerisce che dialogare con gli ignoranti è una gran perdita di tempo: non ha senso cercare di far ragionare chi non vuole mai cambiare idea, chi resta fermo nelle proprie convinzioni, rendendo vano ogni sforzo educativo o persuasivo.

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Leggende, carta d’Amalfi e poesia

Le leggende abitano i segreti luoghi della costiera amalfitana come fossero lari silenziosi, destinati a mostrarsi a chi usa la vita per cercare l’oro dell’incontro. La storia dei «ciucci e dei pesci», con la grazia che ne è un attributo ontologico, è diventata un libro rilegato su carta d’Amalfi, cucito a mano dalle signore dei borghi, custodi di storie e trucchi artigiani, intessuto di stampe d’opere ispirate alla leggenda.

Lì avviene il miracolo dell’esistenza di un pescatore montanaro, di un sentiero che dagli scogli arriva fino a una finestra che sovrasta poderosa i Monti Lattari. Lì sembra che abbia senso la poesia di Montale, che nel profumo dei limoni riconosceva la parte di ricchezza che spetta a tutti, il lusso che a nessun uomo è negato. È un interrogarsi sulla eterea composizione di cui siamo fatti, un po’ creature marine, un po’ terrene. Come per un incantesimo da sirene, il lavoro della Costiera è arrivato ad Albissola, ha trovato qui un posto dove fare eco, è stata tradotta nel dialetto ligure, ha preso nuova vita assorbendo l’immaginario del posto.

La fenomenologia del quotidiano: tra "mmerda" e sostrato scatologico

Non si può comprendere a fondo l'espressività napoletana senza addentrarsi nelle locuzioni che utilizzano il registro scatologico, non per volgarità fine a se stessa, ma per una precisione icastica che definisce il carattere e la sostanza delle cose. Il napoletano, uomo civile e costumato, non teme di utilizzare termini crudi per descrivere la realtà.

  • Essere n’ommo ‘e mmerda: Si riferisce ad una persona infida, scostante e repellente, un individuo la cui intera natura pare formata di sterco.
  • Fà ‘na fijura ‘e mmerda: Una locuzione che supera la pur dura "figura da chiodi" (fa ‘na fijura ‘e chiove). Qui, il comportamento errato è talmente umiliante da risultare lercio, una macchia indelebile.
  • Jí cu ‘o musso dint’â mmerda: L'agire presuntuoso che porta inevitabilmente a fallire, paragonato al maiale che nel porcile affonda il muso nei propri escrementi.

Diagramma che illustra la classificazione delle espressioni idiomatiche napoletane basate sul corpo

Il tino di mezzo: una storia di rifiuti e identità

La città di Torre del Greco è stata storicamente definita ‘A tina ‘e miezo. Questa espressione, inizialmente riferita al grosso tino posto al centro di un carro per raccogliere il letame (il concime naturale venduto per le campagne), è diventata un nomignolo emblematico. Il tino centrale riceveva il materiale da altri due contenitori più piccoli posti ai lati.

La metafora si lega a una leggenda urbana: per un particolare gioco di correnti marine, le deiezioni riversate in mare a Napoli venivano trasportate verso Torre del Greco, arenandosi sulla sua spiaggia. Da qui il detto “Napule fa ‘e peccate e ‘a Torre ‘e sconta”, dove "peccate" (peccati) trasla in senso lato per indicare gli escrementi che vengono, appunto, "scontati" (pagati) dalla cittadina vesuviana.

L’impossibile nobilitazione: "Sceruppà ‘nu strunzo"

Una delle espressioni più complesse è sceruppà ‘nu strunzo (sciroppare uno stronzo). Sebbene il verbo sceruppà indichi primariamente l'azione di conservare frutta in uno sciroppo zuccherino, in senso figurato significa elevare ad immeritati onori un uomo dappoco.

Il soggetto, che pretende di elevarsi socialmente o intellettualmente pur basando la sua boria sul "niente", viene definito strunzo sceruppato. Si tratta di un'iperbole potente: quand'anche si riuscisse a ricoprire un tale soggetto di una glassa zuccherina, sotto quella copertura rimarrebbe pur sempre quel pezzo di fetida materia. Un concetto simile è espresso con pireto annasprato (peto coperto di glassa), a sottolineare che, per quanto si tenti di truccare la realtà, la sostanza infima di certi comportamenti non potrà mai mutare.

La stabilità del mare e la volubilità dell’audacia

La saggezza popolare non risparmia il mondo marinaresco. “Quanno ‘o mare è ccalmo, ogne strunzo è marenaro” recita un antico adagio. Quando il mare è calmo e non ci sono pericoli, ogni incapace riesce a governare una barca, facendosi passare per un marinaio. Allo stesso modo, in tempi di quiete, ogni pusillanime fa le viste d’essere audace e valoroso, svelando la sua vera natura solo quando le avversità mettono a dura prova la reale tempra di un uomo.

Questi detti, lungi dall'essere semplici insulti, fungono da bussola morale, distinguendo chi possiede una sostanza reale da chi, come un "pesce di ciuccio" o uno "strunzo sceruppato", vive di apparenze, in un costante tentativo di nobilitarsi attraverso maschere che la realtà, prima o poi, finisce sempre per scrostare, rivelando il materiale di cui siamo fatti.

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