Paolo Emanuele Borsellino nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, figlio di Diego Borsellino (1910-1962) e di Maria Pia Lepanto (1909-1997). La sua infanzia e la sua adolescenza si svolsero in una realtà complessa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi, con il quale instaurò un'amicizia mai incrinatasi. Figlio secondogenito, la famiglia era completata dalla sorella maggiore Adele (1938-2011), dal fratello minore Salvatore e dall'ultimogenita Rita (1945-2018), da lui chiamata affettuosamente la "Repubblichina", essendo nata il 2 giugno.

Gli anni della formazione e l'ingresso in magistratura
Dopo aver frequentato le scuole dell'obbligo, Paolo si iscrisse al liceo classico "Giovanni Meli" di Palermo. Durante gli anni del liceo diventò direttore del giornale studentesco "Agorà". Il suo rendimento scolastico era eccellente; nel giugno del 1958 si diplomò con otto in tutte le materie tranne in greco, in cui ebbe nove. L'11 settembre 1958 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Palermo con numero di matricola 2301.
Durante gli studi universitari, dopo una rissa tra studenti simpatizzanti di destra e di sinistra, finì erroneamente in tribunale dinanzi al magistrato Cesare Terranova, cui dichiarò la propria estraneità all'accaduto. Il giudice sentenziò che Borsellino non fosse implicato nell'episodio. Proveniente da una famiglia dalle simpatie politiche di destra, nel 1959 si iscrisse al Fronte Universitario d'Azione Nazionale, organizzazione degli universitari missini, di cui divenne membro dell'esecutivo provinciale e fu eletto come rappresentante studentesco nella lista del FUAN "Fanalino" di Palermo, oltre a essere tra i papabili alla Presidenza del gruppo d'ateneo.
Il 27 giugno 1962, all'età di ventidue anni, Borsellino si laureò con 110 e lode con una tesi su "Il fine dell'azione delittuosa" con relatore il professor Giovanni Musotto. Pochi giorni dopo, a causa di una malattia, suo padre morì all'età di cinquantadue anni. Borsellino si impegnò, allora, con l'ordine dei farmacisti a mantenere attiva la farmacia del padre fino al raggiungimento della laurea in farmacia della sorella Rita. Durante questo periodo la farmacia fu data in gestione per un affitto di 120 000 lire al mese e la famiglia Borsellino fu costretta a gravi rinunce e sacrifici. Nel 1967 Rita si laureò in farmacia e il primo stipendio da magistrato di Paolo servì a pagare la tassa governativa.
Nel 1963 partecipò a un concorso per entrare nella magistratura italiana; classificandosi venticinquesimo sui 171 posti messi a bando, con il voto di 57, divenne il più giovane magistrato d'Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Il 23 dicembre 1968 sposò Agnese Piraino Leto (1942-2013), figlia di Angelo Piraino Leto, a quel tempo magistrato e presidente del tribunale di Palermo.
Blu Notte Misteri Italiani Il segreto di Paolo Borsellino
L'impegno nell'Ufficio Istruzione e la nascita del Pool
Nel 1967 fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Successivamente, nel 1969, prestò servizio a Monreale dove iniziò a lavorare al fianco del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Nel 1975 Borsellino venne trasferito presso l'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l'indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, ucciso nel luglio del 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Grazie all'indagine condotta da Basile e Borsellino sugli appalti truccati a Palermo a favore degli esponenti di Cosa Nostra si scoprì il fidanzamento tra Leoluca Bagarella e Vincenza Marchese, sorella di Antonino Marchese, altro importante boss.
Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato da Cosa nostra e fu decisa l'assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell'Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell'Ufficio, come di "adozione" non soltanto professionale. Chinnici istituì presso l'Ufficio istruzione un "pool antimafia", ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso.
Nel racconto dello stesso Borsellino, il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra coloro che si occupavano di materie contigue, circostanza che avrebbe potuto consentire una maggiore efficacia nell'esercizio dell'azione penale. Chinnici chiamò Borsellino a far parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell'esplosione di un'autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio.
Dal Maxiprocesso alla Procura di Marsala
Dopo l'omicidio di Chinnici, il nuovo capo dell'Ufficio, Antonino Caponnetto, consolidò il metodo del lavoro di gruppo. Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata. Nel 1985, dopo l'assassinio del vice-questore Ninni Cassarà e del commissario Giuseppe Montana, Falcone e Borsellino furono trasferiti per sicurezza nella foresteria del carcere dell'Asinara, dove scrissero l'ordinanza-sentenza che portò al Maxiprocesso.
Il 19 dicembre 1986 Borsellino chiese e ottenne di essere nominato Procuratore della Repubblica a Marsala. La sua nomina sollevò polemiche: Leonardo Sciascia, in un articolo sul Corriere della Sera, si scagliò contro questa scelta, parlando di "professionisti dell'antimafia". Nel 1987, con le dimissioni di Caponnetto per motivi di salute, ci si aspettava la nomina di Falcone alla guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo, ma il CSM nominò Antonino Meli. Borsellino criticò aspramente la decisione, dichiarando: "Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all'Ufficio. Hanno disfatto il pool antimafia".

Le tensioni con la politica e le indagini finali
Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 31 luglio il CSM convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, convocato anche lui dal CSM, respinse le accuse di Borsellino, affermando che, sotto la sua gestione, il pool era stato reso più funzionale ed efficiente; infine la pratica relativa al provvedimento disciplinare fu archiviata. Borsellino riprese a lavorare alacremente a Marsala insieme con giovani magistrati.
Nel settembre 1991, Cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l'uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, il quale affermava che il suo capo Antonio Vaccarino gli avrebbe detto di tenersi pronto per l'esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un'autobomba. Calcara, arrestato il 5 novembre, decise di collaborare e, incontrando Borsellino, gli disse: "Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla".
Il 23 maggio 1992, in un attentato sull'autostrada A29 a Capaci, morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Dopo questo evento, Borsellino si dedicò con instancabile urgenza alle indagini. Il 21 maggio 1992 aveva rilasciato un'intervista ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, in cui parlava del rapporto tra Cosa Nostra e l'imprenditoria del Nord Italia, soffermandosi in particolare sulle figure di Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri.
Gli ultimi giorni e la strage di via D'Amelio
Il 1° luglio 1992 Borsellino si recò al Viminale per un appuntamento con il neo-ministro dell'Interno Nicola Mancino. In seguito, si recò presso gli uffici del Servizio Centrale Operativo per interrogare il collaboratore Leonardo Messina, il quale rivelò dettagli sulla spartizione degli appalti tra mafia e politica. Borsellino era consapevole di essere il prossimo bersaglio. In un incontro organizzato dalla rivista MicroMega e in un'intervista a Lamberto Sposini, parlò chiaramente della sua condizione di condannato a morte.
Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a casa dell'amico Giuseppe Tricoli, a Villagrazia di Carini, con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vivevano sua madre e sua sorella Rita. Alle 16:58, una Fiat 126 imbottita di circa 90 kg di tritolo, parcheggiata sotto l'abitazione della madre, esplose non appena il magistrato suonò il citofono. Insieme a lui morirono cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
L'agenda rossa che Borsellino portava sempre con sé e su cui annotava riflessioni e dati sensibili scomparve misteriosamente dalla sua borsa pochi minuti dopo l'esplosione. I funerali privati, celebrati nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, videro la partecipazione di oltre 10.000 persone, dopo che la famiglia aveva rifiutato i funerali di Stato. Antonino Caponnetto tenne l'orazione funebre. Nel 2004, a Paolo Borsellino è stata conferita la Medaglia d'Oro al valor civile con la motivazione: "Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, esercitava la propria missione con profondo impegno e grande coraggio, dedicando ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la proterva sfida lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico".

La figura di Borsellino rimane, insieme a quella di Falcone, un punto di riferimento etico e professionale. Come egli stesso affermò: "La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non deve essere solo una distaccata opera di repressione. Deve essere un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".
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