Le Origini dell'Assistenza all'Infanzia in Italia: Un Percorso Storico
La tutela della maternità e dell'infanzia in Italia ha radici profonde che affondano nel XIX secolo, un periodo di grandi trasformazioni sociali ed economiche. La rapida industrializzazione, sebbene portasse progresso, acuiva al contempo le disuguaglianze sociali, esponendo le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare madri e bambini, a condizioni di vita precarie. L'elevata mortalità infantile, soprattutto tra i neonati figli di madri lavoratrici, divenne un problema pressante. Le statistiche dell'epoca dipingevano un quadro allarmante: alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, 140 bambini su 1000 morivano nel primo anno di vita; ancora nel 1923, il numero di decessi nel primo anno di vita si attestava al 126,8 per mille. Le principali cause di mortalità materna, tra il 1922 e il 1935, registravano 280 decessi su 100.000 parti, dovute a distocia, gravidanza extrauterina ed eclampsia puerperale.

Di fronte a questa realtà, medici, filantropi e amministratori iniziarono a dedicarsi con assiduità alla promozione di strutture finalizzate all'assistenza delle madri e dei lattanti. L'obiettivo primario era quello di favorire l'allattamento materno, ma anche di fornire alternative valide come l'allattamento tramite balie mercenarie o l'allattamento artificiale. La difficoltà nel garantire un'alimentazione adeguata ai neonati, soprattutto in assenza di latte materno, spinse alla ricerca di soluzioni innovative.
Fin dalla metà dell'Ottocento, si cercò di porre rimedio alla potenziale mancanza di latte materno o di balia attraverso la modifica dei latti animali, poiché quelli di vacca, capra e asina, se non modificati, presentavano uno squilibrio nell'apporto di componenti essenziali come grassi, zuccheri e proteine. Il latte d'asina, in particolare, veniva considerato particolarmente adatto al neonato, anche per la sua minore suscettibilità a malattie come la tubercolosi.

I primi tentativi di formulare alimenti dietetici per l'infanzia, basati sulla modifica dei latti animali, aprirono la strada a una ricerca più approfondita, con l'obiettivo di migliorare la crescita e la salute dei bambini. Sebbene le prime formule di allattamento artificiale fossero ancora rudimentali e spesso causa di gravi disturbi gastrointestinali, rappresentarono un passo fondamentale verso un'alimentazione più controllata. Studi condotti da Cumming, Chalvet e Marchand gettarono le basi per la formulazione dei primi "latti umanizzati", integrando i vantaggi della pastorizzazione introdotta da Franz von Soxhlet nel 1889.
Accanto alla ricerca sull'alimentazione, emersero le prime forme di assistenza concreta. Istituti come le "crêches" francesi, fondate da Jean-Baptiste Firmin Marbeau a Parigi nel 1844, offrivano ricoveri per lattanti e bambini piccoli, permettendo alle madri lavoratrici di affidare i propri figli durante le ore di lavoro. In Italia, l'eco di questi successi portò alla nascita di strutture analoghe, come le "Case di Custodia" per lattanti e slattati figli di madri povere e oneste che lavoravano fuori casa.

Questi primi istituti, noti anche come "Istituti lattanti" o "Aiuto materno", ebbero un ruolo cruciale nel ridurre la morbilità e la mortalità infantile, soprattutto tra le classi più povere. La loro funzione era quella di vicariare l'allattamento materno, sorvegliare le madri sull'igiene del bambino, dirigere l'allattamento misto e distribuire latte artificiale, prevenendo e curando disturbi nutrizionali. L'esperienza di istituti come il "Lactarium" di Bologna, fondato da Gaetano Finizio nel 1907, dimostrò l'efficacia di queste iniziative nel fornire biberon di latte pronti e assistenza alle madri.
Il passo successivo, e fondamentale, fu la creazione di un ente nazionale che potesse coordinare e ampliare queste iniziative frammentate sul territorio. L'obiettivo era quello di accorpare sotto un'unica direzione la gestione e il controllo di tutti gli istituti dedicati all'assistenza socio-sanitaria dell'infanzia.
La Nascita dell'ONMI: Un Ente Parastatale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia
L'Italia giunse tardivamente, rispetto ad altri paesi industrializzati, alla costituzione di un ente parastatale dedicato alla protezione della maternità e dell'infanzia. L'atto di istituzione dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI) fu sancito dalla Legge n. 2277 del 10 dicembre 1925, intitolata "Protezione e assistenza della maternità e dell'infanzia". Questo provvedimento istituì un ente specificatamente finalizzato all'assistenza sociale in questo ambito.

Il Regio Decreto n. 718 del 15 aprile 1926 approvò il regolamento per l'esecuzione della legge, definendo ulteriormente la struttura e le competenze dell'ente. L'ONMI si articolava in un Consiglio Centrale, una Giunta Esecutiva e le Federazioni Provinciali. Il Consiglio Centrale, inizialmente composto da 27 membri, aveva il compito di definire le linee programmatiche generali. La Giunta Esecutiva, con 9 membri, svolgeva funzioni più operative, quali la revisione dei preventivi e la gestione del personale. Le Federazioni Provinciali, con una sede in ogni capoluogo (fornita dalla provincia stessa), erano il braccio operativo dell'ente sul territorio. Ogni Federazione era inizialmente composta da 8 membri, scelti tra i responsabili di istituzioni pubbliche e private già attive nel settore. Per quanto riguarda i comuni, la composizione degli organismi locali era meno rigida e decisa dalle federazioni stesse.
Il programma teorico dell'ente veniva esposto sulle pagine della sua rivista ufficiale, "Maternità e Infanzia", pubblicata a partire dal novembre 1926 fino alla soppressione dell'ente.
L'ONMI introdusse la figura della "visitrice", volontaria o retribuita, parte del personale paramedico, incaricata di fornire assistenza domiciliare alle gestanti e alle madri impossibilitate a recarsi in ambulatorio. Nel 1940, l'Opera disponeva inoltre di 59 cattedre ambulanti di puericultura, che visitavano settimanalmente venti città, diffondendo le conoscenze igienico-sanitarie.
Gli obiettivi principali dell'ONMI, già delineati nella relazione Marchiafava e ampliati da un decreto del 1934, erano molteplici:
- Protezione delle categorie vulnerabili: fornire assistenza alle gestanti, alle madri bisognose o abbandonate, e ai bambini lattanti e divezzi fino a cinque anni, appartenenti a famiglie che non potevano garantire loro cure adeguate.
- Diffusione di norme igienico-sanitarie: promuovere la conoscenza di metodi scientifici di igiene prenatale e infantile attraverso ambulatori, scuole di puericultura e corsi popolari.
- Coordinamento e vigilanza: organizzare consorzi antitubercolari, vigilare sull'applicazione delle leggi a tutela della maternità e dell'infanzia e esercitare un potere di controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private del settore, potendo anche chiederne la chiusura in caso di inadempienze gravi.
- Promozione di strutture: fondare o promuovere la creazione di strutture sanitarie per madri e bambini, opere ausiliarie per brefotrofi e altre iniziative di supporto dove l'assistenza fosse deficiente.
- Coordinamento generale: coordinare tutte le strutture pubbliche e private per l'assistenza alla maternità e all'infanzia.
I tre macro-obiettivi dell'ONMI, individuati da G.B. Allaria, erano di natura morale (rafforzare i vincoli familiari), sociale (incrementare la natalità) e sanitaria (ridurre la mortalità materna e infantile).
L'ONMI e il Regime Fascista: Tra Assistenza e Controllo Demografico
Il periodo fascista segnò profondamente la storia dell'ONMI. Se da un lato l'ente continuò a svolgere la sua funzione assistenziale, dall'altro vide la propria autonomia ristretta nell'ambito del più ampio progetto di "purificazione della razza" intrapreso dal regime. La politica demografica del fascismo, volta all'incremento della natalità e al rafforzamento della "razza italiana", influenzò direttamente le attività e le finalità dell'Opera.

La Legge del 10 dicembre 1925, n. 2277, fu modificata da interventi successivi, tra cui il Regio decreto-legge 5 settembre 1938, n. XXX, che introdusse ulteriori disposizioni in linea con la politica demografica del regime. Il Partito Nazionale Fascista (PNF) intervenne anche su questioni di moralità pubblica, disponendo che, qualora il padre non fosse già sposato, i genitori del bambino venissero uniti in matrimonio, evidenziando una forte ingerenza nella sfera privata e familiare.
Il problema fondamentale che pervase l'intera storia dell'ente fu la limitatezza dei fondi a disposizione. Oltre ai finanziamenti statali, l'ONMI contava su fondi locali, contributi di soci benemeriti (tra cui lo stesso Mussolini), lasciti e donazioni. Nonostante queste difficoltà economiche, l'ente fornì servizi sanitari di base a tutta la popolazione, senza distinzioni di reddito, e molti beneficiarono dei pasti gratuiti offerti nei suoi refettori.
L'ONMI nel Dopoguerra e la sua Evoluzione
Con la liberazione di Roma nel giugno 1944, il Regno del Sud riaprì la sede dell'ONMI, che gestiva le case di maternità e infanzia dei territori liberati. Terminata la guerra, l'ente non fu sciolto, ma anzi riorganizzato per far fronte all'emergenza del dopoguerra. Nel luglio 1945, venne istituito l'Alto Commissariato per l'igiene e la sanità pubblica (ACIS), a cui furono demandati poteri di vigilanza e tutela sull'ONMI. I medici dell'Opera erano tenuti a inviare relazioni semestrali sulle attività svolte. L'ONMI continuò a essere guidato da commissari straordinari.
Tra gli anni '50 e '60, l'Italia vide la proliferazione di numerosi consultori ONMI: materni, pediatrici e dermoceltici. Tuttavia, progressivamente, le donne iniziarono a preferire strutture ospedaliere e enti sanitari mutualistici rispetto ai consultori ONMI.

Un punto di svolta si ebbe con la Legge 1° dicembre 1966, n. 1064, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Con gli ospedali divenuti pubblici nel 1968 e l'applicazione dell'ordinamento regionale previsto dalla Costituzione (Legge del 1970), molte competenze statali, dall'assistenza sanitaria di base all'assistenza sociale, vennero trasferite alle regioni. Questo processo di decentramento delle funzioni assistenziali a province, comuni e altri Enti Comunali di Assistenza (ECA) rese difficile il coordinamento con l'Opera.
L'ONMI si ritrovò svuotato di molte funzioni e con difficoltà a reperire i mezzi per il rinnovo delle proprie strutture. Nel 1975, venne quindi applicata la legge di riassetto del parastato, che prevedeva la soppressione dei cosiddetti enti inutili. La Legge 23 dicembre 1975, n. 698 sancì la definitiva soppressione dell'ONMI, chiudendo un capitolo importante nella storia dell'assistenza sociale italiana.
Le competenze dell'ONMI furono assorbite dai servizi socio-sanitari regionali e locali, che continuarono il percorso di tutela della maternità e dell'infanzia, adattandosi alle nuove esigenze e alle mutate strutture dello stato sociale. Sebbene l'ente sia stato soppresso, il suo lascito storico e l'esperienza accumulata hanno contribuito a plasmare l'attuale sistema di protezione sociale in Italia. La sua storia rappresenta un prezioso spaccato delle sfide e delle evoluzioni nel campo della salute pubblica e dell'assistenza sociale nel corso del XX secolo.