La culla del nuovo sole: un viaggio tra incertezza, mito e rinascita

Il concetto di "culla" e quello di "sole" si intrecciano in un mosaico semantico che attraversa la filosofia, la letteratura e l'esperienza umana, ponendo interrogativi profondi sulla natura del tempo e del destino. Comprendere il significato profondo che lega questi simboli richiede un'esplorazione che parta dalla fragilità dell'esistenza umana per giungere alle vette del mito e della poesia, aree in cui l'uomo ha sempre cercato di decifrare il proprio posto nel cosmo.

L’incertezza dell’esistenza tra la culla e la bara

“Tra la culla e la bara ogni cosa è incerta” è un antico proverbio che riflette sull’incertezza della vita. Il proverbio “Tra la culla e la bara ogni cosa è incerta” serve a spiegare che nel corso della vita non si ha certezza di nulla, se non della fine dei giorni che prima o poi arriverà. Questo antico modo di dire utilizza due metafore: la culla sta a indicare il momento della nascita, perché i bambini, appena nati, passano i primi giorni della loro vita dentro la culla, prima di iniziare a camminare e crescere. La seconda è quella della bara, dove viene riposto il corpo di una persona quando arriva il momento della sua dipartita. Il tutto serve a spiegare l’incertezza della vita, a partire dalla nascita e fino ad arrivare al giorno della morte.

rappresentazione simbolica del ciclo della vita tra nascita e morte

Questo proverbio può essere usato in diverse occasioni e serve anche da invito a non mollare di fronte agli imprevisti della vita. Quando un amico o una persona cara sembra aver perso la speranza a causa di un problema, si può utilizzare questa frase per invitarlo a non disperare, perché può succedere sempre di tutto. Il proverbio viene utilizzato per indicare che nel corso di un'esistenza non c'è mai nulla di scritto: le sorprese, sia negative che positive, sono sempre dietro l'angolo e ogni giorno può accadere qualcosa di nuovo e inaspettato. L'origine del proverbio è incerta: nonostante sia molto conosciuto e diffuso in gran parte del Paese, non è possibile risalire con esattezza al suo autore e nemmeno al periodo storico in cui ha iniziato a diffondersi.

La parola come eredità e "logos"

Nel sollevare il velo sull'incertezza, ci affidiamo al linguaggio. L'espressione omerica “parole alate” rappresenta simbolicamente il carattere leggero e incorporeo della parola che con facilità e con leggerezza si trasmette da una persona all’altra. Una leggerezza in realtà che è solo apparente: la parola si collega al logos, cioè la capacità di formulare pensieri e ragionamenti che fa dell’uomo una creatura speciale collegandolo al divino. Dunque la parola può diventare lo strumento fondamentale dell’operare umano e attraverso di essa l’uomo esprime se stesso e comunica.

Vi sono parole alate inconsistenti, che svaniscono immediatamente, ma vi sono anche parole che lasciano una traccia di sé nel tempo, tale è soprattutto la parola della poesia. Essa si carica di una potenza evocativa capace di esprimere in modo duraturo le problematiche dell’essere umano. Come il sasso che, gettato in uno stagno, crea onde, ogni parola crea attorno a sé degli echi e non resta priva di effetti. Questo ci permette di osservare come temi che hanno riscosso la riflessione e lo stupore di uomini di epoche lontane si siano rinnovati col tempo, suscitando anche creazioni musicali.

La notte e l'inquietudine dell'animo

La notte è insieme fonte di fascino e di turbamento. Rappresenta l’interruzione di ogni attività, poiché la natura tutta ha bisogno di una pausa. Tuttavia, la poesia greca arcaica indica la notte con un termine che è insieme affettuoso ed di buon augurio: εὐφρόνη, la benevola. Lo stesso atteggiamento di timorosa reverenza lo troviamo in un testo che viene dall’India: la preghiera alla divinità della Notte, Rātrī, nel Rigveda.

L’arte di fallire, ovvero Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald

In varie riletture dell’epoca successiva, il centro di gravità tende a spostarsi verso l’elemento umano, e la quiete della notte viene contrapposta all’inquietudine dell’uomo. A partire dalla notte di Medea, disperata per un amore infelice, diventa comune la contrapposizione fra la quiete della natura degli uomini e l’inquietudine di chi è privato di riposo, per un amore, per un cammino faticoso da affrontare, o per una coscienza colpevole. Il tema del contrasto fra la quiete della natura e la fatica umana è rivissuto da Goethe con un invito alla pazienza, nella speranza che l’attesa di riposo abbia il suo compimento.

Simboli di vita: la cicala e il ciclo delle stagioni

Le cicale sono diventate presto simbolo dell’estate: il loro canto sommesso e ininterrotto costituisce lo sfondo sonoro della giornata estiva. Ma già Omero introduce un significato metaforico, paragonando al loro canto il conversare dei vecchi esclusi dalla partecipazione alla vita attiva della città. A partire da Platone la cicala diventa simbolo del canto e della poesia.

La tradizione più nota e più diffusa, anche a livello popolare, contrappone il canto della cicala all’operosità della formica. È soprattutto nel '900 che, da esempio negativo, la cicala si trasforma in un esempio positivo, nell’esempio di chi valorizza la contemplazione della bellezza e del canto. Con la primavera la natura pare risvegliarsi dal lungo letargo invernale. La visione del rinnovarsi della vita suscita sentimenti di letizia, ma in molti testi alla festa della natura fa da contrasto la situazione triste o angosciata del poeta.

L’avvicendarsi delle foglie è spesso assimilato al rinnovarsi delle generazioni umane. Il motivo è già presente in Omero: nella storia successiva il paragone fra le foglie e gli uomini si baserà soprattutto sulla precarietà della vita, che dura quanto una stagione. Per il poeta tedesco Rainer Maria Rilke, il cadere delle foglie sembra propagarsi fino a occupare tutto l’universo: l’analogia non è più con una stagione dell’anno o della vita, è l’affermazione di un destino inevitabile che riguarda tutti.

Medea e la stirpe del Sole: un ritorno all'antico

Il mito di Medea, spesso frainteso come simbolo di pura malvagità, offre una prospettiva diversa quando analizzato alla luce della storia dell'età del Bronzo. Medea, nata nella misteriosa Colchide, è figura di transizione: conosce passione e ragione. Dalla notte dei tempi le donne dipendono dalla Luna, la grande Madre, eppure Medea appartiene anche alla stirpe del Sole, un dio forte e maschile. Si mescolano in lei il mondo che tramonta, dove il matriarcato le vede Regine, e quello nuovo indoeuropeo che si affaccia.

La riscoperta della vera natura di Medea - donna innamorata, tradita e ingiustamente etichettata - ci invita a rileggere le figure emblematiche della Storia con maggiore equilibrio e verità. Medea è stata una donna che ha scoperto in ritardo che l’oggetto del suo amore non era degno di lei e che, nonostante tutto, ha continuato a dedicare anima e corpo a questo amore per tenere in piedi la famiglia. Questa figura, che incute paura, è un'eco di un passato in cui la conoscenza femminile della medicina naturale veniva spesso perseguitata.

rappresentazione artistica di Medea nel contesto del mito classico

Dante e la ricerca di un senso profondo

Nel cuore della Giornata mondiale della poesia, risuona potente l’eco dei versi danteschi: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Dante è il poeta che inventò l’Italia. Non ci ha dato soltanto una lingua; ci ha dato soprattutto un’idea di noi stessi e del nostro Paese: il «bel Paese» dove si dice «sì». Una terra unita dalla cultura e dalla bellezza, destinata a un ruolo universale. L'Italia non nasce da una guerra o dalla diplomazia; nasce dai versi di Dante.

Dante è severo con i compatrioti, denunzia i politici corrotti, i Papi simoniaci, i banchieri ladri, gli usurai, e tutti coloro che antepongono l’interesse privato a quello pubblico. Ma nello stesso tempo esalta la nostra umanità e la nostra capacità di resistere e rinascere dopo le sventure, le guerre, le epidemie; sino a «riveder le stelle». Anche l'opera di Leopardi, spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato, rivela un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla.

Il Libro del Nuovo Sole e il futuro come metafora

Il "Libro del Nuovo Sole" rappresenta un punto di svolta nel genere letterario, una narrazione che gioca sulla ripetizione degli eventi e sulla natura dei simboli. In un mondo desolato di un semibarbarico, remotissimo futuro, tra le ombre di un nuovo Medioevo e gli archeologici residui di un passato che fu già radioso, si muove l’apprendista torturatore Severian.

Noi crediamo d’inventare i simboli, ma la verità è che sono i simboli a inventare noi: siamo le loro creature, plasmate dal loro filo tagliente. Accettando il "nuovo sole", l'umanità non fa altro che tornare ciclicamente su se stessa, cercando in un futuro lontano le radici di un passato perduto. La "culla del nuovo sole" diventa così una metafora per la speranza di una rinascita che, nonostante l'incertezza tra la nascita e la morte, continua a spingere l'uomo verso la luce della conoscenza e dell'amore.

Questa ricerca di significato, che muove dal proverbio popolare sull'incertezza fino alla complessità della cosmogonia dantesca e alla fantascienza visionaria, rivela un'unica verità: la vita non è che un perpetuo tentare di dare un nome al sole che sorge, un sole che, pur essendo sempre lo stesso, si rinnova ogni volta che una nuova generazione volge lo sguardo verso l'orizzonte.

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