L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è un fenomeno antico e, proprio in virtù della sua lunga storia, nel corso del tempo sono mutati molti degli aspetti a esso correlati, come ad esempio, le connotazioni etiche, le norme volte a regolamentarlo e i protagonisti coinvolti. A tal proposito, il presente contributo cercherà di delineare la traiettoria storico-culturale che, a partire da una dura repressione della pratica abortiva, ha portato a una sua de-penalizzazione dalla fine degli anni ’60 del Novecento. È fondamentale, in tale contesto, approcciarsi alla questione con rigore, evitando di cadere in semplificazioni ideologiche che spesso inquinano il dibattito pubblico, cercando invece di integrare le evidenze cliniche con la complessità del vissuto femminile.

La questione dello stigma e la costruzione sociale del trauma
La ricerca scientifica, inclusi gli studi condotti presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Perugia da Ilaria Giovannelli e Maria Giuseppina Pacilli, evidenzia come i processi di stigmatizzazione a carico dei diversi attori coinvolti giochino un ruolo centrale nella percezione dell'esperienza abortiva. Le stesse donne che lo praticano, o meglio che lo subiscono, sono anch'esse 'uccise' nella loro intimità psichica e fisica. Più passano gli anni e più le ricerche scientifiche rendono nota l'entità drammatica dei traumi post-abortivi. L’affermazione, pur essendo parte di un dibattito acceso, solleva questioni delicate che richiedono una disamina critica.
Esiste una confusione pericolosa che spesso sovrappone un crimine, quello del femminicidio, con un diritto, quello dell'aborto. Risposte univoche per una questione così delicata non ne esistono. In parte perché nella stessa ricerca di risposte si rischia di incappare in posizioni strumentalizzate dall'una e dall'altra parte, sul fronte pro-life quanto su quello pro-choice. È impossibile generalizzare, pesare le diverse circostanze e personalità, capire quale sarebbe stata la scelta migliore o essere certi di essere completamente liberi dai condizionamenti dei ricercatori che hanno indagato il tema.
Sindrome post-aborto: un'analisi della realtà nosografica
Il dibattito sulla cosiddetta "sindrome post-aborto" è uno degli aspetti più controversi. Questa condizione viene spesso accostata al disturbo post-traumatico da stress, ma è importante sottolineare che tale sindrome non è riconosciuta da alcuna società scientifica e non trova posto in alcuna nosografia ufficiale. Non compare nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), spesso ribattezzata la "bibbia" della psicologia e psichiatria, né nel capitolo relativo alla classificazione dei disturbi mentali dell'ICD-10, a cura dell'Organizzazione mondiale della sanità. Per molti esperti, si tratta di una "diagnosi creata socialmente".
Tuttavia, l'interruzione di gravidanza rimane un evento che può essere vissuto come traumatico. Alcuni autori definiscono la sindrome post-abortiva come una serie di disagi che possono insorgere subito dopo o dopo anni, caratterizzati da disturbi emozionali (ansia, depressione), del sonno, alimentari e flashback. La differenza fondamentale risiede nella distinzione tra aborto spontaneo e provocato: mentre il primo è un evento non controllabile, il secondo prevede una responsabilità consapevole, che può portare a un dolore viscerale capace di riemergere in momenti di vulnerabilità psicologica.
Il benessere psicologico
Revisioni scientifiche e il ruolo delle task force
Nel corso degli anni, per dipanare la questione dibattuta, sono state messe insieme diverse task force nel tentativo di raccogliere evidenze oggettive. Nel 2008, l'American Psychological Association (APA) ha proceduto a una revisione sistematica delle evidenze scientifiche. I risultati hanno indicato che il rischio di disturbi mentali nelle donne che avevano avuto una gravidanza indesiderata non era maggiore nel caso di IVG nel primo trimestre rispetto al portare a termine la gravidanza.
Il nodo cruciale risiede nella complessità dei fattori confondenti. L'APA ha evidenziato come fattori associati a un maggior rischio di disturbi psicologici dopo l'aborto non siano intrinsecamente legati alla procedura stessa, ma piuttosto a:
- Bassa autostima preesistente;
- Stigma sociale percepito;
- Mancanza di supporto sociale;
- Presenza di disturbi mentali preesistenti all'aborto.
Questi stessi fattori sono associati a stress psicologico anche in seguito ad altri eventi, come il parto stesso, rendendo difficile identificare l'aborto come causa univoca del disagio.
L'aborto non è un evento unico: la variabilità dell'esperienza
Uno dei limiti principali di molti studi risiede nell'inquadratura dell'aborto come evento monolitico. "Troppo spesso la questione è inquadrata in un modo che lo descrive come un evento unico, vissuto allo stesso modo da tutte le donne". L'aborto, invece, comprende una varietà di esperienze diverse. La reazione dipende non solo dal contesto socioeconomico, ma anche dalla natura della gravidanza: una interruzione a causa di anomalie fetali comporta un processo di lutto e un legame affettivo spesso radicalmente differente rispetto a una scelta dettata da difficoltà socioeconomiche.
La psicologia moderna suggerisce che l'elaborazione del lutto perinatale debba seguire percorsi personalizzati. Spesso il focus centrale della psicoterapia è rappresentato dalla perdita: i genitori hanno bisogno di essere aiutati a sviluppare una rappresentazione internalizzata del bambino non nato. In questo percorso, il terapeuta deve offrire il "permesso di soffrire", aiutando la donna a superare il senso di colpa e la vergogna, emozioni spesso alimentate da credenze sociali distorte secondo cui "le brave madri non lasciano morire i loro bambini".
Stigma, adolescenza e contesti sociali
Un ambito di particolare interesse riguarda le adolescenti e l'impatto dello stigma. Goffman ha proposto che le persone associate a identità ritenute "devianti" tendano a nascondere la propria condizione. Un'adolescente che deve affrontare una IVG può sperimentare tre tipologie di stigma:
- Stigma anticipato: la previsione di essere trattata diversamente.
- Stigma messo in atto: la discriminazione vissuta nel quotidiano.
- Stigma interiorizzato: l'apprendimento di pregiudizi sociali che vedono l'aborto come una scelta sbagliata.
La ricerca dimostra che, laddove le giovani non ricevano il necessario supporto informativo ed emotivo, il rischio di isolamento sociale aumenta significativamente. Il sostegno sociale, inteso come convalidazione, condivisione di risorse e vicinanza, è l'elemento chiave per ridurre le ripercussioni negative. La famiglia rimane il nucleo necessario per un sano sviluppo, ma qualora vi sia una rottura o una paura di abuso, il ruolo delle istituzioni - come i consultori - diventa un baluardo imprescindibile per garantire la salute psicofisica.

Il ruolo della consulenza psicologica
La salute mentale non si limita all'assenza di malattia, ma abbraccia un benessere olistico che considera il contesto, le relazioni e le circostanze uniche di ogni donna. Il colloquio psicologico è previsto e viene raccomandato, eppure, nella pratica, spesso tende a essere mancato. È considerata una reazione piuttosto normale nell'atteggiamento di non affrontare di nuovo il problema, ma ciò non significa che non richieda attenzione.
Per una donna che si presenta da uno psicologo nel momento della decisione, l'obiettivo non è orientare la scelta, ma sostenere la consapevolezza e l'elaborazione. L'aborto non è un evento isolato; fa parte della complessità della vita stessa. Affidarsi a professionisti, partecipare a gruppi di supporto e allontanarsi dal giudizio sociale sono i primi passi per trasformare un evento carico di stigma in un passaggio di vita elaborato e integrato. La risoluzione del lutto, sia esso perinatale o derivante da una scelta volontaria, richiede tempo, spazio e, soprattutto, l'assenza di pregiudizi che impediscono alla donna di riappropriarsi della propria narrazione.
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