L'evoluzione storica e politica della Palestina: tra millenni di civiltà e aspirazioni statuali

La regione compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, estendendosi dai territori dell'attuale Siria fino al Sinai, rappresenta uno dei crocevia più densi di storia e significati dell'umanità. Fin dal 3000 a.C. si possono seguire le vicende di popoli e civiltà diverse che si susseguono e si mescolano nella terra di Canaan, regione che parlavano diversi dialetti semitici, commerciavano con la Mesopotamia, con l'Egitto e oltre. Questo territorio, nel corso dei secoli, è stato chiamato in innumerevoli modi - Retenu, Haru, Canaan, Giudea, Terrasanta, Falastīn - riflettendo la diversità delle tribù e delle culture che lo hanno abitato.

Mappa antica della regione di Canaan e delle rotte commerciali nel Mediterraneo orientale

Dalle origini bibliche all'Impero Romano

Per secoli, tribù israelite continuarono ad arrivare in questa terra: combattevano e si mescolano con le popolazioni del luogo, finché intorno all'anno 1000 a.C. fondarono un loro regno. Secondo la Bibbia, negli anni 961-922 a.C. il re Salomone costruì a Gerusalemme il Primo Tempio; alla sua morte il regno di Israele si divise in due (a sud nacque il regno di Giudea, da cui il nome di "Giudei"). Nel 586 a.C. i babilonesi conquistarono la Giudea, distrussero il Tempio e deportarono l'élite della popolazione.

La Palestina nel Tardo Bronzo (1550-1180 a.C. circa) vide la regione per lungo tempo in mano all'Egitto (all'incirca dal 1460 al 1170 a.C. circa). Il termine di questa fase potrebbe corrispondere all'incirca con l'inizio della narrazione dell'uscita dall'Egitto, un racconto mitizzante che riferisce forse un processo politico di formazione di entità tribali autonome dal regno egiziano. La Palestina nella prima età del ferro vide il costituirsi di popolazioni varie sul suo territorio, tra cui principalmente una popolazione cananea - da alcuni studiosi definita proto-israelitica - che avrebbe gradualmente popolato le parti interne e centrali della regione.

Le città della pianura praticavano l'agricoltura e la metallurgia del ferro, tecnologia di cui gli israeliti non disponevano. Vi erano altre popolazioni, come i Filistei, che continuarono a occupare i propri territori: in particolare la zona costiera e sud-occidentale, comprese le città di Gaza e Ashkelon, e il loro retroterra, rimase stabilmente in mano ai Filistei. Il termine greco Palaistine è considerato da alcuni una traduzione del nome ebraico biblico Peleshet, riferito alla terra dei Filistei. Parecchi secoli dopo la scomparsa dei Filistei, l'imperatore romano Adriano ribattezzò la Giudea come Palestina (con il nome degli antichi nemici degli ebrei) per vendicarsi della rivolta giudaica nel 135 d.C., anno in cui le autorità romane decisero il cambio di nome della provincia di Giudea in Syria Palaestina.

Dominazioni straniere e l'era ottomana

Dopo il dominio romano, seguirono varie vicende politiche: la conquista di Alessandro Magno (332 a.C), la rinascita nel 165 a.C. dell'ultimo regno ebraico di Giudea, il dominio bizantino (313-636 d.C.) e infine la conquista araba nel 638 d.C. Nei secoli seguenti la Palestina subì ancora invasioni e conquiste, prima fra tutte quella dei Crociati (1099-1291), che a loro volta subiranno una parziale sconfitta per mano di Salah Al-Din (il Saladino).

Durante il dominio ottomano (1517-1918), l'area fu divisa in diverse regioni amministrative e comprendeva principalmente il Sangiaccato di Gerusalemme, oltre a parti del vilayet di Beirut e del vilayet di Siria. La Palestina fu parte dell'Impero ottomano fino a quando essi la persero alla fine della prima guerra mondiale a favore del Regno Unito, salvo una breve parentesi dal 1832 al 1840 quando fu conquistata da Mehmet Ali, governatore ottomano dell'Egitto.

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Il Mandato Britannico e l'ascesa del Nazionalismo

Il 16 maggio 1916, con la firma dell'accordo Sykes-Picot, Francia e Gran Bretagna decisero che il territorio della Palestina ottomana venisse assegnato al Regno Unito. Nel luglio 1922, la Società delle Nazioni affidò ufficialmente al Regno Unito il Mandato britannico della Palestina, un "mandato di classe A". In questo contesto, le autorità britanniche espressero con la dichiarazione Balfour del 1917 l'intenzione di creare in Palestina un "focolare nazionale" (national home) che potesse dare asilo agli ebrei dispersi nelle altre nazioni.

È in questo scenario che il sionismo, movimento nazionale nato in Europa alla fine del XIX secolo, cercò di dare espressione politica al millenario anelito degli ebrei di tornare a Sion. Molti pionieri sionisti, tra cui Israel Zangwill, descrivevano la Palestina come una "terra senza popolo per un popolo senza terra". In realtà, mentre gli ebrei immigravano dall'Europa, gli arabi che abitavano nella provincia palestinese vivevano in una società caratterizzata da fedeltà tribali senza una chiara identità nazionale. Si potrebbe concludere che il nazionalismo palestinese e quello ebraico si svilupparono in parallelo, nutrendosi l'uno dell'altro. Tra il 1933 e il 1939 l'arrivo in Palestina di decine di migliaia di esuli ebrei, in fuga dalle leggi di Norimberga e dalle persecuzioni, diede nuovo impulso all'economia.

La risoluzione dell'ONU e il 1948

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, le Nazioni Unite adottarono un Piano di partizione della Palestina che prevedeva la creazione di uno Stato arabo ed uno Stato ebraico indipendenti ed una Gerusalemme internazionalizzata. Il piano fu accettato dalla leadership ebraica ma rifiutato dai leader arabi. Alla vigilia del definitivo ritiro britannico, il 14 maggio 1948, l'Agenzia ebraica proclamò lo Stato di Israele.

Le conseguenze furono immediate: l'Egitto occupò la Striscia di Gaza e la Transgiordania occupò e poi annesse la Cisgiordania. L'esodo del '48 contò circa 750.000 arabi palestinesi sui 900.000 che vivevano nei territori di cui Israele prese controllo. Rimasero 150.000 palestinesi sottomessi a Israele. Nel 1964 fu istituita l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) con l'obiettivo di affrontare Israele, definendo i confini come l'intero territorio del mandato.

Mappa dei confini del 1947 e della linea Verde del 1967

Lo Stato di Palestina tra occupazione e diplomazia

Il 15 novembre 1988 Yasser Arafat, Presidente dell'OLP, ad Algeri proclamò l'indipendenza dello Stato di Palestina. Un anno dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, venne istituita l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per governare le aree A e B in Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Le aree palestinesi si trovano nel Levante e sono caratterizzate da una complessa suddivisione amministrativa: l'Area A costituisce il 18% della Cisgiordania, l'area B il 22% e l'area C, occupata militarmente da Israele e sede degli insediamenti, il 60%.

Dal 2003 alla fine del 2005, il governo israeliano ha attuato un Piano di disimpegno unilaterale per il ritiro dalla Striscia di Gaza, che dal 2007 è governata da Hamas. Nonostante la frammentazione, il 29 novembre 2012 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 67/19, aggiornando lo status della Palestina da "entità osservatrice" a "Stato osservatore non membro".

La questione palestinese rimane oggi un tema centrale nel panorama geopolitico mondiale, sospesa tra le aspirazioni di sovranità, le realtà dell'occupazione militare e il riconoscimento di 157 stati membri delle Nazioni Unite. Gerusalemme, luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani, rimane il punto focale delle rivendicazioni contrapposte. La storia della Palestina continua a essere un mosaico di memorie, dove il termine stesso di "territori palestinesi occupati" viene utilizzato per indicare le terre al di fuori della linea Verde del 1967, cercando di definire uno spazio vitale per un popolo che, attraverso secoli di trasformazioni, continua a cercare il riconoscimento del proprio diritto all'esistenza statuale.

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