I canti tramandati di generazione in generazione, che associamo ad un momento sereno e roseo, come la comparsa di un bambino nella vita di una coppia, in realtà nascondono il lato più oscuro della maternità. Questi canti, simili a lamenti e molto semplici da imparare, erano per le madri un modo per cantare il dolore vissuto a causa del distacco del proprio bimbo dal corpo e del parto. La ninna nanna, con la sua melodia rasserenante, è stata da sempre uno strumento per indurre i bambini ad addormentarsi, un canto eseguito da una voce familiare che offre conforto. Tuttavia, al di là di questa funzione consolatoria, essa custodisce un universo di emozioni complesse e spesso indicibili che affondano le radici nella psiche materna e nelle esperienze collettive delle donne attraverso i secoli.

Il Lamento Nascosto: Parto, Distacco e la Paura del Mondo
"Sole con il proprio bimbo tra le braccia le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso e che invece provoca un dolore fortissimo." Questa osservazione illumina una verità scomoda sulla maternità, spesso celata da una retorica idealizzata. La professoressa ordinaria di psicologia e direttrice del master in "Death studies and the end of life" presso l'Università di Padova, Ines Testoni, ci spiega come frasi come "Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse…" facciano emergere la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte.
Il primo elemento caratteristico delle ninna nanne fa riferimento alla sfera psico-sociale. La somiglianza delle ninna nanne con i lamenti funebri non è casuale; essa nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia. Questa intuizione ci invita a intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno, e il parto, che è la divisione fuori. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno.
Comprendiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio. Ma il parto è traumatico anche per il bambino? Certamente. Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melania Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo tra i forti stimoli del mondo si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ed è proprio a questo punto che intervengono le ninna nanne per porre freno a quel terrore.
La madre che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore, viene spesso lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire, il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninna nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirare fuori il vissuto materno.
Le ninna nanne non raccontano solo il dolore delle mamme legato all'evento del parto. Qui subentra l'aspetto archetipico culturale e quello psico-sociale che caratterizza le donne. Abbiamo avuto la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninna nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o no. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza. Non a caso una delle ninna nanne più famose canta "questo bimbo a chi lo do?". Esatto, "ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?" è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre anche per esempio si ammala. La prima risposta è "lo darò all'uomo nero" che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento.
Ninna Nanna Azzurra 🌙 Musica per Dormire Bambini - Canzone Personalizzata
Maternità tra Ideali e Cruda Realtà: La Solitudine della Puerpera
Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninna nanne? Da un lato diversamente, infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico, tuttavia in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino; è una violenza inaudita. Per ovviare a questa solitudine, infatti, oggi esistono le doule della nascita, figure che si prendono interamente carico della triade, mamma, partner e bambino, per aiutare la donna a riprendersi dal parto e tutta la famiglia a trovare un nuovo equilibrio.
"Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do." Questi sentimenti paurosi e incomunicabili carichi di tabù, di rabbia, di aggressività, di fatica e di desiderio di abbandonare il proprio figlio, sono sempre esistiti e sono tramandati attraverso una saggezza resistente al tempo e agli stereotipi sociali. Queste nenie hanno la capacità di mettere in parole “dicibili” e in un modo tollerabile queste emozioni faticose e dolorose. Quando l’emozione passa dalla parola, quindi dal “verbo”, dal pensato più o meno conscio, allora diventa un’esperienza più integrata che in parte può proteggere da quella rabbia e aggressività che si sta sperimentando. Il neonato che piange nel cuore della notte in un momento di grande stanchezza fisica e mentale può far sentire incapaci, tristi e frustrati. Proprio per questo, forse diventa importante ricordare il saggio modo delle nostre nonne che passano dalla “parola”, dalla canzone innocua per poter dire l’inesprimibile e dare uno spazio al desiderio di interrompere anche aggressivamente la fonte di impotenza e frustrazione che il pianto del bambino rappresenta. Comunicare ciò che si sente, attraverso una canzone, attraverso i ritrovi tra donne era un modo per dare un posto “sicuro” a vissuti normali che in questo modo venivano espressi ma anche contenuti.
Sentimenti che l’etica sociale non permette di esprimere nella rappresentazione della madre come protettrice del focolare, nelle maternità e nelle paternità così preziose forse perché oggi meno vissute con il calo delle nascite e con lo spostamento dell’età in cui si hanno figli. Questi aspetti possono sollecitare vissuti contrastanti come il doversi sentire per sempre riconoscenti di questo dono di cui vengono sottolineati solo gli aspetti irreali e illusori di perenne felicità e serenità e non permettono di lasciare spazio ai vissuti aggressivi e frustranti che vengono appunto repressi.
Il fenomeno dei neonati non riconosciuti e abbandonati alla nascita, detto anche fenomeno delle “madri segrete”, o “madri invisibili”, o “madri senza nome”, stride con il comune pensare, che attribuisce alla maternità un valore enorme, quasi mitico, e che deve essere per forza innato: la donna, per essere tale, non può non provare desiderio di maternità, si realizza solo se diventa madre e, ovviamente, una brava e buona mammina. Tutto ciò non considera il lato nascosto della maternità, che è fatto di dubbi, fatiche, incertezze, spaesamenti e, spesso, un profondo senso di solitudine e di vuoto. Significa fondamentalmente vivere un’esperienza unica ed irripetibile, che muta l’esistenza della donna; significa dedicare la propria anima e la propria persona al figlio per accompagnarlo nella vita e consentirgli di diventare una persona completa. È una sorta di impegno per sempre, un atto di grande generosità.
Tutti gli studi sulla genitorialità e, anche, quindi, sull’essere madre, concordano nell’evidenziare come si tratti di un percorso in costruzione, dove si impara a vivere al meglio e a portare avanti positivamente il proprio rapporto con il figlio. Ed è proprio quest’idea di costruzione di un percorso in evoluzione ad essere un fattore arricchente dell’esperienza della maternità stessa. Una ricerca della Società italiana di neonatologia (Sin) aveva monitorato i casi per un anno a partire da luglio 2013, evidenziando come circa 1 bambino su 1.000 in Italia non viene riconosciuto dopo il parto, ovvero lo 0,07%. Nonostante la legge, come spiega il sito del Ministero della Salute, garantisca “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e la tutela della maternità", assicurando al neonato non riconosciuto specifici interventi per garantirgli la dovuta protezione, nell’attuazione dei suoi diritti fondamentali, il problema persiste. La dichiarazione di nascita resa entro i termini massimi di 10 giorni dalla nascita, permette la formazione dell’atto di nascita, e quindi l’identità anagrafica e la cittadinanza. Se la madre vuole restare nell’anonimato la dichiarazione di nascita è fatta dal medico o dall’ostetrica (Dpr 396/2000, art.).
Anche se è possibile l’abbandono in modo non pericoloso per madre e figlio, questo gesto non è mai un gesto compiuto con serenità, leggerezza, superficialità, anzi, tutto il contrario. E alla sua base vi sono motivazioni a volte inimmaginabili, sofferenze profonde e non è vero che queste donne non provano amore verso la creatura che hanno messo al mondo. È fondamentale non dimenticare mai la sofferenza estrema alla base del gesto di abbandono. Le donne che si ritrovano a dover abbandonare i propri figli a volte sono donne in condizione di povertà educativa, o culturale o che non conoscono la lingua italiana, in questo caso. È quindi doveroso per enti e associazioni promuovere azioni di informazione che tengano conto di queste possibili limitazioni, quindi predisporre, ad esempio, manifesti scritti in più lingue e accompagnati da immagini esplicative che possano aiutare a comprendere laddove la parola non è capita. Tali manifesti sarebbero da affiggere nei luoghi che, se di primo acchito possono sembrare meno intuitivi, ad una riflessione più attenta diventano risolutivi, perché a volte i bimbi abbandonati sono trovati dentro o nei pressi dei cassonetti della spazzatura. La donna che abbandonerà la propria creatura è spesso emotivamente sola; già durante la gravidanza avrebbe bisogno di aiuto emotivo, psicologico, materiale per dirottare la propria decisione finale, ovvero disconoscere il figlio al parto. Doriana Galderisi, psicologa padovana d'origine e bresciana d'adozione, lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio a Brescia ed è esperta in vari ambiti della psicologia, compresa quella dell'età evolutiva, sottolineando l'importanza di tale supporto.
L'Ombra del Materno: Archetipi e la Violenza Silente della Quotidiana
La retorica di una maternità sacra e intangibile, con la figura della "Mamma Tutto", come elencava una canzoncina da Zecchino d’oro di qualche anno fa, rimuoveva il lato perturbante, là dove covano disagi, angosce, violenza. Se una donna poteva permettersi di essere fredda, apatica, persino malvagia, il passaggio nella categoria delle madri le garantiva automaticamente la remissione di ogni peccato e una patente di santità e virtù eterne. Eppure sarebbe bastato prestar ascolto alle filastrocche e alle favole, quelle che ogni mamma recita ai suoi bambini, per rendersi conto che le cose non stavano proprio così.

"La grande astuzia della fiaba è di scindere la figura materna in due: la mamma buona, quasi sempre opportunamente morta, e quella cattiva, incarnata da una matrigna o da una strega", spiega Lella Ravasi-Bellocchio, psicanalista junghiana, autrice di numerosi testi sul rapporto madri-figli. Il suo ultimo titolo, L’amore è un’ombra, si spinge a indagare proprio in quei luoghi oscuri del materno che, assicura l’autrice, «sono tanto duri da attraversare». Luoghi estremi, popolati di mamme psicotiche, pronte a scannare i loro figli. Casi finora relegati nella cronaca nera e negli archivi psichiatrico-giudiziari. Cominciare a parlarne al di là di inutili demonizzazioni è un tentativo coraggioso di sollevare scomodi veli. Per inoltrarsi in questi insidiosi territori, il libro di Ravasi-Bellocchio si dimostra una guida preziosa. Attingendo alle testimonianze di colleghi che hanno avuto in cura alcune «sventurate», l’autrice le mette a confronto con l’agghiacciante archetipo di Medea. Nomi fittizi per storie fin troppo vere. Ma l’indagine si spinge oltre, alle radici di un male segreto, molto più diffuso di quanto si pensi. "Tutte le mamme possono essere terribili", recita il sottotitolo del libro. Se i casi di violenza omicida sono per fortuna pochi, moltissimi risultano quelli di insidiosa violenza quotidiana. Madri invidiose, possessive, depresse, narcisiste, capaci di creare simbiosi asfissianti e ricatti affettivi, di innescare catene di colpe e risentimenti, che uccidono senza uccidere, predatrici di pudore, rispetto e innocenza. "Le madri sono tramite di vita e di morte. Il conflitto è lì. Riconoscere la violenza del materno è un percorso aspro ma necessario per ogni figlio." "Le Madri non sono le mamme - precisa Ravasi-Bellocchio - ma la profondità inconscia del materno. La parte matrigna che trasforma il “son tutte belle le mamme del mondo” in qualcosa di misterioso e terribile, ma anche liberatorio."
Le Ninne Nanne nel Mondo: Una Pratica Universale e le Sue Evoluzioni
Cantare una ninna nanna al proprio bambino che fatica a prendere sonno è una pratica molto antica ed è tuttora presente in culture diversissime per territorio geografico, per linguaggio, tradizioni e storia. La ninna nanna è un canto popolare che viene dal cuore e presenta delle caratteristiche specifiche: innanzitutto viene cantata quando c’è un contatto corporeo, che trasmette oltre al messaggio uditivo una stimolazione plurisensoriale fatta di calore, di odore, di stimolazione vestibolare che accompagna il dondolio e facilita l’addormentamento. Anche quando il bambino non è tenuto in braccio c’è una vicinanza che porta oltre al messaggio uditivo anche quello affettivo visivo. La ninna nanna viene cantata dalla mamma ma anche dalla nonna, dalle zie, dalle sorelle, e secondo una conquista culturale del nostro tempo anche dal padre, dal nonno eccetera. Chi canta sente inevitabilmente un richiamo al passato, ad un tempo precedente a cui attingere queste poche strofe imparate spesso in forma dialettale, perché appartenenti alla propria regione o paese di nascita. Ascoltate e riascoltate, mandate a memoria assieme al ricordo di quella voce particolare e della persona a cui apparteneva. Brevi cantilene ripetute con tempi lenti, con ritmo regolare, senza cambiamenti, con un’intensità di suono lieve, a predisporre il sonno del bambino.

Ninna nanne scritte da famosi compositori di musica classica prendono il nome di berceuse, che è il termine francese per ninna nanna, come la Berceuse scritta da Fryderyk Chopin nel 1844. La Commissione europea ha creato il progetto Lullabies of Europe per raccogliere tutte le ninna nanne nelle diverse lingue della Comunità per preservarne il patrimonio culturale. Ora, però, le ninne nanne si ricordano sempre meno, perché più frequentemente vengono usati carillon di sola musica o anche registrazioni con canto vocale; si carica lo strumento con una chiavetta, oppure ancora più velocemente si spinge un tasto e si lascia il bambino che ascolta, da solo, una voce che non è della famiglia, non è stanca della giornata trascorsa, non ha preoccupazioni per il giorno dopo, insomma una voce di melensa stereotipia, uguale a comando per tutte le occasioni. Questo cambiamento, se da un lato offre praticità, dall'altro priva il bambino di quella stimolazione multisensoriale e affettiva unica che solo la voce umana e la presenza di un genitore possono offrire, riducendo la ninna nanna a un mero suono meccanico.
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Un Viaggio Attraverso le Melodie del Sonno: Esempi Culturali Globali
L'universalità delle ninna nanne si manifesta nella ricchezza delle loro espressioni culturali. Attraverso il mondo, melodie e testi si adattano alle tradizioni e alle peculiarità linguistiche di ogni popolo, pur mantenendo la loro essenza consolatoria.
Ninne Nanne Ceche
Nella Repubblica Ceca, il folclore è ricco di questi canti. "Spi, Janíčku, spi" (Dormi, Janíček, dormi) è una vivace ninna nanna raccolta in Moravia da František Sušil, un prete e attivista della rinascita nazionale ceca. Egli raccolse canti in Moravia, Slesia ed anche nei villaggi slavi dell'Austria, e questa ninna nanna usa il nome proprio di un bambino, Janíček, diminutivo familiare del comune nome maschile Jan. Un'altra, "Ukolébavka" (Ninna nanna), fu pubblicata nel 1633 ne ‘L'Informatorium della Scuola Infantile' di Johan Amos Comenius, un libro considerato probabilmente il primo trattato sullo sviluppo e l'educazione dei bambini fino a sei anni nella famiglia, che sottolineava la necessità di offrire stimoli sensoriali ed emozionali nella prima infanzia. "Hajej můj andílku" (Angioletto mio) è una delle ninnananne ceche più melodiose, raccolta inizialmente da Karel Jaromír Erben, scrittore romantico ceco, poeta e collezionista di canti popolari e fiabe cechi. Troviamo anche "Halí, dítě" (Fai la ninna, bambino), raccolta da František Bartoš, pedagogo ed etnografo che collezionò canti moravi. Infine, "Halaj, belaj, malučký" (Dormi, dormi, piccolo) proviene dalla Moravia orientale, dove il dialetto viene influenzato dallo slovacco, e i canti popolari sono simili a quelli slovacchi al di là del confine.
Ninne Nanne Danesi
La Danimarca vanta anch'essa una serie di ninna nanne molto amate. "Solen er så rød, mor" (Il sole è così rosso, mamma) è considerata un classico per i danesi. "Elefantens vuggevise" (La ninna nanna dell'elefante) è una delle ninna nanne più popolari e anch'essa un classico. Il suo tema tratta degli animali esotici, e il contenuto ed il testo sono semplici e di facile comprensione per un bambino. Per rendere questa canzone politicamente corretta, negli anni novanta fu sostituita la parola negerdukkedreng (bambolotto negro) con kokosnød (noce di cocco). Il testo della canzone fu scritto nel 1948 dallo scrittore e poeta Harald H. Godnatsang (Canzone della buona notte) presenta testi e musica composti da Sigurd Barrett, pianista, compositore e conduttore di un programma televisivo per bambini, assieme a un suo collega, il musicista Steen Nikolaj Hansen. Sigurd di solito canta questa canzone alla fine del suo programma per bambini, e il tema è il sonno. "Mues sang få Hansemand" (La canzone della mamma per il piccolo Hans) proviene dalla zona meridionale dello Jutland, è molto antica e non si conosce l'anno in cui fu composta, ma non è molto conosciuta in tutta la Danimarca probabilmente perché scritta nel dialetto dello Jutland. Infine, "Jeg vil tælle stjernerne" (Conterò le stelle) fu scritta nel 1951 dal famoso poeta e scrittore danese Halfdan Rasmussen, con la musica composta da Hans Dalgaard.
Ninne Nanne Inglesi
Nel mondo anglofono, le ninna nanne sono altrettanto radicate. "Lavender's blue" (La lavanda è blu) è una canzone tradizionale la cui origine è incerta ma risale almeno al XVII secolo, tramandata e modificata attraverso le generazioni. "By Baby Bunting" (Ciao, bimbo ‘fagottino’) è antica quanto le filastrocche inglesi. Nell'inglese antico, le ninna nanne erano chiamate Byssinge, e il prefisso by significava sonnellino. Le madri inglesi l'hanno cantata ai loro bambini, e risulta familiare ovunque si parli la lingua inglese, con una melodia giunta fino ai nostri giorni senza variazioni. Come nelle ninna nanne di altri luoghi, la promessa di una ricompensa per un buon comportamento viene presentata al bambino. Nell'inglese odierno, la parola bunting potrebbe riferirsi a un tipo di uccello oppure a un panno soffice e spesso. "Hush, little baby" (Ninna, nanna, piccolino) è un'altra ninna nanna tradizionale di origine incerta, ma si suppone abbia origine nel nord America, poiché il tipo di uccello menzionato nella canzone, il tordo beffeggiatore, si trova nel continente americano. "Twinkle twinkle little star" (Brilla brilla stellina) è una delle più popolari filastrocche inglesi e combina la melodia di una canzone francese del 1761, "Ah! Vous dirai-je, Maman", con la poesia inglese "The Star" di Jane Taylor. La poesia, con strofe composte di coppie di versi in rima, fu pubblicata nel 1806 in Rhymes for the Nursery, una raccolta di poesie di Jane Taylor e di sua sorella Ann. Il testo contiene cinque stanze, sebbene soltanto la prima sia largamente conosciuta. Mozart scrisse dodici variazioni su "Twinkle, Twinkle, Little star", catalogate come Variazioni su "Ah! Vous dirai-je, Maman".
Ninne Nanne Scozzesi
Dalle Highlands scozzesi proviene la "Scottish Lullaby", una melodia tradizionale dei fieri clan. Soltanto l'aria "Cdul gu lo" (Dormi fino all'alba) e non i versi originali scozzesi furono usati quando venne presentata una drammatizzazione di Guy Mannering di Sir Walter Scott. La storia delle Highlands e delle interminabili battaglie con cui i clan potevano preservare la loro sofferta indipendenza contro le schiaccianti disparità, sono evocate in questo primo canto per l'infanzia, dove il sogno concerne lo squillo di tromba e l'ideale è il coraggio.
Ninne Nanne Greche
Il Mediterraneo offre melodie che riflettono la sua storia e la sua natura. "Νάνι μού το νάνι νάνι" (Ninna, mio caro, ninna, nanna) proviene dall'isola di Calimno, una delle isole del Dodecaneso. Quest'isola combina la bellezza delle montagne, l'aroma dell'origano e del timo con le acque cristalline, e le parole della ninna nanna sono influenzate da questa bellezza della natura. Calimno è anche famosa per le spugne e la produzione dell'olio d'oliva, il che spiega perché nella ninna nanna vengono menzionati gli ulivi ed il sole, elementi essenziali per gli abitanti. Oltre alle parole ‘nani-nanì’, qui troviamo anche il suono ‘e e è, molto popolare e comune nelle ninna nanne greche. "Νάνι νάνι το παιδί μου" (Ninna, nanna, bambino mio) ha origine nella montuosa Kastoria, in Macedonia Occidentale. A Kastoria vi sono molte aree coltivate e la regione è famosa specialmente per i vigneti, che non a caso sono citati nella ninna nanna. Vi sono anche molti allevamenti di bestiame e questo spiega i riferimenti all'agnello, alla capra e all'ovile, con un interessante uso di diminutivi. "Ύπνε, που παίρνεις τα μικρά" (Sonno, che prendi i piccoli), creata originariamente nell'isola di Tasso, si ascolta in tutta la Grecia con numerose variazioni. L'elemento del ‘Sonno’ (‘Ύπνος') è centrale, e in molte ninna nanne greche ci si rivolge al Sonno, a cui gentilmente si richiede di prendere il bambino nelle sue braccia e di aiutarlo ad addormentarsi. Secondo la mitologia greca, ‘Ύπνος' era il dio del sonno. In questa ninna nanna si menzionano l'Est e l'Ovest ad indicare la vastità del mondo. "Ύπνε μου, επάρε μού το" (Sonno caro, ti passo il mio bambino) nasce nell'Italia meridionale, dove popolazioni di lingua greca hanno abitato fin dall'VIII secolo a.C., quando le prime colonie greche si stabilirono nelle regioni del Salento, in Calabria, a Taranto e a Metaponto. Queste aree hanno una vasta produzione di rose e forse per questo, nella ninnananna, troviamo il riferimento alle rose ed al loro assortimento. Infine, "Τζοιμάται ο ήλιος στα βουνά" (Il sole dorme sulle montagne), di tradizione greca, ebbe origine nell'isola di Egina, situata vicino ad Atene. Passata all'isola di Cipro, fu trasformata nel dialetto cipriota e vi si aggiunsero alcuni versi. La ninna nanna greca originale era formata soltanto dalla prima stanza e parla del momento del tramonto, quando il sole e la pernice dormono ed anche i bambini dovrebbero dormire, con la madre che culla il suo bambino cercando di farlo addormentare, parlando a bassa voce per non svegliarlo.
Ninne Nanne Italiane
Anche l'Italia offre una ricca tradizione di ninna nanne. "Nana Bobò" è una bella ed antica ninna nanna della laguna veneta, dove influenze balcaniche e bizantine sono evidenti nella struttura della canzone. Colei che canta augura salute e ricchezza all'amato bambino che non vuole dormire, menzionando una madre assente perché andata alla fontana a prendere dell'acqua. "Fai la Nanna, Mio Simone" è un esempio delle ninna nanne tradizionali italiane, proveniente dalla Toscana, e presenta, all'inizio, un tono esuberante, seguito da un ritmo più dolce e più appropriato per una canzone da culla. "Ninna nanna sette e venti" è una dolce e melodica ninna nanna che fa parte del ricco folclore e delle villotte friulane: "Cuant ch'in cîl a ven le gnot e chi sês aí bessôi, se tu no tu duars inmó, jê ti cjale fís tai vôi. Quando il cielo si oscura e che siete lì da soli, se tu non dormi ancora, lei ti guarda negli occhi…" In questo canto, altre donne sono in piazza a conversare e passeggiare piacevolmente, ma la madre rimane a casa, per sorvegliare la cottura al forno di un tipo di pane chiamato focaccia, e ad occuparsi del suo bambino. "Stella stellina", composta da Lina Schwarz, è una delle ninna nanne più popolari in tutta Italia, conosciuta da generazioni. "Fate la nanna, coscine di pollo" è una ninna nanna toscana che molte madri italiane conoscono e usano solitamente senza variazioni di testo, evocando affettuosamente le gambette di un bambino appena nato. Esiste anche una "Ninna nanna dei suoni e dei colori", una ninna nanna contemporanea, composta in occasione del progetto europeo Languages from the Cradle.
Ninne Nanne Rumene
La Romania custodisce ninna nanne antiche e significative. "Culcă-te, puiuţ micuţ" (Addormentati, piccino mio) è un'antica ninna nanna della Romania occidentale e centrale (Cluj, Bihor, Năsăud), cantata ancora dalle donne che vivono in campagna, con diverse versioni. Viene anche menzionata nei testi scolastici nella versione cantata da Maria Tănase, famosa cantante folk rumena che contribuì grandemente a far conoscere la musica popolare rumena all'estero. "Nani, nani, puişor" (Ninna, nanna dolce piccolino mio) è usata in tutte le regioni della Romania, e inizia con le tipiche parole che inducono al sonno: nani, nani. La madre si augura che il bambino dorma a lungo, fino a mezzogiorno del dì seguente; in rumeno, la parola domani corrisponde a mâine, ma nella ninna nanna si può ascoltare un'antica variante, mâni. Il titolo di "Culcă-mi-te mititel" (Vai a dormire come un bimbo piccolino) è dato dal terzo verso della prima stanza invece che dal primo, ed è un antico canto per cullare i bambini proveniente dalla regione della Montenia. La madre desidera che il suo bambino cresca e sia in grado di badare a pecore, agnelli ed anatroccoli nei campi, riflettendo la vita rurale dove i bambini giocano con piccoli animali e fiori e poi se ne prendono cura. "Nani, nani, puiù mamii" (Ninna, nanna, il bambino della mamma) è un'altra ninna nanna molto antica, nata nelle regioni meridionali della Romania, in Oltenia. È breve e ripete specifiche parole per indurre il bambino alla quiete e al sonno: nani è una parola tipica delle ninnananne; maică/maichii significa mamma mia/della mamma. In rumeno è comune rivolgersi ai bambini con le parole della mamma, per dimostrare affetto. Infine, "Haia, haia, mică baia" (Haia, haia, il bagnetto) inizia con le parole haia, haia che suggeriscono l'atto del cullare o del mettersi a giocare. Il tema principale della ninna nanna è la ripetizione del numero ventuno; in rumeno, il numero venti si dice douăzeci, ma nella ninnananna si può ascoltare douăzăşi, il modo in cui si pronuncia nella regione del Banato.
Ninne Nanne Turche
Le ninna nanne turche si distinguono spesso per l'espressione di auguri e desideri. "Uyusun da büyüsün" (Che il mio bambino cresca mentre dorme) è inclusa in questa categoria, esprimendo perlopiù il desiderio che il bambino si addormenti, ma anche ciò che la madre desidera per la sua bambina o per il suo bambino, inclusi benefici materiali come giocattoli, vestiti, cibi e bevande. Nella prima strofa di questa ninna nanna, la madre esprime il desiderio che la sua bambina cresca sana, usando l'espressione onomatopeica tıpısh tıpısh per rendere il suono dei passi della bambina. Nella seconda strofa, la madre descrive le mani e le braccia della sua piccola decorate con l'henna, un tempo molto comune per i turchi applicare l'henna sulle mani delle bambine in segno di benedizione. "Babanın Ninnisi" (Ninna nanna del papà) è una ninna nanna moderna composta da Özge İlayda, che testimonia l'evoluzione e l'inclusione di nuove figure nel canto della culla. "Dandini Dandini Dastana" è una ninna nanna quasi universalmente conosciuta in Turchia, con la prima strofa che può essere cantata con variazioni. A prima vista, il verso iniziale può sembrare strano, in quanto il suo contenuto è piuttosto estraneo ai concetti che si hanno del mondo del bambino o della ninna nanna. Secondo alcune fonti (Karabaş, 1999:62), tuttavia, il significato è metaforico: dana (vitello) rappresenta il figlio, bostan (orto) è la vita, bostancı (giardiniere) sta per il padre e lahana (cavolo) rappresenta una ragazza che la madre del ragazzo non approva. Invoca il nome di Dio e chiede che lo tenga lontano dal malocchio. Elogiare la bellezza del bambino o della bambina è un tratto molto comune nelle ninna nanne turche. La madre usa diverse similitudini e paragona le labbra della sua bambina alle ciliegie, e le sopracciglia alla luna crescente o a una piuma. Per la madre, il suo bambino è più bello che qualsiasi altra cosa, perfino degli angeli. "Sen bir güzel meleksin" (Sei un magnifico angelo) è un'altra ninna nanna che incarna questa esaltazione della bellezza infantile.