Il titolo, apparentemente contraddittorio, del libro "Le bambine non esistono" (ed Libreria Pienogiorno) introduce la complessa e spesso dolorosa realtà che molte bambine e donne affrontano in diverse parti del mondo, con particolare enfasi sull'Afghanistan. Questa affermazione, lungi dall'essere una negazione dell'esistenza fisica delle bambine, sottolinea la negazione dei loro diritti, della loro identità e della loro libertà, spingendole in ruoli e vite non scelte.

Ukmina Manoori e il Fenomeno delle Bacha Posh: Vivere al di Fuori dell'Esistenza Femminile
La vita di Ukmina Manoori, una bambina afgana cresciuta con abiti maschili e con la libertà che quegli abiti maschili le conferiscono, incarna il significato più profondo di "le bambine non esistono". Nata in un villaggio sulle montagne del sud dell’Afghanistan, nei dintorni di Khost, al confine con il Pakistan, Ukmina è stata una "bacha posh". Il termine "bacha posh" significa letteralmente “bambina vestita da maschio” ed è una pratica diffusa ma discreta in alcune aree dell'Afghanistan. Questa tradizione, tollerata persino dai Talebani, autorizza le famiglie senza figli maschi a far travestire una delle loro figlie per avere un indispensabile aiuto. Le femmine, infatti, non possono lavorare, non possono uscire da sole, andare a fare la spesa, badare agli animali e curare la terra, rendendo la loro esistenza come femmine "non pratica" in certi contesti culturali ed economici.
Ukmina, undicesima dopo sette femmine e tre maschi morti in fasce, quando ha superato il mese di vita, ha visto suo padre sentenziare: «Tu sarai un maschio, figlia mia». Questo cambio di identità, motivato sia dal desiderio di salvare l'onore della famiglia sia da ragioni economiche, ha permesso a Ukmina di vivere una libertà altrimenti inaccessibile. La famiglia di Ukmina, ad esempio, aveva bisogno di "due braccia in più per non morire di fame". Così, Ukmina è diventata Hukomkhan, “l’uomo che dà ordini”, un nome che ha sostituito quello dato alla nascita. Se dei conoscenti portavano regali per una bambina, il padre li rifiutava dicendo: «Questo è mio figlio, non mia figlia».
Nel suo villaggio, Ukmina non era la sola ad aver subito questa trasformazione; era in compagnia di altre quindici bambine che avevano condiviso la sua stessa sorte. Questo cambiamento permetteva loro di non restare relegate in casa e di non essere imprigionate dal pesante burqa. La libertà per le bacha posh, tuttavia, aveva un tempo limitato: all’arrivo del ciclo mestruale, dovevano ritornare ad essere donne e prendere il posto assegnato in seno alla società. Questo passaggio rappresenta un dramma per coloro che avevano goduto di ampie libertà rispetto alle coetanee. Come espresso da Ukmina: «Ho assaporato la libertà degli uomini, ho visto le ragazze della mia età scomparire dalle strade e diventare invisibili. Per me non è più possibile tornare indietro. È troppo tardi».
Non tutte le Bacha Posh accettavano poi di ridiventare donne. La maggior parte si sottometteva al volere dei genitori e della società, ma alcune irriducibili continuavano a indossare abiti maschili, si fasciavano il seno e abbandonavano per sempre il loro sesso. Fu così per Ukmina, che rifiutò il matrimonio, rifiutò la sua femminilità e fuggì, negli anni Ottanta, sulle montagne contro il volere del padre e delle autorità religiose. A soli sedici anni si unì ai mujaheddin, con un kalashnikov in spalla per combattere l’invasore russo. Questa scelta le ha permesso di rimanere fedele a sé stessa, a quella sé stessa libera e indipendente che con fatica era diventata.
La Sconvolgente Realtà delle Donne Afghane: Non Crederai a Cosa Sta Succedendo | Documentario
Le Radici Storiche del Matrimonio Infantile e la Negazione dei Diritti Femminili
La storia di Ukmina e il fenomeno delle bacha posh si inseriscono in un contesto molto più ampio di negazione dei diritti delle bambine e delle donne, che affonda le sue radici nella storia e si manifesta ancora oggi in molteplici forme, tra cui il matrimonio infantile. I dati storici rivelano che, in diverse epoche e civiltà, l'età del matrimonio per le bambine era sorprendentemente bassa.
Sul libro di storia, emerge che spesso, soprattutto per i sovrani, le bambine venivano fin dalla nascita destinate a sovrani ormai di una certa età. Questo ha spinto a ulteriori ricerche sulle spose bambine nella storia. Nell’antico Egitto, le ragazze erano ritenute abbastanza grandi per il matrimonio e la maternità a 14 anni. Nell’antica Grecia, le ragazze di soli 12 anni potevano sposarsi. A Roma, i matrimoni erano decisi dai parenti, quasi sempre per ragioni economiche o per stringere alleanze politicamente vantaggiose. Un padre poteva promettere in sposa la propria figlia anche contro la sua volontà, e tale rito era ritenuto un atto giuridicamente valido; la “cessione” avveniva generalmente intorno ai 12 anni, ma vi sono iscrizioni funerarie che parlano di fanciulle morte, evidentemente per parto, a soli 10 o 11 anni. Naturalmente non era l’amore che legava queste unioni, ma la preoccupazione di avere una discendenza o un vantaggio economico o sociale. Il matrimonio sanciva di fatto il passaggio della bambina dalla potestà del padre a quella del marito.
Durante il Medioevo, questo fenomeno rientrava nella quotidianità. Ma anche fra Settecento e Ottocento l'età nuziale poteva partire per le donne dai 12 anni in diversi stati, come Inghilterra e Regno di Napoli. Addirittura, nelle famiglie reali, o comunque dotate di ricchezze e poteri, si celebravano matrimoni fra bambini o fra bambine e adulti. Fa un certo effetto pensare a quante siano state dall’antichità ad oggi, passando per il Medioevo e l’età moderna, le adolescenti costrette a vivere una vita non scelta. Probabilmente anche tra i nostri bis o tris nonni forse troviamo qualche storia triste di matrimoni combinati perché anche in Italia in passato era nella norma che ragazze giovanissime, non ancora maggiorenni, sposassero persone più grandi di loro, rendendole schiave di ruoli già descritti per loro da una società culturalmente arretrata e con usanze discutibili.

La Persistenza degli Stereotipi e la Lenta Lotta per la Parità di Genere
Oggi le cose un po’ sono cambiate, gli stereotipi sono stati in parte superati ma non ancora demoliti. Grazie al progresso e a una più diffusa consapevolezza sono stati ristabiliti gli equilibri tra mondo maschile e femminile, le donne hanno la libertà di sposarsi ma anche di non farlo, di avere figli o di rinunciarvi, anche se ancora la parità di genere non è stata raggiunta. Lo dimostra il fatto che nell’Agenda 2030 il quinto obiettivo ribadisce l’importanza proprio di questo traguardo.
Sia nell’Occidente, ma soprattutto nei cosiddetti Paesi meno sviluppati e progrediti, come il Ciad, la Somalia, l’Afghanistan, lo Yemen, l’India, la Siria e l’Iran, le bambine sono ancora costrette a matrimoni precoci. Organizzazioni come Save the Children, Amnesty International e Terres des Hommes denunciano che ogni anno “ogni 7 secondi, da qualche parte nel mondo, mentre qui nel ricco e civilizzato Occidente una bambina legge un libro, pratica sport o gioca con una bambola, altrove una sua coetanea si sposa con un uomo molto più grande di lei contro la sua volontà”. Questa bambina dovrà rinunciare a studiare, probabilmente sarà vittima di violenza domestica e potrà morire di parto o metterà al mondo figli con un alto rischio di denutrizione, malformazione, ritardi cognitivi o morte precoce. Molte di queste bambine non ce la fanno e si suicidano per la disperazione. A loro sicuramente è stato negato il diritto di essere bambine, il diritto al gioco, all’istruzione, all’amore e alla felicità.
È triste pensare che questi diritti negati continuano ad esistere nell’indifferenza di uomini e donne e istituzioni politiche, come se non si potesse fare niente. La storia di Ukmina, che ha conosciuto strade che non conosceranno mai la dolcezza dell’asfalto ma che, in quanto battute da una mente pensante, hanno condotto a importanti cambiamenti di atteggiamenti e consapevolezze sull’universo dei diritti delle donne, dimostra che spianare strade della consapevolezza è sempre una grande conquista.
Un esempio di come gli stereotipi siano duri a morire è l'episodio della app Immuni del governo italiano, che riportava l’immagine di una donna che ha in braccio un bambino e un uomo che lavora al computer, perpetuando lo stereotipo sessista della donna casalinga e dell’uomo lavoratore. Questo dimostra che la cultura è spesso il vero ostacolo al cambiamento, e non la natura. La storia di Ukmina smentisce la convinzione che le bambine siano "naturalmente inabili" a certe attività, dimostrando che riescono tranquillamente a lavorare, ad andare a fare la spesa, a curare la terra e gli animali. È la cultura ad aver riservato queste attività ai maschi e il recinto di casa alle femmine.

Sensibilizzazione e Azione: Il Ruolo della Conoscenza e del Coraggio
Di fronte a queste realtà, sorge spontanea la domanda: cosa possiamo fare per impedire che tutto ciò continui? La risposta risiede forse nel capire l’importanza di conoscere per fare connessioni tra passato, presente e futuro, conoscere per capire e sviluppare maggiore consapevolezza, sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni politiche di ogni parte del mondo, e parlarne sempre per non far sì che tutto questo possa essere una cosa che risulti “normale” o che non ci riguardi troppo da vicino. Compiere anche piccoli gesti, come quello intrapreso per questo progetto, può fare la differenza.
Un’indagine condotta in un centro commerciale di Cecina ha rivelato che, su un campione di circa trenta persone di età compresa tra i 20 e gli 80 anni, la maggior parte è a conoscenza del fenomeno delle spose bambine per aver visto servizi giornalistici in televisione, identificando i paesi del Sud del mondo come quelli interessati, ma non ritiene che in Italia questo fenomeno possa esistere. Alla domanda su cosa si possa fare per cambiare le cose, quasi tutti hanno risposto che è difficile perché questo triste fenomeno fa parte della cultura di molti paesi, aggiungendo però che anche quello che si stava facendo, sensibilizzare le persone e scuoterle rispetto alla loro indifferenza, poteva essere d’aiuto. Questo evidenzia la necessità di continuare a promuovere la consapevolezza e l'educazione.
Ukmina Manoori, attraverso il suo libro scritto con Stéphanie Lebrun, ha scelto di usare la sua voce per raccontare la prigionia della condizione femminile nel suo Paese, diventando un punto di riferimento per le tribù locali e aiutando altre donne. Oggi Ukmina ha cinquant’anni e continua a combattere per la libertà e i diritti delle donne, diventando “Ukmina la Guerriera” ed essendo eletta nel Consiglio provinciale di Khost. Il suo coraggio e la sua resilienza sono un monito che i progressi sono lenti, faticosi, ma è una fatica che vale la pena fare. Perché “non è la fortuna che serve, è il coraggio”. Il suo libro è dedicato a donne coraggiose, forti, esemplari e ammirevoli “che si rifiutano di essere invisibili, di nascondersi sotto il burqa, di sottomettersi alla schiavitù del matrimonio, di accettare il principio della loro inferiorità”. Ukmina incarna la convinzione che "a cosa serve la democrazia, se le donne non ne beneficiano?". La sua storia è un'emozionante testimonianza che augura un mondo in cui non esistano più cose da maschi e cose da femmine, perché è solo la cultura che ha creato questa differenza, non la natura.
