La Ninna Nanna di Carpino: Eredità di un Secolo e Legame con Federico II

La musica popolare italiana è un vasto e affascinante arazzo, intessuto di melodie antiche, storie tramandate oralmente e un profondo legame con la terra e le sue tradizioni. Tra le gemme più preziose di questo patrimonio spicca la ninna nanna di Carpino, un canto che affonda le sue radici in un passato remoto e che ha trovato un interprete eccezionale nella figura di Antonio Piccininno, noto affettuosamente come "Zì'Nton", ultimo custode di un'arte millenaria. La sua scomparsa, avvenuta nel Centro di riabilitazione di Rodi Garganico, ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama della tarantella garganica e della musica popolare italiana, ma ha anche acceso i riflettori sulla ricchezza e la profondità di un repertorio che lui ha saputo custodire e tramandare con passione incrollabile per un secolo intero.

Carpino, borgo antico in Puglia

Zì'Nton Piccininno: Un Secolo di Voce e Passione

Antonio Piccininno, nato il 18 febbraio 1916, ha celebrato il suo centesimo compleanno poco prima di spegnersi, un traguardo che ha segnato non solo la sua vita, ma anche il culmine di una dedizione totale alla musica carpinese. "Zi 'Nton" era l'ultimo reduce della formazione originale dei "Cantori di Carpino", un gruppo che ha portato la tarantella garganica sui palchi di tutto il mondo, affiancato dai compianti Andrea Sacco e Antonio Maccarone. La sua voce, accompagnata dal suono delle nacchere, era l'espressione autentica di un territorio, il Gargano, la "montagna del sole", la cui anima si rifletteva nelle melodie e nei versi da lui interpretati. La sua esistenza è stata una "ballata lunga… cento anni", un percorso fatto di ricordi, personaggi e momenti che hanno plasmato la sua esperienza artistica e umana. Zì'Nton non era solo un musicista, ma un vero e proprio "custode" delle tradizioni garganiche, un uomo che ha dato anima e corpo alla cultura popolare, germogliata "spontaneamente dal basso".

La sua infanzia, segnata dalla perdita prematura di entrambi i genitori a causa dell'influenza spagnola quando aveva solo due anni, lo ha visto crescere in un contesto di isolamento geografico e sociale, dove la musica e il canto rappresentavano una forma di evasione e un legame con le proprie radici. "Non c’era niente, né luce, né acqua, né televisione. Avevamo la gioia di vivere e questi canti. Non li ho fatti io, ce li hanno passati i nostri antenati e noi li abbiamo portati in giro facendo la nostra cultura e la nostra storia. Non ci rimaneva che cantare. Cosa poteva fare un uomo che faticava tutta la giornata a raccogliere olive per tre lire al giorno?". Queste parole, pronunciate con un filo di voce, rivelano la profonda resilienza e la forza interiore che hanno caratterizzato la sua lunga vita.

Antonio Piccininno con le nacchere

La Ninna Nanna: Un Tesoro Antropologico

Il dialogo con il maestro, come raccontato in occasione del Carpino Folk Festival, un appuntamento estivo inventato negli anni Novanta dal compianto musicista Rocco Draicchio, prende spunto proprio dalla ninna nanna, una melodia "straordinaria che si perde nella notte dei tempi". Queste melodie, sussurrate dalle donne di Carpino ai loro figli, rappresentano un vero e proprio "tesoro antropologico", preservato dall'isolamento del territorio. La ninna nanna, nella sua essenza, è universale, ma quella di Carpino porta con sé le peculiarità di una cultura specifica, un canto che non nasce da studi accademici, ma "da dentro", dall'anima.

Le origini della ninna nanna risalgono all'antichità classica. Nelle civiltà della Magna Grecia, le "nènie" erano considerate parte integrante della cura dei bambini. Le madri, le nutrici o altre donne della famiglia le intonavano per calmare e indurre il sonno ai neonati, ma anche per proteggerli da influenze negative e forze maligne durante il sonno. Platone stesso ne descrive l'uso, parlando di come le madri muovessero i propri figli tra le braccia intonando melodie quasi incantatorie. Un esempio eloquente è il lamento di Danae, versificato da Simonide, in cui la madre cerca di distrarre il piccolo Perseo dai pericoli del mare cullandolo e invitandolo a dormire.

Raffigurazione antica di una madre che culla un neonato

Nel corso dei secoli, la ninna nanna ha continuato a evolversi, mantenendo però alcune caratteristiche fondamentali. Nel XVI secolo, Giovanni Battista Del Tufo, nel suo "Ritratto delle grandezze, delizie e maraviglie della nobilissima città di Napoli", definisce le ninne nanne come il "modo del cantare de le nodrici napoletane nel connolare i putti per farli dormire". Più recentemente, nel 1979, il cantautore Pino Daniele ha ripreso questo genere nel suo secondo album omonimo con la canzone "Ninnanàninnanoè". Nonostante i cambiamenti di idioma e le evoluzioni, le ninne nanne sembrano aver conservato un clima "magico" e un valore apotropaico, quasi a confermare l'idea di un valore fondante e caratterizzante di questo genere di canto.

L'etnologo Ernesto de Martino ha sottolineato come l'oscillazione ritmica del busto che accompagna la nenia sia analoga a quella del canto di culla. Questo ritmo semplice, binario o ternario, unito alla ripetizione ritmica e melodica, induce un effetto ipnotico e rilassante. Tuttavia, la ninna nanna non è solo un mezzo per indurre il sonno; essa svolge anche un ruolo cruciale nell'"acculturazione linguistica e musicale" del bambino. È spesso il primo contatto con la musica e con la realtà circostante, mediato dalla voce rassicurante della mamma.

All'interno della famiglia rurale e patriarcale, la ninna nanna è tradizionalmente prerogativa esclusiva delle donne. Le caratteristiche ritmiche e melodiche, spesso semplici e ripetitive, mirano a creare un'atmosfera di calma e sicurezza. La ripetizione ritmica e melodica ha un effetto ipnotico, fondamentale per indurre il sonno nei più piccoli. L'etnologo Ernesto de Martino, nella rivista "Mondo zero3" numero 2, fa notare come "nella nenia, l’oscillazione ritmica del busto che accompagna il lamento sia analoga a quella del canto di culla". Questo aspetto ritmico e gestuale è intrinseco alla funzione della ninna nanna, che spesso si accompagna a un movimento cullante.

In molte ninne nanne, si fa riferimento a figure che possono incutere timore nel bambino, come la Befana, l'uomo nero o la morte. Questo elemento, apparentemente inquietante, può essere interpretato come una metafora del passaggio dal sonno alla veglia, un "morire" temporaneo per poi rinascere al risveglio. La paura della separazione, insita nel momento dell'addormentamento, viene così esorcizzata attraverso il canto.

Le parole di Zì'Nton, "par cumprer un bel siviol. la mi mama la feva al gnoc. la mia mama l’aghdeva di pogn. caccia all’aia o caregòn", evocate nel contesto della ninna nanna, richiamano un mondo rurale e domestico, fatto di gesti semplici e quotidiana fatica. Queste frasi, pur frammentarie, restituiscono un'immagine vivida di un passato in cui la musica era intrinsecamente legata alla vita di tutti i giorni, un modo per esprimere gioie e dolori, speranze e fatiche.

Cantori di Carpino - Ninna Nanna Carpinese

Il Legame con Federico II e la "Montagna del Sole"

Sebbene il materiale fornito si concentri principalmente su Antonio Piccininno e la tradizione della ninna nanna, è interessante considerare il contesto storico e culturale del Gargano, la "montagna del sole". Questa terra, ricca di storia e tradizioni, è stata anche un luogo di passaggio e di influenza per diverse culture nel corso dei secoli. In particolare, il periodo di Federico II di Svevia (1194-1250) ha visto un fiorire di arte, cultura e architettura nella regione, con la costruzione di castelli e residenze che ancora oggi testimoniano la sua presenza.

Federico II, uomo di grande cultura e mecenate, era noto per il suo interesse verso le arti e le scienze. La sua corte era un crogiolo di influenze, e non è da escludere che le tradizioni musicali popolari, come le ninne nanne e i canti legati alle feste e ai rituali, abbiano potuto trovare spazio e, in qualche modo, essere influenzate o a loro volta influenzare le espressioni artistiche del tempo. La musica popolare, infatti, spesso riflette le condizioni sociali ed economiche di un'epoca, e i canti di lavoro, le ninne nanne e le ballate potevano essere espressione di gioie, dolori, speranze e paure comuni.

Sebbene non vi siano prove dirette e documentate di un legame specifico tra la ninna nanna di Carpino e Federico II, è plausibile ipotizzare che le melodie e le forme musicali che si sono tramandate oralmente abbiano subito, nel corso dei secoli, influenze più ampie, che potevano includere anche echi della musica e della cultura di corte. La musica popolare, infatti, non nasce nel vuoto, ma si nutre del contesto in cui si sviluppa, interagendo con le diverse espressioni artistiche e culturali del suo tempo.

Eugenio Bennato, amico e collaboratore di Zì'Nton, ha contribuito in modo significativo a far conoscere la musica del Gargano, affermando: "La musica del Gargano è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità. La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto." Questo sottolinea la funzione sociale e comunicativa della musica garganica, che permetteva di esprimere emozioni e desideri altrimenti repressi dalle rigide norme sociali.

Castel del Monte, simbolo dell'architettura federiciana

L'Eredità dei Cantori di Carpino e il Futuro della Tradizione

La figura di Antonio Piccininno è indissolubilmente legata a quella dei "Cantori di Carpino", un gruppo che ha rappresentato un baluardo nella conservazione e diffusione della musica popolare garganica. L'ultimo CD della formazione, "Chi sona e canta no nmore maje", è un omaggio al maestro Piccininno, contenente 12 brani, di cui sei con la sua voce. Questo lavoro discografico, prodotto dall'associazione culturale "I cantori di Carpino", rappresenta un importante tassello nella documentazione di un patrimonio musicale a rischio di estinzione.

La riscoperta e la valorizzazione della musica garganica negli ultimi trent'anni sono state possibili grazie all'impegno di artisti come Eugenio Bennato, Teresa De Sio e Vinicio Capossela, che hanno creduto nella potenza musicale e poetica di queste tradizioni. Fondamentale è stato anche il lavoro di musicologi come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano, e di antropologi ed etnomusicologi come Ernesto De Martino, Diego Carpitella e Alan Lomax, le cui ricerche hanno "disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato".

Un ruolo cruciale è stato svolto anche da Rocco Draicchio, giovane percussionista di Carpino che ideò il Carpino Folk Festival poco prima della sua tragica morte. La sua eredità è stata raccolta da Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che hanno continuato a portare avanti l'appuntamento musicale. E poi ci sono stati i "tre vecchi terribili": Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, hanno calcato i palchi di tutto il mondo, portando con sé la forza poetica del Sud.

Il sonetto "Lucia e la Luna", trasformato in canzone da Eugenio Bennato, è un esempio della bellezza e della profondità della tradizione popolare garganica. I versi narrano di Lucia che, salendo a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna, la quale le rivela che le sue vere ricchezze sono il nome, la bellezza e una terza qualità non specificata, ma che ha a che fare con l'essenza della persona. Questo, come altri sonetti, testimonia la capacità della tradizione orale di trasmettere valori e riflessioni profonde attraverso un linguaggio semplice e diretto.

Il caso di Zì Antonio, che nel 1947 sparò al fratello per un presunto tradimento, e la successiva condanna per delitto d'onore, seguita dal perdono della comunità, evidenzia come la vita, con i suoi dolori, i suoi amori e le sue pene, sia stata la linfa vitale dei canti e dei cantori del Gargano. Zì Antonio, come gli altri, non poteva non includere nelle sue canzoni i suoi dispiaceri e il suo eventuale pentimento, affidando i suoi sentimenti più profondi alle melodie che lo hanno accompagnato per tutta la vita.

La scomparsa di Antonio Piccininno segna la fine di un'era, ma la sua eredità musicale e culturale vive. La sua voce, le sue nacchere e le sue storie continueranno a risuonare attraverso le registrazioni, le interpretazioni dei giovani musicisti e la memoria di coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo. La ninna nanna di Carpino, un canto che attraversa i secoli, rappresenta un ponte tra il passato e il futuro, un tesoro da custodire e tramandare per le generazioni a venire, un inno alla resilienza, alla bellezza e alla profonda umanità della cultura popolare del Sud Italia.

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