La storia della medicina riproduttiva in Italia è un percorso costellato di traguardi scientifici, sfide etiche e un costante adeguamento alle necessità delle coppie. Se oggi la nascita di un bambino concepito tramite tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) è un evento gioioso e tecnicamente consolidato nelle strutture pubbliche, il cammino per arrivare a questa normalità è stato lungo e complesso.

Le origini: dal "miracolo" alla prassi scientifica
Trentanove anni fa il quotidiano “la Repubblica” annunciava così la nascita della prima bambina concepita in provetta, per merito di una équipe interamente italiana: “Si chiama Eleonora, ha due genitori naturali, Alfredo e Laura Zaccheddu, e un padre putativo, il professore Ettore Cittadini, che a Palermo dirige la clinica ostetrica dell'Università”. Per comprendere la portata di tale evento, occorre ricordare come avveniva il procedimento: “I medici di Palermo hanno prelevato la cellula uovo dall'addome della madre aspirandola con un laparoscopio, l'hanno messa su una piastra Petri con uno speciale mezzo nutritivo, hanno aggiunto gli spermatozoi del marito e hanno allevato l'uovo fertilizzato per il periodo in cui avrebbe sostato nell'ovidotto. Quindi hanno inserito quello che ormai era un embrione nell'utero della madre, passando per la vagina”.
A voler essere precisi, il “miracolo” era già avvenuto a Napoli l’anno precedente, con la nascita di Alessandra Abbisogno, concepita grazie alla fecondazione in vitro. In ogni caso, a pochi anni dalla nascita di Louise Brown - prima bambina al mondo concepita in provetta nel Nord dell’Inghilterra - anche l’Italia entrava in una nuova, entusiasmante fase della storia della medicina. Alessandra Abbisogno, oggi stimata professionista, ricorda con lucidità quei tempi: “La ricorrenza odierna è stata l'occasione per Alessandra per rispolverare la sua storia: quella di prima italiana nata «in provetta», così titolarono i giornali all'indomani del parto avvenuto l'11 gennaio del 1983 allorché vide la luce nella clinica Villalba di Agnano (Napoli) sotto l'egida di Vincenzo Abate, ancora oggi ricordato per essere stato il primo connazionale a far nascere una bambina al termine di un percorso di fecondazione assistita”.
Il radicamento nel sistema pubblico: il caso dell'Ospedale Cervello
Il passaggio dalla sperimentazione d’avanguardia alla routine clinica è esemplificato dall’impegno delle strutture pubbliche in Sicilia. Il Centro interaziendale di procreazione medicalmente assistita per la Sicilia Occidentale (Azienda Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello, Policlinico Universitario “Paolo Giaccone”, ASP Palermo) rappresenta un pilastro fondamentale. Il centro ha avviato l’ambulatorio di accesso al servizio ad aprile 2016 con i colloqui e la selezione delle coppie. Come sottolineava il direttore generale di Villa Sofia-Cervello, Gervasio Venuti, durante le fasi preliminari: “Siamo ormai in dirittura di arrivo per l’avvio dei cicli, un traguardo atteso da tante coppie alle prese con problemi di fertilità, che potranno trovare così una risposta al loro desiderio di avere un figlio senza dovere viaggiare fuori regione”.
A maggio 2017 è avvenuto l’avvio dei primi cicli, con 22 donne che hanno raggiunto la gravidanza. Il successo è stato celebrato con l’arrivo di una piccola neonata presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Cervello: nata con parto cesareo, del peso di 2 chili e 700 grammi, in ottima salute. Maurizio Aricò, commissario dell’azienda Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello, ha commentato con orgoglio: “Proprio la scorsa settimana abbiamo inaugurato il nuovo punto per la procreazione medicalmente assistita a Villa Sofia: tre ambulatori e un laboratorio per i controlli clinici e l’arruolamento delle coppie, che si aggiungono al Centro del presidio Cervello, dove continueranno invece ad essere eseguiti i cicli”.
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L'evoluzione delle tecniche e il quadro normativo
Dal 1978 ad oggi le tecniche si sono via via diversificate ed evolute, aumentando progressivamente la loro efficacia. In Europa nel 2018 il tasso medio di gravidanza per trasferimento di embrioni è stato del 34,1% a seguito di una Fivet, del 32,1% dopo Icsi, del 34,3% dopo trasferimento di embrioni congelati e del 49,6% dopo donazione di ovuli. Nonostante una legislazione piuttosto restrittiva in merito alla possibilità di ricorrere alla Pma (la legge 19 febbraio 2004, n. 40), i dati dei Certificati di assistenza al parto (Cedap) rilevano che negli ultimi anni la quota dei nati in Italia concepiti grazie alle tecniche di Procreazione medicalmente assistita si attesta attorno al 3%, mentre nel 2004 erano appena l’1,2%.
Un aspetto positivo di questa evoluzione riguarda la sicurezza materna e neonatale. Si è ridotta la necessità di trasferire più embrioni: secondo una versione originaria della legge 40 del 2004, per ogni ciclo di fecondazione non si dovevano produrre più di tre embrioni e tutti gli embrioni dovevano essere impiantati contemporaneamente. Entrambi questi obblighi sono caduti con una sentenza della Corte costituzionale del 2009. Pertanto, è calata anche la frequenza di parti plurigemellari, che sono un ben noto fattore di rischio per gravidanza e parto. In generale, nelle gravidanze che il Registro italiano sulla Pma è riuscito a seguire e monitorare, nel tempo si osserva anche un minore rischio di gravidanze con esito negativo.
La sfida biologica vs la realtà sociale
La durata della vita si è allungata e con essa pare che si amplino tutti gli orizzonti. Questo impone una considerazione. Nelle società moderne, ci siamo abituati a pensare che l’avere figli dipenda essenzialmente da una scelta individuale e culturale, dimenticando che invece la biologia gioca un ruolo ancora molto importante nella possibilità di realizzare i propri sogni di maternità e paternità. Le difficoltà a concepire non sono affatto rare: si stima che nell’arco della vita una donna su 6 riscontri un problema di infertilità, ossia che dopo 12 mesi in cui prova ad avere figli non riesca a concepire.
Gli studi condotti in diversi Paesi mostrano che l’infertilità è legata a cause fisiologiche nella donna solo nel 20-35% dei casi, a condizioni fisiologiche dell'uomo nel 20-30% dei casi, mentre nel 25-40% dei casi è dovuta a problemi di entrambi i partner. Una serie di fattori individuali contribuisce ad accrescere il rischio di infertilità: ad esempio l’obesità, l’assunzione di alcool o droghe, particolari patologie come l’endometriosi, l’assunzione di farmaci, come i chemioterapici. Il miglioramento delle condizioni di vita e dell’alimentazione ha ridotto l’età al menarca, anticipando quindi anche la fine del periodo fertile. A partire dai 37 anni, le donne non hanno più il 90% degli ovuli.

Consapevolezza, limiti e nuove prospettive
Il momento migliore per concepire dal punto di vista biologico (prima dei 30 anni), purtroppo non coincide più con il momento “socialmente” più adatto (dai 30-35 anni), perché i ventenni sono occupati giustamente ad accrescere il loro capitale umano e cercare un lavoro che dia un reddito adeguato e con qualche garanzia di certezza. Non è un caso che nel 1970 l’età media al primo figlio fosse di 25 anni, mentre nel 2021 fosse 31,6. Oggi la proporzione di nati da madri over 40 in Italia è tra le più alte in Europa, sfiorando il 9%.
Tuttavia, la Pma non può sempre fare miracoli: se le coppie vi ricorrono tardivamente, le probabilità di riuscita si assottigliano decisamente. Nel nostro Paese la possibilità di avere un bambino dopo un tentativo di Fivet (con le attuali regole) è del 30% circa per le donne sotto i 35 anni, ma solo del 10% circa per le donne tra i 40 e i 44 anni e si azzera quasi per donne di più di 45 anni. Come osserva Alessandra Abbisogno, basandosi sulla sua esperienza professionale e di vita: “La procreazione medicalmente assistita non è una bacchetta magica. È eccezionale sapere che oggi una donna, dopo aver avuto un cancro, può avere un figlio. Questo è un capolavoro della scienza, che deve sempre essere al servizio della vita e non dei nostri calcoli”. La consapevolezza dei limiti biologici dovrebbe essere promossa in maniera più decisa per evitare che la Pma si trasformi in una pericolosa illusione di eterna fertilità, che in tarda età potrebbe rivelarsi invece una totale delusione. È necessario, dunque, un riallineamento dei tempi biologici con quelli sociali, sostenendo le giovani generazioni nel loro percorso di autonomia.