Il pendolo di Newton è un oggetto che, per la sua eleganza e per la regolarità dei suoi movimenti, è diventato un elemento iconico presente sulle scrivanie di uffici, studi professionali e case in tutto il mondo. Spesso considerato un semplice passatempo o un soprammobile dalle proprietà rilassanti, questo dispositivo racchiude in realtà una complessità meccanica che funge da metafora perfetta per comprendere il funzionamento della psiche umana, in particolare nei momenti di perdita di controllo emotivo.

La meccanica del pendolo: principi di fisica
Il pendolo di Newton è composto da un insieme di sferette di acciaio di massa uguale, sospese mediante due fili a due aste di metallo orizzontali e parallele. Le sferette, a riposo, si toccano, sono alla stessa altezza e sono equidistanti dalle aste. Il funzionamento è noto: sollevando la prima sfera e lasciandola cadere, essa urta la fila delle altre; la prima si ferma, le intermedie restano immobili, e l'ultima parte verso l'alto, raggiungendo la stessa altezza di partenza.
Se solleviamo e lasciamo cadere solo la prima sfera, si otterrà il movimento uguale e contrario solo dell'ultima. Apparirà chiaro che il movimento dell'ultima sfera è determinato dal precedente movimento della prima, nonostante queste due sfere non entrino mai in diretto contatto fisico.
Dal punto di vista fisico, il sistema è un'applicazione delle leggi di conservazione della quantità di moto e dell'energia meccanica. Tuttavia, è importante notare che l'urto fra due sferette non può essere considerato un urto perfettamente elastico. Durante l'impatto, avviene un'evidente emissione di suono, il che certifica che una parte dell'energia della prima sferetta si è trasformata in energia acustica; di conseguenza, la sferetta urtata riceve meno energia di quella posseduta dalla prima. Inoltre, quando due sferette si urtano, si schiacciano leggermente nel punto di contatto e poi riprendono la forma sferica iniziale, esercitando una funzione simile a quella di una molla, accumulando energia potenziale elastica.

Oltre la fisica: il pendolo come metafora dell'inconscio
Capita spesso a tutti noi di mettere in atto dei comportamenti, di sperimentare delle emozioni e di produrre dei pensieri senza renderci conto di quali specifici stimoli abbiano inizialmente elicitato tali meccanismi. Uno dei motivi per cui le persone si rivolgono spontaneamente ad un professionista della salute mentale è perché si trovano a sperimentare delle emozioni, avere dei pensieri e agire dei comportamenti che non riconoscono appieno come frutto della loro volontà o, perlomeno, considerano spiacevoli, incontrollabili e non in linea con l'immagine che hanno di sé stessi.
Molti pazienti riferiscono perdite di controllo degli impulsi eccessive e spesso immotivate. In quei momenti, essi hanno l'impressione di essere spinti da una forza ingovernabile e da uno stato di attivazione emotiva disregolato. Riflettendo sulla dinamica di queste sedute, emerge spesso una domanda cruciale: "Com'è possibile che io abbia perso il controllo per una sciocchezza del genere?". La risposta risiede proprio nel meccanismo del pendolo di Newton: ciò a cui il paziente fa riferimento non è il vero motivo, ma probabilmente solo l'ultimo anello di una lunga catena di fenomeni interni.
La prima sfera rappresenta uno stimolo esterno o interno. La quinta sfera rappresenta la risposta comportamentale. Proprio come nel pendolo, dove la quinta sfera effettua un movimento senza "sapere" che esso avviene grazie all'energia prodotta dal movimento della prima, allo stesso modo capita spesso anche a noi di mettere in atto dei comportamenti senza renderci conto di quali specifici stimoli abbiano inizialmente elicitato tale comportamento. Le due sfere non si toccano, eppure vediamo che si influenzano grandemente.
Pendolo di Newton
Struttura cerebrale e risposte automatiche
L'essere umano non è un sistema isolato. La nostra architettura cerebrale, evolutasi nel tempo, spiega perché queste risposte automatiche si verifichino con tale rapidità. La neo corteccia non è l'unico apparato cerebrale di cui l'evoluzione ci ha fornito. Seguendo il modello di Paul MacLean, dobbiamo considerare il sistema limbico e il cosiddetto "cervello rettiliano".
Il sistema limbico, costituito da strutture come l'ippocampo, l'amigdala, il giro del cingolo e i nuclei talamici anteriori, elabora gli stimoli in modo primitivo e rapido. Nelle strutture limbiche, i neuroni non sono organizzati in strutture regolari, ma piuttosto in un'amalgama più rudimentale; di conseguenza, l'elaborazione di uno stimolo risulta più veloce, adatta cioè a reazioni essenziali per la nostra sopravvivenza.
In situazioni di forte stress, si assiste a quello che viene definito "shutdown corticale". Questo fenomeno conduce a una perdita temporanea delle funzioni di mentalizzazione, causando una perdita di visione simbolica e di capacità di integrare gli stimoli. A questo punto tutto accade nel sistema limbico: il talamo, stazione d'ingresso e filtro degli stimoli, invia il segnale all'amigdala, che risponde con una cascata di reazioni neurovegetative, tra cui il rilascio di cortisolo. Esiste una "via alta" che collega il sistema limbico alla corteccia, ma impiega circa 25 millisecondi; ciò significa che la risposta somatica accade sempre prima di ogni fantasia o riformulazione verbale, che è dunque soltanto un tentativo retrospettivo di spiegare una condizione inconscia, sottocorticale.
Script cognitivi e coazione a ripetere
L'essere umano mette in atto degli "script cognitivi", ovvero schemi comportamentali più o meno complessi che, il più delle volte in modo implicito, mettiamo in atto in uno specifico ordine al fine di adattarci a un dato contesto. È ciò che alcuni hanno chiamato "eterno ritorno", "coazione a ripetere", "cicli interpersonali" o "schemi maladattivi precoci".
Questi script sono legati all'attivazione della nostra memoria emotiva, la libreria esperienziale nell'archivio limbico. Quando parliamo di "pericolo", non intendiamo necessariamente qualcosa di reale o attuale; è sufficiente che lo stimolo sia in grado di attivare tracce mnestiche associate a situazioni vissute ove si abbia soggettivamente sperimentato sentimenti di minaccia. Questa sensazione di minaccia non riguarda solo l'incolumità fisica, ma quasi sempre la propria immagine identitaria, le credenze, i valori e i principi personali.
L'obiettivo della terapia è dunque quello di fare ciò che fa l'aria con le sfere del pendolo di Newton: interferire sulla perpetua propagazione dell'energia e del moto, rendendo il sistema non più isolato. Intervenire significa interrompere la catena automatica tra stimolo e risposta, permettendo al soggetto di riprendere consapevolezza del processo, trasformando una reazione istintiva e incontrollata in un comportamento scelto e integrato con la propria identità.

Il pendolo di Newton, dunque, smette di essere un semplice gioco da scrivania per divenire un potente strumento di riflessione scientifica e psicologica. Comprendere come l'energia del primo impatto si propaghi attraverso il sistema, nonostante le apparenze di isolamento tra le sfere, ci aiuta a decodificare le reazioni umane più complesse e apparentemente inspiegabili.