Introduzione: L'Incubo Reale dello Scambio in Culla
Tra le abissali paure di una madre c'è anche quella, che arriva dalle favole e in effetti dalla cronaca, dello scambio in culla. Fin dai primi istanti di vita, una madre assiste alla nascita dei suoi figli e li guarda in faccia abbastanza a lungo da essere in grado di riconoscerli anche dentro una piccola folla di neonati senza braccialetto identificativo. I bambini appena nati non sono tutti uguali; non sono moscerini o formiche, hanno lineamenti, colori, dimensioni, capelli, occhi e nasi del tutto differenti. Sono persone, solo un po’ più piccole e incapaci di dire: ehi, sei ubriaco? Dove mi stai portando, chi è quella tipa, dov’è il mio braccialetto? Questo riconoscimento istintivo è il primo atto di un accudimento che inizia lì, come il destino.

Forse a questo soltanto servono i padri o chiunque assista al parto senza far niente: a controllare, seguire, pedinare, monitorare. Stare addosso all’infermiera finché non ha infilato il braccialetto, scattare foto con il telefono, chiamare a raccolta i testimoni, memorizzare le somiglianze, trovare dentro la commozione e lo sfinimento anche la razionalità di dire con ragionevole certezza al di là del vetro: è lui, è lei, vedete come mi assomiglia? Anche quando non gli assomiglia per niente e lì si aprono, forse, altre questioni. Eppure, nonostante ogni precauzione, a volte qualcuno si è distratto, o un errore imprevisto ha alterato il corso di una vita, consegnando un neonato alla famiglia "sbagliata".
Tra Favola e Cruda Realtà: Lo Scambio Nelle Narrazioni
Le narrazioni, sia quelle antiche che quelle contemporanee, hanno esplorato il tema dello scambio in culla, spesso con implicazioni profonde che vanno oltre il mero errore. Nelle favole, a volte è arrivata una fata dispettosa che ha deciso di dare a quella bella bambina rosa una mamma regina, e a quella brutta bambina antipatica una mamma insopportabile, oppure il contrario. Questo scenario è un archetipo potente, dove ricchezza, povertà, amore, odio, bei vestiti e vestiti di stracci, piramidi di panini imburrati oppure un tozzo di pane secco si alternano. Palazzi pieni di stanze o catapecchie al limitare del bosco con orride matrigne; gentilezze estreme o estreme prove di coraggio: qui si gioca la fortuna, il futuro e il desiderio di rivalsa, i mostri, le magie, la vendetta, i prìncipi e i poveri.
Il romanzo di Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, uscito nel 1981 e ripubblicato da Mondadori qualche anno fa, offre una reinterpretazione moderna e socialmente critica di questo archetipo. Nel momento esatto in cui l’India dichiara l’indipendenza dall’Impero britannico, il 15 agosto 1947, nascono bambini pieni di doti straordinarie. Un’infermiera, mossa dal desiderio di compiere un atto di giustizia sociale, scambia di proposito due neonati: uno ai benestanti, uno al mendicante, con il mantra “Fa’ che il ricco sia povero e il povero sia ricco”. Questo atto premeditato mette in luce le profonde disuguaglianze e il desiderio umano di sovvertire l'ordine sociale, anche a costo di un'ingannevole alterazione del destino individuale.

Anche nella Compagnia dei Celestini di Stefano Benni, i bambini scambiati facevano parte degli orfani, protetti solo dal Grande Bastardo, il re del terribile regno dei fanciulli randagi, l’uomo misterioso che ogni bambino ramingo sogna di incontrare per diventare un bambino genitorato e benestante. “Genitorato”, in questo contesto, significa provvisto di genitore adatto, senza importanza che sia quello vero. Queste narrazioni ci ricordano che lo scambio in culla non è solo un errore logistico, ma un evento che scuote le fondamenta dell'identità, dell'appartenenza e del destino.
Tuttavia, queste storie, siano esse favole o romanzi, non fanno cenno, nelle favole, alle ripercussioni psicologiche più profonde: la tristezza lascia velocemente il posto alla gioia, l’ingiustizia alla giustizia, il perdono alla vendetta. Il risarcimento per i dispetti delle fate è un sacco pieno di monete d’oro e un futuro luminoso, concludendosi con il classico “e vissero per sempre felici e contenti”. Tanto basta, poche lagne. Ma anche il racconto della realtà è spesso pieno di semplificazioni e infatti lo scambio in culla viene sempre mostrato come l’incubo di ogni genitore, che mentre fa il bagnetto al suo bambino lo guarda con smarrimento e pensa: questo non è mio. Questo brutto carattere non può averlo preso da me. La realtà, però, è ben più complessa e dolorosa.
Le Profonde Cicatrici Psicologiche dello Scambio
Il trauma dello scambio in culla non si esaurisce con la scoperta della verità o con una sentenza di tribunale. Le sue ripercussioni psicologiche sono profonde e durature, influenzando non solo gli individui direttamente coinvolti ma intere reti familiari. Antonella, ad esempio, ha avuto un’infanzia difficile e affamata di cibo e di amore. La madre se ne è andata con un altro uomo, il padre l’ha picchiata ritenendola responsabile di quell’abbandono e poi ha lasciato lei e gli altri due figli che sono finiti prima dai nonni e poi in un istituto, diventando così un membro onorario della Compagnia dei Celestini di Stefano Benni, ma con meno divertimento. Antonella è stata adottata nel 2008, ma ormai era una ragazza; non c’era più un’infanzia da recuperare e il sacco di monete d’oro non cambia il passato.
Antonella adesso ha trentatré anni, è sposata ed è madre, sa chi sono i suoi veri genitori e chi è suo fratello (anche lui verrà risarcito, per non aver potuto godere della relazione con la sorella). Ma se è vero quello che dice la letteratura psicoanalitica, e in particolare Galit Atlas ne L’eredità emotiva (pubblicato in Italia da Raffaello Cortina), questo trauma non finisce qui, con la sentenza di un tribunale e con il disconoscimento di paternità verso Lorena. Quest'ultima, che già da anni aveva interrotto ogni rapporto con la famiglia, ancora prima di scoprire che non era la sua vera famiglia, porta il peso di un'eredità emotiva complessa.
Galit Atlas scrive che “Le persone che amiamo e quelle che ci hanno cresciuto vivono dentro di noi; proviamo il loro dolore emotivo, sogniamo i loro ricordi, conosciamo anche ciò che non ci è stato esplicitamente comunicato e tutto questo plasma la nostra vita in modi che non sempre comprendiamo. Ereditiamo i traumi familiari, anche quelli di cui nessuno ci ha parlato”. Lorena ha ereditato traumi riconducibili alla famiglia che ha cresciuto, anche se per poco e malamente, Antonella. Antonella, invece, li ha vissuti senza che fossero suoi, senza che le appartenessero per nascita, senza che ci fosse nemmeno quella consolazione che offre a tutti i figli che si percepiscono sfortunati lo psicoanalista e filosofo James Hillman nel suo famoso Codice dell’anima (Adelphi). Hillman assicura che ci scegliamo i genitori prima di nascere, perché il nostro carattere e la nostra vocazione di vita sono qualità innate e la missione della nostra vita è realizzare quelle spinte.
La chiama “la teoria della ghianda”: il destino della quercia è contenuto nella piccola ghianda, così come il nostro è contenuto nella nostra anima. Il nostro daimon, come diceva Platone, ci guiderà nel cammino sulla terra, ma il nostro daimon ci ha anche guidati nella scelta primaria, cioè in quale luogo, in quale pancia, in quale culla precipitare dalle nuvole. “Noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato”.
Daimon e la teoria della ghianda di James Hillman rispetto all'individuazione di Carl Gustav Jung
Questa è una visione al tempo stesso colpevolizzante e consolatoria, che però certo non può arrivare a dare un senso alla sciatteria di un infermiere o alla mala organizzazione del reparto di Ostetricia in provincia di Bari o di Brescia o ovunque. L'idea di una scelta animica, sebbene potente, fatica a giustificare gli errori umani che causano tali sconvolgimenti, sottolineando come la realtà possa essere ben più cruda e meno metafisica di quanto si vorrebbe credere.
Quando l'Istinto Materno Riconosce la Verità: Casi di Studio Globali
In diverse occasioni, l'istinto materno si è dimostrato un faro nella nebbia della confusione, portando alla luce verità scomode riguardo a scambi avvenuti in ospedale. Un caso emblematico si è verificato in un ospedale indiano, dove due famiglie provenienti da due diverse etnie, una di religione induista e una di religione musulmana, si sono incrociate per il parto di due maschietti a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro. “Quando ho riportato mia moglie Salma a casa dall’ospedale”, ha raccontato il marito alla BBC, “dopo una sola settimana mi ha detto e ripetuto che quel neonato non era nostro figlio”. Lui era indignato, incredulo, pensando al capriccio di una donna stanca.

“Lei mi ha detto che in sala parto c’era una signora originaria del gruppo etnico Bodo e che i due bambini dovevano essere stati scambiati. Io non le credevo ma lei continuava a insistere”. La madre era sicura: quel bambino con gli occhi stretti non le somigliava, nessuno della sua famiglia aveva gli occhi stretti. L’ospedale, inizialmente, ha risposto che la signora aveva problemi mentali, un tentativo di screditare la sua percezione. Ma dopo le insistenze e le richieste dell’avvocato, l'ospedale ha dovuto fornire le schede delle donne che avevano partorito alla stesso orario, tra cui la madre Bodo, che invece non aveva nessun sospetto e cresceva serenamente il suo bambino.
Quando la madre Bodo ha visto il suo figlio biologico, e quando ha visto l’altra coppia, ha capito. Ma a quel punto, i sentimenti, la cura, il tempo trascorso insieme avevano costruito un rifiuto profondo di scambiare di nuovo (come un oggetto, come una prova) il proprio bambino con quello partorito, somigliante, che eserciterà per sempre il richiamo del sangue ma che ora abbraccia piangendo un’altra madre e non vuole lasciarla, e non gli importa nulla di etnie e di occhi stretti. Questo episodio evidenzia la potenza dei legami affettivi che si creano nei primi anni di vita, capaci di superare persino la forza del legame biologico.
Il Caso di Mazara del Vallo: Caterina e Melissa, "Sorelle per Sempre"
Una delle storie più toccanti e celebri di scambio in culla che ha catturato l'attenzione in Italia è quella di Caterina e Melissa. Le due bambine, passate solo più tardi loro malgrado alla cronaca con i nomi fittizi per proteggerle, sono venute al mondo nella notte di Capodanno del 1998, a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, nell'ospedale Abele Ajello. Sono nate a soli 15 minuti di distanza l'una dall'altra. La confusione e la distrazione, probabilmente, hanno preso il sopravvento sulla solita cura e dedizione praticata in reparto, e uno scambio di tutine nella nursery avrebbe causato l’incidente.

Le due bimbe, cresciute serenamente l’una nella famiglia di un pescatore (i Foderà) e l’altra di un muratore (gli Alagna), non si conoscevano affatto. L'errore è emerso solo poco meno di tre anni dopo, nell’autunno del 2000, in una maniera del tutto fortuita, quando hanno iniziato a frequentare la stessa scuola materna nella cittadina siciliana. Uno dei primi giorni, la mamma di Melissa, Marinella Alagna, va a prendere la bambina a scuola. La maestra, che vede la madre per la prima volta e che ancora forse deve memorizzare nomi e cognomi di tutti i piccoli appena iscritti, accompagna dalla signora Alagna un’altra bambina della scuola, Caterina. Si era sbagliata, condizionata dalla stupefacente somiglianza tra la signora Marinella e la piccola Caterina. La maestra notò una somiglianza "incrociata" di ognuna delle due bambine ai genitori dell'altra. "Mi scusi, siete due gocce d’acqua, mi pareva impossibile che non fosse lei la sua bambina", disse.
Questo episodio, in apparenza insignificante, turba la mamma Marinella, che comincia a pensare a una vecchia storia di scambio in culla di cui aveva sentito parlare. In famiglia, gli adulti si interrogano e decidono di togliersi il dubbio, facendo le analisi che certificano la genitorialità biologica. Scoprono con sconcerto che la bimba che avevano cresciuto e amato fino a quel momento, figlia loro per l’anagrafe, per l’affetto, per tutto quello che c’è di condiviso tra genitori e figli, non è loro nel patrimonio genetico. Un trauma enorme per tutti. “Non è mia figlia…”, obiettò Marinella cercando con affanno la “sua” Melissa che, invece, aveva proprio i tratti di Gisella Foderà, la madre dell'altra bambina. Questo primo inquieto dubbio fu seguito dal tormento di notti passate da entrambe le mamme a discutere con i mariti.
A quel punto, le famiglie verificano che in quella stessa notte di Capodanno, a breve distanza nello stesso ospedale, era nata un’altra piccola. Ne contattano la famiglia Foderà e condividono la loro inquietante scoperta e con essa il dubbio che sia quella la famiglia che si trova ignara nella stessa situazione e che sta crescendo la loro figlia naturale. Nel giro di dieci giorni, le analisi ripetono la risposta e il dramma si abbatte anche nell’altra famiglia. La prova del DNA incrociata conferma: le due bambine sono state scambiate, in ospedale, alla nascita. Un errore tragico, al di là delle responsabilità penali, con conseguenze psicologiche e civili potenzialmente devastanti: si tratta di accettare che quella che hai fin lì creduto figlia, come figlia amata e cresciuta, in realtà fa parte di un’altra famiglia e che, intanto, tua figlia naturale sta crescendo sconosciuta in una famiglia estranea.

Un tribunale per i minorenni decise qual era la strada giusta nel migliore interesse delle minori, ma fu subito chiaro, almeno intuitivamente, a tutti, che la via legale non poteva contemplare niente di troppo diverso dal passaggio delle due bambine alle rispettive famiglie naturali. Ma di naturale in questa vicenda non era rimasto niente, tutto sembrava contro natura: lo era pensare di lasciare una figlia crescere altrove, lo era pensare di “restituire” quella che fin lì si era creduta la propria bambina, come tale amata, educata, che aveva costruito un naturalissimo legame affettivo. Un dramma in ogni caso, per le bimbe prima di tutto: come spieghi a una bimba di tre anni che deve lasciare la “sua” famiglia per andare in un’altra casa che non sa essere “sua”? Come accetti emotivamente che possa accadere e insieme come ricostruisci il rapporto con l’altra bimba, tua secondo natura, che però non conosci, educata da altri, come ne conquisti la fiducia, sapendo che porta il trauma del tuo stesso strappo a rovescio?
Le due famiglie si rivolgono a un avvocato, per rivalersi nei riguardi dell’ospedale e cercare un risarcimento dell’enorme danno subito dalle due famiglie e che coinvolge non solo bimbe e genitori, ma anche nonni, zii, tutta una sfera di affetti che in tre anni avevano avuto tutto il tempo di consolidarsi. Fortunatamente, l’avvocato Nicola Sammaritano - nomen omen, direbbe qualcuno - ha tatto e conoscenze psicologiche, robuste e indispensabili in un intrico emotivo così complesso. Sono le famiglie per prime, con l’intelligenza emotiva suggerita dall’istinto di proteggere le loro bambine, a intuire che devono da subito conoscersi e frequentarsi il più possibile per non perdere il legame genitori-figlia che avevano instaurato ignare e insieme per instaurarne un altro rispettivamente con l’altra bambina. Il Tribunale e gli psicologi che li assistevano, del resto, prescrissero esattamente quello: fare in modo che tra le famiglie, tra le piccole, le madri, i padri, le sorelline, si instaurasse una relazione che rendesse il meno traumatico possibile uno scambio che comunque traumatico sarebbe stato.
Una frequentazione reciproca di quattro mesi preparò il terreno al passaggio, che in effetti avvenne nel gennaio 2001. Ma nelle decisioni dei giudici lungimiranti c’è anche l’idea che le due bambine dovessero crescere il più possibile insieme anche dopo, come se fossero sorelle, perché il nodo avviluppato di relazioni che si era creato era ormai consolidato e ogni altra decisione che comportasse un “ognuno a casa sua”, quando nessuno più capiva quale fosse casa sua e che cosa volesse dire, sarebbe stata una lacerazione intollerabile. Le due famiglie Alagna e Foderà diventano così il più possibile una famiglia allargata con due “gemelle” diverse al centro.
Daimon e la teoria della ghianda di James Hillman rispetto all'individuazione di Carl Gustav Jung
Non è stato semplice come dirlo; nei primi anni ci sono stati alti e bassi, spinte e controspinte, perché se non è facile per le bimbe neppure per le madri lo è. Tanto più che in una casa (quella di Marinella e Vincenzo Alagna) c’erano altre due figlie, Lea e Perla, e nell’altra (quella di Gisella e Francesco Foderà), invece, la bimba scambiata all’inizio era unica, anche se poco dopo avrebbero avuto una sorellina, Sofia. Ci volle tempo, fatica e sofferenza, ma anche tanta sensibilità e intelligenza emotiva che, per come è andata a finire, di sicuro in questa vicenda gli adulti hanno dimostrato di possedere in abbondanza.
Oggi Melissa Foderà e Caterina Alagna, che da maggiorenni possono rivelarsi alla cronaca con il nome vero, sono arrivate all’università a Chieti, sede scelta perché un’altra delle loro sorelle vi si era trovata bene. Sono state sempre a scuola insieme, negli anni universitari hanno messo casa insieme. La storia fu narrata per la prima volta da Panorama nel 2007. Solo ora che sono cresciute e la loro storia in “Sorelle per sempre” è diventata un libro in uscita, scritto da Mauro Caporiccio, sceneggiatore del film girato per Rai Fiction e “11 Marzo” da Andrea Porporati, si sono mostrate e hanno rivelato che anche se per l’anagrafe si sono dovute scambiare anche i nomi, a casa loro sono state sempre chiamate e tra di loro si chiamano con il nome al quale si sono abituate a rispondere nei loro primi tre anni di vita, di cui ricordano molto meno di quanto ricordino gli adulti.
Alla fine, un risarcimento da un milione di euro dall’ospedale è stato ottenuto, ma non ha potuto riavvolgere il nastro. Tuttavia, i sanitari responsabili non sono stati puniti data l’impossibilità di individuare i colpevoli. La serenità di Caterina, “estroversa, tutta pepe”, e di Melissa, “più pacata, riflessiva”, come le descrivono le due mamme, è frutto dello straordinario impegno di genitori e nonni seguiti sin dal primo momento da un avvocato-psicologo come Nicola Sammaritano.

Questa storia, che è diventata anche una fiction televisiva dal titolo “Sorelle per sempre”, diretta da Andrea Porporati nel 2021, è un potente esempio di come l'amore e la resilienza possano forgiare legami indissolubili. Le riprese del film, in origine intitolato Una sola madre, sono state effettuate a Mazara del Vallo e presso la masseria Baglio Samperi di Marsala.

Un momento culminante della loro storia è stato il matrimonio di Caterina Alagna nella Cattedrale di Mazara del Vallo. Ad accompagnare la sposa all’altare, infatti, sono stati i due papà, quello biologico e quello che l’ha cresciuta, che si chiamano entrambi Francesco e che sono stati seguiti dalle due mamme, Marinella e Gisella. Un momento commovente, in cui l'emozione era palpabile. Ad accogliere Caterina all’ingresso della basilica Cattedrale tutte le sorelle in veste di damigelle: Melissa e Sofia (quest’ultima sorella di Melissa) e Perla e Lea (sorelle di Caterina). Caterina e Melissa, ormai giovani donne, sono state compagne di banco alle elementari e alle superiori, sempre unite una a fianco all’altra, anche nel giorno del matrimonio della prima, nonostante le differenze caratteriali.
Le ragazze ricordano divertite come sconvolgevano la curiosità dei compagni di scuola: “Noi siamo un fenomeno: otto nonni, due papà e due mamme”. Stesso banco, fino alla maturità. Poi, Scienza dell’educazione a Chieti, “perché un’altra delle nostre sorelle s’era trovata bene in Abruzzo…”. Oggi Melissa Foderà e Caterina Alagna, con le loro mamme e papà, ricordano di essersi incrociate una volta in aeroporto con Salvo Ficarra, solo il tempo di un selfie. Ora sono disposte a raccontare la loro storia, anche volando verso gli studi dei pomeriggi televisivi. Con Mamma Alagna sincera: “Non vedo l’ora di incontrare Mara Venier…”. Sorride Caterina spiegando che “non è voglia di mettersi in mostra”. E Melissa aggiunge che “la nostra storia può essere un esempio”. Come spiega Mamma Gisella: “Vogliamo comunicare, soprattutto con il libro di Caporiccio, che cosa ci è accaduto e come lo abbiamo affrontato”. E la mamma di Caterina: “Ci sono famiglie che non accettano figli, genitori che adottano e poi non si ritrovano. È giusto che si sappia che cosa siamo riusciti a fare incrociando le nostre vite”.
L’ironia di Caterina scatta con il suo pepe: “Cercando di non sbagliare ospedale ed evitando certi medici…”. Un amaro sorriso passa sui volti delle due mamme pensando al ginecologo e agli infermieri di quella notte. “Sì, l’azienda sanitaria ha dato un risarcimento, ma loro hanno continuato a lavorare in quella nursery senza mai pagare”, aggiunge Melissa, poi tornando a sorridere quando mostra la carta di identità con il cognome corretto e il nome di Caterina. Il nome dell’anagrafe che non corrisponde a quello dato dai propri genitori. “Il nome sbagliato che è quello giusto”, giocherellano insieme. Un altro modo per sorvolare sulle angosce da loro cancellate in fretta.
Oltre il DNA: La Scelta dell'Amore e della Famiglia
La storia di Caterina e Melissa, e altre simili, dimostra che l’amore per i figli e tra fratelli va oltre il sangue, i legami genetici e il DNA. Le famiglie sono ciò che si sceglie, e in questo caso la scelta è stata di condividere tutto: genitori, fratelli, nonni. Non che questo fatto permetta di tirare una conclusione definitiva sull'abbandono, ma fa riflettere come, in fin dei conti, nessun bambino possa scegliersi la famiglia e come l’abbandono sia qualcosa che può capitare a chiunque, in modi diversi.
Il “modello Mazara”, come è stato scherzosamente definito, rappresenta un potente esempio di resilienza emotiva e di capacità umana di trasformare una tragedia in una celebrazione dell'amore incondizionato. È la storia di Melissa Foderà e Caterina Alagna, nate la notte del Capodanno del 1998 e scambiate in culla, cresciute come sorelle, ora amiche e inseparabili in una grande e allargata famiglia ricca di amore. La loro vicenda ci ricorda che le relazioni più profonde non sono sempre quelle dettate dalla biologia, ma quelle costruite giorno dopo giorno con dedizione, sacrificio e, soprattutto, amore.