L'Anninnìa Sarda: Il Canto Ancestrale Tra Culla, Sogno e Tradizione

L'Anninnìa è universalmente riconosciuta come la classica ninna-nanna sarda, un genere musicale e verbale che affonda le sue radici profonde nella cultura isolana. Questi canti non sono meri accompagnamenti sonori, ma veri e propri veicoli di storia, sentimenti e tradizioni che si perpetuano di generazione in generazione, pur adattandosi ai mutamenti sociali. Essi rappresentano una delle espressioni più intime e cariche di significato, testimoni di un legame indissolubile tra la madre e il figlio, e più in generale, tra la donna e la custodia della memoria culturale.

L'Anninnìa: Un Patrimonio Vocale Femminile

I repertori per l’infanzia, in particolare i canti di culla e le filastrocche, costituiscono ancora oggi una componente viva della memoria collettiva sarda, nonostante nell’allevamento dei bambini queste forme di intrattenimento e di gioco siano quasi del tutto scomparse nella loro applicazione quotidiana più tradizionale. Pietro Sassu, nel suo lavoro "Canti ed espressioni popolari di Bosa e Planargia", ha osservato che i testi di questi componimenti e le loro forme musicali sono affini a quelle del repertorio solistico maschile, ma se ne distinguono nettamente per un’impostazione vocale più semplice. Questa caratteristica si manifesta nella loro privazione di virtuosismi, orientandosi piuttosto a una chiara sillabazione del testo, rendendoli immediatamente comprensibili e dolci all'orecchio del bambino.

Madre sarda che culla un bambino

Le anninnìas sono canti che appartengono al dominio femminile. Sono le donne a intonarle: madri, sorelle maggiori, nonne o madrine. Tra le parole sussurrate e gli sguardi amorevoli si cela un antico incantesimo, quello del sonno, una magia che trascende la semplice melodia. Questa prerogativa femminile è tipica della tradizione orale e riflette la cultura rurale e patriarcale in cui la ninnananna era un compito esclusivo delle donne all'interno della famiglia.

Il significato atavico delle ninna nanne si comprende appieno solo quando si vivono direttamente, cantandole ai propri figli. Non sono soltanto parole e suono, ma azione e intenzione. Dolci e dedicate ai neonati, le ninna nanne sono state, da alcuni, assimilate persino ai canti di morte. Le somiglianze, d’altronde, non si limitano all'ambito musicale; esiste quell’innato dondolare, proprio della madre che ninna e de s’attitadora che attitta, che accomuna i due momenti. A pensarci bene, il suono nelle ninna nanne, esattamente come nei canti di morte, è squisitamente nasale, creando un'atmosfera quasi eterea e profonda.

Etimologia e Universalità del Canto di Culla

In Sardegna, le ninne nanne e i canti di culla sono principalmente indicati con il termine "anninnìa". Questa parola deriva dal modulo stereotipo ricorrente “anninnia anninnia”, che spesso introduce e conclude le strofe del canto, agendo come un'àncora melodica e testuale. L'anninnia, sempre eseguita da una voce sola femminile, può essere considerata tra le forme musicali sarde più arcaiche, un ponte sonoro che connette il presente con un passato remoto.

Il fenomeno delle ninne nanne è tutt'altro che esclusivo della Sardegna, rivelando una sorprendente universalità. Le caratteristiche della ninnananna sono comuni a tutte le culture: il ritmo è tipicamente semplice, binario o ternario, e si distingue per una ripetizione ritmica e melodica che tende a rilassare, inducendo un effetto ipnotico propizio al sonno. L'etnologo Ernesto de Martino ha notato come, nella nenia, l’oscillazione ritmica del busto che accompagna il lamento sia analoga a quella del canto di culla, suggerendo una connessione profonda tra i gesti che accompagnano il dolore e quelli che promuovono il riposo.

Da un punto di vista etimologico, il termine italiano "ninnananna" è definito dall’enciclopedia Treccani come una “Nenia, cantilena dal ritmo monotono e cadenzato, con la quale si cullano i bambini cercando di addormentarli (e nella quale le parole ninna nanna ricorrono frequenti come intercalare): cantare la ninnananna”. Sia «ninna» che «nanna» sono termini che nel linguaggio infantile significano «sonno». Già i latini, parlando di nenia, intendevano indicare una cantilena, un linguaggio magico e, in alcuni contesti, un canto funebre. Il canto di culla era chiamato Lallum o Lallus, e ancora oggi, quando si dice "lallare", si indica il suono emesso dondolando il bambino in braccio o nella culla per facilitargli il sonno. Gli antichi romani cantavano «lalla lalla».

Mappa della distribuzione globale dei termini per

Le similitudini linguistiche si ritrovano in diverse lingue: in inglese è lullaby, con un'assonanza non casuale con le radici latine; in francese è berceuse; nana per spagnoli e portoghesi; Wiegenlied per i tedeschi. Perfino in arabo, nella variante tunisina, la parola «dormire» è detta nänni, mentre per gli egiziani lo stesso significato è racchiuso nel termine ninne. Queste affinità etimologiche suggeriscono che, fin dall’antichità, cantare con un bambino tra le braccia fosse uno dei gesti più naturali dell’uomo in ogni luogo. La parola italiana "Ninnananna" era compresa già nel “dizionario dell’Accademia della Crusca del 1612”, che la attribuiva alle balie, evidenziando una lunga storia di questo termine nella lingua italiana.

Struttura e Melodia: L'Ipnotico Ritmo del Sonno

L'anninnìa, come molte ninne nanne tradizionali, si distingue per una struttura musicale e testuale semplice ma efficace. Come già accennato, l'impostazione vocale è priva di virtuosismi, orientata alla chiara sillabazione del testo, rendendo il canto accessibile e rassicurante. La melodia è spesso diatonica, senza particolari complessità armoniche, concentrandosi sull'aspetto ipnotico del ritmo e della ripetizione.

Il testo verbale è solitamente strutturato in una catena di distici a rima baciata, che vengono regolarmente intercalati dal modulo stereotipo "anninnia anninnia". Questo modulo non è solo un ritornello, ma un elemento strutturale che scandisce il canto, creando un'onda sonora continua e avvolgente. Le variazioni nel timbro, nel ritmo e nell’impostazione del canto dipendono molto da chi le intona, permettendo una personalizzazione che rende ogni anninnìa unica, pur nell'ambito di una tradizione condivisa.

Un esempio tangibile di questa struttura è quello di una ninna nanna sarda registrata presso la località di Seui e raccolta nell’antologia folklorica sarda "Musica sarda. Canti e danze popolari", curata da Diego Carpitella, Pietro Sassu e Leonardo Sole. Il canto, intonato da un’unica cantrice, esorta il sonno della bambina ed è composto da strofe di distici settenari che vengono aperti e conclusi dal verso stereotipo “anninnia anninnia”. Questa iterazione costante e il ritmo cadenzato sono i pilastri su cui si costruisce l'effetto rassicurante e addormentante della ninnananna.

Diagramma della struttura ritmica di una ninna nanna

L'Incanto della Sorte e l'Ombra della Paura

Nelle ninne nanne sarde, e più in generale, nei canti di culla, si annida una componente aggiuntiva che va oltre il semplice desiderio di indurre il sonno: l’incanto della sorte. Nella tradizione sarda, se le Janas decretano la fortuna del neonato, affatandolo beni o mali, sono le mamme ad augurare al proprio piccolo un meraviglioso futuro. Questo augurio può assumere forme inaspettate e rivelatrici del contesto culturale in cui nasce. Un esempio eloquente di questo desiderio materno è racchiuso in un verso: "Fizzu e su coro meu benedittu, canno ser mannu diventes bandites", che si traduce in "Figlio del mio cuore benedetto, quando sarai grande ti auguro di diventare bandito". Questa frase, apparentemente dissonante con il concetto di augurio, deve essere interpretata nel contesto storico e sociale della Sardegna, dove la figura del bandito poteva, in passato, rappresentare un simbolo di libertà, di resistenza e talvolta di giustizia "alternativa" in un mondo rurale e spesso vessato. Non è un augurio di criminalità, ma piuttosto di forza, indipendenza e capacità di difendersi e affermarsi. Un altro augurio comune è "Poi ti do una fortuna grande, perché mai tu abbia dolore in vita," che esprime il desiderio universale di una madre per la felicità e l'assenza di sofferenza per il proprio figlio.

Tuttavia, il mondo delle ninne nanne non è fatto solo di dolci promesse e sogni dorati. In molte di esse si fa riferimento a figure inquietanti, come la Befana, l’uomo nero o persino la morte, figure che possono spaventare il bambino. Questo aspetto può sembrare contraddittorio, ma rivela una profonda intuizione psicologica: scivolare nel sonno è, in un certo senso, un piccolo “morire”, una temporanea separazione dalla veglia e dalla figura materna. La paura di questa separazione è presente in quel momento di passaggio, e il canto, riconoscendola e nominandola, può aiutarla a esorcizzarla. La notte, come osservato, era un momento temuto dal sardo per una miriade di motivi, e le ninne nanne servivano anche da ballate o ninne per affrontare queste ansie.

La Componente Cristiana: Un Tardo Innesto Culturale

La componente cristiana, come spesso accade nella cultura popolare sarda, è presente anche nelle ninne nanne, sebbene in molti casi si tratti di un "tardo innesto" che può stonare se non se ne comprende l'origine e la funzione. Inizialmente, i canti di culla erano legati a credenze più arcaiche e pagane, ma con l'avvento e la diffusione del Cristianesimo, molti testi sono stati reinterpretati o creati ex novo per includere riferimenti religiosi, specialmente alla figura di Gesù Bambino e della Madonna.

Un esempio toccante di questa fusione è la ninna nanna "LU CHERIA NINNARE" scritta da Franco Madau, che esprime un desiderio profondo di cullare il Cristo Bambino:

LU CHERIA NINNARE

Lu cherìa ninnarein lentolos de linupro ch’issu est Unu e Trinubennidu a nos salvare . Lu cherìa ninnare.

Lu cherìa ninnareIn banzigos de oroPro ch’Issu vida e coroEst bennidu a nos dare . Lu cherìa ninnare.

LU CHERIA NINNAREIN CHELOS BIAITTOSPRO CHI SOS COROS FRITTOSLOS POTTAN CAENTARE . . LU CHERIA NINNARE.

Lu cherìa ninnareIn tulas de amorePro ch’Issu est su SegnoreBènnidu a nos amare . Lu cherìa ninnare.

Lu cherìa ninnareIn badde solianaPro chi sa zente sanaTotta potta torrare . ..

Questa ninna nanna non solo culla, ma prega e invoca benedizioni, trasformando il canto di sonno in una forma di devozione. Allo stesso modo, "Celeste Tesoro", una ninna nanna dedicata a Gesù Bambino, il cui testo è attribuito a mons. Bonaventura Licheri (circa 1760), è un altro splendido esempio di come la fede si sia intrecciata con il canto di culla. Il ritornello "Dromi vida e coru arriposa anninia, Celesti tesoru de eterna alligria" riassume la dolcezza e la sacralità di questo genere, che in alcune versioni viene cantato anche "a curba", con un particolare andamento melodico.

CELESTI TESORU

Celesti tesoru de s’anima miaDormi vida e coru riposa anninnìa.DORMI VIDA E CORU, RIPOSA ANNINNIA.

De is gentis suspiruProfeticu accentuDe is corus cuntentu,Sollievu e respiru.T’adoru, t’ammiruAmanti Messia. DORMI.

S’oberit su sinuDe terra fecunduGermogliat giucunduSu Flori Divinu,su vagu Bambinude is gentis sa ghìa. DORMI.

Su Verbu Divinu,s’angelicu gosuè nasciu diciosuche umanu Bambinu,in virgini sinud’abbrazzat Maria. DORMI.

Cun gioia prus puraEsultant is montis,scatùrint is fontisde mebi e dulciura,è bennia de alturarugiada de oru. DORMI.

Questa tradizione di ninne nanne religiose, spesso cantate in occasioni come Natale ("Goccius de Natali o Paschixedda"), è un esempio della capacità della cultura sarda di assimilare e reinterpretare elementi esterni, integrandoli nella propria identità e nelle proprie espressioni più autentiche.

Esempi e Variazioni: Un Mosaico Sonoro

Le anninnìas, come ogni espressione di tradizione orale, variano considerevolmente nel timbro, nel ritmo e nell’impostazione a seconda della cantrice e della zona geografica. Nonostante questa variabilità, esistono alcuni canti che sono diventati particolarmente noti, grazie anche a registrazioni e interpretazioni artistiche.

Uno degli esempi più celebri è "Sa Ninna nanna de Anton'Istene", cantata da Marisa Sannia su poesia di Antioco Casula, conosciuto come il Montanaru. Questa è considerata una delle Ninne più dolci che una madre possa cantare al proprio bambino e la sua popolarità è dovuta anche alle numerose versioni esistenti.

Ninna nanna de Anton’Istene (di Antioco Casula, il Montanaru)

Ninna nanna pizzinnu, ninna nannati leo in coa e canto a duru duru,dormi pizzinnu dòrmidi seguru,ca su cane ligadu hap’in sa gianna.

Babbu tuo de pena nd’est pienu,cant’est pienu s’òrriu de trigumatue dormi come in logu aprigucun cara tunda e animu serenu.

Si malos bisos faghes in su sonnutue non timas, nè piangas mai,cando t’ischidas t’ischidet mamanèndedi contos de nonna e de nonnu.

Unu caddittu t’hap’a comperarecun sedda bella e cun frenu de oro;des andare in Caddura e Logudoroe tott’a tie den invidiare.

Ti ponz’a coddu soga cun fosilee duos canes ti peso pro cazza,canes de Fonne, canes de arrazzapro ti fagher difesa in su cuile.

E poi ti regalo elveghes chentue una tanca tottu fiorida,una este de pannu coloridae t’accumpagno finz’a Gennargentu.

Dae nie des bider custa terrasardignola chi amo e des amaresas lineas lontanas de su mares’isplendore lughente de dogni serra.

Poi ti do una fortuna mannapro chi mai in sa vida hapas dolore.A la cheres?

Ninna nanna de anton'istene (Ninna nanna)

Oltre a questi esempi strutturati, la tradizione orale è ricca di filastrocche e canti più brevi, spesso basati su onomatopee come il "duru duru". Molte persone ricordano frammenti di questi canti, come "A duru duru, at nadu su babbu, chi l'ada a giughere a sa festa a caddu, e l'ada a ponnere unu fioccu in testa, e a caddu l'ada a giughere a sa festa. A duru duru, at nadu su babbu, chi l'ada a giughere a sa festa a caddu, a sa festa de salighe murua duru duru, a duru duru." Queste filastrocche, spesso eseguite tenendo i bambini sulle ginocchia "pro los appentare", ossia per dondolarli, mostrano come anche semplici sequenze sonore e ritmiche potessero diventare ninnananne.

Un’altra forma di canto tradizionale, la "disispirata" (o "disisperada", "disispirada"), che in origine sembra essere stata una serenata derivante dallo spagnolo despertar (svegliare), si è talvolta confusa o fusa con la ninna nanna nei suoi versi finali, specialmente in contesti galluresi. Sebbene il suo significato originale fosse quello di un canto amoroso, l'assonanza con "disperata" ha caricato il canto di sentimenti tristi, ma alcuni frammenti come "drommi be' alla ninna alò alò, deu lu be' ti dia e mali no…" dimostrano la sua adattabilità anche come canto di culla. Questi versi conclusivi erano consueti, quasi rituali, in questa forma di canto.

Serenata Notturna Gallurese (che si confonde con una ninnananna nei versi finali)

Estaticu in mirà la to figurad'un incendiu amorosu eu rispirue la più alta spera e la più puradanazi a cussì bedda criaturafirmaria lu soli lu irusi più ti miru tantu più m'incantim'oblichi più e più a istimattidi la me ita li più dolci istantiso li chi passu, bedda, in adorattidrommi be' alla ninna alò alòdeu lu be' ti dia e mali no…

La Ninnananna come Strumento di Acculturazione

Al di là del suo scopo primario di indurre il sonno, la ninnananna riveste un ruolo cruciale nell'educazione e nello sviluppo del bambino, fungendo da strumento di "acculturazione linguistica e musicale". Un primo e fondamentale contatto con la musica e con la realtà che lo circonda avviene proprio grazie alla voce della mamma, che il bambino ricerca e gradisce sin dalla nascita. Questo contatto precoce con il linguaggio, il ritmo e la melodia della propria cultura è essenziale per la formazione dell'identità.

Ascoltare una ninna nanna sarda, come quella registrata a Seui e reperibile nell'antologia "Musica sarda. Canti e danze popolari", curata da Diego Carpitella e Pietro Sassu e Leonardo Sole, offre una finestra su un mondo sonoro specifico, plasmato dalla lingua e dalla storia della Sardegna. Il bambino assorbe non solo le parole, ma anche le intonazioni, le cadenze e le espressioni linguistiche che diventeranno parte integrante del suo patrimonio culturale.

Bambino che ascolta musica o viene cullato

Il repertorio infantile, che include nenie come "la mi mama la feva al gnoc" o "la mia mama l’aghdeva di pogn", contribuisce a introdurre il bambino nel contesto linguistico e sociale della famiglia e della comunità. Anche filastrocche come "duru duru durutai custa pizzinna non si morzat mai, menzus nos morzat una bitelledda de sa bitella ne faghimus niente de sa pizinna nde faghimus zente" non sono solo giochi di parole, ma veicoli di un primo contatto con la lingua, con le sue sonorità e con le sue espressioni idiomatiche. In questo senso, le ninne nanne diventano veri e propri "laboratori" linguistici e musicali, dove il bambino inizia a familiarizzare con la propria lingua madre in un contesto di affetto e sicurezza.

Il Senso di Abbandono e la Sicurezza Affettiva

Ciò che rende le ninne nanne immortali e insostituibili non è solo la loro funzione pratica o culturale, ma il profondo senso di abbandono e sicurezza che sono in grado di evocare. Per molti, il ricordo delle ninne nanne dedicate può essere sbiadito, ma ciò che rimane vivida è la sensazione provata tra le braccia materne: un senso di calore avvolgente, di leggerezza e di totale sicurezza. Questo legame emotivo, trascendente le parole, è il motivo per cui le ninne si rinnovano, cambiano e si modificano attraverso le generazioni, ma non si smetterà mai di cantarle ai propri figli.

Le ninnenanne, infatti, non sono solo un’eredità del passato, ma un ponte verso il futuro. Il loro utilizzo in progetti scolastici interculturali, specialmente nella scuola dell’infanzia, dimostra il loro valore come strumento per esplorare l'identità personale e confrontarla con quella degli altri, promuovendo comprensione e apertura. Anche per i bambini più grandi della scuola primaria, l’approccio alle ninne nanne può diventare un modo per lavorare sulla scoperta e sulla storia della propria identità, per poi confrontarla con quella di altri compagni, meno fortunati, che vivono in paesi lontani. Questo arricchisce la prospettiva dei bambini e consolida il loro senso di appartenenza a una comunità globale, pur mantenendo salde le radici locali.

La preghiera notturna, come quella recitata da una signora di Ossi, dove si invoca la protezione degli angeli e della Madonna, è un ulteriore strato di rassicurazione e spiritualità che si aggiunge al canto. "Su lettu meu est de battor contones e battor anghelos si bi ponent, unu in pes unu in cabitta, nostra segnora a costazos m'istat, issa mi narat : drommi e reposa no apas paura de mala cosa". Questi versi infondono un senso di protezione divina, avvolgendo il bambino in una quiete sacra che lo accompagna nel sonno.

Questi canti, che rappresentano i "mellosu dei becciu nostusu" (il meglio dei nostri antenati), rischiano purtroppo di perdersi, come evidenziato da molte testimonianze. La mancanza di una trasposizione scritta e il declino della pratica del canto in limba sarda tra le nuove generazioni mettono a rischio questo prezioso patrimonio. Tuttavia, iniziative volte a ricordarle e registrarle sono fondamentali per preservare una parte vitale dell'identità culturale sarda e universale. La ninnananna, nella sua semplicità e profondità, rimane un canto senza tempo, un messaggio d'amore che attraversa le epoche.

tags: #filastrocca #sarda #ninna #nanna #ninna #ia