La genesi e l'evoluzione della lingua italiana: un percorso millenario

L'italiano è una lingua romanza, cioè una lingua derivata dal latino, appartenente alla famiglia delle lingue indoeuropee. L'indoeuropeo è una lingua virtuale: essa cioè non è storicamente verificata, ma è stata ricostruita retrospettivamente a partire da diverse lingue, sia moderne sia antiche. Si immagina che un gruppo di tribù, dislocate tra Europa e Asia tra il IV e il III millennio a.C., abbia dato origine a questo ceppo linguistico. Secondo l'idea tradizionale, in età classica il latino si impose sulle lingue delle popolazioni con cui i Romani si imbatterono nella penisola italiana.

mappa delle antiche popolazioni italiche

Dalle radici latine al latino volgare

Il latino era la lingua parlata da un piccolo popolo di contadini e pastori, che intorno al 1200 a.C. iniziò la sua espansione. Tra il V e il III secolo a.C., ai popoli conquistati esso impose, insieme alle proprie leggi, la propria lingua. La guerra sociale (88 a.C.), che vede i Romani sconfiggere diverse popolazioni italiche ribelli, segna il declino dell'etrusco e delle lingue osco-umbre. Bruno Migliorini nota che, a quanto sembra, dell'etrusco "nessuna iscrizione sia posteriore all'era cristiana": pare, comunque, che l'imperatore Claudio (I secolo d.C.), nei suoi studi di etrusco, si avvalesse di parlanti e che la lingua fosse dunque ancora viva. È poi probabile che l'etrusco sia persistito come lingua cultuale fino al IV secolo d.C. Il celtico potrebbe essere sopravvissuto in Gallia fino al V secolo d.C.

Il latino parlato correntemente dal popolo non corrispondeva al latino classico, modello letterario codificato da alcuni autori tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. e poi oggetto di studio in epoca moderna. Il cosiddetto latino volgare si presentava in diverse forme, con forti variazioni diatopiche: da esso sorsero le diverse lingue romanze. Il latino volgare era, in quanto lingua parlata, di gran lunga più sensibile al cambiamento di quanto non fosse il latino della tradizione letteraria. Ciò nonostante esso conservava molti tratti che avevano accompagnato la lingua latina fin dalla sua fase arcaica.

La trasformazione fonetica e morfologica

Quanto alle direttrici del cambiamento, si possono indicare per esempio la scomparsa dei casi e la nascita degli articoli. Per quanto riguarda gli articoli, il numerale latino unus, per esempio, che significava anche "qualcuno", "un tale", divenne articolo indeterminativo; alcuni pronomi dimostrativi divennero articoli determinativi e nuovi dimostrativi vennero formati fondendo i vecchi ille e iste con eccu(m).

Il latino aveva dieci vocali: le stesse cinque vocali dell'alfabeto latino moderno potevano essere articolate brevi o lunghe (la quantità vocalica era distintiva) e "con ogni probabilità quello fra i caratteri dell'accento che aveva valore distintivo era l'altezza musicale". Così, ad esempio, vĕnit (con la e breve) voleva dire "viene", mentre vēnit (con la e lunga) voleva dire "venne". Questo sistema a lungo andare venne meno e nel vocalismo latino finì per essere determinante non più la quantità, ma il timbro (o qualità), cioè se la vocale era chiusa o aperta, mentre al posto dell'altezza musicale l'accento si fa intensivo.

schema dell'evoluzione del sistema vocalico latino verso l'italiano

Nell'evoluzione dal latino all'italiano si registra in qualche caso l'epentesi, cioè il formarsi di una vocale o di una consonante intrusa nella parola. Più significativo in questo contesto il fenomeno della sincope, cioè la caduta di una vocale all'interno di parola. I linguisti hanno registrato che "l'italiano centrale e meridionale è, insieme col romeno, meno soggetto alla sincope che lo spagnolo". Quanto all'aspirata h, si assiste a una sparizione. Che si tratti di una tendenza rustica è forse indicato dal fatto che il fenomeno si ravvisa innanzitutto in parole come olus e anser.

Sintassi e lessico: la transizione verso le lingue romanze

Ad un confronto tra il latino classico e quello volgare, si vede che le due lingue appartengono a tipi linguistici differenti. In italiano non è possibile distinguere il soggetto dall'oggetto se non dalla collocazione nella frase. Quanto alle forme, mentre sopravvivono quelle accusative, le altre perdurano talvolta in forme relittuali. I generi si riducono a due, il maschile e il femminile. Prende forma il condizionale, modo che in latino non esisteva. Il latino classico del I secolo a.C. era una lingua sintetica, sia per la morfologia nominale che per quella verbale. Un sistema di cinque declinazioni e di sei casi permetteva di esprimere diverse funzioni sintattiche attraverso singole parole. Così, alla forma sintetica rosae corrisponde la forma analitica "della rosa" in italiano (una lingua analitica).

Il lessico delle lingue romanze dipende per la maggior parte dal lessico del latino classico. Molte parole appartenenti al lessico elevato scompaiono via via nel latino volgare, lasciando qualche traccia nei toponimi. Ad esempio, scompaiono amnis ("fiume") e nemus ("bosco"), ma perdurano in toponimi come Teramo e Terni (da inter amnes, "tra due fiumi") o Nemi. Nell'evoluzione del latino, si vanno via via preferendo radici legate ad un registro espressivo e dotate di maggiore trasparenza. Ad esempio, plangere, che significa "battersi il petto", finisce per sostituire flere per indicare il moderno "piangere", mentre edere ("mangiare") viene sostituito da manducare (letteralmente, "dimenare le mascelle").

“Quando, come e dove è nato l’italiano”. Con il prof. Giuseppe Patota

Molte altre evoluzioni lessicali hanno per protagonista l'espressività e la giocosità della lingua colloquiale: basti pensare a testa ("vaso di coccio") che sostituisce via via caput, o a ficatum ("fegato", originariamente "di oca ingrassato con i fichi") che sostituisce iecur. Tali "relitti" devono la loro esistenza al fatto che le popolazioni italiche venute a contatto con i Protolatini non rintracciavano nella nuova parlata termini adatti ai significati da esprimere in ambito naturale. Sono stati individuati come "relitti" parole che il latino ha ereditato da Liguri, Reti e da altre popolazioni minori, come genista, larix, ligustrum, peltrum.

La nascita ufficiale del volgare

Tra il terzo e il quinto secolo d.C. la progressiva decadenza dell’Impero romano rese man mano più difficoltosa la circolazione del latino. Le invasioni barbariche e il crollo dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.) portarono alla frantumazione definitiva dell’unità linguistica in Italia. Solo poco prima del Mille compaiono documenti in cui si registra una lingua parlata che, agli occhi di chi scriveva, sembrava ormai qualcosa di diverso dal latino.

Maggiore accordo tra gli studiosi c'è nel dare la palma di "atto di nascita" della lingua italiana al Placito capuano del 960. Tale propensione nasce soprattutto in ragione dell'ufficialità di tale documento, trattandosi di un verbale notarile su pergamena, e della chiara coscienza linguistica che ha il redattore (un tale Atenolfo, notaio) dell'uso che fa del volgare. Il contenzioso vede di fronte un tale Rodelgrimo di Aquino e l'abate del monastero di Montecassino. Di poco successiva è l'iscrizione della basilica di San Clemente, un testo organico a un affresco che raffigura i vani tentativi del patrizio Sisinnio di far catturare san Clemente.

immagine del Placito Capuano

Il Duecento e la Scuola Siciliana

A imprimere una decisa accelerazione alla nascita della lingua italiana è la corte di Federico II di Svevia. Fu proprio l'imperatore a incoraggiare lo sviluppo della Scuola Siciliana, un movimento poetico che fondava una vera e propria scuola poetica in volgare, ispirandosi ai trovatori provenzali. Essi introducono parole provenzali come mestiere, onta, pensiero, coricare, donneare. Nel corso del Duecento la grafia della lingua letteraria è ancora piuttosto incerta e presenta non poche oscillazioni. La k per esempio è spesso presente in alternativa con c, e sopravvive ancora in molti casi la h etimologica latina (homo, honore).

La supremazia del toscano e il Trecento

Ad avere il sopravvento tra i diversi volgari italiani è il tosco-fiorentino, e questo per due ragioni fondamentali: in primo luogo perché i tre più grandi scrittori del secolo, Dante, Petrarca e Boccaccio, sono toscani; in secondo luogo perché nel quattordicesimo secolo Firenze raggiunge la supremazia economica e culturale. Dante Alighieri, col suo De vulgari eloquentia e soprattutto con la Divina Commedia, eleva il volgare a lingua illustre. La lingua del Trecento è ancora piuttosto instabile nella grafia e le forme latine sono ancora usuali, come letitia o matre.

Agli ultimi anni del Duecento risale il Novellino, raccolta anonima di novelle toscane, testimonianza di quanto, fuori dall'ambito poetico, il volgare fiorentino fosse ormai simile alla lingua italiana moderna. «Narcis fu molto buono e bellissimo cavaliere. Un giorno avvenne ch'elli si riposava sopra una bellissima fontana, e dentro l'acqua vide l'ombra sua molto bellissima».

Il Quattrocento e il ritorno al latino

Nel '400 si ha un ritorno al culto del latino. L’abbandono dello spiritualismo medioevale e la rinnovata fiducia nella ragione dell’uomo si accompagnano alla riscoperta dei classici greci e latini. Gli Umanisti si danno all’analisi e alla ricostruzione dei manoscritti antichi. Intorno al 1470, con la diffusione della stampa, si ha non solo una maggiore circolazione dei libri, ma anche la ricerca di regole fisse che rendano più stabile la grafia. Nel lessico, come conseguenza del culto della latinità, penetrano tantissimi latinismi (applaudire, arboreo, epidemia, fanatico, insetto, prodigioso, trofeo, vitreo).

Il Cinquecento: la codificazione di Bembo

Il sedicesimo secolo si dedica appassionatamente alle discussioni sulla lingua. La polemica ha termine con il successo di Pietro Bembo, che nelle Prose della volgar lingua (1525) propone come modello la lingua di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa. Per quanto riguarda l’articolo si impone la regola sostenuta da Bembo: il davanti a consonante, lo davanti a vocale e s impura. Nel lessico entrano ancora molti latinismi come abolire, canoro, decoro, esagerare, penisola. Le guerre e le dominazioni straniere portano in Italia francesismi (convoglio, equipaggio, marciare, risorsa, trincea) e spagnolismi (baciamano, complimento, disinvoltura, vigliacco, puntiglio).

ritratto di Pietro Bembo

Il Barocco e l'Illuminismo

L’età del Barocco è un periodo ricco di innovazioni linguistiche. Nel 1612 l’Accademia della Crusca pubblica la prima edizione del suo Vocabolario, basato rigidamente sulla lingua usata dagli scrittori fiorentini del Trecento. Dal latino vengono tratte molte parole scientifiche (cellula, condensare, iniezione, iperbole, prisma, scheletro) e giuridiche (aggressione, censire, consulente, patrocinio).

Successivamente, la forte influenza della cultura illuministica francese determina l’entrata nel lessico di un grandissimo numero di francesismi, relativi a settori come la moda (ciniglia, flanella, frisare), la vita sociale (abbordare, madama), l’alimentazione (bignè, cotoletta, dessert, ragù), la vita militare (baionetta, mitraglia) e il teatro (marionetta, minuetto, oboe, rondò).

L'Ottocento e l'unificazione linguistica

L’inizio del diciannovesimo secolo è caratterizzato dalla polemica tra Classicisti e Romantici. Mentre la poesia rimarrà ancora per decenni legata alla tradizione, nella prosa si attua un definitivo rinnovamento linguistico. Con l’unità politica e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, inizia il lento processo di unificazione della penisola, facilitato dall'obbligo scolastico introdotto nel 1877.

Alessandro Manzoni ha il merito di aver avvicinato la lingua scritta a quella parlata. Nella stesura definitiva de I Promessi Sposi, egli ha utilizzato il fiorentino parlato dalle persone colte, eliminando le espressioni dialettali lombarde e i termini arcaizzanti. Anche in ambito pronominale, il Manzoni contribuisce a imporre lui e lei come soggetti al posto di egli ed ella.

Il Novecento e la lingua contemporanea

Il Novecento porta a compimento la diffusione della lingua italiana a scapito dei dialetti. L’analfabetismo, grazie all'opera dei mass-media e alla scolarizzazione, si riduce sempre di più. Un ruolo fondamentale in questo processo è stato giocato dalla televisione. Tra il 1960 e il 1968, il maestro Alberto Manzi presentò lo show Non è mai troppo tardi, aiutando molte persone a imparare a leggere e scrivere.

Il regime fascista, durante il ventennio, aveva tentato di eliminare le "contaminazioni" straniere, sostituendo termini come goal con rete, penalty con rigore, offside con fuorigioco e corner con calcio d'angolo. Dopo la guerra, l'inglese ha iniziato a prendere il sopravvento, influenzando la lingua quotidiana con numerosi prestiti che, talvolta, sostituiscono termini italiani preesistenti.

Oggi, l'italiano è la lingua madre di circa 63 milioni di persone. Oltre che in Italia, è la lingua ufficiale di San Marino, Svizzera e Città del Vaticano. L'uso dei dialetti in Italia rappresenta un caso unico in Europa: contrariamente a quanto si pensava in passato, quando venivano considerati "lingue di classe", oggi essi sopravvivono come espressioni regionali colorite che arricchiscono il vocabolario nazionale. Nonostante le sfide poste dalla semplificazione sintattica e dal calo nell'uso del congiuntivo, la lingua italiana continua ad evolversi, mantenendo viva la sua profonda connessione con il latino.

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