Politiche di Maternità e Congedo Parentale in Svezia: Un Modello di Pari Opportunità e Innovazione

La Svezia si erge come un laboratorio di eccellenza nel campo delle politiche di welfare, un vero e proprio regno delle pari opportunità. Questo approccio si manifesta con particolare chiarezza nell'ambito delle politiche di maternità e, più ampiamente, dei congedi parentali. Mentre in molti Paesi si registrano tassi di occupazione e di natalità bassi, la Svezia è costantemente in cima a tutte le classifiche per quanto riguarda il tasso di fertilità e l'occupazione femminile. Questo successo non è casuale, ma è il risultato di un sistema raffinato e in continua evoluzione, forgiato nell'arco di quarant'anni, che pone al centro l'uguaglianza di genere e il supporto alla genitorialità.

Mappa della Svezia che evidenzia la posizione del paese

Il Modello Svedese di Congedo Parentale: Un Sistema Generoso e Strutturato

Il cuore delle politiche familiari svedesi è il sistema di congedi parentali, che si distingue per la sua generosità e la sua attenta distribuzione. In Svezia, le famiglie con un neonato o un bambino adottato hanno diritto a un totale di 480 giorni di congedo parentale pagato. Questi giorni possono essere utilizzati fino al dodicesimo anno di età del bambino o della bambina. Nel caso di un parto gemellare, vengono aggiunti centottanta giorni per ogni bambino "in più", a testimonianza della flessibilità del sistema.

Dei 480 giorni complessivi, 390 sono pagati come giorni di malattia, fino a un massimo di circa 91 euro al giorno, mentre i restanti 90 giorni sono di indennità minima, pari a circa 16 euro al giorno. Entrambi i genitori ricevono insieme questa indennità parentale per ogni figlio, e la distribuzione tra loro è a scelta, con la possibilità di trasferire fino a un massimo di 150 giorni da un genitore all'altro. Tuttavia, almeno 90 giorni sono riservati in esclusiva alla madre e altrettanti 90 giorni al padre, con la clausola che chi non li prende, li perde. Questa configurazione è fondamentale per incentivare una condivisione equa delle responsabilità genitoriali.

È importante notare che i giorni di congedo non possono essere presi contemporaneamente da entrambi i genitori nella maggior parte dei casi. Esiste però un'eccezione significativa: durante il primo anno di vita del bambino, entrambi i genitori hanno la possibilità di usufruire del congedo parentale nello stesso periodo per un massimo di 30 giorni, i cosiddetti "giorni doppi". Questa previsione è stata pensata per permettere ai genitori di affrontare insieme la fase iniziale della vita del neonato, creando un forte legame familiare fin da subito. Inoltre, a ridosso della nascita, a ogni lavoratore svedese sono concessi dieci giorni di paternità "al netto" del congedo parentale complessivo.

Infografica sulla distribuzione dei giorni di congedo parentale in Svezia

Questo sistema garantisce congedi parentali lunghi più di un anno, pagati all’80% dello stipendio. Molte aziende, poi, integrano questa percentuale, arrivando a garantire al dipendente fino al 90-100% dello stipendio effettivo, rendendo l'opzione del congedo economicamente sostenibile per le famiglie. Un elemento cruciale di questo modello è la forte accettazione culturale e aziendale: "è spesso incoraggiato sia dall’azienda che dalla società (famiglia, amici, conoscenti…) a prendere il congedo", come sottolineato da un dirigente industriale. Ciò evidenzia come la legge sia supportata da un humus sociale che ne favorisce l'applicazione e l'efficacia.

L'Evoluzione Storica e il Ruolo Decisivo delle Quote di Genere

La Svezia è stata pioniera in questo campo. Nel 1974, la Svezia è stata il primo Paese al mondo a introdurre uno schema di congedi parentali gender-neutral. Inizialmente, questa legge era uguale per donne e uomini, un passo storico e unico a livello internazionale in quanto fino ad allora questa opportunità non era mai stata offerta agli uomini. Secondo questo sistema, entrambi i neo-genitori avevano diritto a sei mesi di congedo retribuito, da distribuire tra la coppia, dopo la nascita di ogni figlio. All'inizio, la percentuale di congedo di paternità fruita dai padri raggiungeva solo lo 0,5%.

Tuttavia, il sistema ha subito modifiche e ampliamenti significativi nel corso del tempo. La durata del congedo è progressivamente aumentata a quindici mesi nel 1989 e, infine, a sedici mesi (quattrocentottanta giorni) nel 2002. L'introduzione delle quote "dedicate" è stata una svolta decisiva. Nei primi anni di introduzione del congedo parentale, infatti, pochissimi padri ne facevano uso. La svolta è avvenuta nel 2015, quando i mesi di congedo retribuito obbligatorio per i neo-papà, così come per le neo-mamme, diventarono tre, inserendosi all’interno dei quattrocentottanta giorni di permessi condivisi tra madri e padri per ogni figlio nato. Di base, questi sedici mesi vengono forfettariamente divisi a metà tra i due genitori, ma i tre mesi "riservati" a ciascun genitore non possono essere trasferiti e vanno persi se non utilizzati.

Questa politica delle quote ha avuto un impatto straordinario: "le statistiche dicono che nove padri su dieci usano il congedo […] per una media di tre mesi e 19 giorni". Se nel 1974 solo il 2,5% dei papà prendeva il congedo parentale, oggi "siamo sopra il 70%", e "dei 480 giorni ne vengono presi dai padri più di un quinto, quindi ben oltre quei 60 “riservati” ai papà, che altrimenti vanno persi". Ancora prima dell’introduzione del congedo di paternità vero e proprio durante gli anni Novanta, circa la metà dei neo-papà usufruì dei congedi previsti. Dall’introduzione del primo mese di congedo di paternità, circa l’80% dei padri ha iniziato a beneficiarne. Nel 2013, la percentuale aumentò fino a toccare il 90%.

La proporzione della quantità di giorni di congedo presa tra padri e madri, sebbene meno equilibrata di quanto si possa pensare per un sistema gender-neutral, mostra comunque dati positivi. Se nel 1989 i neo-papà prendevano solo il 7% dei giorni totali spettanti, nel 2021 questa cifra è aumentata al 30%. La percentuale di coppie che condividono i congedi parentali in maniera equa (intesa come almeno al 40-60%) sta continuamente aumentando. Questo dimostra che i cambiamenti culturali, sebbene lenti, "possono essere sollecitati" e che "la legge sulle quote di genere nei CdA lo ha dimostrato".

Svezia, una marcia in più: congedo parentale retribuito a parenti o amici

L'Impatto delle Politiche Svedesi su Lavoro Femminile e Pari Opportunità

I risultati di queste politiche sono tangibili e vanno ben oltre la mera divisione dei giorni di congedo. Il modello svedese ha permesso alla Svezia di raggiungere le migliori statistiche europee in fatto di donne, soprattutto per quanto riguarda l'occupazione femminile. Un aspetto particolarmente significativo è l'aumento medio di stipendio di una donna quantificato in un 7% per ogni mese di congedo preso dal marito. Questo indica un chiaro beneficio economico per le donne che possono contare su una maggiore condivisione delle responsabilità familiari.

In generale, la generosa e ben distribuita struttura dei congedi parentali genera una maggiore divisione dei ruoli tra madri e padri all’interno dei nuclei familiari, alleggerendo le madri da quelli che sono tradizionalmente considerati i loro compiti. Parallelamente, questo modello permette alle madri di reinserirsi prima e più facilmente nel mondo del lavoro, contribuendo a ridurre il gap lavorativo di genere. Gli studi hanno dimostrato inoltre che il congedo di paternità ha numerosi vantaggi anche per i figli e per i padri stessi. I bambini che crescono con una figura paterna molto presente saranno più sicuri e corrono meno rischi di soffrire di problemi psicologici e disturbi comportamentali. Inoltre, gli studiosi sostengono che fa bene anche al padre, che sta meglio di salute e diventa più saggio.

Il fatto che più padri scelgano di stare a casa con i bambini è un grande passo per una società basata sull’uguaglianza di genere. Le possibilità per i padri di rimanere a casa con i figli hanno nel tempo portato ad un cambiamento nel modo in cui gli uomini svedesi si relazionano alla famiglia e alla genitorialità. Questa trasformazione culturale è ulteriormente stimolata dalla società stessa. Ad esempio, la creazione di gruppi di papà è incentivata già al corso pre-parto, e gli spazi dei reparti neonatali sono pensati per facilitare gli incontri tra neo-padri. "È come se la società volesse facilitare e stimolare l’essere padri", un processo che contribuisce a rafforzare la partecipazione maschile nella cura dei figli.

Il Contesto Culturale e i Servizi per l'Infanzia a Supporto

Al di là delle normative, un fattore cruciale che distingue la Svezia è il suo contesto culturale. "Rispetto all’Italia e all’Europa meridionale, in Svezia, non esiste un sistema familistico particolarmente forte. La cultura e la società sono organizzate intorno all’idea di conciliazione vita-lavoro come valore condiviso", spiega Andersson. Questo si traduce in una grande flessibilità: "Per esempio, capita che esca dall’ufficio alle 15.30, vada a prendere mia figlia al nido e poi riprenda a lavorare da casa", conferma Chieppa. Questa mentalità permea anche l'atteggiamento delle aziende, che stimolano i padri a usufruire del congedo, sia che si tratti di impiegati o di dirigenti.

Un altro pilastro fondamentale del sistema svedese è l'ampio capitolo dei servizi per l'infanzia, a cominciare dagli asili nido. In Svezia, la copertura di posti nei servizi per l’infanzia 0-2 anni è sopra i 54 posti ogni 100 bambini, un dato nettamente superiore a quello di molti altri Paesi. Questi servizi sono ampi e spesso gratuiti per tutti, e si accompagnano ad assegni specifici per i redditi bassi. Questa infrastruttura di supporto è essenziale per la conciliazione vita-lavoro, alleviando le famiglie dal peso della ricerca e del costo di soluzioni private per la cura dei figli. Nel 2019, una ricerca dell’Unicef ha messo a confronto le politiche per la famiglia tra i Paesi UE, esaminando la prestazione di ciascun Paese sulla base di quattro parametri, e il risultato ha visto la Svezia al primo posto della classifica, seguita da Norvegia e Islanda.

Il rispetto per i padri in Svezia sembra continuare anche in caso di separazione o divorzio, una tendenza degli ultimi anni. Secondo l’Istituto centrale di statistica, in Svezia circa un milione di coppie di genitori ha figli tra 0 e 17 anni, e circa 200 mila di queste comprendono papà separati o divorziati. Nel 92% dei casi l’affidamento prevede che i figli passino del tempo con entrambi i genitori, ad esempio alternando weekend lunghi con il padre. Si predilige sempre più l’affidamento ad entrambi i genitori, con i figli che passano il 50% del tempo con ognuno, di solito una settimana con la mamma e una con il papà, confermando l'importanza della presenza di entrambi i genitori nella vita dei figli.

Le Sfide Attuali: Il Calo delle Nascite e le Nuove Politiche di Flessibilità

Nonostante l'eccellenza delle sue politiche, anche la Svezia deve confrontarsi con nuove sfide. Negli ultimi anni, infatti, anche in Svezia le nascite sono in calo. Nel 1990 il tasso di fecondità svedese era di 2,13 figli, in media, per donna, sopra il tanto agognato tasso di sostituzione necessario per mantenere una popolazione stabile. Il dato è poi sceso fino a 1,57 nel 2001, è nuovamente risalito nel 2009 per poi intraprendere un nuovo calo. Questo fenomeno non è isolato, come spiega Rossetti: "il calo dei tassi di natalità è da tempo oggetto di discussione nell’Europa meridionale e orientale", ma "negli ultimi anni, tendenze simili si sono manifestate anche tra i nostri vicini nordici". La sua spiegazione è "un ambiente di crescente incertezza" dettata forse dalla crisi climatica e dalla situazione internazionale. Il calo riguarda diversi paesi dall'elevata fecondità, come appunto i Paesi nordici e alcuni anglosassoni, e in Svezia non interessa nessun gruppo socio-economico nello specifico: "È qualcosa che riguarda tutti. Le coppie si formano come prima, ma non fanno il primo figlio. O, almeno, non bastano da sole."

Per affrontare queste nuove dinamiche, il sistema svedese continua a evolvere, dimostrando la sua capacità di adattamento. Una delle riforme più recenti e innovative, attuata il 1° luglio, riguarda la possibilità di trasferire i giorni di congedo parentale retribuito a parenti o amici. Le nuove norme svedesi consentono ai genitori di trasferire fino a 45 giorni del loro congedo retribuito a una persona che non è il tutore legale del bambino, a condizione che la persona sia assicurata per l'indennità parentale, come la maggior parte delle persone in Svezia. L'obiettivo della nuova legge è "dare maggiore flessibilità e maggiori opportunità ai genitori e di rendere più facile conciliare la vita familiare con quella lavorativa".

Un esempio concreto di questa flessibilità è offerto dalla storia di Maria Karlsson, che vive a Stoccolma con il figlio Liam di 3 anni. Lei è "stata felice di sapere della nuova legge". Sua madre, Zhor Karlsson, ex dipendente dell'Agenzia svedese delle assicurazioni sociali e ora in pensione, la aiuta e la sostiene da quando è nato Liam. "Per esempio, io aiuto due volte a settimana. È quasi una routine. Ma se devo prendermi cura di lui per un’intera settimana se si ammala, è bene che si ottenga questo assegno parentale", ha detto Zhor. Maria ha trasferito una decina di giorni a Zhor tramite il sito web dell'agenzia di assicurazioni sociali per provare il nuovo schema. Questa misura non solo offre un supporto concreto alle famiglie, ma riconosce anche il ruolo prezioso dei nonni e della rete familiare allargata nella cura dei bambini, consentendo loro di ricevere un compenso per l'assistenza prestata. Tuttavia, il beneficiario dell'indennità parentale non può cercare lavoro o studiare durante il periodo in cui riceve l'indennità parentale, e le autorità sono pronte a contrastare le frodi.

Il Dibattito sull'Utilizzo del Congedo Paternità: Il Caso di Perugia

Un aspetto che solleva interrogativi e dibattiti, persino in un Paese all'avanguardia come la Svezia, riguarda il modo in cui i padri dovrebbero impiegare il tempo dedicato al congedo. Questa discussione ha avuto risalto anche in Italia dopo una sentenza che ha reintegrato un papà licenziato perché nella giornata di congedo si era dedicato a fare la spesa. Nel 2022, un uomo di Perugia, padre di una bimba di 2 anni, chiese e ottenne tre giorni di congedo parentale dall’azienda per cui lavorava. A seguito di indagini, il datore di lavoro scoprì che in quei tre giorni il dipendente, dopo avere accompagnato la figlia all’asilo, aveva fatto la spesa al supermercato e poi aveva trascorso il resto della giornata a casa. Per questo motivo, fu licenziato con l'obiezione che avesse usato in modo inappropriato il tempo del congedo.

L’episodio è paradossale, ma tocca una questione fondamentale: è più proficuo che i padri trascorrano un periodo prolungato a casa, a prendersi cura della prole al posto della madre che torna al lavoro, per acquisire competenze genitoriali in autonomia? Oppure che rimangano a casa in contemporanea con la partner, per accudire insieme il figlio o la figlia? Alessandro Volta, pediatra della AUSL di Reggio Emilia, osserva che "sicuramente è importante che i padri facciano esperienza diretta di accudimento in autonomia, per sviluppare le proprie competenze genitoriali", ma "non è necessario che interagiscano in ogni momento con il figlio o la figlia, così come la madre in congedo nel corso della giornata si occupa di diverse incombenze". Questo porta alla conclusione che l’obiezione mossa al lavoratore di Perugia non era corretta.

Coppia di genitori che si prendono cura del neonato

Volta aggiunge che "è anche utile che madre e padre prendano contemporaneamente un periodo di congedo: così si affina la loro collaborazione, si costruisce il gioco di squadra e si rafforza l’alleanza genitoriale". Questo approccio aiuta anche a prevenire problemi come la depressione post partum o il burnout, che possono colpire le madri che rimangono isolate a casa. La flessibilità è un valore chiave: "Dettare in modo troppo rigido le regole di utilizzo dei congedi parentali è controproducente". È importante lasciare alle coppie la libertà di organizzarsi in funzione delle loro risorse, delle esigenze e delle condizioni lavorative di ciascun partner, tenendo conto delle diverse situazioni familiari e professionali. Ad esempio, per una madre continuare ad allattare alla ripresa del lavoro è difficile, ma a volte è fattibile, per esempio se lavora in un’azienda a conduzione familiare e può portare con sé il bambino o la bambina oppure dispone di un nido aziendale. Ci sono anche professioni per cui prendere un congedo prolungato è un problema, anche in Svezia dove il congedo è ben retribuito, ad esempio nei posti dove l’assenza rischia di far perdere clienti al genitore lavoratore.

Svezia vs. Italia: Un Confronto tra Due Modelli

Il confronto tra il modello svedese e quello italiano rivela differenze profonde, non solo nelle politiche, ma anche negli esiti e nelle filosofie sottostanti. "È più semplice fare figli in Svezia o in Italia?", ci si chiede. In Italia, abbiamo il tasso di occupazione e di natalità più bassi in Europa. Dati allarmanti mostrano che "il 37% delle madri tra i 25 e i 49 anni risulta inattivo mentre il 14% abbandona il lavoro nel primo anno di vita del figlio". Dei quasi 38mila genitori di bimbi fino a 3 anni che l’anno scorso hanno lasciato il lavoro, il 79% sono donne e l’82,4% di loro lo ha fatto per impegni familiari, assenza di un nido o per il suo costo eccessivo. Il gap lavorativo tra uomini e donne in Italia raggiunge i 20 punti percentuali.

Il congedo di paternità in Italia è stato introdotto solo di recente ed è ancora esiguo rispetto agli standard europei. Dal 2021, i giorni di congedo retribuiti nel nostro Paese sono passati da sette a dieci, grazie alle direttive europee che hanno fissato a dieci il numero minimo di giorni per i congedi di paternità. "In Italia il congedo parentale è stato introdotto in via sperimentale e confermato lo scorso dicembre ma con una tempistica a dir poco ridicola (2 giorni di astensione obbligatoria dal lavoro più 2 giorni di congedo facoltativo da utilizzare alternativamente alla madre in astensione obbligatoria)". "In compenso, abbiamo introdotto negli anni bonus bebè vari ed eventuali e altre mancette che non risolvono certamente i problemi di conciliazione, tutti a carico delle donne". Questo approccio, basato su "bonus, voucher e assegni una tantum", lascia "un senso di precarietà e non danno ai genitori la sicurezza necessaria per creare una famiglia". Al contrario, la Svezia ha affrontato il problema del calo della natalità negli anni Novanta con "provvedimenti strutturali aggiuntivi semplici e non frammentari, oltre alle misure di welfare già in vigore come asili nido e sanità gratuiti, sia per i bambini sia per le mamme".

La copertura dei servizi per l'infanzia è un'altra area di forte contrasto. Mentre in Svezia il 50 per cento dei bambini di età 0-3 anni frequenta l’asilo, in Italia solo il 29 per cento (dati Eurostat, 2017). Di conseguenza, le famiglie italiane ricorrono, ove possibile, all’aiuto dei nonni e affidano i figli alle cure dei parenti, un segno di un "sistema familistico particolarmente forte" che, se da un lato offre supporto, dall'altro può perpetuare ruoli di genere tradizionali e limitare l'autonomia delle donne."L’Italia, invece, punta su detrazioni fiscali e trasferimenti per compensare la carenza e i costi elevati dei servizi", spiega la professoressa dell’Università Cattolica. "In pratica, la coperta del bilancio pubblico italiano è corta, non è in grado di coprire tutti coi servizi e, quindi, lo Stato fa quel che può con altre politiche, non universali." Purtroppo, la recente revisione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha abbassato gli obiettivi per gli asili nido e le scuole dell’infanzia, riducendo il target da 264.480 a 150.480 posti, un segnale preoccupante per le politiche familiari italiane.

La Svezia, d'altra parte, è "uno dei precursori europei nel fornire una serie di politiche familiari per sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso la promozione della parità di genere", come ribadisce Luppi. Il suo modello, con "poche misure, rivolte a tutta la popolazione, aventi come condizione l’età del figlio a carico", si contrappone alla frammentarietà delle politiche italiane. Nonostante le migliori condizioni economiche della Svezia (con un debito pubblico molto basso e una popolazione di dieci milioni, che aiutano il sistema di welfare a funzionare meglio), è "la qualità del welfare svedese a fare la differenza". Questa qualità si traduce in investimenti pubblici in "misure di aiuto concreto alle famiglie come il congedo parentale e gli asili nido posti direttamente sul luogo di lavoro dei genitori", non solo in bonus e assegni una tantum.

Grafico comparativo tassi di natalità Svezia vs Italia

Il calo dei tassi di natalità è da tempo oggetto di discussione nell’Europa meridionale e orientale, ma che negli ultimi anni, tendenze simili si sono manifestate anche tra i vicini nordici. "In Svezia nascono sempre meno bambini, mentre l’età media delle madri al primo parto si alza". Nonostante questo calo recente, "il caso svedese può essere comunque preso ad esempio. E alcuni Paesi già lo hanno fatto". "In Germania ci ho lavorato quando il Paese ha deciso di basarsi sul modello nordico, con una quarantina d’anni di ritardo", ricorda Andersson. In media, nel 2001, le donne tedesche facevano 1,39 figli che, nel corso degli anni, sono andati aumentando fino a raggiungere l’1,58 nel 2021. "La Germania, di fatto, ha copiato la Svezia, ma riadattando il modello svedese secondo le specificità tedesche".

Il divario tra Italia e Svezia, come evidenziato dai dati sulla fertilità (1,67 figli per donna in Svezia contro 1,21 in Italia nel 2021), e la percentuale di padri che usufruiscono del congedo parentale (molto bassa in Italia, con stereotipi sulla divisione del lavoro in famiglia ancora fortemente radicati), sottolineano la necessità di un cambiamento strutturale e culturale in Italia. Alessandro Volta evidenzia che in Italia c’è ancora molto lavoro da fare: "aumentare la retribuzione del genitore che si assenta dal lavoro, che al momento in Italia è appena del 30%, e poi offrire più servizi educativi di qualità a prezzi non proibitivi, prevedere delle facilitazioni economiche e fiscali per le famiglie con figli". La parità è utile anche perché porta le madri a vedere i propri bambini non come un peso di cui dovranno farsi carico da sole, ma come una responsabilità da condividere. Sebbene il dibattito italiano si muova più nell'ossessione per l'incremento delle nascite, la lezione svedese suggerisce che politiche strutturali di supporto e condivisione sono la chiave per una genitorialità più serena e per una società più equa.

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