In un’epoca di crescente superficialità spirituale, si fa strada tra molti credenti, anche con anni di fede alle spalle, l’idea che il ritorno alla cosiddetta “semplicità del Vangelo” sia la panacea di ogni crisi nella fede. Con accenti nostalgici si invoca la rinuncia a ciò che viene percepito come “complesso”, come se la profondità teologica fosse sinonimo di confusione, o peggio, di deviazione. Tuttavia, questa tendenza, lungi dall’essere un sintomo di fedeltà, si rivela piuttosto una forma di stasi spirituale.

L’apostolo Paolo, già nel I secolo, ammoniva severamente comunità che, pur avendo avuto tempo e mezzi per crescere, dimostravano un bisogno infantile di tornare al «latte spirituale», rifiutandosi di nutrirsi di cibo solido. La Scrittura presenta la vita spirituale non come uno stato statico, bensì come un cammino in continuo divenire. Dalla Genesi all’Apocalisse, la rivelazione divina si sviluppa come una narrazione dinamica, una storia che cresce e si approfondisce, proprio come dovrebbe fare il credente. Già nel giardino dell’Eden, Adamo ed Eva non erano creature compiute nella conoscenza del bene e del male, ma esseri in cammino, chiamati a una progressiva comprensione e obbedienza.
Il principio di crescita come logica interna della fede
Il principio di crescita è strutturale alla rivelazione. Non si tratta di un’aggiunta morale alla fede, ma della sua logica interna. La fede è paragonata all’aurora, che da un timido chiarore si trasforma gradualmente in pieno giorno. Le Scritture Apostoliche riprendono e approfondiscono questa immagine. Paolo e gli autori apostolici non si stancano di ricordare che la fede autentica comporta una crescita costante.
In Ebrei 5,12 leggiamo un’ammonizione tagliente: «Dopo tanto tempo, dovreste essere già maestri». Questa frase non è solo un richiamo dottrinale, ma una denuncia pastorale. La conversione, il battesimo nello Spirito, l’entusiasmo iniziale: tutto questo è essenziale, ma non esaustivo. L’infanzia spirituale è una fase naturale, ma se protratta oltre il necessario diventa patologia. È giusto che un neofita spirituale viva del latte della Parola, ma è disfunzionale che, a distanza di anni, egli rifiuti ancora il cibo solido, o gli volti le spalle dopo averlo degustato. La crescita non è opzionale: è la condizione stessa per discernere, per servire, per essere strumenti maturi nelle mani di Dio.
Non è l'esperienza della fede a farci diventare maturi, ma la conoscenza umile della Parola. «Ora, chiunque usa il latte non ha esperienza della parola di giustizia, perché è bambino; ma il cibo solido è per gli adulti; per quelli, cioè, che per via dell'uso hanno le facoltà esercitate a discernere il bene e il male» (Eb 5,13-14). Non si tratta di due vangeli, ma di due stadi di assimilazione dello stesso Vangelo.
Che cosa è l’Esegesi biblica.
L'antintellettualismo come minaccia spirituale
Nel mondo cristiano contemporaneo si va sempre più affermando una retorica spirituale che, sotto il velo della semplicità e della fedeltà al Vangelo, nasconde una resistenza profonda alla maturazione. È un atteggiamento che si presenta come umile, come “puro”, eppure, nella sua essenza, cela due minacce silenziose: la paura e la pigrizia. Si dice: “Non serve sapere tanto, basta amare Dio”. Questo tipo di riduzionismo spirituale, benché diffuso, è estremamente pericoloso. Esso separa ciò che la Scrittura tiene insieme: l’amore per Dio e la conoscenza di Lui.
«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Mt 22,37). La mente è parte integrante dell’amore verso Dio. Amare Dio senza conoscerLo significa idealizzarLo, non servirLo. Chi si oppone alla dottrina, allo studio biblico, alla riflessione teologica, spesso lo fa perché percepisce questi ambiti come “complessi”, “inaccessibili”, “troppo alti”. Ma la complessità non è l’opposto della fede, bensì il terreno nel quale essa viene affinata. Ogni relazione profonda comporta anche profondità di comprensione. La dottrina, lungi dall’essere un esercizio arido, è lo strumento con cui lo Spirito plasma la mente del credente.
Una comunità che non cresce nella comprensione delle Scritture è una comunità che rimane spiritualmente anemica. Come può un corpo spirituale sopravvivere di solo latte? Chi rifiuta il cibo solido in nome di una presunta semplicità non esprime vera fedeltà, ma rinuncia alla propria chiamata alla maturità. Non si può glorificare Dio restando bambini per sempre.

La vocazione pedagogica della comunità
Uno dei più gravi errori ecclesiali contemporanei è il tradimento, spesso inconsapevole, della sua vocazione pedagogica. «Io, fratelli, non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma come a carnali, come a bambini nel Messia» (1 Cor 3,1). Questa non è una dolce carezza pastorale, ma un rammarico vibrante, un’accusa di stagnazione. La Kehillah non è un rifugio per l’immobilismo, ma una scuola per la maturità. Il suo ruolo non si esaurisce nell’evangelizzazione - pur fondamentale - ma si estende alla formazione, alla crescita, alla trasformazione dei credenti.
L’idea che basti proclamare “Gesù ti ama, l'amore è l'unica cosa che conta” per tutta la vita cristiana è tanto riduttiva quanto ingannevole. L’amore del Messia è il fondamento, ma su di esso bisogna edificare, con sapienza, una fede solida e una comprensione robusta delle Scritture. Chi guida una comunità, se abdica alla responsabilità di nutrirla spiritualmente, tradisce il suo mandato. Il pastore che per timore di apparire “troppo dottrinale” si limita a somministrare verità elementari e incoraggiamenti emotivi, assomiglia a un medico che preferisce dare caramelle anziché medicine per paura delle reazioni del paziente. Ma lo zucchero spirituale non cura: anestetizza.
Yeshua: maestro di profondità
Tra tutte le figure della Scrittura, nessuna incarna meglio la perfetta sintesi tra accessibilità e profondità quanto Yeshua, il Messia. Egli fu Maestro per eccellenza non perché abbassasse il livello della rivelazione divina, ma perché sapeva condurre i Suoi discepoli a comprendere, passo dopo passo, il cuore delle Scritture. Il suo insegnamento era sapienziale, non semplificato; pedagogico, non banalizzato. In Matteo 13,11 egli dice: «A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato».
Con questa affermazione Egli riconosce che la rivelazione non è destinata a chi ascolta superficialmente o a chi ama "le cose semplici", ma a chi accoglie la verità con cuore disponibile e mente attenta. Il Vangelo, dunque, è sì semplice nel suo appello universale, ma profondo nella sua sostanza. Nei Vangeli sinottici, le parabole funzionano come chiavi d’accesso: celano ai distratti e agli svogliati e svelano ai discepoli desiderosi e assetati di Dio.
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» (Giov 1,1). Qui non troviamo una “semplice” buona novella, ma un trattato cristologico denso e profondissimo, che esige attenzione, memoria, confronto con il Tanakh e apertura al Mistero. Chi dunque contrappone la “semplicità del Vangelo” alla teologia non solo fraintende il Vangelo, ma nega lo stile stesso di Yeshua. Egli non offriva verità precotte, ma interrogava, scuoteva, sfidava. Ai discepoli non risparmiava le parole difficili; pensiamo al discorso sul «mangiare la Sua carne e bere il Suo sangue» (Giov 6,53), che suscitò scandalo e abbandono. Eppure non ritirò le Sue parole per renderle più accettabili.
Obbedienza come impegno intellettuale
La crescita spirituale non è un'opzione accessoria per i credenti particolarmente zelanti o intellettualmente inclini. È, al contrario, un comando implicito nella stessa struttura della fede cristiana. «Desiderate ardentemente il puro latte spirituale, affinché per esso cresciate per la salvezza» (1 Pt 2,2). Questo invito non è un semplice consiglio spirituale: è un imperativo che indica una traiettoria precisa. La fede non è statica. Non basta iniziare bene; bisogna anche progredire bene, svilupparsi bene, maturare bene fino alla piena statura nel Messia.

Il segno della maturità spirituale non è il numero di versetti imparati a memoria e ripetuti a "mantra", ma la capacità di discernere il bene dal male, di non conformarsi al mondo e di trasmettere fedelmente la verità. Nel contesto biblico, obbedire non significa solo compiere azioni esteriori, ma trasformarsi interiormente. «Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo approvato, che non abbia di che vergognarsi e che dispensi rettamente la Parola della Verità» (2 Tim 2,15). L'obbedienza si manifesta anche - e soprattutto - nell’impegno intellettuale e spirituale di conoscere rettamente la Parola. Una mente che non cresce rischia di deformare la fede. È proprio tra i credenti privi di fondamenti solidi che si diffondono le false dottrine, i cliché, le spiritualità superficiali e le deviazioni teologiche.
La comunità come cantiere di maturità
La Kehillah - la comunità dei redenti - ha il dovere di formare credenti adulti, pronti a insegnare, discernere, combattere. Senza una solida armatura, dichiararsi "guerrieri" della fede non è solo vano, ma profondamente contraddittorio. Un combattente privo di formazione, discernimento e verità è poco più che un civile travestito da soldato: vulnerabile, disorientato, impreparato. La maturità spirituale non è un premio per pochi, ma una chiamata universale, un imperativo che scaturisce dalla fedeltà al Messia.
Nessun vero guerriero si nutre di latte prima della battaglia: il combattimento richiede energie, forza, resistenza, lucidità - e queste qualità spirituali si sviluppano solo con il cibo solido della verità biblica. È tempo di riscoprire la profondità delle Scritture e liberarsi dall’illusione che “semplicità” significhi “superficialità”. Rifiutare il cibo solido - per paura, comodità o abitudine - significa accettare una fede immatura, incompleta, e, spesso, vulnerabile. Amare Dio implica desiderare di conoscerLo, e ciò avviene mediante la Sua Parola, che è inesauribile nella sua ricchezza. La fede che matura è una fede che non si accontenta, ma che cerca, scava e, in ultima analisi, trova in Cristo la pienezza della sapienza e della conoscenza di Dio.