Pablo Aimar: L'Arte Effimera del Calcio Argentino, Tra Genio e Sentimento

Alcuni dei talenti calcistici che amiamo di più contengono una vena di fragilità intrinseca. Giocatori dalla corporatura leggera come la loro corsa, che sembrano potersi spezzare ad ogni contrasto. Giocatori che attraverso la tecnica arrivano a pensare un calcio differente, fatto di gesti unici che nascono e muoiono nell’istante in cui li fanno. Sono giocatori che riportano in campo la creatività del calcio di strada piegandola alle regole del gioco, senza privarsi della possibilità di stupire prima di tutto sé stessi. Promettono sempre qualcosa di nuovo. Il mio preferito tra questi è stato Pablo Aimar.

Ho scoperto il suo talento nel momento in cui ho iniziato a guardare il calcio. Le sue azioni mi ricordavano ogni volta perché era un gioco che valeva la pena guardare e non solo giocare. Jorge Valdano per descrivere il talento di Pablo Aimar diceva: «rende facili le cose difficili». Ha avuto la sfortuna di giocare nel post-Maradona e di avere quindi il suo talento incasellato in una via che non era la sua, quella dell’ennesimo “Nuovo Diego”. Una via che comunque lui non ha mai cercato di percorrere. Aimar ha dedicato la sua carriera a due grandi motivazioni: divertirsi e rendere felice chi lo vedeva giocare. Un gusto per l’intrattenimento che ha convinto il giornalista Quique Gastañaga a soprannominarlo fin da ragazzo il “payaso”. Oppure, per altri, el Mago. Il motivo, lo stesso. La voglia di intrattenere chi guarda. Se chiedete a Leo Messi chi è stato uno dei suoi esempi calcistici, la sua risposta sarà per certi versi sorprendente: Pablo Aimar. El Payaso. Più di tutti, Leo Messi, che a quei tempi era un adolescente con problemi ormonali piuttosto seri. Le parole della Pulce, all’epoca in procinto di lasciare Rosario e il Newell’s Old Boys per passare al Barcelona, ritraggono la figura di Pablo Aimar come un mentore calcistico. Un modello non soltanto tecnico, ma anche caratteriale, nello stare in campo e nel rapportarsi ad esso, nel modo di trattare il pallone e scandire i tempi di gioco. Con la grazia di chi ha ricevuto un dono essenziale, una sensibilità differente. Tutto questo, messo al servizio degli altri. Le sue giocate, i suoi passaggi, non si prendevano mai la scena, erano sempre finalizzati a creare gioco per i compagni e metterli in condizione di rendere al meglio.

Dalle Strade di Río Cuarto al "Paladar Fino" del River Plate

Pablo Aimar è figlio del calcio argentino dei campetti, quello dove inizia a giocare come tanti altri ragazzi cresciuti negli anni ’80. Al campetto alterna le partite come semi-pro per la squadra della sua città, l’Estudiantes di Río Cuarto, seconda città della provincia di Cordoba, nel centro del paese. Era l’Estudiantes de Río Cuarto, squadra del quartiere di Cordoba dove è nato, nella quale aveva mosso i suoi primi passi da calciatore.

A scoprire il suo talento, così lontano dalla capitale, è stato José Pekerman, che nel 1994 è responsabile delle selezioni giovanili argentine e nel bel mezzo di un tour del paese per capire il livello generale degli under 17. Mentre vede giocare Aimar senza neanche conoscerne il nome, dice ad un altro tecnico delle giovanili che lo aveva accompagnato che quel ragazzino con due gambe che sembrano due paletti sembra fluttuare più che correre, che gli ricorda una piccola gazzella. Poche volte aveva visto un giocatore così giovane avere già un istinto così verticale per il gioco. Aveva i mezzi per provare ad arrivare o mandare il pallone in area di rigore, in pratica ad ogni azione. Pekerman lo avvicina a fine partita e lo invita a uno stage a Buenos Aires insieme ad altri talenti nazionali. Aimar gli risponde che forse si sta sbagliando, in fondo non è così bravo.

José Pekerman scopre Pablo Aimar
Dopo lo stage, invece, viene convocato in Nazionale nonostante non abbia un club professionistico alle spalle. Gli osservatori del River Plate gli fanno un provino e, ovviamente, rimangono folgorati. La dirigenza vuole metterlo sotto contratto ma il padre, con un passato da giocatore, rifiuta l’offerta. Ritiene troppo duro il salto dalla provincia alla capitale; dal semiprofessionismo alla squadra più ricca del paese. Aimar ha 14 anni, è gracile, è abituato a giocare più che altro per strada con gli amici. Per Aimar il professionismo è un sogno lontano e temuto: lo rimprovereranno al primo tunnel tentato? Normale e semplice anche nella sua debolezza adolescenziale, quando il distacco dalla famiglia e dagli amici per inseguire il sogno Millonario è, per sua stessa ammissione, “la sfida umana più grande”, nemmeno comparabile alla traversata atlantica che avrebbe consegnato Aimar al calcio europeo. Per un timido ragazzo della provincia cordobina, essere catapultati a Buenos Aires è la sfida più grande a cui si possa attingere. Lo stesso Pablo ha sempre ribadito che quello sia stato lo scoglio più difficile da superare durante la sua carriera, più del suo trasferimento in Europa, più di qualsiasi altra cosa. Non era tanto una questione legata alla cancha, per Aimar non è mai stato un problema di campo, quanto un timore legato al contesto della metropoli.

Ci vuole un anno intero e l’intervento di Daniel Passarella, ex leggenda del calcio argentino e in quel momento allenatore del River, per convincerli che avranno un occhio di riguardo per il figlio. Non vogliono snaturarne il calcio e anzi prevedono già a breve la promozione in prima squadra. Daniel Passarella lo chiamò al River, prelevandolo dall’Estudiantes de Rìo Cuarto appena quattordicenne.

Il River del "Paladar Negro": L'Esordio e la Filosofia di Gioco

Aimar debutterà nel 1996, appena sedicenne, in un River Plate campione di Libertadores. L’esordio con il River era stato improvviso: giocò con le scarpe di Ortega, visto che non aveva ancora le sue. Viveva nella residenza dei ragazzi dei Millonarios, sognava Francescoli, Almeyda, Crespo. L’insieme dei nomi suona impossibile ora: Enzo Francescoli, Ariel Ortega, Marcelo Gallardo, Matias Almeyda, Santiago Solari, Hernan Crespo. In mezzo a questi campioni o futuri tali tutti riconoscono che il ragazzino ha qualcosa di speciale. Francescoli pensa, per esempio, che è un giocatore unico perché riesce a fare le cose con un secondo di vantaggio sugli altri giocatori in campo. Preso sotto l’ala protettiva di un monumento del calcio uruguagio come El Prìncipe Enzo Francescoli, un giovanissimo Aimar ne faceva dignitosamente parte, dispensando geometrie con giocate di rara classe ed eleganza.

Pablo Aimar giovane con la maglia del River Plate
Ortega dal primo giorno lo ha preso sotto la propria ala: «Ho un bel ricordo del periodo con Ariel: quando mi vennero a cercare alla residenza del River per farmi debuttare in Primera, non avevo ancora neanche gli scarpini da calcio. Arrivato in spogliatoio Ariel ne prese un paio e me li regalò, ancora mi ricordo di quegli scarpini regalati così». Viene immediatamente adottato nel River del “paladar negro” (palato fine), la visione del calcio voluta dai suoi tifosi fin dagli inizi del ‘900 che spinge la squadra a puntare non soltanto a vincere, ma a farlo con uno stile che premi la tecnica e la fantasia, l’idea di giocare in modo sempre elegante e quindi piacevole per gli occhi. E Aimar è la personificazione del “paladar negro”. La sua eleganza è innata: non si accontenta mai dell’efficacia del gesto, ne vuole sempre tirare fuori la bellezza. Nel River in cui la carriera di Francescoli è agli sgoccioli, Crespo, Ortega e Gallardo sono pronti a partire per l’Europa, non gli pare vero che un giocatore del genere sia apparso così, come un altro frutto di una terra generosa.

L'Influenza di Pekerman e l'Incontro con Riquelme: Il Mondiale U20

Pekerman lo convoca con l’under 20 per il Mondiale di categoria nel 1997 (poi vinto dall’Argentina). Erano giocatori che avrebbero formato l’ossatura della futura nazionale argentina di inizio 2000 e con cui avrebbe stretto una forte amicizia: Walter Samuel, Esteban Cambiasso, Lionel Scaloni, Diego Placente, Leandro Cufré, Leo Franco e soprattutto Juan Román Riquelme. El Mago Payasito era il giocatore più rappresentativo, assieme a lui, a condividere la trequarti, un altro ragazzo introverso dall’intelligenza calcistica sopra la media. Da poco in prima squadra degli eterni rivali del Boca Juniors e che teoricamente gioca nel suo stesso ruolo sulla trequarti, entrambi sono degli enganche. Invece di entrare in competizione nei giorni del Mondiale sviluppano un’amicizia nata dal rispetto reciproco. A unirli il talento immenso, ma soprattutto la concezione profonda del gioco del calcio. Aimar, così come Riquelme, sono simbolo di un’intera generazione. Rappresentano la faccia “pulita” e genuina del fútbol albiceleste.

Pekerman fa parte di quella corrente di allenatori argentini che mette la tecnica davanti a tutto. Un seguace di Menotti, che si contrappone a quello dell’equilibrio tattico prima di tutto di Bilardo. Il talento contro la maglia sempre sudata. L’Argentina ha vinto i Mondiali cavalcando entrambe le correnti e forse per questo vive in una tensione continua tra le queste due visioni del calcio. Per capire quanto fosse influente la visione del calcio di Menotti negli anni ’70 basti pensare che il nome completo di Aimar è Pablo César Aimar Giordano, dove César è stato dato da suo padre in onore proprio a César Luis Menotti che aveva guidato l’Argentina alla vittoria del Mondiale un anno prima della nascita del figlio. C’è un aneddoto di Valdano che penso renda l’idea del calcio argentino all’epoca in cui la precisione tecnica era idolatrata: «In una delle mie prime partite passai il pallone in modo leggermente impreciso al compagno d’attacco Oberti, veterano molto tecnico e un po’ grassottello, che non si sforzò neanche di raggiungere. La lasciò passare con disprezzo e mi disse “Ragazzo, la palla sui piedi, altrimenti dedicati a un’altra cosa”». Aimar fa innamorare Menotti, che lo paragona a Michael Laudrup.

Pablo Aimar e Juan Román Riquelme Under 20
Lui e Riquelme sono agli occhi di Pekerman i due talenti più vicini a quella visione del calcio e decide che non ci deve essere concorrenza tra i due: devono giocare assieme, uno come numero 10 e l’altro come numero 8. Devono scambiarsi le funzioni di rifinitore e regista a seconda di dove ricevono il pallone. In quest’azione contro l’Inghilterra c’è Samuel che arriva fino sulla metà campo dopo una palla rubata, la scarica per Aimar che si era avvicinato in aiuto, il 10 protegge palla e la fa filtrare per Riquelme, pronto subito a verticalizzare per l’attaccante. Aimar non ha ancora i folti ricci, ma indossa già il sorriso di chi si diverte giocando. Si fida del suo istinto, punta sempre l’uomo e sa che la sua tecnica può farlo uscire da qualunque situazione spinosa. Sembra uscito dalle parole di Valdano: «Credo nell’autonomia del piede nel pensare, davanti a una situazione immediata in cui non c’è tempo per consultare il cervello». È il perfetto compagno di chi come Riquelme è detto “il muto”: timido e schivo fuori dal campo e iper cerebrale dentro. Dice Riquelme di Aimar: «Questo corre in modo differente». Non sappiamo se il calcio nasca dai piedi o dalla testa, questo è il dibattito socratico che ci trasciniamo dalla sua invenzione. I due, però, mettono d’accordo tutti sul fatto che con entrambi si gioca meglio. L’Argentina vince in Malesia, e Aimar e Riquelme finiscono sotto i riflettori, in una cultura alla spasmodica ricerca di un erede di Maradona.

Argentina Campeón en el Mundial Sub 20 Malasia 97: Riquelme y Aimar eliminan a Inglaterra y Brasil

Il Numero 10 del Monumental: Successi e Rivalità Leggendarie

Aimar è un giocatore dinamico, si muove lungo tutto il fronte d’attacco quasi in punta di piedi, sembra sfiorare soltanto il terreno. Le maglie larghe dell’epoca gli donano un’immagine eterea quando controlla al volo. Le partite di Aimar sono praticamente un esercizio di stile: non c’è un’azione uguale alla precedente e non c’è cosa che non sappia fare con un pallone tra i piedi. La sineddoche di Aimar è la gambeta, una tipo di finta basata sulla precisione e la velocità nei movimenti tipica dei campi di terra in Argentina, tanto famosa lì quanto il doppio passo in quelli brasiliani. Si dice che la gambeta ti apra il mondo, che sia istinto puro e non si può insegnare ma solo imparare da soli giocando a non perdere il pallone sul terreno di gioco sconnesso. Il calcio da strada lo ha formato e a quello si rifà in campo: il tunnel è il suo gesto preferito, ma è nel primo controllo che fa sbrodolare i commentatori dell’epoca. A tratti sembra quasi cercare sempre l’avversario vicino per poterlo fare superandolo con un solo gesto. Nessuno osa ancora fare il nome di Maradona, con Pablo preferiscono usare Cruyff, meno sacro.

Quando Marcelo Gallardo si trasferisce al Monaco, la numero 10, con tutto quello che significa, si libera. L’allenatore Ramón Díaz chiede a Pablo se se la sente, a 19 anni, di prendersela. Il giocatore la prende come una sfida e accetta: nonostante le offerte dall’Europa che già gli arrivano, prima di lasciare l’Argentina deve affermarsi come stella designata del River. E poi se Riquelme non si è ancora trasferito non può farlo neanche lui. Con l’altro giovane ragazzo prodigio delle giovanili, Javier Saviola, e con la punta Juan Pablo Ángel, sfida il Boca Juniors di Riquelme, Walter Samuel, Gustavo Schelotto e Martín Palermo in un susseguirsi di testa a testa in campionato. Le due squadre si spartiscono i titoli e portano a un livello storico le sfide dei Superclasicos. Ai tempi del River Plate Aimar era una delle stelle del campionato argentino, uno di quelli che ha influenzato una generazione successiva di calciatori per la sua classe cristallina. Il migliore amico di Pablito è Javier Saviola, di cui è stato compagno al River Plate. Assieme hanno preso le consegne di quella macchina perfetta che li ha visti giovani comparse. Un ideale passaggio di testimone, la cui cerimonia si svolgeva sulla cancha dello stadio Monumental ogni qualvolta ne mettessero piede. Sebbene El Conejo fosse ritenuto dallo stesso compagno il più forte tra i due, Aimar ha potuto togliersi qualche soddisfazione maggiore. Il rapporto che si creò in quegli anni fra i due è durato fino al termine della carriera. Quando gli chiedono se nel famoso gol di pallonetto contro il Boca nel 1999 voleva metterla al centro risponde che ovviamente non voleva crossare. Dall’altra parte del cross ci sarebbe stato Saviola e nessuno penserebbe di metterla per la testa di Saviola.

River Plate vs Boca Juniors Superclasico

Argentina Campeón en el Mundial Sub 20 Malasia 97: Riquelme y Aimar eliminan a Inglaterra y Brasil

La Sfida Europea: Il Sogno Barcellona e la Gloria a Valencia

Nell’estate 2000 ha vinto ormai abbastanza da protagonista per ritenersi pronto per l’Europa. Sovrastato da offerte, sceglie quella del Barcellona. Ma è solo un abboccamento di un candidato alla presidenza, tale Bassat, che perderà le elezioni a favore di Gaspart, che al suo posto prenderà Marc Overmars. E pensare che Aimar nel Valencia non doveva neanche giocarci. Nell’estate del 2000, Bassat, candidato alla presidenza del Barcellona, gli aveva proposto un contratto. Doveva essere il ‘regalo’ del nuovo numero uno. Solo che non vinse le elezioni e saltò tutto. Decide quindi di rimanere fino a fine anno al River. La finale raggiunta in Champions League dal Valencia dell’argentino Héctor Cúper, e le conseguenti cessioni di Gerard, Farinós e Claudio Lopez permettono alla squadra di avere il lustro e i soldi per tentare il colpaccio. Dopo mesi si arriva all’accordo per il trasferimento nel mercato di gennaio per 24 milioni di euro (con il 15% che va al giocatore) assieme a un contratto di 7 anni. Il Valencia ha pagato per il suo cartellino 24 milioni di euro nel 2001, il record del club. Al suo arrivo dice che spera di fare almeno bene quanto Mario Kempes e Claudio Lopez, i due argentini migliori della storia del Valencia e guarda caso anche loro nati nella provincia di Cordoba. Sulle orme di una leggenda come Mario Kempes, sognava di trascinare Los Che ai successi. Ce la fece.

Arriva a gennaio e viene catapultato in un gruppo ancora ossessionato dalla sconfitta in Champions League nell’anno precedente. Per un ventenne che ha cambiato vita è un momento complicatissimo. Appena arrivato il Valencia perde tre scontri diretti consecutivi contro Deportivo, Barcellona e Real Madrid; esce dalla corsa al titolo e mette tutte le uova nel paniere del sogno Champions League. Cúper non ha intenzione di dare il tempo ad Aimar di adattarsi perché lo considera già pronto e il suo debutto arriva col Manchester United nel secondo girone di Champions League. Cúper non utilizza il trequartista, preferendo lasciare quella zona alle incursioni della stella Mendieta; quindi preferisce utilizzare Aimar come seconda punta accanto alla torre Carew. Aimar a malapena conosce i compagni ma fa impazzire tutto il Manchester United che non riesce a leggere dove andrà a ricevere. L’intuizione di Cúper, insomma, funziona. Le difese inglesi non sono abituate ad affrontare un giocatore così tecnico e sgusciante. E infatti la ripropone anche al ritorno, ai quarti contro l’Arsenal, e nella storica semifinale vinta per 3-0 contro il Leeds in cui fa anche un assist. Gioca anche il primo tempo della finale, uscendo per Albelda in un cambio di cui poi Cúper si pentirà vista la sconfitta ai rigori senza aver creato quasi nulla nei minuti senza di lui. Una finale che porta all’addio di Cúper in direzione Inter e all’arrivo del giovane Rafa Benitez, il primo allenatore europeo con cui può avere un ritiro precampionato intero per abituarsi al nuovo contesto.

Pablo Aimar con la maglia del Valencia

Perdere l'Ingenuità: L'Evoluzione sotto Benítez

Il nuovo tecnico ha le idee chiare e con la cessione di Mendieta alla Lazio decide che tutto il peso creativo della squadra debba ricadere su Aimar, che sarà il trequartista del suo 4-2-3-1, l’unico con libertà di movimento. Una squadra costruita prima di tutto per non prendere gol, con i centrali argentini Pellegrino e Ayala e la coppia di centrocampisti centrali Albelda e Baraja sempre in linea a pochi metri in avanti. Una squadra che in una Liga di squadre tecniche, sceglie di essere quella difficile da battere, la più aggressiva nei contrasti e attenta all’equilibrio tattico. L’impatto è stato immediato. Dal 2001 al 2004 visse un periodo di enorme gloria grazie a Rafa Benitez, che lo schierava nella sua posizione ideale, abbandonando anche il proprio 4-4-2 in favore del 4-2-3-1. Aimar al centro, tutti gli altri giravano intorno a lui. Il lavoro di Benitez su Aimar è certosino, gli insegna l’importanza dell’equilibrio tattico, dei movimenti senza palla, del fare cose per la manovra offensiva toccando meno palloni: «Mi ripete sempre che è meglio toccare 1 pallone in area che 6 fuori. Io provo a farmi sempre vedere per dare un’opzione ai miei compagni. Bisogna imparare quando è meglio avvicinarsi per una triangolazione o quando allontanarsi per ricevere vicino all’area».

Rafa Benítez istruisce Pablo Aimar
Lui è un ottimo studente, ma non nasconde una nota amara, perché oltre a sentire tutto il peso creativo capisce che sta giocando un calcio non suo: «Forse devo essere più razionale e anche se mi diverto di meno perché tocco meno palloni, questo può aiutare la manovra della squadra. In Argentina toccavo tantissimi palloni, qua devi abituarti a giocare di prima. Non so dove tornavo a casa più contento dopo le partite, penso in Argentina». Per mostrare quanto il calcio di Benitez lo abbia influenzato togliendogli parte dell’ingenuità che si portava dietro dall’Argentina, dirà qualche tempo dopo che per lui giocare bene significa prendere le decisioni giuste: «giocare bene equivale a scegliere bene: scegliere quando toccare il pallone, quando provare il dribbling, quando bisogna passarla, quando bisogna tirare, …». Il punto più alto è stato la vittoria della Coppa UEFA, in finale contro il Marsiglia. Partì dalla panchina, entrato al 64’ e a fine gara ha alzato la coppa. Di fronte, tra gli altri, a Barthez e Drogba. Ha vinto due campionati da protagonista assoluto, anche se incassò la delusione di una finale di Champions League persa contro il Bayern Monaco ai rigori. Sotto la guida del nuovo tecnico Rafael Benítez, Aimar diventa titolare fisso del centrocampo insieme a Rubén Baraja e David Albelda, giocando spesso da trequartista. Nella stagione 2001-2002 vince con il Valencia il campionato spagnolo, per poi raggiungere l'apice della sua carriera nella stagione 2003-2004, vincendo nuovamente la Liga, la Coppa UEFA ai danni del Marsiglia e la Supercoppa UEFA contro i campioni d'Europa del Porto.

Argentina Campeón en el Mundial Sub 20 Malasia 97: Riquelme y Aimar eliminan a Inglaterra y Brasil

Il Viaggio Continua: Dal Saragozza al Benfica, Ritorno all'Essenza

Maradona lo aveva già incensato: "Pablo Aimar è il mio legittimo successore come miglior giocatore al mondo. Si diverte giocando, come facevo io. Fa sì che la vita degli avversari non sia un letto di petali di rose. Pagherei qualunque cifra per vederlo giocare”. Nel 2005 poteva seguire Benitez al Liverpool, alla fine rimase in Spagna. Decide di ripartire “dal basso”, ignorando i richiami d’amore del suo ex-allenatore che lo avrebbe voluto come ideale interlocutore del neo-acquisto Fernando Torres sulla Merseyside. Un anno dopo, fece la scelta di andare nel Real Saragozza, club ambizioso con una forte matrice argentina data anche dall’arrivo dei fratelli Milito e da D’Alessandro. Spiazzando tutti, preferisce invece unirsi alla colonia argentina cresciuta a Zaragoza, convinto di poter ritrovare continuità e le giocate degne del suo calcio nel Real dei fratelli Milito. L’esperienza si rivelò un disastro: nella seconda stagione la squadra crollò e precipitò fino alla retrocessione, timbrando il fallimento del progetto.

Pablo Aimar al Benfica con la maglia numero 10
Aimar allora scelse il Benfica, convinto da Rui Costa - con cui aveva condiviso il primo posto dei migliori assist-men della Champions League cinque anni prima - e dalla presenza di Quique Sanchez Flores, con cui aveva lavorato al Valencia. Inizialmente vicino al Newcastle, viene convinto da Rui Costa, divenuto direttore sportivo del Benfica dopo aver appeso le scarpe al chiodo, a firmare per il club lusitano. Il 17 luglio 2008 passa così per la cifra di 6,5 milioni di euro al club portoghese, con un contratto valevole sino al 2012. A Lisbona ritrovò sé stesso, tornò ad essere un punto di riferimento. Prese la 10 e diventò un 10, ovvero un immortale. Come Eusebio e Rui Costa. Grazie alle sue giocate, la sua leadership, il suo essere punto di riferimento. Tre anni dopo, il 23 gennaio 2018, torna a giocare un match ufficiale nella coppa nazionale con la maglia dell'Estudiantes de Río Cuarto, squadra del quartiere di Cordoba dove è nato. Cinque anni senza troppe vittorie - sono gli anni del Porto - ma lasciando un’eredità forte. Con le aquile del Benfica, in un calcio meno frenetico, in un lustro colmo di successi raccoglie l’eredità de Ô Maestro Rui Costa e mostra ai palati fini del Da Luz quelle architetture del suo gioco, decadenti ma maestose, immagine e somiglianza del tessuto urbano di Lisbona. Le geometrie del calcio di Aimar ricordano infatti gli edifici in stile manuelino della capitale portoghese, impreziositi di curve mai banali, trame elaborate frutto di una visione dello spazio superiore.

Argentina Campeón en el Mundial Sub 20 Malasia 97: Riquelme y Aimar eliminan a Inglaterra y Brasil

L'Ultimo Valzer e l'Eredità Immortale

La fine della carriera è stata un lento declino. Scelse la Malesia, durò 8 partite, subì diversi infortuni, e poi tornò in Argentina. Voleva vestire nuovamente la maglia del River Plate. Poi tornò in Argentina. Voleva vestire nuovamente la maglia del River Plate, ma la sua ultima stagione fu solo con una presenza: 15 minuti. Dalle panche del Monumental il delirio estatico che si leva alla mezzora della ripresa ha poco a che vedere con la vittoria, di misura, che il River Plate sta archiviando contro il Rosario Central. Si celebra il ritorno di uno dei figli più amati, rimasto troppo tempo lontano da casa. Pablo César Aimar è di nuovo un giocatore del River Plate. Un quarto d’ora di mistica applicata al calcio contro il Rosario Central, con la hinchada in estasi e la partita in corso che perde repentinamente di importanza. Un quarto d’ora e nulla più: la sua caviglia non è in condizioni ottimali per proseguire, sceglie dunque di ritirarsi a 35 anni.

Pablo Aimar torna al River Plate
Il 31 Maggio 2015 i minuti scorrono veloci come una cometa nel cielo di Baires. Si fatica quasi a giocare, e nelle orecchie rimbombano i cori per il Payaso. Pablo Aimar non avrebbe potuto immaginare che quei 15 minuti contro il Central sarebbero stati gli ultimi di una carriera senza lieto fine. Le caviglie, ancora una volta, si ribellano al talento e ne strozzano l’ultimo canto di gloria, beffardamente poco prima che il suo River Plate riporti a Nuñez la terza Libertadores. L’introduzione riservatagli dal telecronista, in quegli istanti prima di ricalcare il prato del Monumental, è quanto di più caratteristico possa mostrare il fútbol argentino. Poi la decisione di ritirarsi, arrivata mentre il River volava verso la finale di Libertadores del 2015. Salvo poi decidere di tornare in campo un’ultima volta tre anni dopo, con l’Estudiantes di Río Cuarto, squadra del quartiere di Cordoba dove è nato, nella quale aveva mosso i suoi primi passi da calciatore. A fine partita è il Pablo di sempre, emozionato, ma non commosso: è lucido. Nelle rituali interviste a bordo campo, chi non è stato banale con il pallone non vuole esserlo nemmeno con le parole: «non volevo che i miei figli sentissero dire che il loro papà aveva giocato al Monumental, avevo davvero bisogno che lo vedessero con i loro occhi. Ora sono entrambi qui, questo mi basta, mi rende felice». Aimar si è quindi ritirato nel silenzio di timide dichiarazioni, con serenità e leggerezza. Avrebbe forse meritato una passerella all’altezza del suo talento, ma ha preferito uscire di scena in punta di piedi, così come ci era entrato.

Oggi allena, fa crescere i giovani e spalleggia Scaloni nell'Argentina. Da vice allenatore ha forse il curriculum migliore della storia. Pablo Aimar è diventato vice commissario tecnico della nazionale argentina nel 2018. Cioè l'ultimo anno delle sconfitte, con l'ottavo di finale contro la Francia come spartiacque. L'arrivo di Sampaoli prima, poi quello di Lionel Scaloni che, di fatto, ha cambiato la bussola per portare Lionel Messi a vincere tutto.

Pablo Aimar come viceallenatore della nazionale argentina
Quella maglia (della nazionale) che ha fatto nascere una profonda amicizia con uno dei suoi più grandi rivali come Riquelme. Rivali in campo, tra River e Boca, tra Valencia e Villarreal. Amici in nazionale, dove a volte giocavano insieme, a volte si alternavano. Lo ha raccontato a 'Goal'. “I paragoni non mi piacciono e non mi sono mai piaciuti, nemmeno poi quando riguardano altri. Non mi piace chi ‘uccide’ uno per lodare un altro e questa è una cosa molto argentina. Ricordo che Roman ha giocato nel Villarreal ed io nel Valencia. Una volta, finita una partita, siamo rimasti a parlare negli spogliatoi finché non se ne sono andati tutti. Succedeva che dopo le gare lui venisse a mangiare a casa mia, o viceversa”.
Pablo Aimar e Lionel Messi con la maglia dell'Argentina

Pablo Aimar: Un Profilo Tra Arte e Sentimento

L’Argentina ha consegnato al calcio pagine di letteratura di cui è facile abusare. Terra dall’irresistibile fascino sanguigno, segnata da un rapporto viscerale con il cuoio, che nei campi di periferia rimbalza incerto e irregolare, come il profilo di molti ragazzi delle villas che li calcano. Quella di Pablo Aimar, è una di quelle storie che ha sofferto il peso e la grandezza di un paese, che ha visto nascere sotto i propri occhi alcuni tra i più grandi interpreti del fútbol. Se l’Europa ti seduce, ti vizia e poi ti abbandona senza soluzione di continuità, il barrio non ti lascerà mai. Ti riaccoglierà senza far sentire quel suono stridulo e aspro del rimpianto. È disposto ad andare persino contro la legge, affinchè tu possa dimenticare tutto il resto. Come ha fatto Oscar Daniel Melero, un artista cordobino che ha scolpito una statua di Pablo Aimar a Rìo Cuarto, sua città nativa. Lo ha fatto senza autorizzazione alcuna da parte delle istituzioni cittadine, per le quali è vietato dedicare un monumento a persone ancora in vita.

Statua di Pablo Aimar a Río Cuarto
La ciudad di Rìo Cuarto, una città di 140.000 abitanti a sud di Cordoba, si è ritagliata il suo piccolissimo spazio nella storia del ‘900 nell’arco di appena trent’anni. Esattamente la distanza che intercorre fra la nascita di Julio Ducuron e Pablo Aimar. Se Ducuron ha iscritto il suo nome nel campo della pittura, l’arte più rappresentativa, possiamo affermare con certezza che da quelle parti la scena artistica del pallone, intesa come arte popolare, sia stata espressa attraverso le gesta calcistiche di Aimar. Julio Ducuron ha sempre pensato la sua arte figurativa come un sentimento soggettivo attraverso cui relazionarsi al mondo. Naturalista convinto, riteneva che il colore desse significato al contesto e non il contrario. Per cui anche un paesaggio di natura morta, realista e apparentemente oggettivo, debba risplendere con toni accesi, luminosi, riempiti di senso e quindi di immaginazione poetica. La tavolozza di Julio, sempre pregna di tonalità vivaci, dipinge perfettamente i tratti distintivi del calcio argentino. Questo suo senso “espressionista”, in grado di racchiudere tutte le percezioni della profondità dell’animo, è stato anche il suo flagello in alcuni momenti decisivi della carriera. Quei momenti in cui razionalismo, e tutto ciò che è percepibile oggettivamente agli occhi, diventano predominanti. Aimar non ha mai concepito la razionalità e il minimalismo nella sua mente come forma espressiva. Ha sempre cercato la concretezza attraverso l’estetica, un abbinamento che, una volta affacciatosi al calcio europeo, ha bisogno di compromessi per manifestarsi.

Non è un caso che la storia calcistica di Aimar sia stata segnata profondamente da sole tre città. Buenos Aires, Valencia, Lisbona: le sole tre piazze che hanno capito la sua esigenza, e che in cambio hanno ricevuto fedeltà e gratitudine. Ho sempre associato i mediocampisti albiceleste ad una milonga invece che ad un tango. La differenza è molto sottile: la milonga ha un passo leggermente più marcato. Predispone un invito al ballo, necessita di adattamento alle diverse caratteristiche del partner. Così come un enganche purisimo fa con i suoi compagni: si adatta a loro per trovare un punto di incontro. Era questo che faceva Aimar, ti cercava, ti consigliava la cosa giusta da fare, te la dava, se la faceva ridare. Senza farti pesare una statura qualitativamente imponente. Come un milonguero che batte il tempo in 2/4, lui controllava il pallone e quello che gli accadeva attorno, fermava il gioco e lo faceva ripartire. In Argentina, la figura dell’enganche, il trequartista che funge da collante fra i reparti, è l’anima del gioco. Significa passione, sentimento, ed Aimar ne è stato uno degli interpreti più brillanti.

Argentina Campeón en el Mundial Sub 20 Malasia 97: Riquelme y Aimar eliminan a Inglaterra y Brasil

Carriera e Palmarès in Sintesi

Pablo César Aimar Giordano è nato il 3 novembre 1979 a Río Cuarto, in Argentina. Ha fatto il suo debutto professionale nel 1996 al River Plate. Esordisce in prima squadra nel 1996, mentre il primo gol lo mette a segno due anni dopo. Nel 1993 entra nel settore giovanile del River Plate. L'anno successivo, sotto la guida del nuovo tecnico Rafael Benítez, Aimar diventa titolare fisso del centrocampo insieme a Rubén Baraja e David Albelda, giocando spesso da trequartista.

Carriera da calciatore:

  • 1996-2000: River Plate
  • 2001-2006: Valencia
  • 2006-2008: Real Saragozza
  • 2008-2013: Benfica
  • 2013-2014: Johor Darul Ta'zim
  • 2015: River Plate
  • 2018: Estudiantes de Río Cuarto (una partita)

Nazionale maggiore: Esordisce con la nazionale maggiore nel 1999. Nello stesso anno viene convocato per la Copa América, mentre tre anni dopo partecipa al Mondiale in Corea del Sud e Giappone, chiusa con una deludente eliminazione nella fase a gironi. Nel 2005 è tra i convocati per la Confederations Cup, dove realizza un gol nella finale persa per 1-4 contro il Brasile. Nel 2006 partecipa al Mondiale in Germania, che vede gli argentini eliminati ai quarti di finale dalla nazionale ospitante. Nel 2007 è tra i convocati per la Copa América, conclusa al secondo posto dopo aver perso la finale per 3-0 nuovamente contro il Brasile. Sono stati gli unici ori conquistati nella sua carriera con la nazionale: in Copa America al massimo si è messo al collo un argento, nel 2007, in finale contro il Brasile. La penultima partita giocata nella sua carriera con la maglia della nazionale.

Palmarès:

  • Con il River Plate: Due Tornei Apertura, un Torneo Clausura, una Recopa Sudamericana.
  • Con il Valencia: Due Campionati Spagnoli (La Liga), una Coppa UEFA, una Supercoppa UEFA.
  • Con il Benfica: Un Campionato Portoghese, quattro Coppe di Lega Portoghesi (Taça da Liga).
  • Con il Johor Darul Ta'zim: Una Super League della Malesia.
  • Con le Nazionali giovanili: Campionato Mondiale Under-20 nel 1997.

Carriera da allenatore:

  • 2017: Commissario tecnico della nazionale Under-17 argentina.
  • 2018: Vice commissario tecnico della nazionale maggiore argentina, al fianco di Lionel Scaloni.
  • Ha ottenuto il tesserino di giornalista pubblicista nel maggio 2023.Quasi 140 assist in poco più di 600 partite è il numero eclatante di una carriera a servizio della qualità, enganche purissimo e interprete di un ruolo mai banale.Non mi piace stare al centro dell’attenzione, la cosa mi mette a disagio. Alla domanda su una possibile partita d’addio al Monumental, ha risposto citando il suo ex compagno Fabian Ayala, giocatore di tempra eccezionale di cui nutre grande ammirazione. Recentemente hanno destato parecchia attenzione alcune sue dichiarazioni - e questo è qualcosa di molto insolito - in merito alla passione sportiva del calcio amatoriale, a detta sua di gran lunga più coinvolgente di quella del calcio professionistico. È lì che, secondo lui, si conserva un certo attaccamento ai valori di questo sport, con tutte le problematiche e le contraddizioni che si porta dietro una cancha di periferia. Aimar lascia il ricordo di una persona estremamente lucida, che talvolta sorprende per la sua umanità spontanea.

Leggenda del River, star del Valencia di Benitez, idolo dei tifosi del Benfica: la carriera dell'amico e rivale di Riquelme, un esempio fino in fondo.

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