La figura di Zeus, nella religione greca, è quella del re degli dèi olimpi, dio del cielo e governatore dei fenomeni meteorologici, in particolare del tuono. È il più giovane tra i suoi fratelli e le sue sorelle: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Ma come ha fatto Zeus a guadagnare questo ruolo preminente? La sua storia è intessuta di lotte per il potere, inganni e una successione violenta che rispecchia un modello ancestrale presente in diverse culture antiche. Il racconto delle genealogie divine, all’interno di essa, trova spazio la volontà di Esiodo di voler rappresentare il mondo divino come una società all’interno della quale si pone il problema di chi detiene l’autorità e di come avvenne la trasmissione del potere stesso. Il mondo divino non rappresenta più un mondo a parte: il problema della successione è anche un problema umano.
Le Origini del Cosmo e la Prima Successione: Da Caos a Crono
All'inizio, il più antico di tutti era Caos, una specie di vuoto primordiale che inghiottiva tutto l'Universo. Ad un certo punto però, da quella voragine sorse Gea (o Gaia, in latino), la dea primordiale della Terra, cui seguirono Tartaro, le Tenebre sotterranee, Eros, l'Amore (inteso come forza d'attrazione), Erebo, l'Oscurità, e Nox, la notte. Secondo la Teogonia di Esiodo, l’universo ha inizio con il Caos, da cui nascono le prime divinità primordiali: Gea (la Terra), Tartaro (l’Aldilà) e Eros (il principio dell’amore e della creazione). Da questo Caos primigenio nacque la Notte, che a sua volta generò il Giorno. Anche Gea, la Terra, generò diversi figli: Urano (il Cielo), le Montagne e Ponto (il Mare). Il poema di Esiodo si apre con un’invocazione alle Muse che dimorano sull’Elicona, il monte poco distante da Ascra. Le divine fanciulle apparvero al poeta che stava pascolando gli armenti, esortandolo a celebrare la stirpe degli immortali; Esiodo si affrettò a obbedire e cominciò la sua opera, narrando proprio la nascita delle Muse e indicando per primo i loro nomi e i loro attributi.
Dopo il proemio, il poeta descrive il Caos primordiale; questo non era disordine, confusione o mescolanza, ma un immenso spazio vuoto, un’enorme voragine, un baratro (χάος < χαίνω < χάσκω, “aprirsi”, “spalancarsi”). Da esso nacquero Eros, Gea, Erebo e Notte; quest’ultima produsse i suoi contrari, l’Etere luminoso e il Giorno, mentre da Gea ebbero origine Urano, i Monti e Ponto. A questo punto intervenne Eros, che, con la sua potenza, diede inizio alla serie degli accoppiamenti e delle generazioni.

Dall'unione di Gea e Urano nacquero i Titani e le Titanidi (di genere femminile), i tre Ciclopi, i giganti con un occhio solo e i tre Centimani (o Ecatonchiri), mostri dotati di cento braccia e cinquanta testa che sputavano fuoco. Urano infatti era un'entità assolutamente dispotica e opprimente, tanto che Gea chiese ai sui figli i Titani appunto, di aiutarla. Di questi, solo il più piccolo, Crono, prese il coraggio di ribellarsi al padre e con un falcetto mutilò Urano mentre quest'ultimo cercava nuovamente di unirsi a Gea.
Urano, preoccupato di perdere il potere, decise di imprigionare i figli nel ventre materno. Soffocata dai figli che non potevano più uscire dal suo grembo, Gea produsse dalle sue stesse viscere l’acciaio e ne fabbricò una grande falce; poi chiese l’aiuto di Crono, il più giovane e astuto tra i Titani. Quest’ultimo attese il momento in cui Urano stava per congiungersi alla madre e lo evirò. L’appropriarsi del potere avviene come un atto violento, che si qualifica quasi come un parricidio, anche se non vi è l’omicidio. Tuttavia vi è una giustificazione etica, perché l’azione di Crono è una reazione alla malvagità e alla scelleratezza del padre: Crono nasconde i figli negli anfratti della Terra, soffocandola. Lui gode della sua malvagità, cosa che porta Gaia, carica di sofferenza, a chiedere l’aiuto dei propri figli per escogitare l’inganno.
Dall’evirazione di Crono hanno luogo le successive genealogie. Dalle gocce di sangue del membro evirato, che ingravidano la Terra stessa, vengono a nascere anzitutto le Erinni (divinità importanti per la tragedia di Eschilo, divinità vendicatrici che puniscono i delitti di sangue che avvengono all’interno del nucleo familiare), i Giganti, le Ninfe Melie, e dai genitali che vengono gettati nel mare nasce Afrodite. Esiodo narra in breve il mito di Afrodite, soffermandosi sui luoghi dove la dea viene a fermarsi: il mito diventa eziologico, indicando i nomi con cui viene chiamata. Il membro reciso cadde nel mare e formò una schiuma bianca (ἀφρός), da cui nacque una fanciulla bellissima, Afrodite, la dea dell’amore (la Venere dei Romani), che poi si spostò sull’isola di Cipro, diventandone la divinità protettrice. Urano, ormai sconfitto, lanciò una profezia: anche Crono avrebbe perso il potere per mano di uno dei suoi figli. La nascita di Afrodite è uno degli episodi più celebri della Teogonia. La dea dell’amore che sorge dalla spuma del mare è un’immagine potente, che ha ispirato artisti di ogni epoca.

Il mito della castrazione del sovrano in carica, atto tramite il quale viene spodestato, si trova anche all’interno del patrimonio mitico dell’area mesopotamica. Le tavolette cuneiformi ci hanno dato un poema del II millennio avanti cristo, che è un mito cosmogonico nella quale viene narrata una successione divina nella quale si alternano quattro divinità, fra le quali troviamo il dio del cielo, Anu, (omologo a Urano), che viene detronizzato da Kumarbi, che diventa il nuovo re degli dei tagliandoli e facendoli ingoiare i genitali. Dato estremamente interessante, su cui gli studiosi si sono interrogati a lungo. Questo trova un riscontro storico poiché fra Mesopotamia e Asia Minore vi era un rapporto stretto. Dati così simili si possono spiegare dall’origine eolica della sua famiglia. L’interpretazione psicanalitica di questo mito favorisce l’origine archetipica: essa legge questo mito di successione come la simbolica conquista dell’autonomia del figlio rispetto al padre, che viene a prefigurarsi come castrazione del padre da parte del figlio.
La Nascita Nascosta di Zeus e l'Infanzia a Creta
Dopo la sua impresa, Crono divenne la principale divinità della Terra, ma non purtroppo non si rivelò molto meglio del padre. Il titano Crono ebbe molti figli dalla sorella e moglie Rea: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone, ma li divorò tutti appena nati, dal momento che aveva saputo da Gea e Urano che il suo destino era di essere spodestato da uno dei suoi figli così come lui stesso aveva spodestato suo padre. Crono impediva il venire al mondo dei figli, poiché costringeva Rea a darglielo per ingoiarli.

Crono - Saturno, figlio di Urano, soleva mangiare i figli (il tempo distrugge ogni cosa), perché temeva di essere detronizzato. La moglie e sorella, Rea, stanca di vedersi privata della maternità, partorisce l’ultimo figlio, Zeus. Quando però Rea rimase incinta di Zeus - ecco il nostro protagonista! - decise di salvare almeno l'ultimo dei suoi pargoli. Con l'aiuto di Gea quindi partorì di nascosto il piccolo sull'isola di Creta e al posto di Zeus consegnò a Crono una grossa pietra avvolta in fasce che il Titano divorò in un boccone. Rea partorì Zeus a Creta, consegnando al suo posto a Crono una pietra fasciata con dei panni che egli divorò immediatamente. Rea era profondamente addolorata per la sorte dei suoi figli. Così, quando si accorse di essere incinta per l’ennesima volta, decise di salvare l’ultimo nato. Al momento del parto si nascose e dopo, avvolta nelle fasce una pietra, la consegnò a Crono, perché la inghiottisse.
Il neonato salvato dalla madre era Zeus; egli fu nascosto, con la complicità di Gea, in una caverna del monte Ida, sull’isola di Creta. La madre nascose Zeus in una cesta sospesa ad un albero, sorvegliato dai Cureti, creature danzatrici del monte Ida, dalle ninfe dei fiumi e dalla capra Amaltea. La sua nascita avvenne a Creta, e per proteggerlo dalla minaccia di essere divorato dal padre, Rea lo nascose in una grotta sul monte Ditte, grotta sacra alla civiltà minoica. Qui fu allevato dalle Ninfe e, una volta divenuto adulto, si vendicò del padre, costringendolo a rigettare i figli che aveva divorato e che vivevano ancora dentro di lui, poiché appartenevano alla stirpe degli immortali. Ai Cureti, mito cretese, sarà affidata la difesa dell’infante; Omero nel IX libro dell’«Iliade» li indica originari dell’Etolia, regione montana della Grecia situata sulla costa occidentale. Zeus è affidato alle ninfe Adrastea ed Ida, figlia del re curete di Creta, Melisso, ricordato quale primo ad offrire sacrifici agli dei. Le ninfe erano venerate dai Greci antichi come geni femminili delle fonti, particolarmente benigne verso i mortali, di cui non disdegnavano l’amore. Zeus fu nutrito dalla capra Amaltea, il cui significato è appunto «nutrice», attraverso un corno (la cornucopia), riempito con fiori e frutta.
Il mito sarebbe, secondo Cicerone, un'allegoria: Krònos, altro non è che una leggera variante di chrònos, tempo. Quanto poi al nome Saturno deriva dal fatto che questo dio è saturo di anni. La finzione che divorasse i suoi figli sta a simboleggiare che il tempo distrugge i giorni che passano e fa degli anni trascorsi il suo nutrimento senza mai saziarsi. Nel racconto della vita di Zeus, la leggenda ci consegna alcuni momenti dell’infanzia, per tacere sulla giovinezza; infatti, lo abbiamo incontrato neonato quindi lo ritroviamo già adulto ed alleato della dea Meti, la saggezza, cui si legherà nel futuro generando Atena. Vi è la crescita prodigiosa della divinità, che decide di vendicare la madre. Egli succede al padre, facendogli rivomitare tutti i figli che aveva precedentemente ingoiato.
Miti e leggende - 02 - La capra AMALTEA
L'Ascesa di Zeus: La Titanomachia, la Gigantomachia e la Tifonomachia
Raggiunta l'età adulta, Zeus costrinse Crono a rigettare prima la pietra che l'aveva sostituito, poi i suoi fratelli e sorelle nell'ordine inverso rispetto a quello in cui erano stati ingeriti. Secondo alcune versioni della leggenda Metide diede un emetico a Crono per costringerlo a vomitare i figli, mentre secondo altre ancora Zeus squarciò lo stomaco del padre. A questo punto Zeus liberò dalla loro prigione nel Tartaro anche i fratelli di Crono: gli Ecatonchiri e i Ciclopi. A questo punto Zeus liberò dalla loro prigione nel Tartaro anche i fratelli di Crono: gli Ecatonchiri e i Ciclopi. Egli succede al padre, facendogli rivomitare tutti i figli che aveva precedentemente ingoiato. Fra loro c’erano Ade, a cui Zeus assegnò l’oltretomba, e Poseidone, che divenne signore della terra e dei mari. In questo modo, Zeus stabilì il suo regno, destinato a durare in eterno e al quale sono subordinati sia gli dèi sia i mortali.
Giunti al decimo anno di guerra, Gea predisse a Zeus che, per ottenere la vittoria contro i nemici, si sarebbe dovuto alleare coi Ciclopi, che erano rinchiusi nel Tartaro. Zeus li liberò uccidendo il guardiano Campe e ricevendo in cambio il tuono, il lampo ed il fulmine; a Plutone fu consegnato l’elmo; a Poseidone il tridente. I Titani, grazie alle armi ricevute, furono sconfitti e resi prigioni del Tartaro ed affidati agli Ecatonchiri. Il feroce custode Campe, metà umano e metà rettile, fu ucciso da Zeus; è interessante notare come la figura del rettile sia sempre presente nella mitologia spesso posto a guardia di tesori. Tuono, lampo e fulmine, tre elementi che prefigurano il dio, che governa dal cielo (come il Dio cristiano, che Dante chiama «il sommo Giove»). Plutone riceve l’elmo, che lo avrebbe reso invisibile, quando si sarebbe introdotto nell’accampamento dei Titani, per distruggere le armi. Dopo dieci anni di guerra, le forze sembrano contrastarsi vicendevolmente e nuovamente l’intervento femminile, Gea, sarà risolutrice. È necessaria un’alleanza coi Ciclopi, creature mostruose dotate di un solo occhio, che erano stati rinchiusi nel Tartaro alla nascita da Crono, temendo di essere spodestato.
Insieme, Zeus e i suoi fratelli e sorelle, gli Ecatonchiri e i Ciclopi rovesciarono dal trono Crono e gli altri Titani grazie alla terribile battaglia chiamata Titanomachia. La Titanomachia, narrata da Esiodo con grande maestria, fu una battaglia epica che durò dieci anni. Da una parte Zeus, i suoi fratelli (Poseidone e Ade) e le sue sorelle (Era, Demetra ed Estia), i Ciclopi e gli Ecatonchiri; dall’altra Crono e gli altri Titani, che osarono scalare l’Olimpo, macchiandosi di superbia. I Titani sconfitti furono da allora confinati nell'oscuro regno sotterraneo del Tartaro. Alla fine, Zeus e i suoi alleati vinsero e scagliarono i Titani nel Tartaro. Dopo la battaglia contro i Titani Zeus si spartì il mondo con i suoi fratelli maggiori Poseidone e Ade sorteggiando i tre regni: Zeus ebbe in sorte i cieli e l'aria, Poseidone le acque e ad Ade toccò il mondo dei morti. Seguì la divisione dei poteri: Zeus divenne il sovrano del Cielo e della Terra, Poseidone del mare, Ade degli Inferi, Era la regina degli dei, Demetra la dea della fertilità ed Estia la dea del focolare domestico. Dopo aver assegnato agli altri fratelli le loro prerogative e i poteri, Zeus instaurò la propria definitiva signoria sull’universo.

Furibondi perché Zeus aveva confinato nel Tartaro i loro fratelli Titani, i Giganti si ribellarono agli dèi Olimpi e scatenarono a loro volta la Gigantomachia, cominciando a scagliare massi e tizzoni ardenti verso il cielo. Era profetizzò che « […] i Giganti non sarebbero mai stati sconfitti da un dio, ma soltanto da un mortale che vestiva con pelli di leone, e solo con una certa erba che rendeva invulnerabili.». L'uomo fu identificato con Eracle, e Zeus, vagando in una regione indicatagli da Atena, trovò l'erba magica. Gaia si risentì per il modo in cui Zeus aveva trattato i Titani e i Giganti, dato che erano figli suoi. Così, poco dopo essersi impossessato del trono degli dèi, Zeus dovette affrontare anche il mostro Tifone, figlio di Gaia e del Tartaro. L'ultima battaglia importante del racconto avviene tra Zeus e Tifone: la tifonomachìa. Una lotta interminabile e violenta, dalla quale Zeus riesce a malapena ad uscire vittorioso. Colpisce con tuoni e saette il mostro, facendolo sprofondare nel Tartaro attraverso una montagna che inizia a fondersi al suo passaggio, dando origine all’Etna.
Zeus: Il Re degli Dei Olimpici, la Sua Famiglia e i Suoi Culti
Zeus, in passato anche italianizzato in Zeo, è l'evoluzione di Di̯ēus, il dio del cielo diurno della religione protoindoeuropea chiamato anche Dyeus ph2tēr (Padre Cielo). Per i Greci e i Romani il dio del cielo era anche il più grande degli dei, mentre nelle culture nordiche questo ruolo era attribuito a Odino: di conseguenza questi popoli non identificavano, per il suo attributo primario di dio del tuono, Zeus/Giove né con Odino né con Tyr, quanto piuttosto con Thor (Þórr). In aggiunta a questa origine indoeuropea, lo Zeus dell'epoca classica prendeva alcuni aspetti iconografici dalle culture del Vicino Oriente, come lo scettro. Zeus era il più importante degli dèi e comandava su tutto l'antico Pantheon Olimpico greco. Fu padre di molti eroi ed eroine e la sua figura è presente nella maggior parte delle leggende che li riguardano.
Zeus era sia il fratello sia il marito di Era. Con lei ebbe Ares, Ebe ed Efesto, anche se alcune leggende narrano che Era diede vita ai suoi figli da sola. Altri miti includono tra la loro discendenza anche Ilizia. Il frutto dei suoi numerosi convegni amorosi furono i suoi molti celeberrimi figli, tra i quali Apollo e Artemide, Hermes, Persefone, Atena, Dioniso, Mida, Perseo, Eracle, Elena, Minosse e le Muse, mentre secondo la tradizione da Era, la moglie legittima, ebbe Ares, Ebe, Efesto, Ilizia ed Eris. Le numerose conquiste che Zeus fece tra le ninfe e le mortali, che diedero inizio alle più importanti dinastie greche, sono proverbiali. La mitografia gli attribuisce relazioni tra le divinità con Demetra, Latona, Dione e Maia, mentre tra le mortali con Semele, Io, Europa e Leda. Molte leggende dipingono un'Era gelosissima delle conquiste amorose del marito e fiera nemica delle sue amanti e dei figli da loro generati.

La prima sposa di Zeus fu Metide. Appena rimase incinta, Urano e Gea avvisarono Zeus che, se fosse nato un maschio, questo avrebbe detronizzato il padre. Zeus ingoiò quindi Metide, ma il figlio di lei nacque comunque: fu la dea Atena. Essa uscì armata direttamente dalla testa del padre e divenne la sua figlia prediletta. Zeus mostrava gelosia nei confronti della moglie Era, che aveva generato da sola il dio Efesto, senza ricorrere ad atti sessuali, quindi Zeus, decise di generare a sua volta un figlio senza bisogno di un'altra donna. Ebbe poi altre due mogli: Temi ed Eurinome. Successivamente Zeus si unì a sua sorella, Demetra, che diede al mondo Persefone. Si innamorò di Europa osservandola insieme ad altre coetanee raccogliere dei fiori nei pressi della spiaggia e per averla ordinò ad Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia. Qui Zeus rivelò la sua vera identità e tentò di usarle violenza, ma lei resistette. Zeus fece a Europa i doni del Talo, di Laelaps e di un giavellotto che non sbagliava mai il bersaglio. Danae fu imprigionata in una torre dal padre, il re Acrisio, spaventato dalla predizione dell’oracolo di Delfi che sarebbe stato ucciso dal nipote. Alla nascita del bambino, Acrisio non volle ucciderli direttamente, ma li rinchiuse entrambi in una cassa inchiodata, che fece gettare in mare. Zeus approfittò di un periodo di assenza del marito di Alcmena, Anfitrione, per presentarsi a lei sotto le spoglie di quest’ultimo ed insieme a lei trascorse una notte lunga tre giorni dando ad Alcmena i due gemelli Eracle ed Ificle. La virtù di Callisto però venne presto insidiata da Zeus in persona il quale, venuto a conoscenza della decisione del voto della ninfa e della sua testardaggine nel non voler cedere alle lusinghe del genere maschile, non esitò ad ingannarla nel peggiore dei modi. A questo punto finalmente Zeus fu mosso a compassione e per rimediare parzialmente alle sue colpe e al danno arrecato a Callisto, la accolse in cielo in qualità della famosa costellazione dell’Orsa Maggiore. L’altra figlia di Gea e Urano con la quale si congiunse Zeus, fu Mnemosine, la dea “Memoria”. Alla festa nuziale Zeus chiese agli dei che cosa mancasse loro ancora ed essi risposero: “I celebranti!”. Allora egli creò le Muse. Per nove giorni Zeus si unì a Mnemosine sul loro giaciglio sacro, lontano dagli altri dei. Dopo un anno Mnemosine partorì nove figlie di uguale carattere, che pensavano soltanto al canto e a null’altro. Esse le partorì appena un po’ lontano dalla cima nevosa dell’Olimpo, nel posto dove esse avrebbero avuto il luogo per le loro danze e il loro palazzo. Da quel luogo partivano, alla volta dell’Olimpo, con canti immortali.
Sebbene la mitologia greca non preveda precetti o comandamenti trasmessi dagli dèi agli uomini, come invece accade nella tradizione del popolo ebraico con il Dio d’Israele, Zeus è considerato il re della giustizia e vigila su coloro che non rispettano la legge dell’ospitalità. I Greci credevano che uomini di grande valore avessero avuto contatti diretti con gli dèi, ricevendo da essi istruzioni sacre su come condurre la propria vita. Tra questi si ricordano Platone, Esiodo, Omero e altri ancora. Sebbene Zeus si comportasse talvolta in modo severo e irascibile, era in lui presente anche un profondo senso di giustizia sacra, che probabilmente è esemplificato al meglio negli episodi in cui fulmina Capaneo per la sua arroganza e quando aiuta Atreo ingannato dal fratello. Tra i numerosi figli che aveva avuto, Eracle è stato spesso descritto come il preferito da Zeus.
Gli epiteti o i titoli attribuiti a Zeus enfatizzano i vari campi nei quali esercita la sua autorità. Zeus Apómuios - Zeus scaccia-mosche, a cui, secondo Pausania, si facevano sacrifici per allontanare le mosche; comparato in Dictionary of Deities and Demons in the Bible alle teorie di Friedrich W. A. Zeus Cronide - Figlio di Crono: patronimico di Zeus. Oltre alle forme presentate poco sopra, esistevano nel mondo greco anche epiteti tipicamente locali. Ne è un esempio l'epiteto Zeus Abretano, utilizzato nella regione della Misia e derivato dal nome della provincia Abretana.
Inoltre esistevano anche alcuni culti locali dedicati a Zeus che mantenevano un loro proprio e singolare modo di concepire e adorare il re degli dèi. A Creta Zeus era adorato in alcune grotte che si trovano nei pressi di Cnosso, Ida e Paleocastro. Le leggende di Minosse ed Epimenide suggeriscono che queste grotte anticamente fossero usate da re e sacerdoti come luogo per fare divinazioni. La suggestiva ambientazione delle Leggi di Platone, che si svolge lungo la strada che conduce i pellegrini verso uno di questi siti, sottolinea la conoscenza del filosofo dell'antica cultura cretese. Nelle rappresentazioni artistiche tipiche dell'isola Zeus compare, invece che come un uomo adulto, con l'aspetto di un giovane dai lunghi capelli e gli inni a lui dedicati cantano del ho megas kouros, ovvero "il grande giovane". Creta è menzionata riguardo a Zeus anche nei racconti di Esopo: nella favola dell'Asino, Zeus esaudisce la preghiera di un asino, assegnandogli un fabbricante di vasi di Creta al posto dell'ortolano, che grava l'animale di pesi ancora maggiori. Il fabbricante viene infine sostituito con un conciatore di cuoio, che oltre a negare il perdono all'asino, lo priverà della vita.
L'epiteto Lykaios è morfologicamente connesso alla parola lyke (luminosità), ma a prima vista si può facilmente associare anche a lykos (lupo). Quest'ambiguità semantica si riflette sul singolare culto di Zeus Lykaios, celebrato nelle zone boscose e più remote dell'Arcadia, nel quale il dio assume caratteristiche sia di divinità lucente sia lupina. Il primo aspetto si evidenzia nel fatto che è il signore del monte Licaone (la montagna splendente), che è la cima più alta dell'Arcadia e sulla quale, secondo una leggenda, si trova un recinto sacro sul quale non si sono mai posate ombre. Il secondo invece si rifà al mito di Licaone (l'uomo lupo), il re dell'Arcadia i cui leggendari antichi atti di cannibalismo venivano ricordati per mezzo di bizzarri riti. Il culto di Zeus Aitnàios (etneo) è riportato nelle odi di Pindaro ed è attestato dalla produzione numismatica locale. Il tempio del dio era ubicato nella città di Áitna (Etna), fondata da Gerone I di Siracusa.

Sebbene l'etimologia del nome indichi che Zeus originariamente era un dio del cielo, in diverse città greche si adorava una versione locale di Zeus che viveva nel mondo sotterraneo. Gli Ateniesi e i Sicelioti (Greci di Sicilia) veneravano Zeus Meilichios (dolce o mellifluo), mentre in altre città vigeva il culto di Zeus Chthonios (della terra), Katachthonios (del sottosuolo) e Plousios (portatore di ricchezza). Queste divinità nelle forme d'arte potevano essere visuale parimenti rappresentate sia come uomo sia come serpente. In loro onore si sacrificavano animali di colore nero che venivano affogati dentro a pozzi, come si faceva per divinità ctonie come Persefone e Demetra o sulla tomba degli eroi. In alcuni casi gli abitanti di queste città non sapevano con certezza se il daimon in onore del quale effettuavano i sacrifici fosse un eroe oppure lo Zeus del sottosuolo. Così il santuario di Lebadea in Beozia potrebbe essere stato dedicato sia all'eroe Trofonio sia a Zeus Trephonius (colui che nutre), a seconda che si scelga di dare retta a Pausania oppure a Strabone.
Il culto di Zeus a Dodona nell'Epiro, località per la quale vi sono prove dello svolgersi di attività cerimoniali a partire dal II millennio a.C., era bosco di querce sacre, memore del culto alla Titana Rea, madre di Zeus. All'epoca in cui fu composta l'Odissea (circa il 750 a.C.) l'attività divinatoria era condotta da sacerdoti scalzi chiamati Selloi, che si stendevano a terra e osservavano lo stormire delle foglie e dei rami dell'albero. All'epoca in cui Erodoto scrisse a sua volta di Dodona i sacerdoti erano stati sostituiti da sacerdotesse chiamate Peleiadi (colombe). L'oracolo di Amon nell'Oasi di Siwa che si trovava nel lato occidentale del deserto egiziano non era situato entro i confini del mondo greco prima dell'epoca di Alessandro Magno, ma fin dall'età arcaica aveva esercitato una forte influenza sulla cultura greca: Erodoto nella sua descrizione della guerra greco-persiana dice che Zeus Amon fu consultato varie volte. Zeus era l'equivalente del dio della mitologia romana Giove e nell'immaginario sincretico classico era associato con varie altre divinità, come l'egizio Amon, e l'etrusco Tinia.
Esiodo e la Strutturazione del Mito Greco
Due testi che narrano la successione di Crono e Zeus sono di fondamentale importanza: le opere di Esiodo. Esiodo (VIII sec. a.C.) nasce in Beozia ed è considerato, insieme ad Omero, la prima figura storica della mitologia greca e della poesia greca. Gli antichi erano incerti sulla cronologia di Esiodo, il primo poeta greco che abbia una fisionomia decisamente storica e non leggendaria. Alcuni, come Eforo di Cuma (nato intorno al 390 a.C.), lo considerarono anteriore a Omero; altri, come Senofane (vissuto intorno al 545 a.C.), posteriore; Erodoto (Hdt. II 53), il quale attingeva a fonti locali antichissime, sosteneva che Omero ed Esiodo fossero vissuti entrambi quattro secoli prima di lui, e cioè verso l’850 a.C., e stabilirono i fondamenti della religione dei Greci, nonché una precisa dottrina sugli dèi, assegnando a essi nomi e prerogative e referendo notizie sulla loro origine e sul loro aspetto esteriore. Ma le indicazioni più attendibili sono probabilmente quelle che si possono ricavare dall’opera stessa del poeta, tenendo conto delle notizie autobiografiche che egli stesso fornisce, del quadro sociale e politico della Beozia, quale il poeta lo descrive, oltre che dell’influenza della lingua omerica, evidente nei suoi poemi.

Oltre che per la sua indiscutibile storicità, Esiodo si distingue da Omero anche per il fatto di aver rivelato, per primo nella letteratura occidentale, il proprio nome, posto come una σφραγίς (“sigillo”) all’inizio di uno dei suoi poemi, la Teogonia, violando in questo modo il rigoroso anonimato tipico dei cantori epici, che nascondevano la propria identità nel racconto oggettivo delle gesta eroiche. Dai brani autobiografici contenuti nelle opere maggiori si apprende che il padre del poeta, nativo della colonia eolica di Cuma in Asia Minore, dopo aver esercitato senza successo il commercio, per evitare di finire in miseria, si era trasferito in Beozia, una regione aspra e isolata, le cui uniche risorse erano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, vivendo in un oscuro villaggio di contadini, nei pressi del monte Elicona: Ascra, definita dallo stesso Esiodo χεῖμα κακῇ, θέρει ἀργαλέῃ, οὐδέ ποτ’ ἐσθλῇ («d’inverno cattiva, aspra d’estate, piacevole mai»). La scelta di questo borgo fu probabilmente determinata dalle affinità culturali della Beozia con l’Eolide d’Asia, oltre che dalla sua vicinanza al monte Elicona, ritenuto dimora delle Muse, e alla città di Tespie, sede del loro culto. Esiodo e suo fratello minore, Perse, crebbero in questo mondo agreste e solitario, dai lunghi e gelidi inverni e dalle estati aride e ardenti, aiutando il padre nel lavoro dei campi. Proprio a Esiodo, che da ragazzo pascolava il bestiame paterno alle pendici boscose dell’Elicona, apparvero le Muse; com’egli narra ampiamente nel proemio della Teogonia, si trattò di una vera e propria investitura poetica, dato che le dee gli offrirono un ramo d’alloro e gli insegnarono la divina arte del canto che celebra il passato e il futuro. Questa straordinaria esperienza fu decisiva per il giovane; venuto a conoscenza della poesia epica forse dagli Omeridi, giunti, nel loro costante errare, anche in Beozia, egli decise di usare il loro stesso metro, l’esametro, per cantare argomenti ben diversi dalle gesta degli eroi: la dura e tenace attività quotidiana con la quale gli uomini strappavano alla terra i mezzi per sopravvivere e l’insieme delle credenze religiose che rispettava e che aveva imparato a conoscere da varie fonti. Quando il padre del poeta morì, i due figli avrebbero potuto godere di una certa agiatezza, grazie all’eredità toccata loro. Ma Perse dilapidò in poco tempo i suoi beni; e con la complicità di giudici corrotti, riuscì a ottenere anche una parte delle terre toccate al fratello. Non contento neanche di ciò, intentò al poeta una nuova causa, cercando di spogliarlo anche di quanto restava. L’attività poetica di Esiodo non mancò di riservargli significative gratificazioni; egli stesso menziona l’unica occasione in cui viaggiò per mare.
Con la Teogonia (Θεογονία), composta in esametri, Esiodo si propose per primo l’arduo compito di organizzare il grande numero delle figure divine e dei loro miti, inquadrandoli in uno schema che si richiamava ai “cataloghi” di stampo omerico. La Teogonia di Esiodo è una delle fonti antiche più importanti per comprendere la mitologia greca e la sua visione della creazione del mondo, la cosmogonia. Questo poema epico, insieme all’Iliade e all’Odissea di Omero, ha contribuito a plasmare l’identità culturale dei Greci, narrando le origini dell’universo e degli dei dell’Olimpo attraverso una serie di eventi mitologici di forte impatto. Le motivazioni di fondo, alla base dell’ispirazione, derivarono al poeta da un’eccezionale capacità di considerare il mondo e di domandarsi come fosse divenuto quello che era; dare una risposta a questo quesito, per un uomo dell’VIII secolo a.C., non poteva che equivalere a immaginare un complesso di atti, di manifestazioni, di interventi in un mondo di dèi, ciascuno dei quali, con il suo proprio modo di essere e di agire dava esistenza e ragion d’essere agli elementi della natura. In questo modo, il vastissimo patrimonio di storie sacre, libere per loro stessa natura da troppo vincolanti nessi logici e cronologici, fu sistemato attraverso il criterio delle genealogie in un insieme ordinato, fondato sulle categorie logiche di causa ed effetto e di successione nel tempo. In questa opera racconta la formazione dell’universo e la nascita dei Titani e degli Dei, insieme agli spiriti, alle ninfe e alle creature che costellano i miti greci, costruendo una sorta di catalogo.
Esiodo vuole raccontare la verità e promette di farlo inserendo se stesso nel racconto, raffigurandosi mentre apprende quanto sta per narrare direttamente dalle 9 Muse, che gli impongono di cantare la storia degli Dei e delle origini del mondo. Ciò, per Esiodo, doveva servire come garanzia perché in primis, il fatto di apprendere le informazioni dalle Muse gli dona autorevolezza, poi, cosa ancora più importante, non è stato lui a rivolgersi a loro chiedendo la conoscenza dei fatti (“narrami, oh Musa”), bensì sono state loro a sceglierlo per questo compito, dandogli anche un ramo di alloro per coronare la sua “vocazione”. Esiodo, contemporaneo di Omero, non si limita a catalogare genealogie divine, ma delinea una vera e propria cosmogonia, ricca di simbolismo e significati profondi, in cui si dipanano le diverse ere mitologiche.
Le Opere e i Giorni (Ἔργα καὶ ἡμέραι) è un poema in esametri che deve il titolo al suo contenuto; infatti, nella prima parte il poeta descrive le attività degli uomini e, nella seconda, i giorni favorevoli e sfavorevoli per eseguire i vari lavori campestri. Il contenuto del poema si presenta come una singolare mescolanza di tradizione e di innovazione, ben visibile anche nel linguaggio. Esso, da un lato, è strettamente connesso a quello dell’ἔπος omerico, anche se con qualche elemento eolico e beotico; dall’altro, presenta caratteristiche ben diverse, che si evidenziano soprattutto nell’uso di termini particolari, ricollegabili sia alla tradizione popolare, sia al linguaggio misterioso degli oracoli; e forse, riconducibili anche a tradizioni autoctone molto antiche, addirittura pre-omeriche. L’opera si apre con un proemio caratterizzato da aspetti tradizionali e innovativi al tempo stesso. Contiene infatti l’invocazione alle Muse, tipica della poesia aedica; però, mentre il poeta epico indicava subito dopo in modo conciso ma esauriente l’oggetto del suo canto e lo sviluppava poi coerenza (l’ira di Achille, l’ingegno multiforme di Odisseo), Esiodo chiede alle Muse di celebrare Zeus, loro padre, ma tratta poi dell’esistenza umana, con le sue miserie, i suoi dolori, le ingiustizie. Tuttavia, la figura del dio supremo come garante e difensore della giustizia appare in sottofondo, come una costante presenza su cui si basa il messaggio morale di tutto il poema. Inoltre, se l’esaltazione di Zeus presente nel proemio può richiamare la tradizione innologica, nella quale il nome della divinità era seguito dall’elenco dei suoi attributi e delle sue prerogative, la successiva introduzione di un elemento autobiografico è senz’altro innovativa: Esiodo invoca infatti l’aiuto di Zeus, affinché il dio lo assista nel non facile compito di impartire al fratello Perse i precetti morali su cui dovrà fondare la propria esistenza.
Per esortare il fratello alla giustizia, Esiodo gli narra la leggenda delle due Contese (ἔριδες), delle quali l’una è cattiva e odiata da tutti, perché suscita fra gli uomini guerra e discordia; l’altra, invece, nata per prima, è buona e può identificarsi con lo spirito di emulazione, che ispira all’uomo una sana competitività e lo spinge così a migliorarsi. La breve narrazione mitica si conclude con un’apostrofe a Perse, il quale già una volta era andato contro la giustizia, ad accontentarsi della sua parte e a non ricadere più nell’errore commesso, tendando di appropriarsi anche dei beni del fratello, defraudandolo con la complicità di giudici «divoratori di doni», δωροφάγοι. Dopo gli ammonimenti al fratello, Esiodo narra il mito di Pandora: intende così spiegare perché gli uomini siano sottoposti per volontà di Zeus a quella dura necessità del lavoro alla quale Perse vorrebbe sottrarsi, anche a costo di violare la giustizia. Zeus, volendo punire il titano Prometeo, che aveva rubato il fuoco divino per donarlo agli umani, ordinò a Efesto di plasmare una bellissima figura, alla quale tutti gli altri dèi fecero dono delle grazie più seducenti, dandole però anche una mente subdola e ingannatrice. Hermes, poi, la chiamò Pandora, Πανδώρα (“dono di tutti”); la condusse da Epimeteo (“Colui che pensa dopo”), il fratello sciocco di Prometeo e gliela offrì da parte di tutti gli Olimpi. Prometeo aveva ammonito il fratello a non accettare nessun dono che venisse da Zeus, ma Epimeteo s’invaghì immediatamente di Pandora e volle farla sua. Esisteva sulla Terra un orcio ben chiuso, nel quale si trovavano malattie, vecchiaia, morte e ogni genere di sciagure; e non appena Pandora lo vide, fu presa dall’irresistibile curiosità di sapere che cosa contenesse. Perciò ne alzò il coperchio e tutti i mali si sparsero fra gli umani, che fino ad allora ne erano stati immuni.
Ogni civiltà antica ha elaborato una propria storia sulla nascita dell’universo, un racconto originale per spiegare l’origine di tutto ciò che esiste. Le tribù ebraiche ricordano la vicenda di Adamo ed Eva, creati da Dio nel Paradiso Terrestre e poi scacciati dopo aver aver mangiato il frutto proibito. Nella mitologia nordica, invece, la mucca Auðumbla, nutrendo il gigante Ymir con il proprio latte, generò dalla neve Bùri (o Tuisto) leccando il sale sulle primordiali rocce innevate. Bùri era il padre di Borr e il nonno di Odino, la prima divinità del pantheon vichingo. La cosmogonia è la narrazione della creazione dell’universo, mentre la Teogonia si riferisce alla nascita e alla genealogia degli dei.