Oltre la natura e la tecnica: il dibattito sulla maternità tra identità, politica e autonomia

Che razza di espressione è "le donne servono solo per partorire", nella sua ovvia banalità? Sembrerebbe così, ma invece non è. E chi non è d’accordo se ne faccia una ragione. Abbandoni fin che è in tempo le sue vecchie convinzioni, oggi diventati pregiudizi e si conceda senza tante storie ai tempi moderni. Quelli della way of life del politicamente corretto, un nuovo stile di vita, che nel caso di quello che vogliamo dire, riguarda il mondo arcobaleno.

Dicevo di essere moderni e di mandare in soffitta tutte le vecchie convinzioni. Non è questa una novità, già ci aveva pensato il filosofo austriaco Karl Popper con la sua teoria della società aperta, quella fondata sulla libera circolazione delle idee. Ma poi è subentrata una nuova teoria, riguardante la società, avanzata dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, secondo la quale il vivere comune viene ben espresso da una società definita "liquida", in cui la modernità è caratterizzata da un individualismo senza regole. Dove mancano sia le regole che la certezza del diritto, dove il consumismo la fa da padrone, non tanto per appropriarsi dell’oggetto desiderato, quanto per soddisfare il consumo fine a se stesso, nell’ottica solo di voler apparire, costi quel che costi. E dove l’unica cosa che vale è l’incertezza, tanto che questa diventa l’unica forma di certezza.

Società liquida: rappresentazione astratta della fluidità contemporanea

Dunque se tutto cambia, come già diceva Eraclito, oggi siamo arrivati al capolinea per quanto riguarda il concetto di gender. Infatti, non è più lecito definire l’uomo come uomo e donna come donna. Il sesso non è più un fatto anatomico stabilito dalla natura. E la natura a sua volta non è più quell’elemento certo, come da sempre veniva creduta, in cui giocano all’interno del nucleo due molecole geniche a forma di bastoncino, che contrassegnate da una X o da una Y configurano fin dall’inizio del concepimento le due nature umane. Sembrava fosse così, ma così non è più. La società liquida si è liquefatta anche in fatto di sesso. Ora valgono i desideri dei singoli, che non comportano nulla di intentato e di certo, compresa la natura. Essere donna geneticamente e desiderare di essere uomo, o viceversa, diventa un diritto. E questo diritto, che per la verità diritto non è (ma questo vale solo per i retrogradi), deve essere riconosciuto come tale.

La politica del genere e lo scontro sui corpi

Ed allora veniamo al titolo. Che riguarda una affermazione fatta da un certo Jenny Klinge, parlamentare norvegese, un tipo che per questo deve essere considerato un retrogrado e fanatico della società tradizionale. Infatti, dal nuovo mondo e dalla moda che cambia, per quanto ha osato dire, è stato denunciato per crimine d’odio, in quanto non in linea con la nuova configurazione di genere. Il motivo? Semplice, anche se non ancora condiviso da tutti con riferimento ai soliti bacchettoni tradizionalisti con tutte le stigmate, in base al nuovo modo di intendere il pensiero unico, di fascismo. Questo in sintesi l’errore: non aver considerato che un essere nato donna può percepirsi come maschio. Da qui l’affermazione, secondo la quale il partorire non deve essere legato al solo fatto fisico.

Tuttavia, anche da questo punto di vista, la farmacologia sta già facendo passi avanti attraverso l’uso fin dall’infanzia di sostanze ormonali per adattare al desiderio anche la parvenza fisica adeguata. Ma non è tutto e conviene proseguire, in attesa dell’utero artificiale che potrebbe mettere la parola fine alla procreazione tradizionalmente ancora legata ad uno dei due sessi, e di cui non è più lecito soffermarsi, per non incorrere nel sospetto di omofobia. Già da qualche tempo ci pensa l’utero in affitto, un mezzo per creare bambini su ordinazione, anche a distanza, senza per questo contare ancora sulla famiglia tradizionale. Condizione questa che sa di vecchiume storico, non compatibile con i tempi che corrono veloci.

Per meglio intenderci, affermare oggi la differenza antropologica fra maschio e femmina, oltre a non essere più di moda, viene considerato discriminatorio e quindi passibile di denuncia. Come è successo ad un padre che, rivolgendosi alla figlia, l’ha chiamata al femminile, oltraggiandola in quanto lei si credeva un lui, quindi un uomo. Di fronte a questa nuova società che, come dicevo, più che liquida si è liquefatta su principi un tempo considerati inviolabili, si sta pensando, per dare l’ultima dritta al costume, non ancora da tutti accettato, ad una proposta di legge contro l’omofobia. Quando tale iniziativa diventerà legge, finalmente una nuova libertà potrà tutelare chiunque abbia il desiderio di sentirsi diverso da quanto stabilito dalla natura, troppo schematicamente prefissata e quindi, per alcuni, da considerare anche arcigna. Finalmente diventerà reato affermare la convinzione che un bambino per avere una infanzia regolare, legata ad una equilibrata crescita psicofisica, debba avere due genitori di sesso diverso. E così chi oserà esprimere un dissenso nei confronti della futura legge, diventerà passibile di condanna.

A Bolu (2018) | Un documentario sull'identità culturale sarda

In questo modo ancora una volta, come è già capitato, dobbiamo dar ragione al filosofo Augusto Del Noce a proposito dell’eterogenesi dei fini. Nel senso che una volta che la proposta verrà tradotta in legge, la sua presunta idea di libertà contro la discriminazione si tradurrà nel suo opposto. Vale a dire nella tutela della libertà di una minoranza o della sfera privata, contro la libertà della maggioranza intesa come sfera pubblica, quindi di tutti i non allineati. Così che, per la tutela di pochi, si violerà il diritto di molti, legato al principio di dissentire, onde esprimere la libera espressione del pensiero.

Ma paradossalmente chi dovrebbe essere più offeso da questa proposta di legge sono proprio le donne femministe. Quelle che dovunque e comunque non ci stanno ad essere discriminate o ad essere sottomesse all’uomo maschio, e che desiderano riaffermare non solo la propria indipendenza, ma spesso anche la propria superiorità nei confronti del maschio oppressore. Ed allora viene da chiedersi: che cosa c’è di più gratificante per una donna che pensa in questi termini che vantare la possibilità di generare una vita, che all’uomo è preclusa? Ma così facendo mi rendo conto di smentire me stesso ed il titolo. Riaffermando una differenza fra i generi che non si vuole che esista.

In questo modo mi consola che leggi simili non siano ancora ovunque approvate, perché altrimenti diventerei un imputato di discriminazione sessuale. Reato grave, questo di omofobia, che è costato ad esempio al cardinale di Pamplona Sebastian Fernando Aguilar di essere iscritto nel registro degli indagati per aver detto durante una omelia che la sessualità è orientata alla procreazione. Un esempio questo del passato che non muore. Ed allora affidiamoci alla nuove opere di rieducazione in corso anche presso le chiese, dove si fanno strada i nuovi ed imposti corsi di educazione legati alle rivendicazioni Lgbt. Non solo una moda, ma un nuovo modo di essere e di concepire il mondo.

Il parto: tra assistenza professionale e autonomia biologica

Nel frattempo, il mondo della nascita si muove su binari paralleli. Aspettare la cosiddetta assistenza one-to-one è diventato un obiettivo centrale per il parto e la salute di mamma e figlio in contesti socio-economici differenti. Spesso, a cinque minuti dalla nascita, si valuta il colorito, il tono muscolare e la respirazione. Ma cosa vuol dire assistenza durante il travaglio e il parto? È solo assistenza medica? O anche compagnia e conforto?

Il ruolo dell'ostetrica è cruciale. Come spiega un'ostetrica co-fondatrice dell'associazione Nascere Insieme, l'obiettivo è intervenire in condizioni di patologia. Tempo fa mi sono imbattuta in uno studio molto interessante su come la biomeccanica del parto in femmine è mutata, spiegano Trevathan e Rosenberg: le spalle larghe dei neonati e un cervello sempre più voluminoso rendono il parto complesso, richiedendo il supporto del gruppo di appartenenza. Il feto ha il viso e la spina dorsale orientati nel verso opposto rispetto alla madre, complicando le fasi finali.

Schema anatomico del posizionamento fetale durante il travaglio

Assistenza continua ed empatia sono le chiavi di una buona esperienza di nascita. L'assistenza continua, un tempo la norma, è diventata l'eccezione, come nota Castellarin. La frequenza dei parti è relativamente bassa, ma le strutture spesso gestiscono contemporaneamente diverse donne, rendendo difficile uno sforzo organizzativo consapevole che eviti complicanze e dunque costosi interventi medici. Da un punto di vista economico ci sarebbe un ritorno chiaro, che giustificherebbe l'investimento in risorse umane. Una "doula" o una amica, che possa effettivamente dedicarsi a tempo pieno alla partoriente, è importante quanto quella sanitaria. Esse svolgono spesso un ruolo di assistente clinica, offrendo competenze e informazioni scientifiche acquisite dalla propria esperienza di maternità.

La scelta del "parto libero" e l'autodeterminazione

Ad alcune donne può capitare di partorire senza assistenza perché non sono riuscite ad arrivare in tempo all’ospedale, ma ci sono donne, invece, che il parto non assistito lo scelgono. Federica Mattei, madre di 5 figli, psicoterapeuta ed educatrice, è una di queste mamme. Dopo aver vissuto esperienze drammatiche di aborto e perdita, ha maturato la consapevolezza che, se era capace di affrontare da sola la morte dei suoi bambini, poteva affrontarne la vita.

«Tutta la conoscenza di cui la madre ha bisogno per la nascita del bambino è già dentro di lei», spiega Laura Shanley. «Il suo compito è semplicemente quello di rilassarsi, fidarsi del suo corpo, e consentire al suo bambino di entrare nel mondo». Il tipo di parto non assistito sostenuto da questa filosofia non richiede conteggio delle contrazioni o controllo della dilatazione. Se una donna è in contatto con il suo corpo, lei sa quando spingere.

«Le ultime due figlie sono nate con una nascita non assistita. Per la prima avevamo deciso, più che altro per tranquillizzare mio marito, di avere una ostetrica pronta a intervenire. Nel secondo parto unassisted non avevamo neanche quello. Entrambi sono stati potenti, ho vissuto un “empowerment”, mi piace questa parola che purtroppo non ha una traduzione che renda altrettanto bene in italiano». Durante questi momenti, la casa diventa una tana, il nucleo ristretto. La madre si sente libera di essere se stessa al 100%, senza dover rispondere a protocolli che, paradossalmente, possono inibire il parto stesso.

Rappresentazione di un ambiente domestico accogliente per il parto naturale

«No, francamente non avevo paura. È dimostrato che se un parto non viene disturbato avviene nella quasi totalità senza complicazioni. Il nostro cervello animale “mette in sicurezza” mamma e bambino: impedendo il parto se si può bloccare o facendo sgravare la donna per permetterle di scappare col bambino». Questo approccio non vuole essere una critica alle ostetriche, che restano figure importantissime, ma una rivendicazione della fiducia nel corpo femminile.

Tuttavia, il dibattito resta acceso. Werner Stadlmayr, ginecologo, sostiene che: «Non è la mia esperienza. Se durante un parto in ospedale una donna non riesce più a sentirsi se stessa perché è soggetta a regole severe, allora è pericoloso». Ma Barbara Stocker, presidente della Federazione svizzera delle levatrici, avverte: «Consiglio a ogni donna di far assistere al parto almeno una levatrice». Non va dimenticato che, a livello globale, ogni due minuti muore una donna per complicazioni dovute alla gravidanza o al parto.

La scienza e la sfida della riorganizzazione sanitaria

Il contrasto tra l'idea di "atto di disobbedienza civile" - come definiscono il freebirth alcuni sostenitori - e la necessità di tutela sanitaria crea una tensione costante. Mélanie Levy, esperta di diritto sanitario, ritiene problematico dal punto di vista giuridico il sostegno ai parti non assistiti da parte dei cosiddetti birthkeeper, figure non regolate che offrono coaching a pagamento.

Dall'altra parte, ricercatrici come Serena Donati, ginecologa ed epidemiologa all'Istituto Superiore di Sanità, criticano fermamente l'eccesso di medicalizzazione. «Non è vero che un parto con il taglio cesareo sia più sicuro per la madre e il bambino. La mortalità materna è 3-4 volte superiore rispetto al parto naturale, ed è più alto l’indice di malattie che possono colpire il bambino nel primo mese dopo la nascita». La tendenza a forzare la patologia invece di sostenere la fisiologia rischia di svuotare le competenze professionali di ostetriche e medici.

A Bolu (2018) | Un documentario sull'identità culturale sarda

È necessario un cambio di rotta: creare strutture con équipes multidisciplinari in grado di scambiarsi pareri e di crescere professionalmente. Quando si parla di salute perinatale, i fattori sociali, emotivi e psicologici sono decisivi. La donna deve svolgere un ruolo centrale in tutti gli aspetti di questa assistenza, compresa la partecipazione nel pianificare, nel portare avanti e nel valutare l’assistenza stessa.

La ricerca recente conferma che l'adattamento materno è profondo e continuo. Uno studio pubblicato su Nature Communications ha evidenziato come il cervello materno si adatti in modo unico a una seconda gravidanza, preparando la donna alla gestione simultanea di più stimoli. Allo stesso tempo, la revisione della letteratura scientifica pubblicata su The Lancet Obstetrics & Gynaecology ha tranquillizzato riguardo all'uso del paracetamolo in gravidanza, escludendo legami diretti con autismo o ADHD, nonostante le polemiche mediatiche che spesso oscurano la corretta informazione scientifica.

In ultima analisi, la libertà di scegliere come e dove partorire, così come la libertà di definire la propria identità, si scontrano oggi con le strutture di una società in rapida evoluzione. Il diritto di essere informati, di conoscere i rischi e i benefici di ogni intervento, e di poter scegliere in base a valori comuni, rimane l'unico baluardo contro l'imposizione di modelli precostituiti, siano essi sanitari o ideologici.

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