La genesi dell'interesse per il mondo della musica di malavita affonda le sue radici in un percorso professionale internazionale, maturato lontano dai confini calabresi. Durante i primi anni di lavoro in Germania, l'attività di ritrattista ha permesso di fotografare icone mondiali del calibro di David Bowie, Jon Spencer, Rita Marley, Erikah Badu, Jimmy Cliff e Sly & Robbie. L'approccio non si limitava al semplice scatto, ma mirava a contestualizzare i musicisti nel loro ambiente sociale, in quei luoghi che le loro canzoni richiamavano costantemente. Tale sensibilità per il legame tra musica e territorio ha rievocato, quasi per associazione di idee, i canti di malavita ascoltati durante l'adolescenza in Calabria.

La curiosità intellettuale spinse a richiedere a un amico d'infanzia l'invio di alcune di quelle cassette che, fino ad allora, erano rimaste confinate in un mercato locale, sommerso e marginale. L'idea di proporre un reportage a una testata autorevole come Der Spiegel fu il catalizzatore che, nel 1998, portò alla stampa del primo articolo in Europa capace di svelare al grosso pubblico l'esistenza dei canti di malavita in Calabria e delle canzoni dedicate esplicitamente alla 'ndrangheta.
L'approccio metodologico e la produzione discografica
Passare dalla fase di ricerca documentale alla pubblicazione di un prodotto discografico richiese una pianificazione rigorosa. Insieme a Maximilian Dax, rinomato pubblicista berlinese, si decise di strutturare una compilation che potesse avere una portata internazionale. Peter Cadera, allora capo della sede di Amburgo della casa discografica PIAS, seguì ogni fase del progetto, consapevole che il materiale rappresentava un repertorio avvincente, noto solo localmente e rimasto per decenni fuori dalla cognizione del resto del mondo.
L'obiettivo sotteso alla pubblicazione del CD era ambizioso: utilizzare le canzoni mafiose come una porta d'ingresso per documentare il mondo della 'ndrangheta, cercando di decodificare e rendere comprensibili gli aspetti più complessi della cultura criminale. Per quanto riguarda la promozione, la certezza era che i media internazionali avrebbero risposto con entusiasmo, proprio a causa dell'unicità del fenomeno rappresentato.
Il contatto con il tessuto criminale e i protagonisti
Il lavoro di mappatura ha coinvolto una quindicina di figure tra produttori, che hanno attinto ai propri archivi, e musicisti. È fondamentale chiarire che i produttori di queste canzoni, così come i suonatori di tarantella, sono persone al di fuori di ogni sospetto. Con il supporto di Mimmo Siclari, produttore di Reggio Calabria, è stato possibile incontrare molti interpreti che, tra gli anni '70 e '80, registrarono le celebri "cassette".

I musicisti scrivevano e cantavano di regole mafiose, omertà e uccisioni semplicemente perché la 'ndrangheta era un elemento onnipresente sul loro territorio. Le cassette andavano a ruba nei mercatini di paese, in un circuito commerciale perfettamente visibile che non ha suscitato alcun clamore in Italia fino all'uscita della trilogia "La Musica della Mafia". È stato solo allora che i giornalisti italiani si sono resi conto che quelle canzoni facevano parlare della Calabria all'estero.
Raggiungere un boss attivo dell'organizzazione per intervistarlo richiede un impegno decennale. Non basta conoscere gli 'ndranghetisti dai tempi della giovinezza: guadagnare la fiducia di un boss, tenendo fede al principio di non concedere alcun vantaggio, richiede anni. È necessario garantire che le informazioni non verranno manipolate e che il nome e il luogo di residenza della famiglia non saranno mai menzionati. Inoltre, intervistare un boss non significa acquisire la fiducia di altri; ogni ricerca di fonti costringe a ripartire quasi da zero, cercando il boss competente per lo specifico tema ricercato.
La struttura e l'evoluzione della "poesia" malavitosa
Le canzoni della 'ndrangheta non sono nate dal nulla, ma rappresentano la trasformazione dei canti di carcere e malavita. Dal punto di vista musicale, i tratti distintivi risiedono nelle tarantelle, rielaborate nei secoli, probabilmente basate sull'arcaica danza di guerra Pirrica, assorbita dai calabresi durante il periodo della colonizzazione greca (Magna Grecia, VII-IV secolo a.C.). Questi brani, scanditi dal tamburello in 12/8 e talvolta in 6/8, si avvalgono di strumenti tradizionali derivanti dall'antica Grecia come la zampogna, la chitarra battente, la pepita, la lira calabrese o l'organetto.
Fratellastri D'Italia (Greci Di Calabria) - Gallicianò
Sulle copertine delle cassette, ideate spesso dai produttori stessi, dominano simboli come l'albero della scienza, che sintetizza la struttura criminale, o il vangelo, utilizzato durante le cerimonie di iniziazione. Un elemento che colpisce per la sua assenza è la voce femminile: le poche donne inserite nel sistema, le cosiddette "sorelle di omertà", erano storicamente ignorate dalle forze dell'ordine e il loro numero era comunque esiguo rispetto alla componente maschile.
La distribuzione di questo materiale avveniva in modo capillare. La Elca Sound, la più grande distribuzione musicale calabrese, ha venduto, tra il 1980 e oggi, più di 4 milioni di cassette. Queste venivano prodotte su supporti trasparenti per facilitarne la circolazione, anche all'interno delle carceri, raggiungendo le comunità di calabresi in nord Europa, America e Australia.
Il declino di un genere e le implicazioni sociali
Gli autori coinvolti nel progetto hanno smesso di produrre nuovi brani da oltre un decennio. La motivazione addotta è la fine della "poesia" nella mafia: se in passato l'organizzazione assumeva, in un certo senso, funzioni di tutela dei contadini contro le angherie dei padroni terrieri, oggi prevale il commercio di stupefacenti e il profitto che ne deriva.
Di fronte a un'operatività sempre più efferata, che non risparmia donne o bambini, gli autori hanno smesso di voler raccontare le vicende dell'organizzazione. Questo cambiamento è evidente in brani come "Ninna nanna malandrineddu" (La Musica della Mafia Vol.II), dove si descrive una madre che istiga il figlio a vendicare la morte del padre, un pezzo di vita reale trasposto in musica. O ancora "Ammazzaru lu Generali" (La Musica della Mafia Vol.III), che ricorda la morte del Generale Dalla Chiesa, un brano che, lungi dall'offendere, interroga sulla natura dei misteri di Palermo.

L'ipotesi che la struttura mafiosa sia stata rafforzata dalle canzoni è riduttiva. Il figlio di un affiliato seguirebbe le orme del padre anche senza ascoltare quelle note, così come un estraneo non diventerebbe mafioso solo per gusto estetico verso le liriche. Il potere della mafia oggi è alimentato da ben altre dinamiche, legate alla corruzione politica e alla collusione con le istituzioni.
Le critiche feroci rivolte al progetto di ricerca sono apparse solo nel 2008, otto anni dopo la pubblicazione del primo volume, alimentate da una cerchia che ha cercato di etichettare il lavoro come "esportatore di etica mafiosa". Si è trattato di un'invenzione ridicola. Il fatto che Domenico Modugno abbia cantato "Mafia" nel 1961, o che la malavita milanese sia stata interpretata da Ornella Vanoni, dimostra che il filone della canzone criminale è sempre stato parte dell'immaginario collettivo italiano, ben prima degli anni '70. La legge sulla libertà di stampa traccia una linea netta tra giornalismo e illegalità, una linea che alcuni scelgono di ignorare pur di diffamare chi si occupa di analizzare, con oggettività, un fenomeno storico-musicale così radicato.