La macchina da scrivere non è un semplice strumento come tanti: ha rappresentato un’epoca e il suo fascino sembra essere senza tempo. Non è azzardato dire che le sue radici sono italiane e che, grazie all’ingegno e alle capacità di Camillo Olivetti, nel ‘900 l’Italia tornò ad essere avanguardia nel campo della scrittura meccanica. Fino alla digitalizzazione della scrittura, che portò nuovamente il centro di tutto oltreoceano.

Le origini: dal Cinquecento ai pionieri italiani
I primi tentativi per costruire uno strumento di scrittura meccanica risalgono alla seconda metà del Cinquecento. A quell’epoca, Venezia era sicuramente il più importante centro editoriale, la casa di tantissimi librai alle prese con le strette inquisitorie, che censuravano e disciplinavano la cultura letteraria italiana secondo i dettami ecclesiastici. In quella cornice, proprio trai canali della Repubblica di Venezia, l’editore e tipografo italiano Francesco Rampazetto si inventò il primo congegno meccanico che si avvaleva di caratteri in rilievo per scrivere. Nel 1575, primo al mondo, cercò di far corrispondere i ciechi per mezzo di una speciale scrittura da lui attezzata “scrittura tattile”, costituita da dadi di legno montati su aste e recanti caratteri in rilievo formati da aghi metallici che, premuti, foravano il foglio lasciando incise le lettere.
Nei due secoli successivi, fino ad arrivare a una parziale svolta che avviene nella seconda metà del XIX secolo, si calcolano cinquantadue personalità che -in diversi paesi, con modalità e finalità differenti- costruirono ingegnosamente un qualche tipo di macchina da scrivere. Tra i nomi più importanti c’è ancora un italiano, Giuseppe Ravizza che, seppur laureato in Legge, dedicò tutta la sua vita non ai temi giuridici, ma allo studio del problema della scrittura a macchina. Nel 1837 iniziò così a costruire il suo cembalo scrivano. La straordinaria opera di ingegneria di Ravizza non gli bastò comunque per vedere il trionfo del suo cembalo scrivano; quando morì nel 1885 a Livorno, la macchina da scrivere ancora non aveva conquistato la società italiana.
Dalle ricerche effettuate sino ad ora, e in base alla nostra ricostruzione complessiva, riteniamo corretto asserire che il primo inventore di una macchina per scrivere così come la concepiamo oggi, di certo il primo italiano, sia stato il conte Agostino Fantoni di Fivizzano (Massa Carrara) che, nel 1802, inventò uno strumento di scrittura poi perfezionato da Pellegrino Turri, conoscente di famiglia. Nel 1802 a Fivizzano (MS) il conte Agostino Fantoni (nipote di Giovanni Fantoni Labindo) inventò "una preziosa stamperia" e cioè una macchina per scrivere, che fu la prima o una delle prime (al mondo) a stampare in modo simile a quanto fa una moderna macchina per scrivere. "Ingegnosissima invenzione con cui si è reso caro e memorabile all'Umanità" (dalla lettera di Baldassare Vetri in Pisa 29/5/1802). Alcune di queste lettere che sembrano scritte veramente da una moderna macchina per scrivere si possono vedere e consultare presso l'Archivio di Stato di Reggio Emilia. Le lettere sono impresse con un inchiostro tipo carta carbone; quindi anche in questo esiste un primato: l'uso della prima carta carbone.
Il fermento del XIX secolo e la svolta americana
Nel 1823 Piero Conti di Cilavegna (Pavia) realizzò il “tacheografo”: dal greco significa “che scrive in fretta”. Successivamente, nel 1827, Pietro Conti costruì il tacheografo. Nel 1830 fu la volta di Celestino Galli di Carrù con il suo potenografo e, nel 1837, Giuseppe Ravizza di Novara iniziò la costruzione di prototipi che perfezionò in seguito. In Sud Tirolo (oggi Alto Adige) Peter Mitterhofer, falegname e carpentiere con doti di inventore, tra il 1864 e il 1869 costruì cinque modelli di macchine da scrivere, di cui i primi due in legno. Mitterhofer si recò a piedi da Parcines a Vienna, per consegnare la sua invenzione all’imperatore Francesco Giuseppe. Il sovrano e i suoi esperti, però, non colsero l’importanza commerciale del prototipo.
Fu proprio il cembalo scrivano inventato da Ravizza a dare l’impulso a diversi studiosi e inventori americani. In questo senso, un contributo fondamentale per la messa a punto del congegno fu quello di Christopher Latham Sholes (Mooresburg, 14 febbraio 1819 - Milwaukee, 17 febbraio 1890) che, insieme ad alcuni soci, ne iniziò la costruzione e la vendita a livello imprenditoriale. Siamo a cavallo tra il 1873 e il 1874. Il suo brevetto è datato 23 giugno 1868 e da questa data fino alla messa in produzione ci furono anni di progettazione e miglioramento. La macchina da scrivere Sholes and Glidden (conosciuta anche come Remington No. 1) è stata la prima macchina per scrivere di successo commerciale: nel 1865 Philo Remington trasformò in società per azioni la E. Remington and Sons, fabbrica d'armi, e volle diversificare la sua produzione.

Sholes trovò una migliore disposizione dei tasti distanziandoli maggiormente tra loro. In questo modo, l’azionamento delle leve non provocava l’attrito tra le lettere utilizzate della tastiera. Le prime cinque lettere in alto a sinistra formavano la parola “qwerty” e proprio così vennero chiamati i primi modelli che furono prodotti a livello industriale negli Stati Uniti dall’industria bellica Remington. La Qwerty della Remington può essere considerata la prima macchina da scrivere che conquistò la società di massa americana. La QWERTY inizialmente scriveva solo a caratteri maiuscoli e “alla cieca per il dattilografo”, perché il carattere batteva sotto il rullo e non di fronte: gli eventuali errori di battitura si scoprivano a fine pagina alzando il rullo.
L'affermazione industriale e il contributo di Olivetti
Nei primi del ‘900, la Underwood (che già produceva nastri inchiostrati) comprò il brevetto dell’inventore tedesco Franz Xavier Wagner, il quale aveva migliorato le funzionalità introducendo la scrittura frontale. Si superava così un grande difetto dei primi modelli in cui il carattere batteva sotto il rullo, non permettendo di conseguenza al dattilografo di scorgere eventuali errori prima della fine della redazione. È in questo contesto di dinamismo e vivacità che si inserisce Camillo Olivetti. Il suo grande ingegno gli permise infatti di “tradurre” quelle invenzioni dall’America all’Italia, riportando qui l’avanguardia tecnologica, prima nel campo della produzione di strumenti di misura e poi anche delle macchine da scrittura.
La presentazione della prima Olivetti (M1) all’Esposizione universale di Torino nel 1911 rappresenta sicuramente un fatto storico importantissimo. A livello estetico, il modello era molto simile a quello prodotto da Underwood, ma una serie di miglioramenti e perfezionamenti consentivano una funzionalità migliore e innovativa della macchina. Dal 1911 al 1920, Olivetti produsse all’incirca seimila macchine M1 in Italia. Nel 1920, il modello Olivetti entrò poi anche nei mercati internazionali. Il modello Olivetti rimase all’avanguardia a livello mondiale fino al secondo Dopoguerra, con un’evoluzione straordinaria sia in termini di innovazione tecnologica che di design.
Lettera22_il documentario su Adriano Olivetti
L'emancipazione sociale attraverso la scrittura
Prima dell’invenzione della macchina per scrivere venivano riservate all’universo femminile opportunità lavorative davvero limitate. L’invenzione della macchina per scrivere e la sua lenta ma inesorabile introduzione negli uffici diede invece alle donne un vero e proprio volàno occupazionale nel settore terziario, con una conseguente ricaduta positiva sia sul piano sociale, che a livello di indipendenza economica. Del resto la stessa figlia Lilly aveva approfittato della nuova opportunità imparando a battere a macchina, sotto dettatura dell’illustre padre, le lettere che questi inviava ad amici e colleghi. Viene considerata ancora oggi la prima dattilografa della storia.
Non a caso nel 1932 si meritò a posteriori l’epiteto di “salvatore delle donne”, per i profondi cambiamenti sociali indotti sull’universo femminile del mondo occidentale. Già nel 1910 l’81% dei dattilografi professionisti era rappresentato dal gentil sesso. La macchina per scrivere si rivelò da subito uno strumento perfetto per le nuove impiegate, quasi fosse stato costruito su misura per le mani di una donna, snelle e veloci, quindi in grado di adattarsi meglio ai tasti stretti delle prime tastiere. Per scrivere con continuità e senza errori erano inoltre necessarie doti prettamente femminili quali la precisione, la pazienza, la perseveranza e lo spirito di sacrificio.
L'evoluzione tecnologica: dall'elettromeccanica all'elettronica
Verso la metà degli anni ’70 più del 35% del fatturato del Gruppo Olivetti proviene dalla vendita di macchine per scrivere meccaniche ed elettriche. Nell’automazione dell’ufficio, la domanda delle imprese si orienta piuttosto verso i prodotti elettronici: minicomputer, microcomputer e anche macchine da calcolo e contabili rivitalizzate dalla tecnologia elettronica. La ET 101 usava per la stampa il sistema a margherita intercambiabile che offriva buona qualità e velocità. Non c’era né video, né display, ma una memoria di riga consentiva di correggere le ultime parole digitate.
Nel 1961, l'americana IBM sviluppò la Selectric, una macchina per scrivere elettromeccanica dotata di un unico elemento di scrittura a sfera in grado di offrire una velocità massima di battuta superiore alle contemporanee macchine a martelletti. Una macchina per scrivere elettronica è invece simile a un computer molto semplificato ed è dotata come tale di una scheda madre, che è l'unità di elaborazione centrale, dispositivi di input (tastiera elettronica) e di output (gruppo stampa) e una memoria, per quanto piccola. Nella seconda parte degli anni ’80 il continuo rinnovo dei modelli, il miglioramento delle prestazioni e l’eccellenza del design, sollecitano la domanda, ma le condizioni del mercato cominciano a diventare più difficili.

Il mito della chiocciola e la modernità
È nata nel XXI secolo la chiocciola? No di certo. Molte macchine per scrivere di fine Ottocento ne facevano già uso. Le sue origini sono invece tutte italiane e risalgono a cinque secoli fa. Una chiocciola esattamente uguale alla foggia che conosciamo e usiamo quotidianamente compare già in alcuni scritti commerciali e lettere di mercanti veneziani del Cinquecento. Come ha fatto a diventare il famoso logogramma adoperato per la posta elettronica che tutti conosciamo? Grazie a uno dei padri di Internet, l’ingegnere americano Ray Tomlinson (1942-2016): è stato proprio lui il primo a individuare un sistema di posta elettronica nel senso moderno del termine.
L’introduzione delle macchine per scrivere nel mondo degli affari e del commercio ha poi inevitabilmente ampliato l’uso di questo segno grafico. Già nella Caligraph no. 2, prodotta dalla American Writing Machine Company a partire dal 1883, compare sulla tastiera il tasto della chiocciola. Qualche anno più tardi fa il suo ingresso nella tastiera della mps Lambert del 1902, prodotta dalla Lambert Typewriter Company di New York.
La macchina da scrivere oggi: oggetto di culto e resistenza
Il 26 aprile del 2011 il Corriere della Sera pubblicava l’epitaffio di uno strumento che ha rivoluzionato la storia della scrittura. “Nei giorni scorsi ha chiuso i battenti in India la Godrej & Boyce, l’ultima azienda al mondo che produceva macchine per scrivere”. Quella notizia, però, altro non era che una bufala e si era diffusa paese per paese proprio per via di quel “copia e incolla” di cui oggi tanti giornalisti cadono vittima. Infatti, ancora oggi “resistono” alcune realtà che producono macchine da scrivere in Cina e ci sono diversi contesti in cui questo strumento continua ad essere un’alternativa valida al computer.
Basti pensare alla scena da film americano coi servizi segreti intenti a battere su macchina (le macchine da scrivere sono infatti a prova di hacker). Oggi, quasi più nessuno la utilizza ma è diventata un oggetto di culto tanto che, di certi modelli, si trovano ancora i nastri. Le macchine da scrivere non sono solo strumenti del passato, ma anche opere d'arte che raccontano la storia della scrittura e della tecnologia, regalandoci un'esperienza di scrittura unica e irripetibile. Le antiche macchine da scrivere sono testimoni di un'epoca che, pur essendo tecnologicamente superata, non smette di affascinare.
Le macchine da scrivere sono state progettate per durare. Realizzate in metallo solido e con meccanismi complessi ma robusti, sono costruite per resistere all’usura e per offrire una lunga vita operativa. Alcuni modelli di macchine da scrivere prodotte negli anni '30 o '40 sono ancora perfettamente funzionanti, nonostante il passare del tempo. Scrivere su una macchina da scrivere è un'esperienza che non può essere replicata con una tastiera moderna. Ogni lettera che viene stampata sulla carta è il risultato di un’azione meccanica che coinvolge il battito del dito e il movimento fisico del tasto. Il suono ritmico delle leve che colpiscono la carta ha un certo fascino e può rendere la scrittura un’esperienza più meditativa e consapevole.