La Lupa Romana che allatta Romolo e Remo: Simbolo e Storia di un Mito Fondamentale

La leggenda della Lupa Capitolina è una delle storie più affascinanti e significative legate alla fondazione di Roma, un racconto che ha plasmato l'identità di una civiltà e che ancora oggi risuona profondamente. Questa figura, che incarna la forza, il coraggio e il senso di appartenenza, è molto più di un semplice mito; è diventata un emblema di identità e di orgoglio per la città di Roma e per tutta l’Italia. Il simbolo della Lupa Capitolina non è solo una leggenda, ma un’immagine radicata nell’arte e nella storia romana, rappresentando non solo la nascita della città eterna, ma anche il legame profondo tra mito, cultura e identità romana. La lupa che allatta Romolo e Remo è una figura centrale nella narrazione, un'icona riconosciuta in tutto il mondo che ha attraversato millenni, assumendo significati diversi e adattandosi a contesti culturali e politici mutevoli, pur mantenendo intatto il suo potere evocativo.

Lupa Capitolina con Romolo e Remo

Il Mito Fondativo di Roma: La Leggenda della Lupa, Romolo e Remo

La storia di Romolo e Remo nasce da una miscela di mito, leggenda e storia antica, una narrazione che ci viene raccontata fin da bambini e che trova le sue radici profonde nella tradizione letteraria romana. Secondo il racconto mitologico, i gemelli Romolo e Remo erano figli di Marte, dio della guerra, e di Rea Silvia, una vestale, figlia del re Numitore di Alba Longa e discendente di Enea, l’eroe troiano. La loro nascita fu avvolta nel dramma e nella premonizione di un destino straordinario. Il nonno dei gemelli, Numitore, fu scacciato dal trono di Alba Longa dal fratello Amulio, che si impadronì del potere. Per evitare che i nipoti, diventati adulti, potessero rivendicare il trono usurpato, Amulio ordinò ad un suo servo che fossero uccisi e gettati nel Tevere. Tuttavia, il servo, non avendo il coraggio di compiere un tale atto, li mise in una cesta e li lasciò trasportare dalle acque del fiume.

Questa cesta si incagliò sul fiume alle pendici di un colle, dove i gemelli furono trovati da una lupa che si prese cura di loro, nutrendoli come fossero suoi cuccioli, finché non furono scoperti dal pastore Faustolo. In questo mito, caratterizzato da diversi personaggi alcuni dei quali dal significato simbolico, risalta indubbiamente la lupa, che dopo aver trovato i gemelli non solo li avrebbe allattati, ma leccandoli li ripulì dal fango, nutrendoli anche con l’aiuto di un picchio. Quando successivamente Faustolo e altri pastori giunsero nei pressi del fico, la lupa si rifugiò in una grotta.

Successivamente, un pastore di nome Faustolo trovò i bambini e li allevò con sua moglie, Acca Larenzia. I gemelli, cresciuti in forza e intelligenza, divennero uomini di grande coraggio e intrapresero la missione di fondare una città. La loro storia riflette le radici culturali del popolo romano e il desiderio di legittimare la nascita della città come scelta divina e inevitabile. La lupa che allatta Romolo e Remo non si tratta solo di un animale, ma di un simbolo potente che rappresenta la protezione materna, la forza selvaggia e la sopravvivenza contro ogni avversità. L’immagine della lupa ha anche una connotazione di giustizia e ordine, poiché Romolo e Remo, salvati dalla lupa, crescono per diventare i fondatori di Roma, una città che si sarebbe basata su leggi e istituzioni. La leggenda dell’allattamento di Romolo e Remo da parte di un animale selvatico ha assunto un significato profondo nella cultura romana, divenendo un archetipo potente e riconoscibile.

Storia Romana - Il mito della fondazione di Roma

Riguardo alla figura simbolica della lupa, sono possibili due interpretazioni principali. La prima ci viene fornita già da Plutarco (Romolo, 4, 3), secondo il quale la lupa in realtà potrebbe non essere altri che la stessa Acca Larenzia. I Romani infatti utilizzavano il termine "lupae" oltreché per indicare gli animali, anche per le prostitute (da qui il termine lupanare, cioè bordello). Inoltre, da Dionisio di Alicarnasso (I, 79, 10) apprendiamo che proprio quel giorno Acca Larenzia avrebbe partorito un bambino già morto, quindi sarebbe stata nelle condizioni di allattare i due neonati, ai quali i genitori adottivi attribuirono i nomi Romolo e Remo. La seconda interpretazione identifica la lupa come una personificazione del dio Marte: sia il lupo sia il picchio erano infatti animali considerati sacri alla divinità, perciò non è casuale che entrambi fossero presenti sotto il fico a prendersi cura dei suoi figli.

Questa storia ha inoltre molte somiglianze con quella riportata da Erodoto (I, 107-113) relativa al re persiano Ciro il Grande, destinato dal nonno Astiage all’abbandono in una foresta ed alla morte, mentre era ancora in fasce: ma il neonato fu allevato in segreto dal pastore Mitradate e dalla moglie Spakò, il cui nome in lingua persiana significa “cagna”, animale sacro per i Medi. Anche essa aveva appena partorito un figlio morto, quindi i due bambini furono scambiati, permettendo così a Ciro di sopravvivere e di fondare in seguito la dinastia Achemenide. Essendo il lupo considerato sacro e legato a storie simili anche nelle steppe eurasiatiche, è possibile che questo genere di racconto si sia diffuso gradualmente ai popoli di lingua indoeuropea, giungendo fino ai Latini (Ferro, Monteleone, 2010; Calvetti, 2002).

L’identificazione del lupo con un dio era presente anche nel mondo greco: Pausania (X, 14, 7) racconta infatti un episodio legato al santuario di Delfi di cui il protagonista era proprio un lupo, il quale dopo aver trovato il tesoro rubato dedicato ad Apollo, avvertì e guidò la popolazione locale al suo recupero. Venne perciò considerato la personificazione del dio stesso, dando vita al culto di Apollo Lykaios (lupo). Inoltre, non bisogna dimenticare il ruolo giocato dal lupo nel Ver Sacrum (Primavera Sacra), rituale celebrato ciclicamente dalle popolazioni osco-sabelliche del centro Italia: come dimostra la genesi degli Irpini insediatisi in Campania, essi presero il nome dall’animale totemico guida che loro chiamavano "hirpus", cioè lupo (Galasso, 2005; Ferro, Monteleone, 2010). Il mito dei gemelli fondatori nutriti da animali selvatici e poi allevati da pastori, non fu quindi semplicemente il frutto di una successiva elaborazione letteraria, ipotizzata in passato, legata alla tradizione greca (dove questo genere di storie era frequente, ed uno degli esempi è il caso di Mileto (Antonino Liberale, Metamorfosi, 30).

La Lupa Capitolina: Icona di Bronzo tra Storia e Controversie Datazione

Una delle rappresentazioni più famose della leggenda è la Lupa Capitolina, una scultura in bronzo di incerta datazione, custodita nei Musei Capitolini. La scultura rappresenta una lupa che allatta una coppia di piccoli gemelli, che rappresentano i leggendari fondatori della città, Romolo e Remo. Di dimensioni approssimativamente naturali, i gemelli sottostanti furono aggiunti nel XV secolo e sono stati attribuiti allo scultore Antonio del Pollaiolo. L’opera è stata oggetto di varie ipotesi di datazione ed attribuita quindi all’arte greca, etrusca o addirittura medievale.

Per secoli, la Lupa Capitolina è stata tradizionalmente considerata di fattura etrusca, con una cronologia che la collocava probabilmente nell'ambito del V secolo a.C., e si riteneva che fosse stata fusa nella bassa valle tiberina e che si trovasse a Roma sin dall'antichità. La datazione tradizionale parlava dell’epoca arcaica della storia romana, oscillante tra il V secolo a.C. Le sue origini etrusche sottolineano l’importanza di questo popolo nella storia romana, poiché furono proprio gli etruschi a influenzare notevolmente la cultura e l’architettura della città.

Tuttavia, fino a pochi anni fa la si riteneva un originale datato, con esiti diversi, dagli inizi del V secolo a.C. al III secolo a.C., che non era mai finito sotto terra. Nel 2006 erano già stati sollevati dei dubbi sulla datazione dell’opera. L’ipotesi di Anna Maria Carruba, restauratrice e storica dell’arte che ha curato il restauro della statua, era che, in base alla tecnica di fusione, l’opera potesse risalire all’epoca altomedievale (ipotesi sostenuta anche dall’autorità di Adriano La Regina, ex soprintendente ai Beni archeologici di Roma e docente di Etruscologia all’Università di Roma - La Sapienza). Le recenti analisi condotte sulle terre di fusione usate nella lega bronzea hanno rafforzato questa tesi, suggerendo che la statua che conosciamo venne quasi sicuramente realizzata tra il X e il XIV secolo.

Le raffigurazioni di epoca classica della lupa con i gemelli sono abbastanza diverse dalla statua della lupa capitolina, che ha certa rigidità, tipica della statuaria arcaica o medievale. Il dinamismo della posa della lupa che lecca uno dei gemelli e il diverso atteggiamento dei gemelli raffigurati nei bassorilievi marmorei e sulle monete d’argento indicano invece un elevato naturalismo e sono stati considerati testimonianza del carattere ellenico o ellenistico del modello.

Le prime notizie sicure su questa statua risalgono al X secolo, quando si trovava incatenata sulla facciata o all’interno del palazzo del Laterano: nel Chronicon di Benedetto da Soracte risalente appunto al X secolo, il monaco descrive l’istituzione di una suprema corte di giustizia "nel palazzo del Laterano, nel posto chiamato …[graffiti]…, cioè la madre dei Romani." Processi ed esecuzioni "alla lupa" sono registrate di tanto in tanto fino al 1450. La statua venne poi ospitata fino al 1471 nella chiesa di San Teodoro, che si trova tra il Palatino ed il Campidoglio. In quell’anno fu donata da Sisto IV della Rovere ai Musei Capitolini, dove è tuttora esposta nella Sala della Lupa.

Dettaglio testa della Lupa Capitolina

A parte qualche piccolo danno e lacuna prontamente restaurati, la statua della Lupa è integra. La Lupa, alta 75 centimetri e ben conservata, è raffigurata di profilo, con la testa girata verso l’osservatore di novanta gradi e le fauci semiaperte, dall’espressione feroce. Le sopracciglia infatti sono ricche di pieghe, gli occhi sono fissi e le orecchie appuntite. Il pelo del collo è caratterizzato da ciocche “a fiamma”, ed il corpo mostra una certa magrezza sottolineata dalle costole in evidenza, mentre dal ventre pendono le mammelle stilizzate. Infine, le zampe sono tese, in posa di guardia (Castagnoli, 1961; Bianchi Bandinelli, Torelli, 2008). Fino a poco tempo fa, si pensava che la patina scura sulla statua fosse il "bitumen pliniano" o una patinatura intenzionale, ma in realtà, non si trattava del bitumen pliniano, né di patinature intenzionali (come quelle rinascimentali), né di alcun procedimento tecnico conosciuto, ma di cere brillanti e trasparenti applicate non per compiere una "manomissione" sulla patina, bensì per migliorare le qualità estetiche e proteggere la materia sottostante.

Le fonti antiche parlano di due statue bronzee della Lupa, una nel Lupercale, l’altra nel Campidoglio. La prima statua, quella del Palatino, è citata nel 295 a.C., quando i due edili, Quinto Fabio Pittore e Quinto Ogulnio Gallo, le aggiunsero una coppia di gemelli. L’avvenimento, in base al racconto di Tito Livio, risale al 296 a.C. e si rese possibile grazie al denaro che gli stessi edili curuli confiscarono agli usurai. Non possediamo alcun indizio sicuro sul gruppo degli OGNUNI, anzi il passo di Livio ha dato il via a due diverse interpretazioni, che considerano i gemelli come parte di un gruppo unitario o come un’aggiunta successiva ad un’immagine più antica della lupa. Cicerone riporta come il simulacro capitolino venne colpito da un fulmine nel 65 a.C. Tra le due possibili statue antiche della lupa, si ipotizzava che quella superstite fosse quella capitolina, perché giunta a noi priva di gemelli e con tracce di un guasto sulle zampe posteriori, che venivano messe in relazione con il fulmine citato da Cicerone. Essendo la Lupa Capitolina originariamente priva dei gemelli e mostrando tracce sulle zampe posteriori di un trauma riconducibile forse ad un fulmine, è possibile identificarla con l’esemplare di cui parla l’oratore.

Il Culto e i Luoghi Sacri Legati alla Lupa: Dal Lupercale ai Lupercalia

La figura della lupa era legata a culti ancestrali, precedenti alla fondazione di Roma, poi evolutisi e adattati o integrati al mito di Romolo. Come abbiamo già visto, una volta arrivati Faustolo e i pastori, la lupa andò a rifugiarsi in una grotta: questo antro, sito ai piedi del Palatino e nei pressi del Germalo, il punto del ritrovamento dei gemelli, era chiamato Lupercale. In realtà, è probabile che il luogo fosse già connesso ad un culto, quello di Fauno, una divinità dei boschi e della fertilità successivamente chiamata Luperco (forse da lupo), identificata anche con il greco Pan Liceo, sebbene alcuni autori parlino ad esempio di una dea Luperca. Altri ancora, invece, affermano che Luperco fosse il nome con cui era conosciuto Evandro, il figlio di una profetessa.

Il Lupercale era il cuore di una delle più antiche e significative festività romane, i Lupercalia. Questa si svolgeva il 15 febbraio, due giorni dopo quella dedicata a Fauno, ed è possibile fosse di origine etrusca (Wiseman, 1995; Holleman, 1985). Protagonisti principali erano i Luperci, che potrebbero essere definiti dei “lupi-caproni”, suddivisi nei due collegi dei Fabiani e dei Quinziali, composti da giovani provenienti dalle gentes dei Fabî e dei Quinzî, i quali dovevano svolgere il rituale nudi. Dopo aver sacrificato delle capre e un cane all’interno del Lupercale insieme al flamen Dialis (il sacerdote addetto al culto di Giove), essi segnavano col coltello insanguinato la fronte di due giovani (ripulita con del latte), facendoli così entrare a far parte dei collegi. Successivamente, le capre sacrificate venivano scuoiate e si svolgeva un banchetto, al termine del quale i Luperci compivano una corsa rituale colpendo con le pelli chiunque incontrassero, soprattutto le donne (Plutarco, Romolo, 21, 3-5; Calvetti, 2002; Gallo, 2005). Questi seguivano un percorso probabilmente circolare attorno al Palatino, ritornando al Lupercale dopo essere passati tra Circo Massimo, Via Sacra, Foro e Rostri, un itinerario allungato dallo spostamento del centro nevralgico della città proprio verso il Foro. In ogni caso, il significato dei Lupercalia sarebbe stato purificatorio: dall’età di Romolo, attraverso il rituale la città veniva depurata del contatto con i defunti avvenuto durante i Parentalia. Oltre poi ad essere un rito di passaggio per i giovani iniziati, la festa propiziava la fertilità, specialmente delle donne, che accettavano di buon grado di essere colpite dal flagellum dei Luperci (Parodo, 2017; Munzi, 1994).

Come già detto, il punto focale dei rituali era la grotta del Lupercale con la sua area sacra, monumentalizzata in età augustea, di cui faceva parte anche il ficus Ruminalis, sotto il quale i gemelli sarebbero stati allattati. Siccome la linfa del fico ricorda il latte, la pianta venne associata alla dea Rumina, divinità dell’allattamento il cui nome deriva da "ruma" o "rumis", cioè mammella. Ad essa venivano offerti sacrifici con il latte, oppure di vino e animali lattanti (Varrone, De re rustica, II, 11, 5). Quando la tradizione del mito di Romolo e Remo si affermò, il luogo venne associato quasi esclusivamente ad essi, oscurando così la figura di Rumina. Ad ogni modo, sappiamo della presenza di un secondo fico anche all’interno del comitium (Plinio, Storia Naturale, XV, 77; Tacito, Annali, XIII, 58; Munzi, 1994; Hadzsits, 1936). Infine, alla stessa Acca Larenzia, seconda o unica nutrice dei gemelli, il 23 dicembre era dedicata la festa dei Larentalia, durante la quale venivano offerte libagioni dal flamen Quirinalis sulla sua tomba, al Velabro (Plutarco, Romolo, 4, 3 e 5; Aulo Gellio, Notti Attiche, 7, 7; Varrone, De lingua latina, VI, 23-24; Ferro, Monteleone, 2010).

In effetti, più che la lupa in sé, fu il suo ruolo di nutrice ad essere venerato, sebbene il lupo fosse già considerato un animale sacro nel Lazio arcaico, conservando nel tempo dei privilegi religiosi. Tuttavia, non esistevano tabù rispetto alla sua uccisione: ciò avveniva in caso di difesa del bestiame o di pericolo per la popolazione cittadina, ma si trattava di casi estremi. Abbiamo infatti scarse testimonianze di cacciatori di lupi, animali probabilmente nemmeno impiegati nelle venationes (spettacoli di caccia negli anfiteatri) e nella medicina magico-rituale o nei sacrifici, come accadeva invece in Grecia. Inoltre, è possibile l’utilizzo della pelle di lupo nell’esercito romano solo per i comandanti dei velites, fino alla riforma militare di Mario nel 107 a.C., mentre in seguito, per quanto riguarda i signiferi (i portastendardo), se non possiamo escluderlo a priori, dalle fonti letterarie e archeologiche risulta quantomeno probabile che essi indossassero piuttosto pelli di orso o leone. Properzio (IV, 10, 20) riporta comunque che Romolo avrebbe utilizzato un elmo con pelle di lupo.

La Lupa Nell'Iconografia Romana: Dalle Monete all'Arte Pubblica

Il tema della lupa è stato spesso adottato in ambito iconografico, vista la sua importanza, del quale infatti ci sono giunti numerosi esempi. La lupa comparve per la prima volta sulle monete durante il III secolo a.C., sulle cosiddette monete romano-campane, coniate inizialmente da una zecca magnogreca, probabilmente quella di Neapolis (Napoli). Risaliamo allora alle origini delle origini di Roma, osservando il didrammo cosiddetto ‘romano-campano’, battuto forse nel 269 a.C. circa. Gli interessi commerciali (ed espansionistici) di Roma verso l’area campana imponevano l'utilizzo di un adeguato medium di scambio. Da qui sarebbe derivata l'esigenza di coniare monete in argento con legenda ROMAION (in caratteri greci), ROMANO e poi ROMA, a partire dalla fine del IV sec. a.C. Nella serie argentea risalente al 269/268 a.C., al rovescio, la lupa è raffigurata con la testa volta all’indietro e, sotto, i gemelli mentre vengono allattati; in basso, all’esergo, è apposta la legenda al genitivo ROMANO (“dei Romani”), come nella monetazione greca (RRC I, n. 20/1; Rissanen, 2014a; Savio, 2001). La datazione tradizionale al 269 a.C. sarebbe motivata da un aggancio storico ben preciso, infatti, quando i due Ogulnii ricoprivano la carica di aediles curules (296 a.C.) avevano fatto collocare le statue di Romolo e Remo sotto una lupa che si trovava presso il fico Ruminale, ai piedi del Palatino.

Moneta romana con Lupa che allatta Romolo e Remo

A seguito dell’introduzione del denario, nel corso del II secolo a.C. al tipo della lupa con i gemelli furono aggiunte le figure di Faustolo, del fico e del picchio insieme alla legenda ROMA, affiancati successivamente a Roma stessa, seduta su degli scudi mentre regge una lancia. Un denario di Sesto Pompeo mostra al diritto la dea Roma, al rovescio la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo, sotto al fico ruminale. Durante la guerra sociale (90-88 a.C.), gli alleati italici coniarono una moneta in argento fortemente simbolica, nel cui tipo di rovescio il toro italico carica la lupa romana.

Il modello iconografico classico è stato riproposto durante tutta l’età imperiale, nonostante siano state introdotte anche alcune varianti. Ad esempio, su degli aurei e denarî di Vespasiano, sotto i gemelli è raffigurata una piccola barca, simbolo della cesta che li trasportò sul Tevere. Su un follis bronzeo di Massenzio, la lupa è collocata tra le gambe dei Dioscuri affiancati dai cavalli, i divini fratelli protettori della città, associati a Romolo e Remo (RRC I, n. 235/1 a-c; RRC I, n. 287/1; RIC II, n. 241 e 960; RIC VI, n.). Dopo una lunga assenza dai coni monetali per tutta l’età giulio-claudia, la lupa che allatta i gemelli ricompare sui rovesci degli aurei di Tito e dei denari coniati a Roma da Diocleziano, poco tempo prima della morte di Vespasiano nel 79 d.C. Con l’età adrianea la lupa con i gemelli diventa un attributo caratterizzante della personificazione del fiume Tevere, accompagnato precedentemente dalla palma o dall’idria rovesciata. Sulla monetazione di questo imperatore la lupa compare con un atteggiamento nuovo: non più rivolta interamente verso i gemelli, ma con la testa girata di tre quarti. Il motivo della lupa avrà larga diffusione, con ampie e numerose varianti, anche nella monetazione e nei medaglioni bronzei di Antonino Pio, il quale riprende il programma del suo predecessore e recupera, con le medesime motivazioni ideologiche, l’intero repertorio relativo al passato leggendario di Roma.

Oltre alla monetazione, la lupa divenne un motivo decorativo in altre forme d'arte. Nella seconda metà del III secolo a.C. la lupa diventa uno dei motivi decorativi nei medaglioni in rilievo, inseriti al centro dei vasi aperti della ceramica calena. I medaglioni riproducono meccanicamente i modelli metallici, identificabili con le didramme (statere) d’argento romano-campane; in secondo piano, alle volte, compare il fico ruminale su cui talvolta sono appollaiati uno o due uccelli. Un esempio interessante è quello di uno specchio in bronzo ritrovato a Praeneste. La sua datazione risale alla fine del IV secolo a.C., nonostante in passato sia stato ipotizzato potesse trattarsi di un falso: su di esso, all’interno della decorazione, è raffigurata una scena elaborata che vede al centro la lupa mentre allatta i gemelli sotto il fico, ed ai lati due figure maschili associabili a dei pastori, di cui quello sulla sinistra indossa solamente degli stivali ed una pelle di capra attorno alle spalle, tenendo il tipico bastone pastorale, il lagobolon. Questo suo aspetto è stato fatto coincidere con Pan Liceo o è anche stato visto come una possibile immagine dei Luperci. Esiste anche un'Ara del II secolo d.C. con rilievo raffigurante il mito della lupa e dei gemelli.

La lupa era considerata un simbolo di Roma anche nelle province, dove la sua immagine era molto diffusa sia in ambito pubblico sia in ambito privato, in maniera da affermare la propria romanità, lealtà e vicinanza all’impero. Inoltre, era un simbolo di eternità, non solo politica e dello Stato romano, propagandisticamente sostenuta fin dall’età di Augusto, ma anche in ambito funerario. Nelle province, adottarlo sulle stele funerarie aveva lo scopo di indicare il proprio status di vicinanza a Roma durante la vita, come soldato, cittadino o sacerdote. Insomma, era un segno inequivocabile, che univa l’immortalità di Roma alla propria, un’immagine non a caso collegata anche ai Ludi Saeculares (Rissanen, 2014a; Milovanović, Mrđić, 2010; Weigel, 1992). Nell’età Augustea, l’immagine dell’allattamento dei gemelli allude ad una vita felice che richiama l’avvento dell’aura aetas celebrata nei ludi saeculares del 17 a.C.

Eredità e Rielaborazioni del Simbolo: Dalla Siena Medievale alla Propaganda Contemporanea

Nel corso dei secoli, la lupa è stata interpretata come un simbolo di maternità, protezione e potere. La Lupa Capitolina è molto più di una semplice statua o di una leggenda antica, essa incarna lo spirito e l’essenza di Roma, una città che ha saputo dominare il mondo antico e che, ancora oggi, rappresenta un punto di riferimento per la cultura, l’arte e la storia. Nel mondo contemporaneo, il simbolo della lupa è ampiamente utilizzato in ambito sportivo, culturale e politico. La Lupa Capitolina è presente in numerosi monumenti e decorazioni architettoniche di Roma. Uno degli esempi più celebri è il Palazzo Senatorio, che domina Piazza del Campidoglio, dove è presente una replica della statua della lupa. Questa piazza, progettata da Michelangelo, è un luogo che unisce storia e modernità, proprio come il simbolo della lupa. La lupa è anche protagonista nelle celebrazioni della Natività di Roma, una festività annuale che si tiene il 21 aprile, giorno in cui, secondo la leggenda, Romolo fondò la città.

L’immagine della lupa nel Medioevo fu adottata dal Comune di Siena, che la ripropose come Lupa senese in diverse piazze e monumenti. La figura della She-wolf con i gemelli occupa un ruolo fondazionale nell'immaginario senese perché richiama le origini leggendarie della città ed incarna il suo valore identitario più profondo. L'animale, con la sua postura vigile, unita alla vitalità dei due neonati, produce un'immagine che fonde protezione e orgoglio civico. Il mito senese si intreccia così con quello di Roma: la Lupa, simbolo della fondazione della capitale e nutrice di Romolo e Remo, diventa a Siena un emblema di Senio e Ascanio, i mitologici fondatori della città. La connessione con Roma conferisce alla figura un valore di continuità storica e politica, e trasforma la scultura in un vero e proprio archivio visivo della memoria cittadina.

Lupa Senese in Piazza Duomo

Durante il XV secolo, diverse colonne con la Lupa sorsero nei vari terzi della città, assumendo funzioni politiche e simboliche, mentre l’immagine appariva su monete e in apparati cerimoniali. La scultura in bronzo della lupa, realizzata tra il 1429 e il 1430 dall'orafo Giovanni di Turino, fu creata per la colonna all'angolo destro del Palazzo Comunale. Secondo il testo dello storico Dietmar Popp, Lupa Senese. Sulla messa in scena di un passato mitico a Siena (1260-1560), il gruppo bronzeo poggiava su una base adornata con gli stemmi di comuni, contrade e associazioni di milizie civiche ed era installato su una colonna romana proveniente dalle rovine di Orbetello. Con tale collocazione, fu definito il terzo polo simbolico della città, accanto alla cattedrale e alla sede comunale. Nel 1959 fu rimossa e trasferita al Museo Civico per garantirne la conservazione. L'opera, concepita in una fase decisiva di maturazione della cultura figurativa rinascimentale locale, mostra un naturalismo calibrato e un equilibrio formale che segnano il distacco di Turino dagli ultimi residui del gusto gotico. La scultura si trova attualmente nel vestibolo del Museo, una sala creata nel XIX secolo in un'area un tempo adibita a sagrestia della cappella dei Signori.

Durante il XV secolo, diverse colonne dedicate alla Lupa sorsero in diversi punti della città. Nel 1464 fu eretta una colonna marmorea a Camporegio in memoria del Palio dedicato al Beato Ambrogio Sansedoni. Nel 1470 un'altra colonna fu installata nel mercato dei cavalli presso l'antica Porta San Maurizio. Nel 1487 ne apparve una in Piazza Postierla per segnalare la congiunzione della Via del Capitano che conduce al Duomo. Colonne simili sorsero anche nei centri del dominio senese. Un esemplare del 1474 è conservato nel Duomo di Massa Marittima; un altro, destinato a Sovana, è documentato da un pagamento del 1469 all'artigiano Urbano da Cortona, come scrive Popp nel suo testo. A Montepulciano un monumento colonnare, ora perduto, ospitava la Lupa fino al 1511, quando fu sostituito dal Marzocco imposto dai governanti fiorentini. A Grosseto, nel XIX secolo, una colonna senza coronamento figurativo fu collocata come segno urbano e originariamente probabilmente ospitava il simbolo della città. La Lupa presente in Piazza Tolomei, d'altra parte, incarnava un significato eminentemente politico e rappresentava la sovranità della Repubblica. L'immagine dell'animale con i gemelli, posta su una colonna, assumeva lo stesso valore delle monete coniate dal 1510 in poi, dove compariva al rovescio. La leggenda “SENA VETUS CIVITAS VIRGINIS” avvolgeva il simbolo cittadino, mentre il diritto mostrava la croce accompagnata dalla formula “ALPHA ET O PRINCIPIUM ET FINIS”. La Lupa finì così per sostituire la semplice “S” delle prime emissioni monetarie.

Nel periodo repubblicano, la Lupa con i gemelli divenne un vero e proprio manifesto identitario, presente anche in opere destinate alla propaganda civica. Un disegno accompagnato da un testo, realizzato da Mariano di Jacopo detto Taccola tra il 1431 e il 1433, presenta la Lupa come santa patrona di Siena consacrata alla Vergine e protettrice dei cittadini, affidata all'imperatore Sigismondo durante il suo soggiorno in città nel 1432. Il trattato di Taccola, dedicato a Sigismondo, celebra il suo ruolo di difensore della libertà senese e contrappone simbolicamente l'autorità imperiale al Marzocco fiorentino. Una simile concezione caratterizzò gli apparati effimeri allestiti per l'ingresso in città di Carlo VIII di Francia il 2 dicembre 1494: tre archi celebrativi riportavano il motto “Sena Vetus Civitas Virginis”, la Lupa che accoglieva il sovrano e figure simboliche come Carlo Magno.

Jacopo della Quercia, Disegno per la Fonte Gaia

Disegni della Fonte Gaia di Jacopo della Quercia, conservati al Metropolitan Museum of Art e al Victoria and Albert Museum, documentano la progettazione dettagliata della fontana prima della sua esecuzione in marmo. Il disegno originale su pergamena raffigurava l'intero insieme scultoreo, con figure allegoriche, animali e ornamenti vegetali, inclusa la Lupa, simbolo della leggenda delle origini di Siena, posta in primo piano. Due figure femminili con bambini, Acca Larentia e Rea Silvia, alludono alle madri di Romolo e Remo, collegando mito pagano e identità civica. Gli schizzi mostrano un lavoro meticoloso, con linee precise, acquerelli e tratti a inchiostro che suggeriscono il volume tridimensionale delle sculture. Parti mancanti o incomplete, soprattutto sul lato destro, riflettono lo stato di avanzamento del progetto intorno al 1415-16. Le statue della fontana, insieme a quelle della Lupa, realizzate da Della Quercia tra il 1414 e il 1418 e conservate presso la Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, crearono così un legame tra mito pagano e devozione cristiana che definì a lungo l'identità senese. Un esempio simile, come riporta Popp nel suo testo, appare nella Loggia della Mercanzia, dove Antonio Federighi scolpì nel 1464 una panca adornata con una Lupa posta al centro di una serie di emblemi civici e riferimenti morali, mitologici e religiosi. Lo scultore Giovanni di Stefano, figlio del pittore Sassetta, d'altra parte, lasciò a Siena le due lupe allattanti in marmo della Porta Romana, ora conservate all'interno della Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala.

La Lupa assunse anche un ruolo polemico nelle rappresentazioni dei nemici di Siena. Nel 1511, a Montepulciano, fu sostituita dal Marzocco fiorentino. Dopo la caduta della Repubblica nel 1555, Cosimo I de’ Medici fece coniare una medaglia raffigurante la Lupa legata a una palma con l’iscrizione “SENIS RECEPTIS”, un chiaro segno di sottomissione. Con la fine della Repubblica, il simbolo assunse forme più araldiche o ornamentali e perse il suo ruolo politico originario. In ogni caso, Siena rimase sempre profondamente attaccata al mito della Lupa, considerato parte integrante della sua identità storica, culturale e religiosa. Infatti, la scultura della Lupa con i gemelli, potentemente ispirata al mondo antico, divenne un vero e proprio archivio della storia della città. Riproducita per secoli, evocò sia le origini leggendarie della città che i successi più recenti. A Roma la Lupa richiamava le radici della capitale; a Siena assunse un nuovo significato, legato alla leggenda di Senio e alla discendenza dai fondatori di Roma.

La Lupa trova alcune delle sue espressioni più evocative nel Duomo di Siena e nella sua piazza, dove si staglia anche sulla sommità di una colonna. All’interno del Duomo, il cui pavimento è composto da cinquantasei intarsi marmorei eseguiti a commesso, nella navata, immediatamente dopo la figura di Ermes Trismegisto, appare la Lupa che allatta i gemelli. L’iscrizione “Sena” indica Ascanio e Senio, ma la presenza del fico rimanda più chiaramente al mito di Romolo e Remo. Intorno ad essi appaiono gli animali araldici delle principali città della Toscana e dell’Italia centrale: cavallo (Arezzo), leone (Firenze), pantera (Lucca), lepre (Pisa), unicorno (Viterbo), cicogna (Perugia), elefante (Roma) e oca (Orvieto). Quattro animali aggiuntivi occupano gli angoli del pannello: leone con gigli (Massa Marittima), aquila (Volterra), drago, grifone (Grosseto). È l'unico settore del pavimento realizzato con la tecnica del mosaico.

La Lupa Capitolina fu anche una delle preferite di Benito Mussolini, che voleva accreditarsi come il fondatore della "Nuova Roma". Per favorire la benevolenza statunitense, inviò diverse copie della Lupa capitolina a città americane. Nel 1929 ne inviò una copia alla convenzione nazionale della società "Sons of Italy" a Cincinnati (Ohio). Nel 1931 fu cambiata con una di maggiori dimensioni che si trova ancora all’Eden Park di Cincinnati. Un’altra replica fu inviata alla città di Rome in Georgia nello stesso anno. Nei primi anni, sebbene una minoranza apprezzasse comunque la scultura, quando erano previsti eventi importanti, ai gemelli venivano messi i pannolini e la lupa era pudicamente coperta.

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