L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia è una procedura medica che permette di terminare una gravidanza durante i suoi primi stadi. Si tratta di una scelta che riguarda la gestante e che può essere motivata da una varietà di ragioni diverse e strettamente personali. In Italia, l’interruzione volontaria di gravidanza è legale e può essere effettuata in strutture ospedaliere o cliniche private autorizzate, garantendo alle donne l’accesso a un servizio sicuro e controllato. La procedura per ottenere il certificato necessario per interrompere la gravidanza si svolge seguendo il percorso stabilito dalla legge 194/78.

Il Percorso Legale per l'IVG: Dalla Visita al Certificato
Durante la prima visita medica, il ginecologo conferma lo stato di gravidanza e la settimana gestazionale attraverso un esame clinico e/o ecografico. È necessario eseguire la prestazione entro la 11ª settimana. A fine visita il medico rilascia un certificato con cui si può rivolgere a una struttura pubblica per l'interruzione volontaria di gravidanza. Dalla data di rilascio del certificato decorre un periodo di riflessione di almeno 7 giorni, previsto dalla legge, prima che la procedura di IVG possa essere effettuata in ospedale o in altra struttura autorizzata. In Italia, il certificato di interruzione volontaria di gravidanza viene rilasciato dal medico che assiste la donna durante il processo.
La Legge 194/78: Fondamenti e Metodologie
L'interruzione volontaria di gravidanza in Italia segue la normativa stabilita dalla Legge 194/78. Può essere richiesta dalla donna entro i primi 90 giorni di gestazione, per vari motivi di carattere sanitario, economico, sociale o familiare. In base al periodo gestazionale, l'IVG può essere praticata con metodi farmacologici o chirurgici. Nello specifico, se l'interruzione avviene entro le prime 9 settimane, è possibile optare per un aborto farmacologico utilizzando specifici medicinali. Questo metodo evita l'intervento chirurgico e permette alla donna di sottoporsi al trattamento in modo meno invasivo. Se la gravidanza è oltre la 9ª settimana, ma entro i 90 giorni, l'interruzione sarà praticata con una procedura chirurgica, generalmente una aspirazione uterina, che richiede un breve ricovero ospedaliero. Dopo l'IVG è consigliato un periodo di riposo e un controllo medico di follow-up per verificare il completo recupero fisico della paziente.
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L'Obiezione di Coscienza: Un Diritto che Sfida l'Accessibilità
In Italia, l'obiezione di coscienza sull'interruzione volontaria di gravidanza è regolata dall'articolo 9 della legge 194 del 1978, che ha legalizzato l'aborto, e consente ai medici e al personale sanitario di astenersi da tale pratica per motivazioni personali. Tuttavia, "in Italia non solo l'obiezione di coscienza ma anche l'abuso di obiezione di coscienza mette a rischio la salute delle donne e lede i loro diritti sessuali e riproduttivi", spiega la Laiga - Libera associazione italiana ginecologi per l'applicazione legge 194/78. È fondamentale, pertanto, che siano conosciuti i limiti all'obiezione, senza dimenticare l'importanza dell'obbligo - per ogni medico obiettore - di indicare alla paziente la presenza di un altro medico non obiettore. È sacrosanto, infatti, difendere il diritto degli obiettori di coscienza, ma lo è altrettanto quello di tutelare le donne, anche nel fare in modo che possano affidarsi a strutture sanitarie e consultori (sia pubblici sia privati) dove umanità e professionalità viaggiano in parallelo, per essere messe nelle condizioni di poter scegliere liberamente.

Le Criticità nell'Applicazione della Legge: Casi Emblematici e Dati Preoccupanti
L'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza, in Calabria, rappresenta un caso emblematico dove i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. In questa struttura, l'interruzione di gravidanza è possibile solo due volte alla settimana quando è presente un medico "a gettone" che pratica l'IVG. Le attiviste del collettivo cosentino Fem.In hanno denunciato che "a più di sei mesi dalle dimissioni dell'unico ginecologo non obiettore dell'Annunziata, il servizio è ancora carente e procede a singhiozzo". Sul caso ha presentato un'interrogazione parlamentare la deputata Anna Laura Orrico.
L'ospedale di Cosenza non è un caso isolato in Italia. Secondo la relazione del Ministero della Salute presentata nel 2022, il 64,6% dei ginecologi italiani era obiettore di coscienza nel 2020, un tasso in leggera diminuzione rispetto al 2019, mentre erano obiettori il 44,6% degli anestesisti e il 36,2% del personale non medico. Tuttavia, il report "Mai dati" dell'associazione Luca Coscioni, curato da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, chiarisce che la situazione in alcune zone del paese è ancora peggiore, perché i dati della relazione ministeriale non sono sempre aggiornati e dettagliati a livello di singola struttura. Secondo questo report, in Italia sarebbero 72 gli ospedali che hanno tra l'80% e il 100% di obiettori di coscienza tra il personale sanitario; ventidue gli ospedali e quattro i consultori con il 100% di obiettori tra tutto il personale sanitario; 18 gli ospedali con il 100% di ginecologi obiettori e infine 46 le strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all'80%.

Le Conseguenze sull'Accesso all'IVG: Donne Costrette a Spostarsi e Ritardi
Così, di fatto, a 45 anni dall'approvazione della legge che ha depenalizzato l'aborto in Italia entro il terzo mese di gravidanza, il tasso di obiezione tra i medici e il personale sanitario è talmente alto da rendere problematica o impraticabile l'interruzione di gravidanza in molte zone del paese. Le donne che vogliono ricorrere all'IVG faticano a trovare informazioni, devono aspettare molto tempo per abortire oppure sono costrette a spostarsi in un'altra regione per fare l'operazione. Dall'indagine di Lalli e Montegiove, basata su richieste di accesso civico generalizzato alle regioni, emerge che il Molise è la regione con la più alta percentuale di obiettori: su due strutture ospedaliere in totale, una ha tutti i medici ginecologi obiettori, mentre nell'altra sono obiettori otto medici su dieci. Seguono la Puglia - su 35 ospedali otto sono con obiezione al 100% - e le Marche, dove in due strutture ospedaliere (Fermo e Jesi) tutti i medici sono obiettori. In Molise l'IVG si pratica solo nell'ospedale di Campobasso e l'unico medico non obiettore della regione, Michele Mariano, è stato diverse volte costretto a rimandare la pensione, perché ai concorsi indetti per la sua sostituzione non si presentava nessuno.
Secondo Mariano, la maggior parte dei colleghi è obiettore "perché chi fa aborti non fa carriera: trovatemi un primario che ne faccia. In Italia c'è la chiesa, e finché ci sarà il Vaticano che detta legge il problema ci sarà sempre. E poi perché la maggioranza dell'opinione pubblica - e dei colleghi - considera chi pratica l'IVG come qualcuno da mettere da parte, ginecologi di serie B, che fanno qualcosa di brutto".
Fattori che Influenzano l'Obiezione di Coscienza: Carriera, Formazione e Stigma
Anche secondo Marina Toschi, ginecologa dell'Aied, il problema è soprattutto il giudizio legato all'aborto: "La difficoltà di accedere all'aborto in zone come le Marche è legato a diversi fattori, ma in primo luogo allo stigma che ancora circonda i medici che praticano l'IVG. Spesso i ginecologi non obiettori si trovano a fare solo aborti, con un carico di lavoro molto alto, senza una remunerazione adeguata e subendo il discredito ancora legato a queste operazioni. Molti pensano: chi me lo fa fare?". Dal 31 gennaio 2023, la convenzione con l'Aied è stata revocata, dopo 42 anni, senza che sia stato chiarito come sarà garantito il servizio.
"I veri obiettori sono i direttori sanitari e quelli generali che non applicano la legge e, per esempio, lasciano un ospedale come quello di Fermo senza servizio di IVG", continua Toschi, secondo cui esiste anche una carenza di personale sanitario: "I ginecologi in generale sono pochi e servirebbero più assunzioni di medici non obiettori".
Inoltre, aggiunge la ginecologa dell'Aied, c'è un problema di formazione professionale: "Manca la formazione sul tema dell'IVG, ma anche sulla contraccezione. Questi argomenti sono ancora un grande tabù nelle università italiane, in particolare in quelle cattoliche. All'università s'insegna poco o niente come si usano i farmaci come il misoprostolo (un farmaco abortivo) o come s'inseriscono le spirali per la contraccezione, nonostante siano indicate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come i migliori contraccettivi". A riprova di questo, "le linee di indirizzo del Ministero della Salute che prevedono che le pillole abortive (Ru486) siano somministrate nei consultori non sono state adottate da molte regioni anche per mancanza di formazione degli operatori". Per questo, secondo le attiviste del collettivo marchigiano Sisters on the block, molte donne sono ancora costrette a spostarsi in altre regioni come l'Emilia Romagna per abortire.
Irene Cetin, docente di ostetricia e ginecologia all'Università degli Studi di Milano e primaria di ginecologia dell'Ospedale Buzzi di Milano, osserva che per molti ginecologi il problema è legato al carico di lavoro e alla ripetitività delle operazioni di interruzione di gravidanza: "Come primario le posso assicurare che il problema organizzativo si presenta quando in un reparto c'è un tasso superiore al 50% di medici obiettori. In quel caso il lavoro per i non obiettori diventa rilevante. Dal punto di vista professionale, occuparsi solo di IVG è penalizzante nella crescita, anche perché è un'operazione semplice". Secondo Cetin, che è una medica non obiettrice e fa parte della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), nel sistema sanitario italiano "bisogna essere molto motivati per continuare a essere non obiettori, soprattutto se in una struttura gli obiettori sono la maggioranza".

Prospettive Diverse: Medici Obiettori e Non Obiettori
Paolo Rollo, medico obiettore e primario di ginecologia dell'Ospedale Cannizzaro di Catania, sostiene che l'obiezione di coscienza della totalità dei medici del suo reparto non impedisce all'ospedale di fornire il servizio d'interruzione di gravidanza in maniera regolare. Rollo, ginecologo dal 1985, ritiene giusto che nella legge italiana ci sia un articolo che consente ai medici di non praticare aborti per ragioni personali e di natura etica. "Non ci deve essere nessuno stigma, né sugli obiettori né sui non obiettori. L'importante è che il servizio sia garantito, questo ci chiede lo Stato. A prescindere dall'organico, l'applicazione della legge 194 deve essere garantita", afferma Rollo, secondo cui non ci sono liste di attesa nel suo ospedale per chi vuole abortire nei termini stabiliti dalla legge. "Abbiamo un medico non obiettore a contratto per tre anni, per assicurare il servizio dell'interruzione di gravidanza nel nostro reparto. Non c'è nessuna lista di attesa, le donne possono venire in ambulatorio il giovedì, anche senza prenotazione", afferma. Per il primario non dovrebbero esserci ospedali che non garantiscono questo servizio, anche nel caso in cui tutti i medici del reparto siano obiettori, perché dovrebbero intervenire i dirigenti sanitari e attivare dei contratti ad hoc per svolgere questo tipo di operazioni o delle convenzioni con strutture in cui il servizio è garantito.
È della stessa opinione Mario Meroni, primario del reparto di ginecologia dell'Ospedale Niguarda di Milano, obiettore di coscienza: "Il diritto della donna di poter effettuare un'interruzione volontaria di gravidanza non deve scontrarsi con il diritto dei medici di avere le proprie idee: nell'ospedale pubblico dobbiamo tutelare i diritti di tutti. Al centro ci deve essere la donna. Ma questo può essere risolto lavorando insieme ai consultori e organizzando il lavoro in maniera adeguata". Secondo Meroni, "non è vero che se il dirigente è obiettore considererà il servizio d'interruzione di gravidanza come di serie B", né che i ginecologi obiettori siano favoriti nella carriera. "A Milano io sono l'unico primario obiettore, quindi al limite è vero il contrario", sottolinea. Il primario sostiene che ci sia una questione anche anagrafica sull'obiezione di coscienza: "I ginecologi più giovani sono quasi tutti non obiettori, perché culturalmente percepiscono l'interruzione di gravidanza in maniera diversa. Mentre la vecchia guardia ha ragioni di ordine personale, spesso legate a motivazioni etico-religiose". Nell'ospedale Niguarda di Milano ci sono otto non obiettori su 22 medici: "Ci sono stati momenti in cui avevo solo due non obiettori, ma anche in queste condizioni è possibile garantire il servizio", ribadisce Meroni, che come Rollo suggerisce che primari e dirigenti sanitari dovrebbero in questi casi collaborare con i consultori e stipulare convenzioni con altri ospedali per attuare pienamente la legge 194.

La Mancanza di Informazione e la Necessità di Dati Trasparenti
Ogni anno arrivano decine di testimonianze e di denunce alle associazioni che si occupano della piena applicazione della legge, come la Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l'applicazione della 194 (Laiga), l'associazione Luca Coscioni e le attiviste di Obiezione respinta e di Non una di meno. "Nonostante la legge 194 del 1978 sia stata adottata ormai 45 anni fa, non è mai stata fornita un'informazione chiara, pubblica e trasparente sulle modalità di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza e soprattutto sugli ospedali a cui ci si può rivolgere per ricorrere a questo servizio", spiega la Laiga. "Questo è particolarmente problematico dato che l'elevatissimo tasso di obiezione di coscienza lascia le donne in balìa della sorte in un momento in cui bisogna agire in fretta per restare nei limiti gestazionali previsti dalla legge. Le donne spesso si muovono per sentito dire, si rivolgono a personale obiettore, perdendo tempo prezioso", continua la Laiga, che sul suo sito offre una mappatura delle strutture italiane dove è possibile effettuare l'interruzione volontaria di gravidanza, sia farmacologica sia chirurgica.
Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che "la prima cosa da fare sarebbe aprire i dati, aggiornarli, renderli noti e disponibili, in modo da avere una fotografia attuale della situazione a livello regionale e di ogni singola struttura. Ma questo al momento non c'è". Secondo Gallo, in ogni struttura dove sono troppi i medici obiettori bisognerebbe indire dei concorsi per medici prevedendo un 50% di non obiettori e 50% di obiettori, come è avvenuto all'ospedale San Camillo di Roma, perché non garantire il servizio o interromperlo "è un reato", e "corrisponde a non attuare la legge". Molti concorsi di questo tipo, tuttavia, sono bloccati dalla politica. In Liguria, per esempio (dove i medici non obiettori sono 59 su 123), la proposta di "valutare la possibilità di procedere all'indizione di uno o più concorsi, nelle strutture ove venga ritenuto più necessario, per l'assunzione di ginecologi non obiettori al fine di garantire la completa attuazione della legge 194/78" è stata bocciata dalla maggioranza di centrodestra nel consiglio regionale il 31 gennaio.

Obiezione di Coscienza e Farmacisti: Un Altro Livello di Complicazione
L'associazione Luca Coscioni riceve ogni anno decine di denunce di donne che addirittura raccontano di essere incappate in farmacisti obiettori, che si sono rifiutati di dare loro la pillola del giorno dopo, che è un contraccettivo. "L'obiezione dei farmacisti non è prevista da nessuna legge e le pillole del giorno dopo sono contraccettivi e non farmaci abortivi", spiega Gallo. "È illegale che i farmacisti si dichiarino obiettori". Tuttavia, continua l'avvocata, spesso le donne che inizialmente hanno presentato una denuncia per il mancato servizio ricevuto, poi non procedono per via legale: "Una volta che hanno risolto il loro problema, vogliono dimenticare il prima possibile l'esperienza negativa che hanno avuto".
L'Evoluzione della Legge e le Sfide Attuali
Il diritto del medico, dell'anestesista o del personale sanitario a non operare l'interruzione di gravidanza attraverso l'obiezione è garantito dall'articolo 9 della legge 194 introdotta in seguito a un lungo dibattito parlamentare, che ha depenalizzato l'aborto in Italia entro il primo trimestre di gravidanza e a determinate condizioni per la donna. "All'epoca si cambiava radicalmente una pratica dei medici ospedalieri pubblici, depenalizzando l'aborto che fino a quel momento era vietato. Così si inserì questo articolo per permettere di obiettare a quelli che avevano scelto di fare quelle professioni prima dell'introduzione della legge e che avevano delle questioni di tipo morale. Si permetteva quindi ai medici di continuare a esercitare la loro professione pur essendo cambiati i loro doveri", spiega Caterina Botti, docente di filosofia morale ed esperta di bioetica all'Università La Sapienza di Roma. Ma per Botti, il principio dell'obiezione di coscienza è fortemente legato all'impianto della legge, frutto di grandi compromessi politici, che concepisce l'aborto non come "pratica di libertà della donna", al pari di altre tradizioni giuridiche, ma come "pratica sanitaria a tutela della salute delle donne". Secondo la legge, infatti, ancora oggi possono interrompere la gravidanza le donne che certificano "circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, o alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito". Botti spiega che l'aborto, secondo la formulazione della legge italiana, non è una scelta della donna, ma "un dovere del medico per tutelare la salute della donna, per questo si permette al personale sanitario di obiettare, di non adempiere cioè a quel dovere per ragioni etiche".
I dati più recenti disponibili indicano che in Italia, circa il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico sono obiettori di coscienza. Queste percentuali, sebbene in leggero calo rispetto ad anni precedenti, continuano a creare significative difficoltà nell'accesso all'IVG in molte aree del paese. In particolare, si registrano situazioni critiche in regioni come il Molise, dove la percentuale di ginecologi obiettori supera il 90%, e nella Provincia di Bolzano, con l'87,2%. Anche in Sicilia e in Abruzzo, le percentuali di obiettori tra i ginecologi superano l'80%.

La Mappatura dei Servizi: Un Bisogno Urgente
La mancanza di una mappatura ufficiale e aggiornata dei centri e del personale che applica la Legge 194 è un problema persistente. Sebbene alcune associazioni come LAIGA abbiano creato mappe proprie, la disponibilità di dati trasparenti e accessibili è cruciale per permettere alle donne di conoscere le proprie opzioni e di esercitare il proprio diritto in modo informato. La legge stessa prevede che ogni struttura sanitaria abbia il dovere di assicurare gli interventi di IVG e che la regione ne controlli e garantisca l'attuazione, anche attraverso la mobilità del personale. Tuttavia, queste garanzie rimangono spesso sulla carta, costringendo almeno il 20% delle donne a migrare in un'altra provincia o regione in cerca di personale non obiettore.
Il Ruolo dei Consultori e l'Aborto Farmacologico
L'aborto farmacologico, in particolare con l'uso della pillola Ru486, rappresenta un'alternativa meno invasiva e che mira a superare l'ospedalizzazione. Tuttavia, la sua applicazione incontra ancora ostacoli in diverse regioni. Solo tre regioni - Lazio, Toscana ed Emilia Romagna - garantiscono la somministrazione della Ru486 nei consultori, dove l'aborto farmacologico è il metodo prevalente. In altre regioni, come le Marche, l'aborto farmacologico è praticato solo fino alla settima settimana, a fronte di linee guida internazionali che lo prevedono fino alla dodicesima. Inoltre, in alcune aree si assiste alla presenza di associazioni antiabortiste nei consultori, che possono esercitare pressioni sulle donne.
La Lotta per l'Applicazione della Legge 194
Associazioni come LAIGA, l'associazione Luca Coscioni, Obiezione respinta e Non una di meno continuano a battersi ogni giorno affinché il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza sia pienamente rispettato. Le loro denunce evidenziano come, a 45 anni dall'approvazione della legge, l'elevato tasso di obiezione di coscienza e la carenza di informazioni rendano ancora oggi difficile e complessa l'applicazione della Legge 194/78, mettendo a rischio la salute e i diritti delle donne. La piena attuazione della legge richiede un impegno congiunto da parte delle istituzioni, del personale sanitario e della società civile per garantire un accesso equo e sicuro all'IVG in tutto il territorio nazionale.