Giuseppe Ciucci e la storia dell’insorgenza ascolana: tra mito, architettura e territorio

La figura di Giuseppe Ciucci, meglio conosciuto con il nome di battaglia di “Sciabolone”, si staglia con vigore nel panorama storico delle Marche a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. La sua esistenza, segnata da un’intelligenza pronta e da un coraggio non comune, riflette le tensioni sociali e politiche di un’epoca di profonda transizione, in cui le ambizioni di potere si scontravano con la realtà rurale e montanara dell’entroterra ascolano.

Le origini e l'ascesa di Sciabolone

Nacque il 15 febbr. 1758 da una famiglia di pastori, piccolissimi proprietari terrieri, in Santa Maria a Corte, nel circondario di Lisciano di Ascoli Piceno, località pedemontana dell'entroterra ascolano, ai confini col Teramano. Pronto d'intelligenza e fornito di non comune coraggio, prestante nella persona, provetto aggiustatore di fucili e abile nella caccia, era figura di primo piano nel piccolo ambiente di contadini, pastori e montanari.

Sul finire del 1798, quando le forme sporadiche di ribellione antirepubblicana ed antigiacobina si trasformarono in movimento di insorgenza organizzato, assunto il nome di battaglia di Sciabolone, fu tra i primi a costituire bande in massa. Grazie alla perizia ed alla perfetta conoscenza dei luoghi, adattissimi alla guerriglia, si distinse in azioni di disturbo all'esercito franco-cisalpino, culminate, in un primo tempo, nell'imboscata tesa il 5 genn. 1799 a Ponte D'Arli, tra Ascoli Piceno ed Acquasanta, ad una colonna guidata dal generale Sebastiano Planta.

mappa storica del territorio ascolano e del fiume Tronto

Un mese più tardi era tra i firmatari della pace di Mozzano, sottoscritta dal generale francese J. Per tutta la primavera, con Donato de Donatis, Giovan Battista Ciucci ed altri capimassa, diede vita all'altalenante serie - legata alla mutevole consistenza numerica dei Franco-cisalpini impegnati su molteplici fronti - di occupazioni e riconquiste, con relativi saccheggi, del capoluogo piceno.

Il quartier generale di Lisciano e le ambizioni militari

Il 4 giugno la città fu ripresa in forze dal Monnier e il C., dopo una strenua difesa ed una fuga rocambolesca per le balze del San Marco, si recò con i suoi uomini all'assedio di Pescara. Ai primi di luglio era di nuovo nell'Ascolano; il 6 guidò le bande insorgenti alla presa e al saccheggio di Acquaviva, ultimo baluardo repubblicano nel Piceno; il 9 stabilì il quartier generale nella nativa Lisciano, da dove, con la qualifica di "brigadiere generale delle truppe volontarie per S. M. Imperiale, e potenze alleate", tentava di ristabilire un'ordinata convivenza civile tra le popolazioni stanche di soprusi e ladroneggi di ogni genere.

Il 16 luglio partì da Lisciano, per ricongiungersi a Fermo con il La Hoz, capo indiscusso della insorgenza marchigiana, che gli assegnò il comando amministrativo e militare del territorio compreso tra il Tronto e il Tesino. Nell'euforia dei primi successi, mentre non cessava di occuparsi, tramite una fitta corrispondenza stilata dai segretari, del territorio a lui assegnato, progettò addirittura di marciare su Roma, a fianco del La Hoz, cui lo legavano profondi e reciproci vincoli di stima e fiducia, non spezzati dai contatti avuti dal C.

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Dal conflitto al servizio borbonico

Nei primi mesi del 1800, dopo la capitolazione di Ancona, si trovava di nuovo a Lisciano e l'anno successivo, assunto nei quadri borbonici col grado di colonnello, era di stanza a Tortoreto. Pressato tuttavia dalle ristrettezze economiche, insoddisfatto della vita di guarnigione e certamente non dimentico degli approcci con rappresentanti francesi, aderì al tentativo antiborbonico progettato dal generale F. Pignatelli. Ciononostante, sventata la congiura, conservò il proprio grado nell'esercito e, nella primavera del 1806, si distinse nella difesa di Civitella del Tronto, circondata dalle truppe di Giuseppe Bonaparte.

Alla fine di settembre, però, ottenute sicure garanzie per sé e per i suoi, fece atto di sottomissione e fu inquadrato, col ruolo di capitano, nell'organico franco-napoletano. In forza della precedente esperienza, ricevette l'incarico di guidare la repressione antinsorgenziale nell'Alto Abruzzo.

Il contesto architettonico e storico: Castel di Luco e Mozzano

La storia di Giuseppe Ciucci si intreccia indissolubilmente con le architetture fortificate che punteggiano il territorio di Ascoli Piceno. Castel di Luco è una costruzione fortificata che si eleva nel territorio comunale di Acquasanta Terme in provincia di Ascoli Piceno. La progettazione iniziale della fortificazione si proponeva di erigere un castello-recinto che fosse sia la residenza del signore, degli armati e dei famigliari, e sia un rifugio sicuro per gli abitanti del feudo in caso di pericolo.

Veduta architettonica di Castel di Luco

Le mura di cinta, che racchiudono il cortile interno, seguono il bordo della rupe sviluppando una struttura irregolarmente circolare e chiusa. Questa fu costruita nel XVI secolo, quando il “guscio” del castello non fu più idoneo come elemento difensivo visto che la difesa territoriale poteva essere affidata solo alle strutture bastionate. Intorno al suo perimetro vi erano numerosi gattoni in travertino, mensole sporgenti a strapiombo dalla muratura che, con ballatoi e bertesche lignee, consentivano di spiare il nemico e di combatterlo stando al riparo.

Accanto a questa struttura, il sito di Mozzano gioca un ruolo cruciale nella memoria delle vicende del 1799. Mozzano trae probabilmente la sua origine dalla costruzione di un castello lungo le sponde del fiume Tronto in epoca romana. Nel palazzo municipale, il 5 febbraio 1799, il brigante Giuseppe Costantini, detto Sciabolone, avallò il trattato di pace concluso tra il generale francese Jean D'Argoubet, Giovan Battista Ciucci, capitano degli insorti, e da altri ventuno capitani delle truppe dei montanari.

L’eredità intellettuale: Giorgio Ciucci

Il cognome Ciucci, oltre a richiamare le gesta belliche di fine Settecento, si lega in epoca più moderna a una figura di rilievo della cultura architettonica italiana. Provare a restituire la biografia intellettuale di una personalità schiva come quella di Giorgio Ciucci significa restituire alcune pagine salienti della storia dell’architettura del secondo Novecento.

La sua amicizia fin dagli studi universitari con Manfredo Tafuri a Roma e il gruppo Stass, quindi l’insegnamento all’Iuav di Venezia di Giuseppe Samonà e Carlo Aymonino, la collaborazione con la rivista “Oppositions” e il sodalizio con Peter Eisenman, gli studi su Le Corbusier, i CIAM, Giuseppe Terragni e infine il lavoro svolto a Roma Tre e all’Accademia di San Luca hanno reso Ciucci noto come storico autorevole per il suo cechoviano “distacco partecipato”. Difatti, come scrivono i critici, Giorgio Ciucci è sempre riuscito a mantenere una certa distanza dalle cose, persino un vero e proprio distacco, che gli ha consentito tanto l’analisi lucida che lo sguardo omnicomprensivo, tanto il giudizio sferzante quanto l’ironia.

La cultura come impegno civile contemporaneo

L'impegno verso il territorio ascolano e marchigiano prosegue oggi attraverso forme diverse di partecipazione. Non si tratta di un’iniziativa occasionale, ma di un progetto che negli anni si è consolidato, confermando il desiderio di molte persone di contribuire in modo diretto alla vita culturale del Festival. I Cento Mecenati sono cittadini che, attraverso una donazione annuale, sostengono le attività del Macerata Opera Festival tramite le erogazioni liberali previste dall’Art Bonus, beneficiando delle agevolazioni fiscali connesse. Entrare a far parte dei Cento Mecenati significa partecipare a un’azione corale a favore della cultura, contribuendo alla continuità e allo sviluppo di uno dei luoghi simbolo della vita culturale cittadina. Il progetto ha ricevuto nel tempo importanti riconoscimenti a livello nazionale, confermando come il legame con la propria terra passi, oggi come allora, per la dedizione attiva dei singoli.

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