Immaginate un pittore che amava così tanto la luce del sole e i colori della natura da volerli intrappolare sulle sue tele, catturando ogni istante fuggevole! Questo era Claude Monet, un artista speciale, considerato uno dei fondatori dell'impressionismo francese e certamente il più coerente e prolifico del movimento. Ci ha insegnato a guardare il mondo con occhi nuovi, a vedere le infinite sfumature che l'atmosfera crea su ogni cosa, dalle città alle campagne, dai porti ai laghetti pieni di ninfee.

La Nascita di un Pittore: Un Bambino Irrequieto e Pieno di Colori
Oscar-Claude Monet, nato a Parigi il 14 novembre 1840, era un bambino vivace e, diciamocelo, un po' ribelle. Quando aveva solo cinque anni, la sua famiglia si trasferì a Le Havre, una città sul mare in Normandia, dove il padre lavorava nel commercio. La scuola non lo attraeva per niente, e i quattro anni trascorsi al collège communal di Le Havre non fecero che soffocare la sua creatività. Monet stesso osservò cinquant'anni dopo: «ero un ragazzo naturalmente indisciplinato […] anche nella mia infanzia odiavo obbedire alle regole […] Vivevo la scuola come una prigione e odiavo trascorrere il mio tempo lì, anche se per sole quattro ore giornaliere».
Il suo elemento, come si è già accennato, era l'aria aperta, «dove il sole era allettante, il mare affascinante, e dove era semplicemente meraviglioso correre lungo le scogliere, o magari sguazzare nell'acqua». Già da piccolo, aveva una passione segreta: il disegno. Invece di studiare, preferiva disegnare ghirlande sui margini dei suoi libri ed era solito ricoprire la fodera blu dei suoi eserciziari con ornamenti fantastici, o magari con raffigurazioni irriverenti dei suoi insegnanti, soggetti a distorsioni estreme. Sin da subito, questa materia catturò il suo interesse, dimostrando una chiara predisposizione per l'arte.
Nonostante Monet avesse individuato con successo la sua passione, questi anni per lui furono tutt'altro che felici. Nell'estate del 1857, lasciò il collège, privo ormai del sostegno della madre, una donna colta e appassionata di arte, letteratura e di musica, che era scomparsa il 28 gennaio di quell'anno. Anche il padre, dal quale era considerato poco più che un fallito, non lo appoggiò pienamente nel suo desiderio di diventare artista, sebbene non lo ostacolò più di tanto.
Grazie all'interessamento della zia Marie-Jeanne Lecadre, una pittrice dilettante che lo sostenne molto in quel periodo, Monet fu in grado di proseguire la sua passione sotto la guida di Jacques-François Ochard, un docente presso il collège dai modi assertivi e cordiali. Dopo essersi opportunamente formato, Monet licenziò i suoi primi cimenti artistici, specializzandosi nella realizzazione di sferzanti caricature da vendersi al prezzo di venti franchi. Accentuando in modo ridicolo e satirico i tratti salienti degli abitanti di Le Havre, Monet riuscì certamente a farsi un nome e ad aumentare la sua stima in sé stesso; non vi è sorpresa, dunque, se realizzò un centinaio di caricature, arrivando persino a esporle in cicli settimanali presso la vetrina di una bottega sulla rue de Paris, Gravier's. Questa sua abilità gli permise anche di guadagnare un piccolo gruzzolo.

L'Incontro che Cambiò Tutto: Imparare a Dipingere all'Aria Aperta
Ormai consapevole di avere raggiunto una certa esperienza artistica, Monet era fermo nel voler proseguire la sua vita nel solco dell'arte. Fondamentale, in tal senso, fu l'intervento del corniciaio operante presso Gravier's, grazie al quale Claude fece conoscenza con un paesaggista normanno modesto ma determinato, Eugène Boudin. «Dovresti conoscere monsieur Boudin» rivelò il corniciaio al giovane Claude «checché ne dicano le persone, sa assolutamente il fatto suo […] potrebbe darti ottimi consigli».
Fu un incontro intensissimo. Boudin ammirava le opere «sconvolgenti, ricche di entusiasmo e di vita» del giovane allievo, che dal canto suo ammise di aver beneficiato non poco degli insegnamenti del maestro. «Boudin, con instancabile gentilezza, intraprese la sua opera d'insegnamento. I miei occhi finalmente si aprirono e compresi veramente la natura; imparai al tempo stesso ad amarla. L'analizzai con una matita nelle sue forme, la studiai nelle sue colorazioni». Boudin, da molti considerato uno dei precursori dell'Impressionismo, spinse Monet ad abbandonare la caricatura per la pittura di paesaggio, portandolo spesso a esplorare Le Havre e la costa atlantica. Se un tutoraggio accademico lo avrebbe confinato nel claustrofobico chiuso degli atelier, Boudin fu perfettamente in grado di convertire la passione di Monet in temperamento artistico, trasmettendogli un grande amore per la pittura "en plein air", cioè all'aria aperta. Boudin gli disse: «È ottimo come inizio, ma presto ne avrai abbastanza delle caricature. La vocazione artistica di Monet, ormai fattasi intensa, non poteva che convergere verso Parigi».
Nel 1857 morì la madre, e più o meno nello stesso periodo Monet dipinse la sua prima opera conosciuta: "Veduta di Rouelles", firmandola "O. Monet".
L'Avventura a Parigi e il Percorso per Diventare un Artista Vero
Due anni dopo, nel maggio del 1859, Monet si trasferì a Parigi, dove i maggiori artisti di tutta la Francia si erano dati appuntamento per il Salon, la più importante mostra d'arte dell'epoca. Per vivere nella capitale, aveva provato invano a procurarsi una borsa di studio, ma alla fine andò a stare dalla zia Marie-Jeanne Lecadre. Fu in questo periodo che espresse ammirazione per le composizioni di artisti come Troyon, osservando che «avevano le ombre un po' nere». Nonostante la giovane età, poteva già giovarsi di una solida erudizione artistica e arrivò persino a conoscerlo di persona. Troyon, descritto come «gentile e senza pretese», ammirò i pregi cromatici intessuti da Monet e fece pressione affinché egli si iscrivesse presso l'atelier di Thomas Couture, un artista di impronta accademica molto famoso.
Monet, tuttavia, non desiderava asservirsi a un artista troppo legato ai convenzionalismi borghesi, e pertanto non esitò a iscriversi all'Académie Suisse, una scuola d'arte privata fondata a Parigi da Charles Suisse. In questa scuola, Claude aveva a disposizione modelli veri per pochi soldi e poteva sperimentare liberamente i propri progetti artistici, considerata la totale assenza di esami di ammissione o di docenti troppo restrittivi. Lì conobbe artisti del calibro di Delacroix e iniziò a frequentare la Brasserie des Martyrs e il cafè Gourbois, rinomati luoghi d'incontro degli artisti parigini, dove conobbe anche Manet. Preso da una vera e propria ebbrezza intellettuale, Monet, in questi anni di tirocini e scoperte, stabilì una fittissima rete di conoscenze, destinata a rivelarsi vincente per la sua carriera. Nel frattempo, malgrado i pochi dipinti di rilievo eseguiti in questo periodo, approfondì la sua amicizia con Boudin, del quale si dichiarò fiero discepolo e compagno.
CLAUDE MONET - Il Maestro della Luce e della Fugacità
Ben presto, tuttavia, accadde l'impensabile: nel 1860, arrivò la chiamata alle armi. Nel 1861, infatti, Monet dovette presentarsi alle autorità del dipartimento della Senna, dalle quali fu chiamato a prestare il servizio militare. A quel tempo in Francia, dove la leva durava sette anni, chi veniva arruolato poteva trovare un sostituto che partisse al suo posto, pagando 2.500 franchi di contributo. I genitori di Monet avrebbero potuto permettersi l'esonero, ma per colmare la voragine finanziaria che ne sarebbe derivata, avrebbero avuto bisogno del figlio nella drogheria di famiglia. Monet non riuscì a trovare nessuno e quindi fu costretto ad andare in Algeria.
L'esperienza fu molto formativa per il pittore, non tanto per motivi militari e patriottici, che ben poco lo interessavano, quanto per motivi artistici. Quel favoloso Oriente, con il suo splendore cromatico e luministico, seppe soddisfare la sua insaziabile curiosità e la sua sete di meraviglie e, per di più, rafforzò la sua vocazione artistica. «Pensavo solo a dipingere - disse - tanto mi inebriava quello stupendo Paese». Durante il tempo libero, infatti, Monet - stimolato anche dai suoi superiori - aveva l'opportunità di fissare la luce e il colore di quei luoghi, che ben rispondevano al gusto orientalista diffusosi in Europa.
Qualche tempo dopo, però, si ammalò di febbre tifoidea e nel 1862 fece ritorno a casa perché nel frattempo il padre aveva trovato una persona che, dietro compenso, avrebbe proseguito il servizio militare al posto suo. Papà Alphonse, infatti, era dello stesso avviso, e fu disposto persino a pagare i 2.500 franchi richiesti per l'esonero dal servizio militare (la convalescenza era ormai conclusa), affinché il figlio potesse migliorare i propri mezzi tecnici. «Mettiti in testa che d'ora in poi lavorerai, e seriamente. Voglio vederti in un atelier sotto la guida di un maestro rispettabile. Se decidi nuovamente di essere indipendente, la paghetta che fino ad ora ti ho concesso svanirà senza pietà. Sono stato chiaro?». Monet, ormai, era messo alle strette.
Pertanto, su consiglio del padre si appellò al pittore Auguste Toulmouche. Per saggiare le sue competenze artistiche, Monet si cimentò davanti agli occhi di Toulmouche in una natura morta, e certamente non mancò di impressionarlo. «È ottimo, forse un po' vistoso […] sei veramente promettente, Claude, ma devi spendere le tue energie con più saggezza… giovane uomo, hai definitivamente talento». Lo stesso Monet, d'altronde, era dello stesso avviso, e perciò iniziò a frequentare l'atelier di Charles Gleyre, artista dalla pennellata «lieve, graziosa, fine, sognante, alata», con «qualcosa d'immateriale». Presso Gleyre, Monet ebbe modo di perfezionare gli aspetti tecnici della sua pittura, allenandosi nel disegno, nello studio del nudo, nella prospettiva e nelle altre discipline previste dallo studio accademico.
Importantissimo per l'evoluzione pittorica di Monet fu poi l'incontro con Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir e Jean-Frédéric Bazille, artisti che, come lui, ripudiavano la sterilità del disegno accademico. Insieme a loro, si trattava, in germe, del primo nucleo degli impressionisti. In quello stesso anno, partecipò alla sua prima mostra al Salon con due tele, riscuotendo un buon successo. Stregato dal «fascino imperituro» di Chailly, Monet vi rimase a lungo e si esercitò fruttuosamente nella pittura "en plein air". Lasciata Chailly, si recò con Bazille a Honfleur, poi a Sainte-Adresse, a Rouen e infine fece ritorno a Chailly. Qui fece uno degli incontri decisivi per la sua maturazione pittorica: quello con Gustave Courbet, patriarca del realismo, che aveva dato vita a un «ampio principio» particolarmente apprezzato dal nostro: «Courbet dipingeva sempre su fondi scuri, su tele preparate con il marrone, comodo procedimento che tentò di farmi adottare. Là sopra, diceva, potete disporre le vostre luci, le masse colorate e vederne subito gli effetti».
Pur soggiornando per lunghi periodi in località di campagna, Monet non mancò di interessarsi ai maggiori avvenimenti pittorici della capitale, la quale, nel 1863, era attraversata dal virulento scandalo suscitato dalla "Colazione sull'erba" di Manet. Quest'opera non rispondeva affatto alle prescrizioni accademiche, per via della presenza di un nudo femminile non avallato da una sicura contestualizzazione storica o mitologica. Affascinato da quest'opera, Monet decise di assimilarne la vibrante modernità e di realizzare, sulle orme di Manet, una serie di quadri particolarmente significativi, tutti destinati a riscuotere qualche tiepido consenso tra i critici del Salon: "La foce della Senna a Honfleur", "La punta della Héve con la bassa marea", "La foresta di Fontainebleau" e "La donna col vestito verde". Oscillando tra il realismo courbettiano e il nuovo naturalismo promosso da Manet, in questi anni Monet realizzò opere rigorosamente "en plein air" che, nella trascrizione pittorici dei paesaggi francesi, cercavano di rispettare gli stessi meccanismi che regolano la visione umana. Un'ambizione, forse, troppo alta, tanto che i suoi maggiori capolavori di questo periodo - si pensi a "La colazione" - non furono accettati al Salon.
Monet, tuttavia, poteva godere del supporto morale di una vasta schiera di amici e conoscenti, oltre che di una buona moglie, Camille-Léonie Doncieux, una modella che aveva posato anche per Renoir e Manet. Nel 1867 nacque Jean, il loro primo figlio. Fondamentali, poi, furono anche le amicizie con l'ormai inseparabile Bazille e con Pierre-Auguste Renoir, aspirante artista che gli faceva spesso visita nella sua dimora a Saint-Michel e che, a tal proposito, scrisse: «Sto quasi sempre da Monet […]. Non tutti i giorni si mangia. Tuttavia, sono contento lo stesso perché, per quel che riguarda la pittura, Monet è un'ottima compagnia». Monet intrecciò con Renoir un'amicizia fervida e vitale, ben testimoniata dai dipinti che entrambi licenziarono sul tema dell'isolotto della Grenouillère. Si trattava di un piccolo ristorante, affiancato da uno stabilimento balneare, collocato sulle rive della Senna, a poca distanza da Parigi. Per Monet e Renoir rappresentava un pretesto eccellente per sperimentare la nuova tecnica pittorica che in quegli anni andavano coltivando, tutta basata sulle variazioni degli effetti di luce: perciò, nell'estate del 1869, entrambi si recarono presso l'isolotto, piazzando i propri cavalletti l'uno di fronte all'altro, e in poco tempo ciascuno aveva realizzato la propria Grenoullière.
L'Impressionismo: Dipingere la Luce e le Emozioni
Nel 1870 Monet si trasferì con Camille e il piccolo Jean a Trouville, in Normandia. Quello che inizialmente era un tranquillo soggiorno in un paesino fu, tuttavia, ben presto insanguinato dallo scoppio della guerra franco-prussiana. Sotto il fuoco dei cannoni tedeschi, il Secondo Impero crollò rovinosamente, Parigi fu assediata e Monet, per evitare di essere arruolato e di sacrificare la propria vita, si rifugiò a Londra. Fu una scelta saggia, considerando che Bazille, offertosi volontario per la grandezza della patria, morì ucciso in combattimento. Stabilitosi a Londra, grazie all'intercessione di Durand-Ruel, Monet strinse poi amicizia con Camille Pissarro, artista con il quale si divertì a esplorare Londra e il suo vibrante patrimonio museale, che vedeva in Turner, Gainsborough e Constable gli artisti prediletti.
Con la stipula dei trattati di pace nel 1871, tuttavia, la guerra franco-prussiana poteva dirsi definitivamente conclusa. Non aveva più senso, dunque, rimanere a Londra, né per Monet, né per Pissarro e gli altri esuli francesi. Se questi ultimi rimpatriarono immediatamente, Monet preferì invece trattenersi più a lungo e fare tappa a Zaandam, nei Paesi Bassi, «paese molto più bello di come si ritiene comunemente». Di questo periodo, testimoniano una serie di dipinti, tra cui il "Mulino a Zaandam", oggi esposto al Museo d’Orsay.
Fu solo nell'autunno del 1871 che Monet tornò in Francia, soggiornando per un breve periodo a Parigi, dove approfondì la sua fraterna amicizia con Renoir e Pissarro, ponendo in questo modo le basi per l'età d'oro dell'Impressionismo. La metropoli, tuttavia, non lo affascinava più e, complice anche la ricezione di alcune cattive notizie - innanzitutto la morte dell'amato Bazille e l'incarcerazione di Courbet per il suo sostegno alla Comune - egli sentì ben presto l'esigenza di stabilirsi in un sobborgo agreste. Decise di stabilirsi ad Argenteuil. Qui, si procurò una barca e la trasformò in uno studio galleggiante sul fiume, così da poter dipingere sull’acqua.
Ad Argenteuil, Monet fu rapidamente raggiunto da Renoir, Sisley e Caillebotte e, stimolato dal genio degli amici, raggiunse subito la pienezza della sua potenza artistica: il suo tocco, infatti, iniziò a farsi più mobile e vibrante, assumendo un carattere virgolato particolarmente congeniale a una resa più veritiera della luce e degli effetti cromatici che da essa derivano. Quando gli altri impressionisti lo raggiunsero ad Argenteuil, l’imbarcazione divenne uno dei principali punti di ritrovo del gruppo. Fu questo un periodo di grande splendore artistico per Monet, che poteva finalmente beneficiare di un clima di "camaraderie" e di fiducia, oltre che di un certo benessere economico - collezionisti e mercanti reclamavano in gran numero le sue tele.

Nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia, alcuni pittori cominciarono a dipingere in modo differente. Mentre prima si dipingeva in studio, magari con un disegno già pronto, questi artisti preferivano dipingere all’aria aperta, senza un disegno predefinito, cercando di catturare i colori naturali che si trovavano di fronte. Si facevano chiamare "impressionisti" e Monet fu il loro capo.
Nel frattempo, iniziò a formarsi in Monet la volontà di dare una costituzione ufficiale al gusto pittorico che andava informando gli sperimentalismi della sua banda. Da qui nacque il progetto di emanciparsi dalle istituzioni ufficiali e di organizzare una mostra artistica nei locali di un vecchio studio fotografico al n. 35 di boulevard des Capucines, messo a disposizione da Nadar. Le ristrettezze economiche di Monet però non accennavano a diminuire - ne aveva contratti già in precedenza, prima delle nozze, tanto da aver pensato al suicidio - e per sbarcare il lunario pensò di organizzare una mostra collettiva. I colleghi pittori furono entusiasti e raccolsero oltre centosessanta opere. Nonostante le varie difficoltà, tutto era pronto per il 15 aprile 1874, giorno in cui i trenta artisti che avevano aderito - tra i quali, oltre a Monet, anche Degas, Cézanne, Boudin, Pissarro, Berthe Morisot, Renoir e Sisley - esposero le loro opere. Fu inaugurata la prima mostra impressionista.
Lui scelse di esporre un quadro che aveva come soggetto un'alba nel porto di Le Havre, città dove aveva vissuto da piccolo. Non sapendo come intitolare l’opera la chiamò semplicemente "Impression, soleil levant" (Impressione, levar del sole). Il risultato erano quadri molto diversi da quelli che il pubblico era abituato a vedere: davano quasi una sensazione di incompletezza, ma erano più vivi e più vividi, erano fatti di puri colori e trasmettevano esattamente le stesse sensazioni che il pittore aveva provato nell’osservare la scena con i suoi occhi.
Quando i primi quadri di questo tipo furono esposti, a Parigi, non a tutti piacquero. Anzi, un giornalista, prendendo spunto dal quadro di Claude Monet, diede un nome dispregiativo al genere: impressionismo. Ma, in breve tempo, il termine finì per definire tutti i pittori e tutti i quadri con queste caratteristiche, che ora conosciamo e amiamo. Gli artisti impressionisti cercavano di rendere l’esatta emozione ed impressione visiva della realtà sulla tela. Per questo spesso prediligevano lo studio dal vero e "en plein air", cioè all'aria aperta. Monet, di certo, era capace di disegnare con esattezza delle barche in un porto, ma il suo intento era quello di dare l’impressione visiva di un istante con piccoli tocchi di colore e rapide pennellate, senza mettere a fuoco i dettagli, come se tutto fosse visto in un colpo d’occhio.

Monet è universalmente considerato uno dei padri del movimento. «Altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca…io voglio dipingere l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della luce in cui esistono». Questa è una delle più interessanti e chiare definizioni dell’Impressionismo, che emerge dalle parole di Claude Monet, rilasciate durante un’intervista fatta negli ultimi anni del XIX secolo. Gli impressionisti, infatti, proponevano un’arte rivoluzionaria in cui cercavano di cogliere sulle loro tele i cambiamenti cromatici e gli effetti della luce sull’ambiente, lavorando quasi sempre "en plein air". L'arte di Monet appare chiara ai nostri occhi, non richiede interpretazioni filosofiche, proprio la sua immediatezza l'ha resa così popolare e diffusa.
Successi e Sfide: La Vita del Pittore non è Sempre Facile
Le ristrettezze economiche di Monet, come abbiamo visto, però non accennavano a diminuire. E in più, nel 1876 Camille si ammalò gravemente. Due anni dopo, diede alla luce Michel, il secondo figlio della coppia, e la sua salute peggiorò fino alla morte, avvenuta nel 1879. L’artista per un certo periodo sprofondò nella depressione e si allontanò dagli impressionisti, pur continuando a partecipare a diverse mostre, sia impressioniste, sia al Salon. Anche grazie a queste esposizioni la sua fama crebbe rapidamente, e quando nel 1889, in occasione del primo centenario della rivoluzione francese, organizzò una mostra insieme allo scultore Auguste Rodin, il successo fu travolgente.
L'autore di "Impression, soleil levant" era, come abbiamo detto, Claude Monet. Era un giovane ragazzo, allora, che aveva già vissuto alcune vite: era stato un bambino vivace in Bretagna e un soldato ad Algeri. La sua carriera di pittore, però, non fu brillante per molto tempo. Il nuovo stile non piaceva e Monet faticava a racimolare i soldi per mantenere la sua famiglia. La vita non fu gentile con Monet: nell’anno 1890 (aveva cinquant’anni) aveva vissuto in molti posti diversi, vivendo molte vite diverse. Era ancora uno spiantato, ma finalmente qualcuno cominciava a capire i suoi lavori e a non considerarlo più un pittore da strapazzo. Nel breve volgere di pochi anni, arrivò il successo.
Nel frattempo, nel 1883 visitò in compagnia di Renoir la Costa Azzurra, rimanendo sedotto dai suoi colori, così come gli era accaduto da giovane in Africa. Successivamente visitò l’Italia, sostando a lungo a Bordighera, sulla costa ligure, dove realizzò una cinquantina di tele. A proposito di questa località, Monet affermò che: «[…] tutto è colore cangiante e fiammeggiante, è ammirevole: e ogni giorno la campagna è più bella e io sono incantato dal paese».
Superati i problemi economici e la diffidenza della critica verso la sua arte, a circa cinquant’anni Monet poteva definirsi un pittore affermato e soprattutto fiero di aver contribuito a consolidare l’idea di una nuova arte, libera dai tecnicismi e dalla prassi accademica dell’arte.
Le "Serie" di Quadri: Catturare la Luce che Cambia
Chi conosceva Monet sapeva di poterlo trovare al lavoro in ogni situazione climatica, nello sforzo di cogliere anche la minima sfumatura di colore in un paesaggio, durante lo scorrere delle ore dall’alba al tramonto. Per rincorrere un soggetto mutevole come l’atmosfera, Monet dipinge con grande rapidità su diverse tele contemporaneamente, in gara con il movimento della luce. Era affascinato da come la luce cambiava i colori e le forme delle cose a seconda dell'ora del giorno o del tempo atmosferico. Per questo motivo, Monet iniziò a lavorare su "serie" di dipinti che mostravano lo stesso soggetto dipinto in diversi momenti, cogliendone le variazioni cromatiche determinate dalle variazioni della luce.
Volendo ritrarre, per esempio, la Cattedrale di Rouen, cominciava una tela al primo mattino e, man mano che la luce variava e l’immagine si modificava, passava alla tela accanto, fino ad avere alla fine della giornata lo stesso soggetto ripreso in tanti momenti e tonalità di colore. La più celebre di queste serie è quella della cattedrale gotica di Rouen, cui dedicò ben trenta tele. Monet ne raffigurò il portale e parte della torre cogliendoli in condizioni metereologiche diverse: per esempio, in pieno sole la facciata aveva i toni del giallo, mentre al tramonto appariva rossastra. Produceva così alcune ‘serie’ di quadri che raffigurano, oltre alla cattedrale di Rouen, anche pioppi e pagliai. Oltre alla cattedrale, rappresentò in serie anche covoni di paglia e pioppi.
Dal 19899 al 1901 Monet trascorre tre inverni a Londra. È anche di questo periodo la serie de "Il Parlamento di Londra", del 1094. In questa serie di dipinti, si nota la conoscenza da parte del pittore, di Turner, il più grande paesaggista romantico inglese; ciò che colpì maggiormente Monet fu la nebbia. La presenza umana, spesso è solo un accessorio, un elemento di contorno rispetto al suo vero interesse, rappresentato dalla natura nel suo insieme.

Il Giardino Magico di Giverny: Un Sogno Diventato Realtà
Intorno al 1880, o più precisamente nel 1890, Monet acquistò una casa a Giverny, un sobborgo di Parigi, sulla Senna. Qui visse per oltre quarant’anni, intervallati da alcuni viaggi (come i due a Venezia del 1908 e del 1909). Nel 1892 sposò Alice Hoschedé, la vedova di un mercante che aveva acquistato da lui alcuni dipinti in passato. Questa casa divenne un luogo speciale, dove Monet realizzò il suo sogno: creare un giardino rigoglioso con un laghetto pieno di ninfee.
La bella casa di Giverny divenne uno degli elementi grazie a cui Monet è maggiormente conosciuto: famosissimo è il suo giardino - curato da ben sette giardinieri -, che arricchì con piante rare che provenivano da diverse parti del mondo, un laghetto e il celebre ponte all’orientale. È proprio qui, in questo luogo incantato, che Monet, ormai famoso, cominciò, sempre più spesso, a dipingere proprio questi fiori acquatici.
Le Ninfee: Una Passione per Tutta la Vita
Monet aveva cinquant’anni quando si trasferì a Giverny. Verso la fine della sua vita Monet era famosissimo e vendere i suoi quadri non era più un problema. Il ciclo di dipinti sulle ninfee lo accompagnò fino alla fine della sua lunga vita, al punto da continuare a riprodurle anche quando ormai era diventato pressoché cieco. Uno dei soggetti che dipingeva più spesso erano le ninfee del suo giardino. Ninfee bianche, del 1899, è una delle prime tele della serie delle ninfee. Non era mai stato uno che badava al disegno o alla forma finale del suo dipinto: aveva sempre inseguito la luce e il colore.
Negli ultimi anni della sua vita, aveva estremizzato questa sua tendenza tanto che le ninfee erano quasi solo macchie di colori, “impressioni” fuggevoli di luce sull’acqua dello stagno. Il ciclo più famoso di tutti, però, è certamente quello delle ninfee, che Monet iniziò a dipingere intorno al 1899 e a cui lavorò per circa vent’anni. La sua passione per il giardino di Giverny cresceva sempre più, di pari passo con le tele che ne raffiguravano qualche scorcio. Rappresentava alberi e fiori, ma soprattutto i giochi d’acqua del laghetto e, appunto, le ninfee, che in poco tempo divennero una vera e propria ossessione pittorica. Non bastavano però le circa 250 piccole tele che produsse.
Aveva in mente un progetto più grandioso. Nel 1914 fece costruire un altro atelier a Giverny (ne aveva già due), terminato due anni dopo. Fece quindi sistemare delle tele di enormi dimensioni (oltre 4 x 2 metri) per tutta la stanza, quindi si chiuse al suo interno e iniziò a dipingere senza sosta «un panorama fatto d’acqua e di ninfee, di luce e di cielo. In quell’infinità acqua e cielo non avevano né inizio né fine», come affermarono alcuni visitatori.

Alcuni critici dell’epoca si dissero preoccupati che tutti questi quadri rappresentanti le ninfee andassero dispersi in diversi musei sparsi per il mondo e contemporaneamente ci si rese conto che lo stato francese non possedeva nemmeno un dipinto del suo pittore più famoso e importante. Alla fine della Prima guerra mondiale, Monet decise di donare questo immenso capolavoro allo stato francese, il quale però sarebbe entrato in possesso dell'opera solo dopo la sua morte, avvenuta il 5 dicembre 1926.
Il museo dell’Orangerie a Parigi deve la sua fama proprio ai quattro grandi quadri di Claude Monet che rappresentano le ninfee. Le ninfee di Claude Monet vanno spiegate ai bambini perché per gli occhi di un bambino può essere difficile interpretare correttamente l’opera. Probabilmente le ninfee dell’Orangerie sono l’apice della carriera pittorica di Claude Monet: le forme sono quasi sempre sostituite da lampi di luce e macchie di colore dipinte sulla tela grezza. Quello che interessa al pittore è la sensazione, riprodurre l’attimo fuggevole in cui la luce colpisce i fiori e le foglie in un determinato modo in un preciso momento del giorno.
CLAUDE MONET - Il Maestro della Luce e della Fugacità
Un Laboratorio Creativo: Creiamo le Nostre Ninfee!
La primavera è arrivata e con lei si presenta sui prati e sugli alberi un tripudio di colori tutti da godere! Come il laghetto con il bellissimo ponte giapponese e tante ninfee che vi galleggiavano. Vi proponiamo di ispirarci a questo filone di opere per un laboratorio creativo: creeremo un piccolo laghetto sul quale posizionare le nostre ninfee. La tecnica è mista: useremo infatti la pittura a tempera, il collage, i pastelli a olio o a cera.
Ecco come fare:
Preparare le carte temperate: Il primo passaggio consiste nel preparare le carte temperate. Stendiamo la tempera verde su un foglio, con pennellate ampie e regolari da un lato all’altro, come fossero delle righe. Possiamo schiarire o scurire il colore aggiungendo poco bianco o nero per creare sfumature o, addirittura, affiancare un colore che si mescoli nello stendere le pennellate.
Creare lo specchio d'acqua: Prendiamo a questo punto un piatto o un cartoncino tondo e procediamo innanzi tutto a colorare lo specchio del piatto (la parte interna) con la tempera blu, schiarendola all’occorrenza per creare i riflessi. Questo sarà il nostro piccolo laghetto.
Realizzare le ninfee: Nel frattempo, dedichiamoci a preparare le ninfee. Prendiamo la carta bianca o rosa e alcuni pastelli dai toni del rosa. Da questa carta decorata ritagliamo tre dischetti irregolari di circa 5 cm di diametro. Possiamo inciderli leggermente con le forbici per creare dei petali piegando la carta leggermente in dentro.
Fare le foglie delle ninfee: Recuperiamo ora la carta temperata verde che abbiamo preparato in precedenza e ritagliamo tre foglie di ninfea poco più grandi delle ninfee. Possiamo rimarcare sui bordi e creare le nervature con il pastello verde scuro per renderle più realistiche.
Assemblare il nostro laghetto: Infine, attacchiamo con lo scotch biadesivo o la colla i fiori alle foglie. Poi, posizioniamo le nostre ninfee complete sul nostro laghetto blu. Ed ecco fatto! Abbiamo creato il nostro personale "laghetto delle ninfee" ispirato al grande Claude Monet.
Questa attività ci permette di esplorare i colori e le tecniche che Monet amava tanto, immaginando di essere come lui, un mago che cattura la bellezza della natura con le sue pennellate.