Lucia Del Mastro e la rivoluzione nella preservazione della fertilità nel tumore al seno

La gestione del tumore al seno nelle pazienti giovani rappresenta una delle sfide più complesse dell’oncologia moderna. Non si tratta solo di una battaglia contro una neoplasia, spesso di natura aggressiva, ma di un percorso che deve integrare la necessità clinica di cura con il desiderio profondo di maternità e la qualità della vita futura. Grazie all’instancabile lavoro di ricerca clinica, in particolare quello coordinato dall’Università di Genova e dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, oggi il panorama è mutato radicalmente. La preservazione della fertilità femminile non è più un tabù, né una procedura considerata rischiosa, ma un pilastro fondamentale del percorso oncologico.

rappresentazione stilizzata di un team di ricerca oncologica in un laboratorio all'avanguardia

Una nuova consapevolezza nelle donne under 40

Le donne under 40 colpite da tumore mammario sono sempre più interessate alla preservazione della fertilità. Il 25%, infatti, accetta di sottoporsi a trattamenti per il congelamento degli ovociti prima dell’inizio dei cicli di chemioterapia. Il tumore al seno non deve essere considerato come una malattia che interessa solo le donne in menopausa o over 65. In Italia, circa un caso su dieci colpisce donne under 40, mentre il tumore al seno rappresenta più del 40% di tutti i tumori diagnosticati prima dei 50 anni.

Solitamente sono neoplasie aggressive la cui gestione risulta complessa non solo da un punto di vista clinico, ma anche psicologico, proprio per le diverse esigenze che presenta una giovane donna, inclusa la necessità di ottenere una gravidanza dopo la malattia e i trattamenti anti-tumorali. Lucia Del Mastro, Professore Ordinario e Direttore della Clinica di Oncologia Medica dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, sottolinea con forza l’importanza della prevenzione: "Le possibilità di guarire, se la diagnosi è precoce, sfiorano il 90 per cento. Ecco perché è fondamentale che tutte le donne, più o meno giovani, si prendano cura della loro salute, non trascurino i controlli e neppure eventuali sintomi sospetti".

Lo studio PREFER: la sicurezza della stimolazione ormonale

Per molto tempo, il mondo scientifico ha guardato con estrema cautela alla stimolazione ormonale necessaria per la crioconservazione degli ovociti, temendo che l’esposizione agli ormoni potesse alimentare una possibile recidiva. Tuttavia, i risultati dello studio PREFER, coordinato dall’Università di Genova e dall’Ospedale San Martino, hanno finalmente dissipato questi timori.

Lo studio, presentato al prestigioso San Antonio Breast Cancer Symposium negli Stati Uniti, ha coinvolto 746 donne di età compresa tra 18 e 45 anni. "Abbiamo valutato l’atteggiamento delle donne verso le strategie di preservazione della fertilità - spiega la professoressa Del Mastro - e i dati confermano la sicurezza delle procedure: nessuna compromissione delle terapie antitumorali né aumento del rischio di recidive".

Matteo Lambertini, coordinatore dello studio e Professore Associato di Oncologia Medica, aggiunge: "Per molto tempo noi oncologi, per paura di una possibile recidiva, abbiamo considerato come potenzialmente pericolosa la stimolazione ormonale. Con il nuovo studio, invece, è stato evidenziato come non vi siano effetti negativi del trattamento. Per congelare gli ovociti è necessaria la stimolazione ormonale per un periodo limitato di tempo, di solito solo 10-15 giorni. Oggi sappiamo che, se effettuata per periodi brevi, non comporta effetti negativi. Questo ci permette di offrire una consulenza più completa e serena alle donne in premenopausa".

60 risposte in 60'' - Quali sono le tappe della crioconservazione?

L'evoluzione del trattamento endocrino: lo studio ALTTO

Oltre alla fertilità, un altro tema cruciale discusso nei recenti congressi scientifici riguarda le terapie endocrine nel carcinoma mammario precoce di tipo HR+/HER2+. Anche in questo ambito, l’Ospedale San Martino ha guidato una ricerca determinante. "Abbiamo affrontato un tema molto controverso al quale abbiamo cercato di dare risposte oggettive attraverso un follow up di 10 anni - chiarisce Del Mastro -. In particolare, la controversia riguardava il miglior trattamento ormonale per le pazienti in premenopausa con tumore HR+/HER2+ per le quali, fino alla presentazione dei dati dello studio ALTTO, c’era una diversità di indicazioni tra i diversi oncologi".

L'analisi dei dati dello studio ALTTO, presentata al San Antonio Breast Cancer Symposium, ha chiarito che il miglior trattamento da offrire a queste pazienti è rappresentato dalla somministrazione della soppressione ovarica associata a un inibitore dell’aromatasi. Questi risultati hanno sciolto i dubbi clinici che per anni hanno diviso gli specialisti, definendo uno standard di cura più preciso e basato su evidenze robuste.

Proteggere le ovaie dalla chemioterapia

L'impegno della professoressa Del Mastro non si ferma alla sola crioconservazione. Già dai primi anni 2000, il team genovese ha esplorato l’uso di farmaci analoghi dell'LHRH per mettere "a riposo" le ovaie durante la chemioterapia. Poiché la chemioterapia colpisce prevalentemente i tessuti in replicazione attiva, le ovaie risultano particolarmente vulnerabili, con il rischio di indurre una menopausa precoce in circa un quarto delle pazienti.

"Nel 2001 è partito il primo studio di fase 2 su 30 pazienti - racconta la professoressa - e, con nostra sorpresa, abbiamo osservato che oltre il 90% delle donne tornava ad avere il ciclo mestruale. Grazie a questi risultati abbiamo potuto condurre lo studio di fase 3, che ha coinvolto ben 16 centri italiani e che ha confermato una netta riduzione dell’incidenza della menopausa indotta da chemioterapia". I risultati, pubblicati su testate di prestigio internazionale come il Journal of the American Medical Association (JAMA), hanno dimostrato che le pazienti trattate con analoghi LHRH durante la chemioterapia hanno un rischio ridotto di oltre la metà di perdere la funzione ovarica rispetto a chi riceve la sola chemioterapia.

Verso un cambiamento culturale e clinico

La ricerca condotta a Genova ha contribuito a un vero e proprio mutamento culturale. "Ricordo lo scetticismo durante i primi congressi in cui presentavo i risultati - ricorda Del Mastro -. Tra le obiezioni, veniva detto che non si potevano caricare le donne anche del problema della fertilità nel momento in cui veniva comunicata una diagnosi così grave. In realtà le giovani donne sono molto più spaventate dal futuro che dalla chemioterapia".

Il riconoscimento di questo impegno è giunto nel 2022, quando la professoressa Del Mastro ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il premio biennale per la ricerca "Guido Venosta". Un premio che riconosce non solo il valore scientifico, ma l'impatto sociale di un approccio che pone al centro la qualità della vita della paziente dopo la malattia.

grafico che illustra le fasi del percorso di preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche

Le sfide future: oltre la chemioterapia

Il futuro della ricerca si sta ora orientando verso l'impatto delle nuove terapie, come l’immunoterapia e i farmaci a bersaglio molecolare. "Il trattamento del tumore della mammella è cambiato radicalmente - spiega Del Mastro -. Oggi abbiamo a disposizione nuovi farmaci. Stiamo cercando di capire qual è l’impatto sulla fertilità di queste nuove strategie".

Parallelamente, rimane vivo l'impegno per migliorare l'accesso alle cure. Nonostante i successi, permangono criticità, come la rimborsabilità dei farmaci necessari per la preservazione della fertilità. Come sottolineato dai ricercatori, la spesa per proteggere la funzione ovarica è relativamente contenuta se rapportata ai benefici di salute pubblica e individuale, eppure mancano ancora coperture omogenee. Il modello della Breast Unit dell'ospedale metropolitano di Genova, con oltre 1.000 nuovi casi all’anno, punta a diventare un punto di riferimento nazionale ed europeo, esportando l'omogeneità dei percorsi diagnostico-terapeutici non solo nel campo del carcinoma mammario, ma estendendo la visione multidisciplinare ad altre patologie oncologiche.

La missione, oggi più che mai, è che guarire da un cancro non significhi soltanto sopravvivere, ma avere le medesime prospettive di chi non si è mai ammalato. Le storie delle giovani donne che, dopo le cure, tornano in ospedale portando con sé i propri figli, rappresentano la prova più concreta e commovente del valore della ricerca scientifica italiana.

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