L'arte del design italiano trova in alcuni oggetti una sintesi perfetta di cultura, territorio e maestria artigianale. Tra questi, la sedia di Chiavari, nota come "chiavarina", rappresenta un caso studio unico: un prodotto che, nato da un'intuizione diplomatica e dalla perizia di un ebanista ligure, ha saputo attraversare oltre due secoli di storia dell’arredamento. Dalle corti europee dell'Ottocento fino all'iconica rilettura moderna di Gio Ponti, la chiavarina non è solo un elemento d'arredo, ma un simbolo di leggerezza, robustezza e raffinatezza che continua a dialogare con il contemporaneo.

Le origini: dal viaggio del Marchese Rivarola alla bottega del "Campanino"
Verso la fine del XVIII secolo, il contesto socio-economico di Chiavari era caratterizzato da fermenti innovativi. Un gruppo di chiavaresi, tra cui spiccava il Marchese Stefano Rivarola, uomo impegnato e diplomatico di alto profilo, diede vita nel 1791 alla Società Economica di Chiavari, con un mandato ambizioso: la “promozione dell’agricoltura, del commercio e dell’industria”.
Nell’ambito del suo ufficio di diplomatico, il Marchese Rivarola si trovò a Parigi, città capitale e guida politica di gran parte dell’Europa del tempo. Fu proprio durante questo viaggio che il Rivarola individuò una sedia che colpì la sua attenzione: una sorta di prototipo, la bozza di un’idea da cui partire per sperimentare. Ritornato in città, il Marchese propose quel modello francese ad alcuni dei migliori artigiani locali. Tra questi, Gaetano Descalzi, detto il Campanino - poiché discendeva da una famiglia di campanari - decise di non limitarsi a una mera copia.
Egli rielaborò i modelli francesi riconducibili allo stile Impero, semplificandone l’apparato decorativo e riducendo drasticamente le sezioni degli elementi strutturali. Il Descalzi arrotondò le traverse, rese più snelle le gambe, adottò un’essenza di facile reperibilità come il ciliegio e inventò un nuovo tipo di tessitura del sedile, ottenuta dall’intreccio di sottili strisce di salice palustre, che risultava più fine e proporzionato di quello francese. Nel 1807 nacque così la chiavarina: un oggetto che realizzava in pieno le nuove suggestioni funzionaliste di semplicità e razionalità.
Caratteristiche costruttive: l'essenza della leggerezza
La chiavarina si distingue per una formula del successo che evita stranezze artistiche, prediligendo decori ridotti all’essenziale. La leggerezza del manufatto è ottenuta attraverso le sezioni strutturali: ciascun componente della sedia è dimensionato in base alle sollecitazioni specifiche a cui è chiamato a rispondere. I modelli originali erano realizzati con legni provenienti dai boschi dell’entroterra ligure, attorno alla zona dove sorgevano i centri di produzione, tutti rigorosamente artigianali.

Un miracolo di leggerezza e solidità, la sedia veniva pesata ad once e i fili intrecciati dell’impagliato misurati al millimetro. Invece di essere tenute insieme con chiodi o viti, le componenti erano incastrate e incollate con una colla calda fatta di ossa animali. Questa tecnica ha permesso di creare sedute non solo esteticamente armoniose, ma incredibilmente resistenti. La forza della chiavarina risiede in un paradosso: la sua normalità, la capacità di trovare nella forma pura una cifra distintiva che la rende adatta a qualsiasi contesto, dal più sfarzoso palazzo reale all'ambiente domestico più intimo.
Successo internazionale e declino industriale
Alla morte di Gaetano Descalzi, avvenuta nel 1855, il settore era ormai in piena espansione, con circa 600 operai impiegati a Chiavari e nei comuni limitrofi. La fama della sedia si estese rapidamente: a metà del XIX secolo, le sedie avevano trovato la loro strada nelle corti europee, da Napoli a Mosca, passando per Torino e Vienna. Antonio Canova ne elogiò la perfetta sintesi di forma e funzione, mentre personalità come Carlo Alberto di Savoia e Napoleone III scelsero queste sedie per arredare i loro palazzi.
Tuttavia, la fortuna della chiavarina subì un rallentamento con l’avvento delle sedie austriache Thonet, prodotte in serie, meno costose e costituite di pochi elementi facilmente smontabili. Successivamente, nella seconda metà del XX secolo, l’avanzata della produzione industriale di massa impose ulteriori sfide alla sopravvivenza di questa eccellenza artigianale. Nonostante ciò, il valore culturale dell'oggetto non è mai venuto meno, rimanendo un punto di riferimento per designer e architetti di fama mondiale.
Stroperi, salici da vimini (stropari); alberi sempre più rari
L'incontro con Gio Ponti: dalla chiavarina alla Superleggera
Il 1955 segnò un anno cruciale per la storia secolare della sedia ligure. L'architetto milanese Gio Ponti, che già dal 1949 stava elaborando l'idea di reinventare la sedia di Chiavari, avviò una collaborazione con l’azienda Cassina di Meda. Ponti realizzò un primo prototipo, soffermandosi sulla revisione della forma e sull’ergonomia della seduta. Nel 1951 presentò un secondo modello da cui sarebbe stato elaborato il definitivo, denominato Leggera.
Non soddisfatto, l'architetto continuò la sua ricerca, giungendo nel 1957 al “codice di progetto 699”, denominato Superleggera. L’intera struttura era stata ridimensionata, introducendo la forma triangolare per la sezione delle gambe d’appoggio, con uno spessore di soli 18 millimetri. Il legno di frassino e nuovi incastri garantivano una tenuta meccanica capace di unire assoluta leggerezza a formidabile robustezza. La Superleggera pesa meno di 1,7 kg ed è stata definita dallo stesso Ponti come “normale”, “senza aggettivi”. Questa operazione, voluta da uno dei massimi architetti contemporanei, era dettata dalla volontà di riprendere un prodotto culturale italiano molto radicato sul territorio, trasformandolo in un oggetto di culto del Novecento.
La rinascita: tra passato e futuro
La capacità di rinnovamento della chiavarina ha permesso all'industria locale di sopravvivere, pur riducendosi numericamente a poche aziende artigiane. Queste continuano a mantenere uno straordinario livello produttivo di qualità, riconosciuto da un Disciplinare che prevede, tra le altre cose, l'uso di legno di provenienza locale.

Un esempio di questa vitalità è rappresentato dal ritorno della poltrona Tigullina, una variante della chiavarina che ha vissuto una rinascita recente grazie a Eligo Studio. Progettata inizialmente nel 1956 da Colombo Sanguineti, la sedia è stata riportata in produzione nel 2013 dopo una meticolosa ricerca basata sui disegni originali forniti dagli eredi dei maestri sediai. Il design italiano, in questo senso, si è sempre evoluto attraverso uno studio e una ricerca continui, dove la sezione aurea e le proporzioni matematiche si intrecciano con la memoria storica.
Oggi, la sedia leggera di Chiavari continua a essere protagonista in eventi internazionali, come il Fuori Salone di Milano, confermando il ruolo centrale della città ligure nella storia del design e dell’artigianato di qualità. La presenza di realtà che si occupano del recupero e della valorizzazione di questi pezzi unici, come le case d'asta specializzate, permette a collezionisti e amatori di confrontarsi con oggetti che, ben oltre la loro funzione pratica, rappresentano una testimonianza tangibile dell'evoluzione del gusto italiano.
La lezione della chiavarina, dalla bottega del Campanino fino alle moderne reinterpretazioni, rimane attuale: la semplicità non è sinonimo di banalità, ma la forma più alta di intelligenza progettuale. Ogni sedia prodotta oggi mantiene intatto il legame con quel rettangolo di carta, spesso illeggibile, che un tempo era incollato nella parte posteriore della seduta come firma dell'artista: "Regia e Imperiale Fabbrica di seggiole leggiere". Un documento d’identità che, a distanza di secoli, continua a certificare un'eccellenza che sfida il tempo.
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