La tenerezza, un'emozione che spesso associamo istintivamente all'amore materno, possiede sfumature e significati profondi che vanno oltre la semplice affettività. Non si tratta di un sentimento univoco, ma di una complessa tessitura psicologica ed emotiva che gioca un ruolo cruciale nello sviluppo umano. Comprendere l'atteggiamento materno, la tenerezza e la compassione richiede un'esplorazione che parte dalle manifestazioni più intime e si estende alle implicazioni evolutive e relazionali.
Che Cosa Qualifica la Tenerezza? Un Sentimento Distinto
La tenerezza si qualifica per il fatto che non va identificata con l’amore, con la misericordia, con la compassione. La tenerezza è altro. Lo specifico della tenerezza è il quid che non coincide con questi grandi sentimenti perché ha una caratteristica precisa: parliamo di tenerezza quando c’è il senso della gratuità, dell’eccessivo. Si manifesta come un'emozione di bassa intensità, che comporta una momentanea commozione in risposta a particolari situazioni relazionali. Tale commozione si traduce in un’attivazione emotiva moderata, di valenza piacevole, non costante e duratura nel tempo come nel caso di altri vissuti emotivi. Si tratta di un’attivazione i cui contenuti mentali consistono in una benevola disposizione affettiva nei confronti dello stimolo verso cui si è orientati. In particolare, si esprime come una disposizione affettiva, di contatto verso un’altra persona sul piano della vicinanza e dell’intimità.
Una madre ama il proprio figlio con tutto il proprio corpo, però è altro dalla tenerezza. Se noi guardiamo una donna incinta ci accorgiamo che ogni tanto accarezza il ventre: sono le prime carezze che arrivano a noi, ci arrivano quando ancora siamo nel grembo materno. In quel momento quando la donna accarezza il proprio ventre, il proprio grembo che è pieno di vita, in quel momento è lo scatto di tenerezza. La tenerezza è un “in più”, potremmo dire è nell’ottica della Kàris perché deve essere segnata dalla gratuità.
In senso generale, si tende a provare tenerezza verso quelle persone o realtà percepite come deboli o indifese (ad esempio, bambini, anziani, cuccioli), oppure verso coloro a cui si è affettivamente legati o con cui si intrattiene una relazione amorosa. In altri casi, la tenerezza può essere provata osservando l’interazione tra una madre ed il proprio neonato, nella manifestazione di un sentimento profondo di affetto e totale dedizione (sia nell’ambito umano sia in quello animale, osservando l’adulto che si prende cura del proprio cucciolo). Per poter provare tenerezza compassionevole, protettiva verso un’altra persona è determinante il fatto che questa sia percepita come vulnerabile, come non in grado di far fronte ad uno scopo per lei fondamentale in termini di tutela da possibili pericoli. Nello specifico, si prova tenerezza protettiva nei confronti di qualcuno (Liotti, 1990, 1994) nel momento in cui lo si percepisce come indifeso rispetto a delle potenziali avversità, esposto ad una possibile sofferenza ma comunque ritenuto protetto ed accudito. Tale vulnerabilità, in particolare, viene valutata come transitoria o comunque interamente compensabile con l’accudimento da parte di altri o di noi stessi, predisponendoci alla cura e alla protezione (se non vi è la percezione, mediata, dell’accudimento, protezione da parte di qualcuno o di noi stessi, l’emozione vissuta è di pena in quanto la sofferenza viene colta come reale, presente).
Il sentire tenerezza verso l’altro ci predipone ad un atteggiamento accudente, di amorevole attenzione. Dal punto di vista evolutivo, il provare tenerezza è fondamentale dal momento che ci dispone alla cura, accudimento di chi ne ha bisogno. Lo stato di commozione che caratterizza la tenerezza si collega anche a vissuti di affetto ed amore. Si parla di tenerezza, infatti, anche in riferimento ai legami affettivi e legami amorosi in cui “ci si scambiano tenerezze”, in cui il senso di vulnerabilità ci spinge a ricercare la vicinanza, presenza di qualcuno che si prenda cura di noi. Dal punto di vista evolutivo, gli scambi affettivi, quindi, hanno un forte valore adattivo. Tale tenerezza è relativa ad un nostro stato di vulnerabilità e ci indica che qualcuno è pronto ad accudirci, ad esserci vicini per cui possiamo sentirci al sicuro.

La Funzione Materna: Oltre la Biologia
Quando pensiamo alla maternità, di solito ci viene in mente una madre con il suo bambino: un’immagine di affetto, protezione, presenza. In psicologia, però, il “materno” non si riferisce solo alla madre biologica. È molto di più: è una funzione fondamentale per lo sviluppo emotivo e relazionale di ogni essere umano. Il materno, in psicologia, non coincide semplicemente con la figura della madre biologica. Quando uno psicologo parla di “funzione materna”, si riferisce alla capacità di offrire protezione, cura, presenza e ascolto nei momenti di bisogno… Con riferimento, però, a qualcosa che può essere svolto anche da un padre, da un nonno, da un educatore o da un terapeuta. La maternità, dunque, è una funzione relazionale: è il modo in cui una persona si prende cura dell’altro in una fase in cui quest’ultimo è fragile, dipendente, bisognoso di essere visto e accolto.
Ne consegue che la relazione con chi si prende cura di noi nei primissimi mesi e anni di vita sia fondamentale. Il neonato non nasce “con una mente pronta”: ha bisogno del contatto, dello sguardo, della voce e della sensibilità dell’adulto per sviluppare sicurezza, fiducia e un senso stabile di sé. Se questa figura di riferimento (di solito la madre, ma non necessariamente) è capace di rispondere in modo sensibile e amorevole ai bisogni del bambino, si crea un senso interno di sicurezza che accompagnerà quella persona per tutta la vita.
Prospettive Psicopedagogiche sulla Dimensione Materna
Sulla dimensione materna, si sono espressi diversi psicoanalisti, offrendo prospettive complementari che arricchiscono la nostra comprensione di questa funzione vitale.
Sigmund Freud e il Primo Oggetto d'Amore
Sigmund Freud considerava la madre come prima figura significativa per lo sviluppo psichico, identificandola come il primo oggetto d’amore, fonte primaria di soddisfazione dei bisogni e dunque prototipo di ogni futura relazione oggettuale. La sua visione pone l'accento sulla madre come dispensatrice di cure essenziali che plasmano la psiche infantile.
Donald Winnicott e la "Madre Sufficientemente Buona"
Lo psicologo Donald Winnicott, invece, assegnava un ruolo centralissimo alla dimensione materna, parlando di “madre sufficientemente buona”. Con questo termine intendeva una figura capace di accogliere il bambino nei suoi bisogni fisici ed emotivi, di proteggerlo quando è vulnerabile, di esserci con costanza (ma senza essere perfetta) e gradualmente lasciarlo andare, aiutandolo a diventare autonomo. La madre "sufficientemente buona" non è una madre perfetta, ma una madre che si adatta progressivamente ai bisogni del bambino, permettendogli di sperimentare frustrazioni tollerabili che lo aiutano a sviluppare resilienza e autonomia. Mariolina Ceriotti Migliarese, nel suo libro “La famiglia imperfetta”, riprende questo concetto, parlando dell'importanza di accettare l'alterità del figlio e definendo la posizione più corretta del genitore come quella del "genitore affidatario", che si prende cura di una persona che ha sofferto, a cui dà tutto ciò che ha, riconoscendo i propri errori e ripartendo facendo il meglio che si può.
Carl Gustav Jung e la "Grande Madre"
Allo stesso modo, lo psichiatra Carl Gustav Jung parlava di “grande madre” come un simbolo universale presente nell’inconscio collettivo. Questa figura sarebbe rappresentata in tutte le culture attraverso immagini come la terra, l’acqua, la luna, o figure come la Madonna o la dea madre. Secondo Jung, dentro ognuno di noi ci sono aspetti “materni”: la capacità di accogliere, di proteggere, ma anche il rischio di essere troppo fusionali, soffocanti o possessivi. La "grande madre" junghiana rappresenta sia l'aspetto nutrice e protettiva, sia quello divorante e distruttivo, sottolineando la dualità intrinseca della figura materna archetipica.
Le teorie di Jung, Klein e Winnicott ci offrono tre prospettive complementari sulla dimensione materna. In modi diversi, tutti e tre ci ricordano quanto sia centrale questa funzione nel costruire la mente, la capacità di amare, e il senso di sé. In particolare, ci mostrano anche che questa funzione non è legata solo al ruolo biologico di madre, ma è qualcosa che può essere esercitato e vissuto in molte forme: come genitori, terapeuti, educatori, o semplicemente come esseri umani in relazione.

La Compassione: Un Sentimento Molteplice e Complesso
La compassione può creare una serie di considerazioni, tanto da poterne scrivere un libro, o un'enciclopedia. È un sentimento che proviamo nella lettura di Ettore e Andromaca, oppure nel racconto del sogno delle oche di Penelope al mendico che copre le spoglie di Ulisse; è la condizione che descrive Aristotele nella Poetica quando, unica volta nel testo, usa il termine catarsi; è la virtù quotidiana di Enea che porta il padre Anchise, sulla spalla sinistra, e il figlioletto Ascanio in salvo, o la vicenda della disobbedienza di Eros alla madre, per amare Psiche.
Non siamo certi che questo sentimento, così come lo descriviamo noi contemporanei, sia il medesimo di un tempo. Non siamo neppure certi che le parole che usiamo per descrivere questi sentimenti corrispondano, in ognuno di noi, al medesimo. La compassione non è solo polisemica, è espressione sentimentale molteplice, singolare. Non c'è dubbio che la nostra compassione è influenzata dal romanticismo; Le affinità elettive e Cime tempestose sono due differenti esempi di compassione, forse opposti.
Nella relazione terapeutica, ad esempio, il terapeuta può offrire una sorta di funzione materna “riparativa”, trasmettendo presenza costante, ascolto empatico e accoglienza senza giudizio. Più in generale, possiamo affermare che riscoprire il valore del “materno” oggi significhi coltivare uno spazio in cui l’ascolto, la presenza e la cura possano avere voce. Significa riconoscere che anche nella vita adulta - e persino nei contesti più inaspettati - c’è bisogno di accoglienza, di tenerezza e di quella forma di amore che non pretende, ma sostiene.
La Tenerezza Attiva e Passiva di Balint
Michael Balint (1896-1970) indica almeno due tipi di tenerezza: una tenerezza passiva e una tenerezza attiva. Sostiene che il desiderio di tenerezza appassionato, espresso dall'infante, non richiede un appagamento orgasmico. Indica l'ambiguità dei codici affettivi, della “confusione delle lingue” tra adulti e bambini. Si tratta di non fare confusione tra lingua della madre e lingua materna. La relazione d'amore primaria dell'adulto con il bambino è tenerezza, compassione nel senso di con-una-passione che si prolunga nel tempo, con intensità attenuata, plateau continuo d'intensità senza climax. L'infante esprime un desiderio di avvinghiamento, la tenerezza è altro dal piacere esplosivo; dobbiamo distinguere desiderio appassionato da piacere appassionato. Nella relazione tenera, alla passione infantile corrisponde un piacere tenero. Se la tenerezza attiva non è passione orgasmica, la compassione non è sempre scambio simmetrico. All'aggrapparsi del bambino, del folle, dell'altro rispondo con tenerezza, passione attenuata, inibita. Questa forma della compassione si compone di un'estetica, un ricambio tenue di sensazioni.
Lingua della Madre vs. Lingua Materna
Si tratta della lingua della madre, che non è ancora lingua materna: la lingua materna appartiene al dominio della significazione, del sociale, la lingua della madre a quello delle sensazioni. Per la tenerezza bisogna regredire alla lingua della madre, divenire-donna. Il merito di Balint è avere tenuto conto del contesto, per non fare del moralismo psicoanalitico. Potremmo dire che i principi amorosi occidentali, accanto alla codificazione orgasmica, contengono forme e modi della relazione amorosa non orgasmica. Potremmo aggiungere che queste sono le maniere della compassione occidentale e giungere infine a parlare dell'erotica orientale come di qualcosa che si mantiene costantemente di sotto la soglia orgasmica, che produce piani d'intensità continui, come nelle sequenze fotografiche di Gregory Bateson che illustrano la vita quotidiana a Bali.
La Triade Genitoriale: Funzioni Materne e Paternne
La triade madre, padre e figlio rappresenta il nucleo fondamentale dell'esperienza familiare e dello sviluppo infantile. È importante notare che le funzioni materna e paterna non sono necessariamente legate al genere biologico, ma rappresentano qualità e ruoli simbolici che possono essere espressi da chiunque si prenda cura del bambino.
Ruolo Materno e Paternno: Funzioni Simboliche
Il ruolo materno è solitamente adibito alla cura, all’accoglimento, all’ascolto del figlio; quello paterno è, invece, un ruolo strategico all’interno della diade madre-figlio, in quanto appiana le ansie genitoriali e familiari, favorendo l'autonomia del figlio. La funzione materna è deputata all’accoglienza e all’accudimento, è la funzione di chi contiene, mantiene, si sintonizza e si prende cura dei bisogni psichici e fisici del bambino. Risponde ai bisogni di sicurezza del neonato, contiene la sua angoscia e l’accetta sia per ciò che è sia per ciò che fa. Questa funzione è “di norma” garantita dalla madre, ma è un funzionamento che ricopre anche il padre.
La funzione paterna è normativa e partecipativa. Detta, infatti, norme di comportamento, pone limiti, confini. Porta fuori, spinge il bambino ad emanciparsi, ad esplorare il mondo, a non rimanere nella dimensione materna, sicura, dipendente. La funzione paterna aiuta a comprendere le proprie paure e veicola le capacità per affrontarle. Anche in questo caso, “di norma” è una funzione che ricopre il padre, ma può essere assolta anche dalla madre. È importante che i caregivers possano garantire al figlio entrambe le funzioni, affinché possa ricevere accudimento e sicurezza e nel contempo regole ed emancipazione.
La Diade Madre-Figlio e l'Intervento del Padre
Nei primi anni di vita, tra madre e figlio sussiste una sana simbiosi che permette al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento e la sua autostima. Il bambino, nel tempo, diventa capace di sviluppare un attaccamento multiplo con più figure di riferimento che costituiranno per lui un arricchimento. A questo proposito è fondamentale anche il ruolo del padre: sarà lui a sostenere la diade madre-bambino e la separazione del figlio dalla madre verso nuovi legami. Il padre, secondo lo psicoanalista Bernard Golse, si caratterizza come il terzo tra madre e figlio e supporta quest’ultimo ad aprirsi al mondo esterno.

La Cura e l'Accudimento: Basi Neurobiologiche ed Evolutive
Il sistema della cura, ovvero l’amore materno, è uno dei più potenti ed essenziali fattori, una straordinaria tendenza istintiva (Panksepp). È una tendenza incarnata nel cervello materno e si fonda su un insieme di impulsi cerebrali congeniti. Che danno vita a una “sinfonia affettiva” della madre, cosa che rappresenta uno dei grandi doni della Natura. Senza il “miracolo” dell’istinto materno, la prole non sarebbe in grado di sopravvivere. L’impulso al “prendersi cura” proviene da sistemi del cervello “innati” ed è dovuto, in grande quantità all’attivazione di dopamina, ossitocina ed altri oppioidi (Joung), che sono sostanze chimiche cerebrali fondamentali nel promuovere la cura materna (Uvnas-Moberg). Senza l’amore materno, non potrebbero esistere l’empatia e l’altruismo (Watt).
L'Importanza del Contatto Fisico e dei Segnali Emotivi
Il contatto fisico (carezze, abbracci ect.) contribuisce, sin dalla nascita, allo sviluppo di attività come la respirazione, la vigilanza, le difese immunitarie, la socievolezza e il senso di sicurezza essenziali per un regolare sviluppo sessuale oltre che per la salute mentale del piccolo (Anzieu, 1985). Per quanto riguarda il bambino, seppur non abbia la capacità motoria di avvicinarsi alla madre o mantenersi presso di essa, viene al mondo dotato di numerosi strumenti che, fin dalla nascita, hanno la funzione di mostrare certi segnali differenziati che inducono in modo peculiare particolari tipi di risposta da parte di chi li cura: i più evidenti sono il pianto e il sorriso (Schaffer, 1998). Queste due forme di comportamento, che hanno l’effetto di far avvicinare la madre al bambino, vengono raggruppate da Bowlby, nella classe dei “comportamenti di segnalazione” in cui possiamo trovare anche altri comportamenti quali il richiamo e tutti i gesti classificabili come segnali sociali. Un episodio di pianto è uno stimolo in grado di attivare il Sistema Nervoso Centrale sia del bambino che lo produce sia dell’ascoltatore, creando uno stato di attenzione reciproca (Esposito e Venuti, 2009).
La capacità materna di mettere in atto comportamenti di accudimento in risposta ai segnali del bambino promuove lo sviluppo della comunicazione: i bambini che piangono meno all’età di un anno, appunto grazie alla sensibilità delle loro madri, hanno maggiore probabilità di sviluppare altre strategie comunicative, quali ad esempio le espressioni facciali, gesti corporei e vocalizzazioni rispetto a quelli che piangono di più. Un recente studio ha evidenziato che nei padri che vedono i loro bambini in difficoltà, i livelli di testosterone si abbassano facendo risultare gli uomini, di fatto, maggiormente sensibili e pazienti: ne consegue uno stile di parenting associato ad un miglior sviluppo sociale, emotivo e cognitivo del bambino. Infatti, ridotti livelli di testosterone faciliterebbero l’accudimento dei figli da parte del padre.

L'Attaccamento e i Modelli Operativi Interni
Nel corso dei primi anni di vita, il bambino sviluppa legami di attaccamento con le figure di riferimento primarie. Secondo Bowlby, questi legami si stabilizzano nel tempo e tendono a generalizzarsi, formando schemi cognitivi interpersonali, che Bowlby chiama Modelli Operativi Interni (MOI). Questi modelli influenzano la percezione di sé, degli altri e delle relazioni future. Un attaccamento sicuro, basato su cure sensibili e supportivi, facilita la capacità di un individuo di mettere in atto un accudimento sensibile e supportivo a sua volta. Viceversa, scarsi sensibilità e supporto nella relazione primaria possono portare a uno stile di attaccamento insicuro, associato a una minore capacità di accudimento nell’età adulta, manifestandosi con modalità distanti, fredde, controllanti o invadenti.
L'Accudimento Invertito e le Sue Implicazioni
In alcune dinamiche familiari, si può verificare un accudimento invertito, in cui i ruoli della madre e del figlio si invertono e quest'ultimo si prende cura del genitore. Questo accudimento invertito, comune in casi di sofferenza psicologica genitoriale, porta il bambino a "genitorializzarsi", comprendendo i bisogni del genitore e realizzando che prendersi cura dell'altro è l'unico modo per essere pensato dalla figura di attaccamento. Il costo di tale strategia si presenta nel tempo, con la dissociazione di rabbia, paura e tristezza in nome della salvezza del legame. I bambini che sperimentano tale forma di accudimento sono spesso percepiti all’esterno come "mini-adulti", molto responsabili, ma possono sviluppare sintomi gravi di ansia e depressione negli anni.

La Relazione tra Tenerezza, Cura e Moralità
La morale, intesa come l'insieme delle emozioni morali, del bene e del male, dell'altruismo e dell'empatia, affonda le sue radici nell'evoluzione naturale. La ricerca neuroscientifica ha fornito molte prove sul fatto che i comportamenti morali siano il frutto dell'evoluzione naturale. I modi di agire e di sentire in senso morale si sono infatti evoluti anche nel mondo animale, in particolare tra i primati, da forme di socialità, da pratiche di socializzazione, come il "grooming", la sessualità, lo sviluppo dell’empatia, dell’altruismo, della cooperazione.
Le ricerche dimostrano le “straordinarie capacità cognitive” e la “sensibilità” di animali, come gli scimpanzé e i bonobo, verso le esigenze e le sofferenze degli altri. Gli animali manifestano “tendenze morali”, cosa che ci spinge ad affermare che la moralità non è un’invenzione umana. Negli animali, esistono forme di empatia e altruismo. I mammiferi hanno un impulso “altruistico”, rispondono ai “segnali” di sofferenza e riconoscono i “bisogni” di altri. Le cure materne nei mammiferi sono, per i neuroscienziati, “l’investimento” di maggiore durata predisposto in favore di altri esseri.
Noi esseri umani condividiamo con i bonobo e gli scimpanzé gran parte del nostro DNA. La morale non è altro che uno “sviluppo” della tendenza alle cure materne, che si realizza attraverso circuiti neurali coinvolti nei bisogni del piccolo, il quale appare come “una parte aggiuntiva, parte della madre”. Questi stessi meccanismi cerebrali forniscono poi la “base” per altre relazioni di accudimento. Nessun altro legame affettivo “supera” quello fra la madre e il bambino. È un legame “programmato” geneticamente. È una emozione innata che guida il comportamento materno. La morale pertanto deriva da questi valori radicati che sono esistiti fin dall’inizio dei tempi. I comportamenti morali dell’essere umano sono dunque il risultato dell’evoluzione e derivano da modi di sentire e agire già presenti, a diversi livelli, in altri mammiferi.

La Relazione Amorosa e la Tenerezza: Un Equilibrio Delicato
La relazione amorosa è un terreno fertile per l'espressione della tenerezza, ma anche per la manifestazione di dinamiche complesse. La crudeltà, sul piano semantico, è l'opposto della tenerezza, ma nella dimensione estetica tenerezza e crudeltà si possono combinare. Se la tenerezza verso i figli, verso un coniuge - verso cui la passione sembrava attenuata, ma è rimasto l'amore come forma d'intimità prolungata - o verso gli anziani genitori, diventa più forte della passione, questo evidenzia come l'amore profondo e la cura possano evolvere.
Tuttavia, nella relazione di coppia, si può assistere a scambi dove la passione si intreccia con dinamiche più ambigue. Due amanti appassionati possono scambiarsi crudeltà reciproche, ferirsi per rompere la loro relazione, ma ogni volta questo incontro si rinnova. Dopo anni d’incontri clandestini appassionati, la tenerezza per i figli, per un coniuge, diventa più forte della passione. Durante la crisi i due si danno il cambio tra torturatore e torturato. Quando s'incontrano si rinfacciano quanto hanno reciprocamente ritirato dal gioco delle passioni, questo gioco si è ormai trasformato; ogni volta che si parlano alludono, sottendono, mostrano il proprio risentimento. Si parla di un evento capitato a uno dei due, di una vicenda politica, di un caso letterario, di un incontro; si cerca di fare finta di parlare d'altro. Inevitabilmente gli incontri finiscono con incomprensioni, discussioni, liti furibonde. Poi ci si rivede, per ripetere nuovamente quel diverso tipo di godimento crudele. E al contempo tenero.
L'Abisso e la Continuità nella Relazione
“Tra un essere e l'altro, scrive George Bataille (1897-1962), c'è un abisso, una discontinuità”. Si tratta, per l'essere, di passare da questo isolamento verso un sentimento di continuità. La compassione è difficile perché lo stato d'isolamento è normalità, prevede una dissoluzione dell'Io, una dissolutezza. Qui la nozione di discontinuità andrebbe forse vista nei termini di discrezione. Discrezione ha infatti il senso della discontinuità, ma anche quello del rispetto. Balint dunque vede, nella tenerezza, una sorta di continuità incompleta, attenuata da una parziale discontinuità; si diventa adulti separandosi. È pur vero che l'eros è, in ogni modo, una sospensione della discontinuità, che è temporaneo.
Se si passa però dall'erotismo del corpo all'erotismo del cuore, è molto più complicato. L'erotismo del cuore è forse la fonte di quella nostalgia della continuità che, nel confonderci, rende precaria la nostra esistenza come esseri separati. Siamo sempre in conflitto tra la libertà e la fusione. Potremmo quasi dire, seguendo le parole di Bataille, che il concetto di amore libero è un ossimoro. Ciò accade ai due amanti che, infine, non fanno altro che accusarsi reciprocamente di egoismo, di narcisismo. In ogni scambio verbale, senza volerlo, ciò parla.

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