Lo sviluppo del linguaggio di un bambino è un processo caratterizzato da una grande variabilità soggettiva: non tutti imparano a parlare e a capire le frasi nello stesso periodo. Ogni bambino, infatti, ha delle tempistiche individuali le quali dipendono dalle singole capacità soggettive. Occorre una premessa: ogni bambino segue la propria personale traiettoria di sviluppo. Ciò vale non solo per lo sviluppo del linguaggio, ma per tutti gli ambiti, quello motorio, cognitivo, emotivo, eccetera. Da qui nasce un’ulteriore precisazione: l’infanzia non è una gara. Ognuno arriverà a determinati traguardi con i suoi tempi, magari saltando dei passaggi o facendone alcuni in più. L’acquisizione del linguaggio nel bambino nei primi 3 anni di vita è fondamentale per lo sviluppo del cervello, per la comunicazione sociale e per raggiungere un livello più avanzato di autonomia e indipendenza. Lo sviluppo del linguaggio è un processo graduale che inizia fin dai primi mesi di vita, molto prima delle prime parole.
In questo articolo esploreremo le principali fasi dello sviluppo del linguaggio, per sapere cosa aspettarci durante i diversi stadi evolutivi: dalla gestazione fino ai primi 4 anni e mezzo di vita dei bambini, con un'attenzione particolare alla fase cruciale intorno ai 18 mesi. Analizzeremo le principali tappe dello sviluppo linguistico, il ruolo dell’interazione quotidiana e della lettura condivisa, e l’importanza dell’ambiente linguistico familiare. Approfondiremo inoltre la differenza tra ritardo del linguaggio e semplice variabilità individuale, i campanelli d’allarme da osservare e quando è indicata una valutazione logopedica o specialistica.
Il Percorso Prelinguistico: Le Radici della Comunicazione (Dalla Gestazione ai 12 Mesi)
Il viaggio nel mondo del linguaggio inizia ben prima della nascita. Intorno alle 16 settimane dal concepimento, quando è lungo solo 11 cm, il feto possiede un udito quasi totalmente sviluppato e inizia a esser possibile la registrazione di alcune sue reazioni ai suoni. Secondo alcuni recenti studi, dentro al pancione i rumori esterni giungono molto attutiti; ciò che viene invece avvertita chiaramente è la voce della mamma, il battito del suo cuore, il suo respiro. È il momento giusto per i genitori per iniziare a parlare con il bambino!

Quando è appena nato, ma sa riconoscere la voce di chi si prende cura di lui e discrimina la/e propria/e lingua/e madre dalle altre. In questa primissima fase di vita il neonato riconosce già la voce della sua mamma e del suo papà: non parla ancora, ma ascolta tutto. Sebbene la principale forma con cui comunica a questa età sia il pianto, allo stesso tempo sa già discriminare i suoni di tutte le lingue del mondo. Dalle vocalizzazioni al babbling, fino alla comparsa del lessico emergente, ogni tappa riflette la maturazione delle competenze comunicative e relazionali. Il linguaggio si sviluppa solo all’interno di una relazione.
Nei primi 6 mesi di vita, le primissime produzioni vocali del bambino sono di natura vegetativa, come sbadigli e ruttini, o legate al pianto. Attraverso il pianto il bambino comunica uno stato di bisogno (fame, sonno, dolore) che viene colto e soddisfatto dalle persone che si occupano di lui. A partire dai 3 mesi, le produzioni vocali non sono più legate esclusivamente al pianto ma emergono i primi vocalizzi e una varietà di suoni simili a cinguettii, schiocchi, gorgheggi, pernacchie, favoriti da una maggiore capacità di movimento della lingua. Il bambino grazie ad un aumento della percezione uditiva presta maggiore attenzione alla voce umana e alle sue diverse intonazioni preferendola ad altri tipi di suoni e rumori. In questa fase, il bambino impara ad ascoltare.
Intorno ai 3-4 mesi, compare il sorriso sociale, cioè il sorriso in risposta all’aggancio visivo con un’altra persona, soprattutto se familiare. Inizia a seguire lo sguardo degli adulti e ne condivide gli stati affettivi. Il sorriso sociale, ossia la capacità di rispondere al sorriso dell’adulto, si sviluppa pienamente. In questo periodo, compare un’abilità molto importante ai fini dello sviluppo comunicativo e linguistico: la fissazione dello sguardo. Il bambino è in grado di agganciare e mantenere lo sguardo dell’adulto, abilità che gli consente di comprendere e riconoscere le espressioni del viso, ovvero la comunicazione non verbale, e di osservare i movimenti della lingua e delle labbra. Inizia una fase di interazione con l’adulto, prevalentemente con la mamma, costituita da scambi comunicativi, simili a vere e proprie conversazioni fatte da sguardi, sorrisi e vocalizzi. Quando una persona gli parla, il bambino la guarda ed ascolta la sua voce. Il bambino impara ad imitare e riprodurre i suoni che ha ascoltato. Successivamente, sarà in grado di ripeterli in modo intenzionale.
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Tra i 6 e i 9 mesi, le vocalizzazioni cominciano a rispettare le restrizioni fonologiche tipiche della lingua a cui il bambino è esposto. Intorno ai 6 mesi, inizia la lallazione canonica, caratterizzata dalla ripetizione di sillabe come “ma-ma” o “da-da”. Inizia la fase del babbling o della lallazione canonica durante la quale il bambino ripete la stessa sillaba in sequenza, ad esempio: ma ma ma, pa,pa pa, da da da, ecc. È il momento della “lallazione canonica“, cioè quando il bimbo produce delle sequenze di consonante e vocale ripetute, come «mamama». È facile scambiare queste produzioni per prime parole, ma non lo sono affatto! Queste sillabe non hanno ancora un significato in quanto il bambino non ha ancora associato un significato alla sillaba pronunciata e non è consapevole di stare parlando. La varietà dei suoni che produce in questa fase diminuisce rispetto ai mesi precedenti perché inizia a rispettare le restrizioni fonologiche della lingua a cui è esposto. Alla nascita, infatti, abbiamo lo straordinario potere di riprodurre tutti i suoni delle lingue del mondo. Ascoltandone poi solo alcuni ci concentriamo su quelli che servono a parlare la lingua dell’ambiente in cui viviamo. Per questo motivo a partire dai 6 mesi, perde questa capacità per le lingue diverse dalla propria, continuando a riconoscere come diversi solo i suoni della propria lingua madre. Inizia un gioco articolatorio: il bambino controlla la sua attività fono - articolatoria, si ascolta e si diverte. Questo feed-back acustico ha un elevato valore motivazionale per continuare il gioco e il bambino inizia a fare lunghe “conversazioni” con sole sillabe, variandone anche l’intonazione, proprio come se stesse parlando. Il rinforzo dell’ambiente è fondamentale per favorire l’aumento e la varietà delle sillabe prodotte.

Intorno agli 8-9 mesi, o tra i 9-10 mesi, la lallazione si modifica e in questo periodo si può riconoscere la “lallazione variata“. In questa fase, le combinazioni sillabiche sono più elaborate ed il bambino ripete sillabe diverse in sequenza, per esempio «totitoti» o ma-ba, ba-bi, pa-da. Il bambino a questa età dovrebbe dimostrare di comprendere tra le 20 e le 100 parole: c’è una grande variabilità!
A partire dai 9 mesi di vita ha inizio una fase fondamentale per lo sviluppo comunicativo: il passaggio dalla comunicazione non intenzionale alla comunicazione intenzionale. Il bambino diventa consapevole delle sue possibilità comunicative e degli effetti che i suoi comportamenti producono sulle persone ed impara ad utilizzarli per raggiungere uno scopo. Le prime intenzioni comunicative che il bambino manifesta sono espresse attraverso i gesti comunicativi intenzionali deittici: indicare, dare, mostrare. Il bambino inizialmente utilizza questi gesti per richiedere e/o denominare un oggetto, associando spesso il vocalizzo e guardando l’adulto; in seguito lo farà anche per condividere e richiamare l’attenzione dell’adulto su un evento. Emergono i primi morfemi, unità sillabiche dotate di significato: il bambino comprende che c’è una relazione tra ciò che desidera e le sue espressioni vocali. Inizialmente lo stesso morfema avrà diversi utilizzi, ad esempio “pa” può essere la pappa, il papà o la palla. Successivamente il bambino impara a differenziare la sua produzione e diviene capace di segnalare le sue richieste in modo più preciso. Verso i 9-12 mesi, compare l’ecolalia.
È nel primo anno di vita che compaiono anche le prime parole, generalmente da 0 a 10 parole. Si tratta di parole legate a persone e oggetti familiari o ad attività rituali. Le prime parole dei bambini vengono solitamente pronunciate tra i 10 e i 12 mesi di età. A partire dai 12 mesi, il bambino pronuncia le prime parole con significato specifico, come “mamma” o “pappa”. A 12 mesi, il bambino anticipa le prime parole con il gesto rappresentativo. Inizialmente, una singola parola può avere significati multipli a seconda del contesto. Ad esempio, “mamma” potrebbe esprimere sia la presenza della madre sia una richiesta di attenzione. Questo utilizzo versatile delle prime parole evidenzia l’importanza del contesto e dell’intonazione nella comunicazione infantile. Molto spesso mamma e papà concentrano le proprie aspettative sull’arrivo delle prime parole. Queste compaiono intorno ai 12 mesi d’età, ma ciò che forse non si considera è che il bambino, prima di arrivare alle sue prime 5-6 paroline, ha già fatto un percorso molto lungo; infatti, intorno ai 12 mesi è già avvenuto il passaggio dalla comunicazione non intenzionale (lallazione) a quella intenzionale (gesti e parole) ed il bambino, oltre ad usare e capire i gesti, inizia a usare e capire le parole. Prima di poter produrre le parole, il bambino ne comprende molte di più; se dice una decina di parole, è probabile che ne comprenda almeno 3-4 volte tanto. La comprensione del linguaggio è dunque un prerequisito necessario alla produzione.
L'Età Cruciale dei 18 Mesi: L'Esplosione del Vocabolario e le Prime Combinazioni
Il periodo tra i 12 e i 18 mesi segna un'ulteriore evoluzione. A questa età il numero di parole utilizzate aumenta velocemente. Il vocabolario del bambino, oltre ad ampliarsi, diventa progressivamente più vario. Si arricchisce non solo di nomi, ma anche di verbi e aggettivi. Intorno ai 18 mesi, il vocabolario dovrebbe contenere all’incirca 50 parole. Proprio per tale motivo questa fase è chiamata del “lessico emergente”. È nel primo anno di vita che compaiono anche le prime parole (da 0 a 10 parole). Da questo momento ha inizio una fase che viene definita esplosione del vocabolario. Il bambino diventa consapevole che ad ogni parola corrisponde un oggetto. Per questo motivo, a partire dai 18 mesi, l’acquisizione di nuove parole diventa molto più veloce.

Inizia la produzione delle prime parole. L’esordio delle prime parole giunge in concomitanza con l’emergere del gioco simbolico o del “far finta di”, attraverso il quale il bambino impara ad utilizzare un oggetto facendo finta che quell’oggetto sia in realtà qualcos’altro. Impara così che anche le parole sono un simbolo, rappresentano un oggetto e possono essere usate per comunicare. Le parole prodotte hanno una struttura sillabica semplice perché le sue capacità di articolazione sono ancora molto limitate: articola principalmente i suoni nasali (m,n) e occlusivi (p,b, t, d, g e c dure). È presente l’olofrase: il bambino utilizza la singola parola per denominare, esprimere una richiesta, un’esclamazione o descrivere un’azione, variando anche l’intonazione in base al messaggio che vuole esprimere. Talvolta il bambino utilizza una singola parola che però rappresenta una intera frase, ad esempio: «palla» detto con l’intenzione di descrivere che «il bimbo ha tirato la palla fortissimo». L’uso di olofrasi, ovvero singole parole che rappresentano intere frasi o concetti, ad esempio, “acqua” per indicare “voglio l’acqua”, è comune. È molto importante fornire l’etichetta verbale corretta. Per esempio, se un bambino dice “bau” per indicare il cane, noi risponderemo: “Sì, il cane”.
In questo periodo emerge un secondo tipo di gesti comunicativi di tipo “referenziale”: fa ciao ciao, non c’è più, cucù, batte le manine per dire bravo. C’è una notevole discrepanza tra produzione e comprensione: il bambino comprende molte più parole di quante ne sappia dire ed è in grado di eseguire richieste semplici e contestualizzate.
A 18 mesi, un bambino si fa capire tranquillamente se vuole qualcosa. Dice mamma, papà, ciao, baubau, boh, chi è, tieni, e quando non vuole più qualcosa dice basta. Il bambino ama giocare a nascondino, il cucù, rincorrersi ed ha una risata coinvolgente ed è simpatico! In più di un caso si è avvicinato di sua spontanea volontà ad alcuni bimbi toccando loro i capelli e addirittura in un caso, tentando di abbracciarne uno. Questi comportamenti denotano non solo una buona capacità comunicativa precoce ma anche un'intensa socialità, che è un motore fondamentale per l'ulteriore sviluppo linguistico e relazionale. Si assiste anche a una esplosione del vocabolario, fino a 50 parole nuove al mese!
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È tra i 16 e i 20 mesi di vita che si verifica quella che i logopedisti chiamano "esplosione del linguaggio", caratterizzata da un aumento del numero di parole pronunciate e dalla nuova consapevolezza del loro significato e della loro potenza comunicativa. In questa fase (in particolare tra i 20 e i 30 mesi) vi sono però vistose differenze individuali.
Dalle Combinazioni Semplici alla Competenza Adulta: Il Linguaggio oltre i 18 Mesi (2-4.5 Anni)
A partire dai 18 mesi, il bambino inizia a combinare due parole per formare le prime frasi. Tra i 18 e i 24 mesi, il vocabolario si amplia progressivamente e iniziano le prime combinazioni di due parole. Queste combinazioni di parole sono ancora molto semplici dal punto di vista grammaticale, ma indicano un importante passo avanti nello sviluppo linguistico. L’esplosione lessicale “garantisce” il passaggio alla frase. La frase, nelle sue prime manifestazioni, è rappresentata dall’uso combinato di due parole. Questa tappa linguistica è appunto definita combinatoria: uso di due parole abbinate. Eccone un esempio: “mamma - tutù” - che può significare “mamma andiamo dalla nonna con la macchina”. In questa fase il linguaggio è ancora molto legato all’esperienza concreta e alla vita quotidiana. Il bambino utilizza le parole soprattutto per soddisfare bisogni immediati, richiamare l’attenzione dell’adulto o commentare qualcosa che ha attirato il suo interesse. Molti bambini accompagnano le parole con gesti come indicare un oggetto, mostrare qualcosa o allungare le braccia.
Tra i 19 e i 24 mesi, il bambino si focalizza sulle parole che suonano in modo simile ma che hanno significati e associazioni differenti. In questa fase, inizia a parlare e a fare domande usando frasi di poche parole. Si tratta infatti di un linguaggio telegrafico che non prevede ancora l'uso di congiunzioni e articoli.
A partire dai 2 anni, il bambino è in grado di combinare due o più parole formando così le prime frasi. Queste hanno una struttura semplice: soggetto-verbo (bimbo gioca), verbo-complemento oggetto (gioca palla) oppure soggetto-complemento (bimbo palla). Possono essere presenti espressioni quali: “ecco mamma”, “va via”, “pappa più”. Tendono a scomparire i suoni onomatopeici. Gli enunciati sono costituiti prevalentemente da parole singole in successione, spesso privi di verbo. Per questo motivo viene data loro la definizione di “stile telegrafico” che consente ugualmente al bambino di esprimere il suo pensiero.
Tra i 24 e i 30 mesi, le frasi diventano sempre più complesse, anche se è normale che siano incomplete. Sono ancora presenti distorsioni nella pronuncia perché non tutti i suoni sono pronunciati in modo corretto. Gli adulti dovrebbero riuscire a capire il 50-75% di ciò che viene detto dal bambino. Si possono contare circa 250 parole conosciute. Il bambino comprende ed esegue richieste più complesse e meno contestualizzate che implicano una decodifica esclusivamente verbale. Nel corso del secondo anno di vita le competenze linguistiche del bambino evolvono velocemente: iniziano a comparire enunciati nucleari semplici; compaiono esempi di concordanza tra nomi e aggettivi. A partire dai 30 mesi, si assiste ad una consistente diminuzione delle parole singole in successione e alla comparsa di frasi complesse ancora incomplete (ad es. bimbo prende cucchiaio mangia minestra). Iniziano a comparire le prime preposizioni e gli articoli. Evolvono anche le sue competenze articolatorie: pronuncia suoni fricativi ed affricati: f, s, v, ci e gi. Può comparire il fonema r.
Tra i 25 e i 36 mesi, il bambino pronuncia le parole correttamente e il suo vocabolario è composto da oltre un 500 termini. Il linguaggio completo, dai 3 anni in poi, vede il bambino sviluppare una maggiore competenza grammaticale, formando frasi più complesse e utilizzando correttamente tempi verbali, pronomi e preposizioni. Intorno ai 3 anni, il linguaggio diventa più comprensibile anche agli estranei. Si tratta di tappe orientative, con ampia variabilità individuale. A 3 anni e mezzo, le frasi sono complete ed è comprensibile il 75-100%, quindi quasi tutto quello che viene detto. Molto importante è però quel “quasi”, perché ci sono ancora dei suoni che possono essere pronunciati con difficoltà. Il bambino raggiunge l’apprendimento delle strutture di base di tutte le frasi della lingua e il suo linguaggio è molto simile a quello dell’adulto. Anche il repertorio fonetico è quasi completo (potrebbero ancora mancare i fonemi r e z) ed i suoni sono prodotti senza distorsioni. Le frasi sono sempre più complesse. Ad esempio: ho visto il cane che correva; non voglio la pasta perchè non mi piace. Il bambino sa strutturare bene anche frasi relative, passive ed interrogative, usando in modo sufficientemente corretto le fondamentali regole grammaticali e sintattiche. Ora è in grado di raccontare delle piccole storie del proprio vissuto, fa domande.

A 4 anni e mezzo, si stanno consolidando anche i suoni più difficili come la /r/. Si può dire che a questa età le competenze linguistiche di base siano acquisite. Ciò è fondamentale perché da ora il bambino potrà concentrarsi sui prerequisiti per imparare a leggere e scrivere, in particolare quelle competenze che vengono chiamate “metafonologia” e su abilità di linguaggio più “alto”, come l’uso ricreativo, l’ironia, i sottintesi. Il linguaggio non termina di certo con l’infanzia, ma questo periodo della vita è senza dubbio importante perché è quello in cui si pongono le basi dell’individuo adulto e in cui i progressi sono all’ordine del giorno.
Il Contesto Relazionale: Stimolare il Linguaggio in Famiglia
Il compito del genitore diviene fondamentale: ogni volta in cui si relaziona con il lattante deve dare nome alle cose che lo circondano. La comprensione del linguaggio è un elemento molto importante nello sviluppo linguistico. Spesso i bambini comprendono molte più parole di quante riescano a produrre. Quando parlate con i vostri bambini, quindi, è importante usare un linguaggio ricco, semplice, ma completo. Attraverso l’ascolto e la comprensione del vostro parlato, il bambino inizierà gradualmente a produrre più parole.

Il linguaggio si sviluppa solo all’interno di una relazione. Una implicazione pratica di ciò riguarda il tempo trascorso, fin da prima del primo anno di vita, con in mano schermi video. Questo non solo non insegna parole, ma al contrario contribuisce in modo importante a sviluppare ritardo del linguaggio. Per questa ragione, bisognerebbe evitare di utilizzare strumenti (telefono, tablet, tv) fino ai tre anni. L’uso precoce e l’abuso degli strumenti tecnologici influenzano negativamente l’apprendimento del linguaggio.

Per stimolare un bambino a parlare, è necessario creare un sano ambiente comunicativo, senza essere richiestivi, ma propositivi. Sebbene il senso della vista non sia completamente sviluppato alla nascita, i bambini di 2 giorni mostrano già una preferenza per i volti che li guardano. Il contatto visivo è fondamentale per lo sviluppo comunicativo e linguistico, oltre che per quello socio-emotivo. Le parole non sono l’unico mezzo che impieghiamo per comunicare. Prima di iniziare a parlare, come accennato, i bambini usano la comunicazione gestuale e il contatto visivo per comunicare. Le evidenze scientifiche dimostrano una continuità tra comunicazione gestuale e linguistica: i gesti sono correlati con lo sviluppo cognitivo e favoriscono l’acquisizione del linguaggio.
Una delle forme di gioco che caratterizzano la prima infanzia è il gioco simbolico. In questo tipo di attività, il bambino usa un oggetto come se fosse un altro: per esempio, una matita può diventare una bacchetta magica. Questo processo di significazione è un attività basilare per lo sviluppo intellettivo, e favorisce l’abilità del bambino a esprimersi attraverso il linguaggio. Giocando con il proprio bambino, è fondamentale parlare, fargli domande, in modo da suscitare la sua curiosità e mettere alla prova la sua padronanza linguistica.

La lettura condivisa è una delle attività più preziose da fare per sostenere le capacità linguistiche del proprio figlio. Utilizza libri illustrati, canzoni e semplici dialoghi per esporre il bambino a nuovi vocaboli. Si consiglia di leggere libricini adeguati all’età, quindi libri illustrativi, descrittivi, narrativi, coinvolgendolo. È utile utilizzare la lettura dialogica, ossia prendendo spunto dal suo interesse per coinvolgerlo come partecipante attivo in una conversazione sull’immagine del libro e/o sull’argomento. Il linguaggio viene stimolato anche da esperienze diverse, come una gita al parco, allo zoo, al museo o al cinema, dove il bambino ha la possibilità di ascoltare discorsi e parole nuove.
Bambini: il sorriso può aiutarli a crescere meglio
Molto spesso ci si sostituisce ai bambini perché si sa già quello che vogliono dire o quello di cui hanno bisogno. Capita quindi di non lasciargli completare una frase o di completarla al suo posto. Questo è assolutamente da evitare: bisogna dargli il tempo di finire quello che cerca di dire. È bene evitare di correggere direttamente il bambino quando commette un errore; piuttosto, va fornito un modello corretto. Ad esempio, se il bambino dice qualcosa come “gelato fragola” è possibile ampliare la sua frase affermando, “Sì, è un buon gelato alla fragola.” Oppure: “Il cane che salta sul prato,” è opportuno riformulare la frase dichiarando, “Bravo! Il cane salta sul prato.” È fondamentale non mettere fretta al bambino. Ad esempio, quando si pone una domanda, è bene concedergli qualche secondo in più per elaborare una risposta e riflettere.
Un ambiente ricco di stimoli verbali, come la lettura di storie, il canto e le conversazioni quotidiane, può favorire e accelerare l’acquisizione del linguaggio. Dobbiamo essere un buon modello verbale e gestuale, osservando non solo la capacità del bambino di produrre parole ma anche la competenza che ha di decodificare e di comprendere i messaggi verbali e non verbali dell’adulto.
Egli ha basato le sue teorie sull’idea che nel bambino esista una distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale che può essere raggiunto con l’aiuto di altre persone; questa distanza prende il nome di “zona di sviluppo prossimale”. Essa rappresenta, quindi, quel compito che richiede al bambino un piccolo sforzo in più di ciò che sa fare con scioltezza e che può completare con un minimo aiuto da parte di altri. Il concetto di “zona di sviluppo prossimale” (anche detta “zona di sviluppo prossimo”) è importante quando vogliamo favorire lo sviluppo del linguaggio e, per definizione, funziona in qualsiasi fase si stia attraversando. Quindi, ecco una semplice regola: “aggiungi sempre un pezzetto in più”. Per esempio, quando il bambino esclama «Mamma, cane!», il genitore può rispondere «Sì, un cane grande!». In questo modo allunghiamo le sue frasi di un elemento alla volta, proponendogli un esempio da seguire e alla sua portata. Grazie a questo trucchetto qualsiasi occasione può essere un buon momento per dare uno spunto al nostro bambino. Tale intervento è inteso come dinamica comunicativa familiare, utilizzando nell’ambiente naturale del bambino strategie atte a facilitare lo sviluppo linguistico. Il modellamento genitoriale nella vita quotidiana è fondamentale. Comunicare per la gioia di comunicare, fare facce buffe, giocare con le filastrocche e con le canzoncine.
Segnali da Osservare e Quando Chiedere Supporto Specialistico
Ogni bambino segue la sua traiettoria di sviluppo, tuttavia certi genitori possono allarmarsi vedendolo in difficoltà e facendo paragoni con compagni di asilo, bambini conosciuti al parco, figli di amici o fratelli. È importante capire in questa fase se si tratta di un semplice ritardo di acquisizione di parole, di un disturbo del linguaggio o della relazione. Molti bambini che a 18-24 mesi sembrano in ritardo, recuperano poi spontaneamente senza problemi: sono i cosiddetti “parlatori tardivi”.

Chi sono i parlatori tardivi? In assenza di deficit neurologici, relazionali, sensoriali e ambientali, quando i bambini fra i 24 e i 30 mesi di età presentano rallentamenti nello sviluppo del linguaggio, vengono definiti “parlatori tardivi”. Questi bambini presentano un vocabolario di appena 50 parole e faticano a formare frasi complesse. Tuttavia, spesso, superati i 36 mesi, i parlatori tardivi dimostrano un notevole miglioramento nel loro sviluppo linguistico. I criteri per identificare un ritardo di linguaggio sono un vocabolario espressivo limitato, meno di 50 parole diverse, intorno ai 24 mesi e/o l’assenza di linguaggio combinatorio, ovvero due parole per formare una frase, a partire dai 30 mesi. Considerando la variabilità e la continua evoluzione dei bambini in questa fascia di età, può essere opportuno un intervento di promozione e di potenziamento. Le ripeto che sembra solo un sempice ritardo del linguaggio, comune a molti bimbi. Dopodiché, ci sono bambini più timidi, meno socievoli, meno esperti, più goffi, in ritardo, poco abili, ecc ecc, variazione della norma proprio come tutte le persone che si vedono intorno a noi. Il rischio è proprio quello di iniziare una trafila interminabile di visite ed esami senza sortirne granché.
Qual è la differenza tra un semplice ritardo e un disturbo del linguaggio? Un ritardo del linguaggio indica un’acquisizione più lenta rispetto alle tappe attese, ma con progressi nel tempo e comprensione adeguata. Un disturbo del linguaggio, invece, comporta difficoltà persistenti nella comprensione e/o nell’espressione, che possono interferire con la comunicazione quotidiana. La distinzione richiede una valutazione clinica che consideri sviluppo globale, udito e contesto familiare. Se il bambino a 18 mesi produce meno di 15 parole, questo significa che il bambino non sta facendo un passaggio sufficientemente maturo sul piano lessicale. Se a 24 mesi produce meno di 50 parole, oppure ne dice di più ma non le usa in modo abbinato, cioè non fa combinatoria, questo significa che il bambino fatica a strutturare la frase. Potrebbe avere un arresto nello sviluppo del linguaggio, continuando ad esprimersi per singole parole, invece che con l’uso di piccole frasi.
Quando è consigliabile chiedere una valutazione specialistica? È opportuno parlarne con il pediatra se a 12 mesi il bambino non usa gesti comunicativi, come indicare, se a 18-24 mesi non pronuncia parole comprensibili, se non combina due parole dopo i 2 anni o se il linguaggio è difficile da capire oltre i 3 anni. Anche la perdita di abilità già acquisite richiede attenzione. Se emergono difficoltà nella comprensione o nella comunicazione in entrambe le lingue, è opportuno confrontarsi con il pediatra per una valutazione. Quanto prima si rimuove la zecca dalla pelle tanto più diminuisce il rischio che possa trasmettere le infezioni di cui è veicolo: la TBE e la malattia di Lyme.
Bambini: il sorriso può aiutarli a crescere meglio
Attenzione: la presenza di uno di questi segnali non stabilisce per forza la presenza di un disturbo del linguaggio! In assenza di patologie neurologiche, sensoriali, cognitive o legate a sindromi genetiche, lo sviluppo del linguaggio avviene attraverso una serie di fasi che si succedono l’una all’altra in un ordine che tutti i bambini condividono. Esiste, però, una notevole variabilità individuale per ciò che concerne i tempi, i modi e le strategie che ogni bambino mette in atto per raggiungere livelli di competenza comunicativa e linguistica sempre più elevati. Bisogna tenere presente, infatti, che lo sviluppo linguistico deve essere inserito nel contesto più ampio dello sviluppo cognitivo, psicologico, relazionale-affettivo, senso-motorio. Ciò significa che ogni bambino segue un suo personale ritmo di sviluppo che deve essere rispettato. Non bisogna fare paragoni tra i bambini né avere aspettative elevate facendo richieste che vanno al di là delle sue capacità, esponendolo così ad insuccessi e frustrazione, oltre a pregiudicare la sua motivazione e minare la sua autostima. Non bisogna tuttavia neppure porsi in uno stato di semplice “attesa fiduciosa”, correndo il rischio di perdere tempo prezioso. È molto importante conoscere e fare attenzione, soprattutto all’età di due anni, ad alcuni indicatori dello sviluppo del linguaggio, non per creare allarme ma per individuare precocemente eventuali difficoltà ed attuare interventi mirati per fornire al bambino l’aiuto di cui ha bisogno. Se si ha il sospetto che il bambino sia interessato da un disturbo dello spettro autistico è necessario farlo visitare da un neuropsichiatra infantile, al quale spetta eventualmente formulare la diagnosi.
Crescere bilingue può ritardare il linguaggio? L’esposizione a due lingue non causa disturbi del linguaggio. I bambini bilingui possono distribuire le parole tra le due lingue o mostrare inizialmente un vocabolario distinto per ciascuna, ma la capacità comunicativa complessiva segue le stesse tappe di sviluppo. È normale che alternino le lingue nella stessa frase. Il parere dei nostri specialisti ha uno scopo puramente informativo e non può in nessun caso sostituirsi alla visita specialistica o al rapporto diretto con il medico curante. I nostri specialisti mettono a disposizione le loro conoscenze scientifiche a titolo gratuito, per contribuire alla diffusione di notizie mediche corrette e aggiornate.
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