La Crepa sulla Culla: Riflessioni su Fratture Generazionali, Resilienza Umana e Memoria Sismica

Viviamo in un’epoca in cui essere autentici è molto più rischioso ed ambizioso rispetto alla facilità con cui appariamo sempre impeccabili, nascosti dietro a uno schermo che ci allontana sempre di più dall’esposizione ai sentimenti. In questo contesto, l'analisi delle "crepe" - intese sia come manifestazioni fisiche di rottura sia come fessure metaforiche nell'esistenza individuale e collettiva - assume un significato profondo, offrendo preziose informazioni sulle fondamenta delle nostre vite e delle nostre comunità. Queste fratture, spesso presenti in ciò che consideriamo la nostra "culla", ovvero il luogo delle origini, della famiglia e della crescita, rivelano dinamiche complesse e stratificate. Il film "Sentimental Value" di Joachim Trier ci dà l’occasione per riposizionare lo sguardo sulla profondità dei sentimenti e sul valore che assumono nelle nostre vite relazionali, mentre la storia sismica di città come L'Aquila ci ricorda la concretezza e la potenza distruttiva delle crepe sulla struttura fisica del nostro ambiente. Le informazioni raccolte attraverso queste due lenti - quella psicologica e quella geologica - convergono nel delineare un quadro della vulnerabilità e della resilienza intrinseche alla condizione umana.

La Crepa Metaforica: Echi del Passato e Traumi Generazionali nel Film "Sentimental Value"

Ad aprire la narrazione del film "Sentimental Value" di Joachim Trier è una casa, che si rivela un potente simbolo. Ancor prima di definirla psichica, la casa ci viene presentata come una casa-utero. È Nora, la protagonista, a darle vita all’inizio del film, descrivendola come una “casa ventre”. In questa dimora, i rumori della casa diventano assordanti quando scorgiamo il conflitto tra i genitori, ma una volta separati, quando la casa diventa più leggera, Nora si chiede se faccia più chiasso il rumore o il silenzio, evidenziando una profonda riflessione sulla percezione del proprio ambiente.

Il regista ci propone alcune immagini chiave come condensati di atmosfere del passato, in cui si intrecciano i vissuti personali dei personaggi che contribuiscono a variarne la cornice o il punto di vista. Tra queste, una figura centrale è la crepa sul muro. Intravediamo una crepa sul muro e ci viene da pensare a una frattura, ma anche ad un parto, suggerendo un doppio significato di rottura e di nuova (o difficile) genesi. Il padre di Nora dice che quella crepa è lì da molto tempo, scorre lenta e non porta danni nell’immediato. Nora, bambina, la osserva con terrore, e il film prosegue con le immagini del passato, un passato traumatico che parte dalla bisnonna. Questo trauma si concentra sulla madre di Gustav, morta suicida anni dopo essere stata sequestrata e torturata nei campi di concentramento. Ci viene da pensare che quella crepa sia un segno concreto del trauma generazionale che porta con sé le cicatrici attraverso il padre. La crepa non è, quindi, un semplice difetto strutturale, ma una manifestazione visibile di dolori e sofferenze che si protraggono nel tempo.

Inquadriamo meglio lo sguardo di Gustav, il quale ci conferma un tono gentile e ne possiamo cogliere il dolore, comprendendo più a fondo i suoi allontanamenti e dando un certo sollievo al suo ritorno inaspettato. Come per osmosi, quella crepa si sposta sul vestito di Nora, ormai adulta e attrice di mestiere, diventando un segno concreto di quel passaggio generazionale. Questo fenomeno è stato definito da Haydee Faimberg (1987) con il termine “telescopage generazionale”, facendo riferimento a quei vissuti non elaborati dei genitori che intrudono nella generazione successiva in maniera ripetitiva e circolare attraverso identificazioni proiettive, come se lo strappo rappresentasse simbolicamente la traccia psichica di quella porzione frammentata dell’ambiente familiare. Le immagini del film, come quelle della crepa, o della casa, anch’essa più volte rimodernizzata, non sono immagini statiche ma dinamiche, cambiano forme e significati a seconda dell’uso psichico che ne fanno i personaggi e invitano lo spettatore a ricordare che non possiamo venire al mondo senza entrare nella vita psichica di chi ci ha preceduto. Come Donald Winnicott ha spesso sottolineato, non esiste un bambino senza il suo ambiente di accudimento primario, e la casa stessa rappresenta quell’apparato psichico familiare dove ogni componente mette in campo il proprio vissuto narrativo, attraendo o respingendo quello degli altri, contribuendo a variare le disposizioni interne di ognuno, nella condivisione dei sentimenti. Kaes (2007) afferma che la famiglia getta le basi psichiche affinché la psiche di ogni soggetto possa via via organizzarsi in virtù di quegli scambi intrapsichici e interpersonali tra i suoi componenti.

Vale la pena soffermarci più dettagliatamente su Nora e su come i suoi affetti più intimi le girino intorno, agendo come un coro greco, esprimendo pareri morali o dando voce ai sentimenti autentici sottaciuti dalla protagonista. Nora è in panico, vuole strapparsi il vestito, troppo stretto per contenere l’angoscia che cavalca dall’interno. Il suo corpo urla, non riesce a trattenere le emozioni, le fanno paura quando improvvisamente si dipanano da dentro. Nora razionalizza il suo sentire, se ne discosta ma allo stesso tempo ne è attratta, e recita nel ruolo di altre persone per evitare di essere protagonista della sua vita, come tentativo di un controllo emotivo. La vediamo ergere teorie a proposito, mentre tiene lezioni di gruppo. Un primo approccio la spinge a prendersene cura, consigliandole un percorso di psicoterapia, ma Nora pensa di saperne abbastanza, essendo stata figlia di una psicoanalista che da piccola ascoltava di nascosto, mentre era al lavoro. Forse Nora già da allora aveva imparato a mettersi nei “panni degli altri”, ascoltandone segreti e dolori.

Crepa metaforica e trauma generazionale

La voce della sorella Agnes si aggiunge a sottolineare quella dimensione corale e ci spinge a riconsiderare quei valori sentimentali che Nora sottovaluta o non riesce a riconoscere. Con il suo sguardo intenso, getta una luce accecante sulla profondità dei legami, arrivando fino all’essenza dei veri valori sentimentali che costituiscono e proteggono la famiglia. Agnes è attratta dal passato nella vita e nel lavoro, e fa la storica di mestiere, ed è spesso inquadrata intenta a sistemare stoviglie e malumori. L’ingresso di Rachel Kemp, attrice sostituta, ci permette di arricchire ulteriormente la prospettiva. Il suo personaggio ci invita a sospendere il giudizio e le difese, a riconsiderare la rabbia di Nora e l’abbandono del padre, portandoci su una strada riconciliante. Rachel ce la mette tutta a impersonare Nora, ne studia le immagini sui social, si tinge i capelli come lei, ma capisce che il suo accento inglese è una barriera, non le permette di avere un linguaggio/atteggiamento più freddo e distaccato come tutto il resto del cast, il norvegese. Un linguaggio distaccato che sembra alludere ai tempi moderni, alla generazione immersa nei social, terrorizzata dal coinvolgimento emotivo. Consapevole del limite, Rachel invita Nora a rivalutare l’offerta del padre, contribuendo in quella riflessione che spinge ad andare oltre le apparenze. Ammirevole è la sua scelta di rinunciare a un ruolo così importante. Rachel è tormentata, preferisce non recitare in ruoli che non le si infilino addosso piuttosto che accettarli solo grazie alla sua fama. Questa mossa ci fa riflettere ancora una volta sul valore del sentire più profondo, che ci insegna a prendere scelte più pensate, ma autentiche, regalandoci per un momento una pausa da quel mondo frenetico fatto di scroll continui su uno schermo.

Tutte queste riflessioni arricchiscono la comprensione delle dinamiche familiari, mettendone in evidenza luci e ombre, crepe e fessure, osservazioni e ripensamenti che, intrecciandosi, invitano a confrontarsi con l’intero spettro di emozioni che attraversano le relazioni e che il film sa riconoscere e valorizzare. Ogni personaggio contribuisce ad arredare questo luogo simbolico rappresentato dalla casa, mettendo in scena il proprio vissuto interno, in un dialogo costante tra il proprio vertice narrativo e quello dell’altro. Posizioni che non guardano a senso unico, ma che evocano delle zone generative. Renè Kaes, da poco scomparso, ci ricorda che i legami possono avere sia dei potenziali rivelatori di ciò che è stato rimosso o arricchire il dibattito interno e che la famiglia funziona come quell’elemento terzo che va oltre la relazione tra i suoi membri. Usando il termine di polifonia del sogno, Kaes (2007) fa riferimento a quello spazio onirico condiviso tra membri di un gruppo che creano ed elaborano il sogno attraverso una molteplicità di spazi, tempi, significati e voci. Come in un sogno a più voci, la casa e i sentimenti tra i suoi abitanti diventano quella culla onirica a cui fare ritorno per ripensare, risignificare il proprio vissuto e per permettere al proprio Io di divenire e diversificarsi.

Il film si conclude offrendoci lo sguardo prolungato del bambino, misterioso, che sembra scrutare profondamente le intenzioni di Nora, lasciandoci quella sensazione che promette un destino diverso, sicuramente da riscrivere. Forse il regista ci vuole riconnettere con quel sentimento di speranza tipico dell’infanzia, carico di aspettative sul futuro, come a darci di nuovo la possibilità di allargare ancora una volta gli orizzonti? Mentre gioca, Nora dice che il bambino la vede davvero. C’è un gioco di ruoli tra il bambino e Gustav. Thomas H. Ogden (2022) sottolinea che l’intera gamma dei sentimenti - dall’angoscia e dall’insicurezza fino alla gioia e al senso di trionfo - costituisce una parte integrante e imprescindibile della “violenza” implicita in ogni processo di crescita. In linea con il concetto winnicottiano “dell’uso dell’oggetto”, Ogden ribadisce che per diventare se stesso, l’individuo ha bisogno di fare esperienza della sopravvivenza dell’oggetto - originariamente la madre - che deve poter “sopravvivere” ai suoi attacchi distruttivi. Soffermarsi sui sentimenti, anche quelli più dolorosi, può essere un vero atto di coraggio in un’epoca in cui l’esposizione autentica è messa al bando.

La Crepa Fisica: La Memoria Sismica e le Ferite Concrete dell'Aquila

Parallelamente alle crepe metaforiche che attraversano la psiche umana e i legami familiari, esistono crepe ben più tangibili, capaci di alterare profondamente il paesaggio e le vite, come quelle generate dai terremoti. La città e l'intera conca aquilana, fin dal XIV secolo, è sempre stata soggetta a eventi tellurici di grave o media intensità, rendendo la "culla" di questa comunità vulnerabile a periodiche e devastanti fratture.

Tra gli eventi sismici storici che hanno segnato profondamente la regione, si annovera il terremoto dell'Appennino centro-meridionale del 1349, di magnitudo 6,7. Questo sisma si generò nel Regno di Napoli, coinvolgendo varie faglie, tra cui una all'Aquila. Il terremoto generò danni gravi e distruzione nella città già gravata dalla peste, come testimonia lo scrittore e poeta Buccio di Ranallo, testimone oculare dei fatti, tanto che nel 1362 scrisse la sua Cronica rimata. Un altro evento significativo fu il terremoto del 26 novembre 1461, di magnitudo 6,5, con epicentro nella zona tra Paganica e Roio. Esso danneggiò molti edifici in città, già per altro gravati da un terremoto che coinvolse più faglie nella zona centrale del Regno di Napoli, verificatosi nel 1457, che aveva provocato la rovina di vari edifici a Sulmona. Il terremoto del 1461 costrinse la città a un restauro totale in stile rinascimentale.

Il terremoto del 14 gennaio 1703, soprannominato "Grande terremoto", fu un evento di magnitudo 6,8 che portò gravissima devastazione nella conca. La prima grande scossa distruttiva si ebbe in gennaio, mentre l'altra più forte si verificò il 2 febbraio, per questo il sisma venne ricordato anche col nome "della Candelora". L'epicentro fu l'area tra Barete, Montereale e Campotosto. Si pensa che il sisma sia stato generato da un sistema di faglie attivatesi già dal 1699 col terremoto di Amatrice e nel 1702 col terremoto di Norcia. Gran parte della città fu rasa al suolo, e si ricorda che col terremoto del 2 febbraio il soffitto della chiesa di San Domenico venne giù uccidendo centinaia di persone in preghiera. Non ci fu edificio che non era danneggiato o distrutto; il Duomo rimase in piedi solo per mezzo di un muro su via Roio, e le chiese principali ebbero salva solo la facciata. Gran parte degli interni dovettero essere ripristinati, eccettuati i casi di Santa Maria di Collemaggio, San Pietro di Coppito e San Silvestro. I palazzi cinquecenteschi rovinarono quasi tutti, e solo alcuni conservarono il chiostro interno porticato, reminiscenza del rinascimento fiorentino. Molti furono ricostruiti daccapo dai proprietari, come i Cappelli, i Benedetti, i Bonanni, i Lucentini, i Tatozzi. La città fu ricostruita nei canoni tardo barocchi e gli edifici rinascimentali ricostruiti ex novo. Furono mantenute soltanto alcune facciate di chiese, come Collemaggio, San Bernardino, San Silvestro, Santa Giusta, San Flaviano, San Quinziano, e le mura medievali, anche se Porta Castello fu spostata dal luogo originario. La ricostruzione barocca, benché l'antico patrimonio medievale e rinascimentale fosse andato perso, permise ad architetti romani e lombardi di sperimentare vari impianti tipici dell'arte barocca e rococò, come le nuove chiese di Sant'Agostino, dei Gesuiti, di San Paolo di Barete, il Duomo, Santa Caterina e soprattutto Santa Maria del Suffragio detta "le Anime Sante" in Piazza Duomo, mentre tra i palazzi spiccarono il Palazzo Persichetti e il Palazzo Centi. Anche i centri fuori dalla città risentirono molto del terremoto; le antiche fortificazioni in alcuni di essi, come a Paganica, Roio, Bazzano, Sassa, scomparvero del tutto.

Un altro evento rilevante fu il terremoto della Marsica del 1915, verificatosi a circa 80 km dalla città, nell'area del Fucino. Esso distrusse quasi tutte le città della conca fucense, compresa soprattutto Avezzano. Il terremoto, che raggiunse i 7 gradi della scala Richter, si fece sentire anche all'Aquila, con danni alle strutture, ma non crolli significativi, eccettuata la rovina parziale della facciata della basilica di Collemaggio, tra i danni più rilevanti, ripristinata poi nel 1920.

Il terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009 alle 03:32 consistette di una serie di eventi sismici, iniziati nel dicembre 2008 e terminati nel 2012. Il nome è riferito soprattutto alla scossa principale che, avvenuta il 6 aprile 2009 alle ore 3:32, ha avuto una magnitudo momento (Mw) pari a 6,3, con epicentro nella zona compresa tra le frazioni di Roio Colle, Genzano di Sassa e Collefracido (località Colle Miruci a Roio), interessando in misura variabile buona parte del territorio posto a cavallo tra Italia centrale e Italia meridionale. Secondo la scala di magnitudo locale (la cosiddetta scala Richter, poco adatta a descrivere sismi di questo tipo) il valore registrato dai sismografi fu di 5.9 ML risultando così un sisma di moderata intensità rispetto ai valori massimi reali raggiungibili da tale scala sismica. Vi fu una certa confusione sul valore della magnitudo, sia per l'uso di scale di magnitudo diverse, sia per poca chiarezza nella loro presentazione. Ad esempio, una sezione del sito Internet dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) riporta una registrazione di una magnitudo locale 6.2 mentre in altre sezioni fu presente per circa un anno il dato 5.8 ML. Il 4 aprile 2010 l'INGV rettifica la magnitudo locale in 5,9 ML, valore determinato da "calcoli successivi di maggiore precisione".

Nelle 48 ore dopo la scossa principale, si registrarono altre 256 scosse o repliche, delle quali più di 150 nel giorno di martedì 7 aprile, di cui 56 oltre la magnitudo 3,0 ML. Tre eventi di magnitudo superiore a 5,0 avvennero il 6, il 7 e il 9 aprile. Nei giorni successivi alla scossa principale altri intensi focolai sismici si svilupparono a sud-est del capoluogo (Valle dell'Aterno, epicentro Ocre: scosse del 7 e dell'8 aprile 2009 con magnitudo tra 3,0 e 5,6 Mw) e poco più a nord (zona del Gran Sasso, epicentro Campotosto: scosse del 6, 7, 8, 9, 10 e 13 aprile 2009 con magnitudo tra 3,1 e 5,4 Mw). Un altro evento di magnitudo 4,7 Mw (4.5 ML) avvenne alle ore 22:58 del 22 giugno, con epicentro vicino all'abitato di Pizzoli, a 11 km dall'Aquila. Altre scosse rilevanti si verificarono il 3 luglio (magnitudo 4,1 ML alle ore 13:03 con epicentro tra L'Aquila e Pizzoli, preceduta da altri due eventi di magnitudo 3,4 ML alle ore 03:14 e 3.6 ML alle ore 11:43), il 12 luglio (magnitudo 4,0 ML alle ore 10:49 con epicentro tra L'Aquila e Roio Poggio) e il 24 settembre (magnitudo 4,1 ML alle ore 18:14 con epicentro tra L'Aquila e Pizzoli). Le scosse di assestamento si prolungarono per circa un anno dall'evento principale e repliche di magnitudo 3 si protrassero almeno fino al 2012.

L'area interessata dall'innesco del sisma è una delle tante aree sismiche dell'Appennino, classificata a livello 2 della scala di riferimento del rischio sismico, con presenza di diverse faglie attive note. Lo studio storico sulla sismologia locale nell'ultimo millennio evidenzia ciclicità sismiche con periodo di circa 300-350 anni, essendo gli ultimi terremoti significativi avvenuti nel Quattrocento e nel Settecento con magnitudo momento fino quasi a 7 Mw. Il terremoto fu avvertito su una vasta area comprendente tutto il Centro Italia, fino a Napoli, causando panico tra la popolazione, e inducendola a riversarsi in strada. La regione più colpita fu l'Abruzzo, seguita dal Lazio. Alcuni lievi danni si riscontrarono nella zona di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto, nelle Marche.

Mappa sismica dell'Abruzzo e L'Aquila

Al 9 agosto 2009, secondo la Protezione Civile, gli sfollati erano 48.818, di cui 19.973 presso 137 tendopoli (in 5.029 tende), 19.149 in alberghi e 9.696 presso case private. Al 14 novembre 2009 il numero degli sfollati risultava pari a 21.874, di cui 671 in 17 tendopoli, 13.224 presso strutture alberghiere (delle quali 8.832 fuori della provincia dell'Aquila) e 7.979 in case private. Vi sono poi 4.764 persone che hanno avuto una sistemazione nel progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) e 480 nei M.A.P. Al 22 gennaio 2010 il numero degli sfollati risultava pari a 10.128, di cui 1.123 nelle caserme di Coppito e Campomizzi, 8.905 presso strutture alberghiere (delle quali 6.195 fuori della provincia dell'Aquila), cui vanno aggiunte le 12.056 persone che ebbero una sistemazione provvisoria nelle C.A.S.E. Subito dopo l'evento distruttivo, oltre ai quasi immediati soccorsi, si provvide all'installazione di tende da campo, mentre i ricoverati del moderno ospedale San Salvatore, dichiarato inagibile al 90%, furono trasportati in una tendopoli adibita a ospedale oppure all'ospedale di Avezzano e in altre strutture della provincia.

Oltre alla Prefettura, tra gli edifici più importanti che sono crollati o fortemente lesionati in città si annoverano la cupola della Chiesa delle Anime Sante, l'abside e transetto del Duomo e della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, una parte della Casa dello Studente, il Dipartimento di Lettere e Storia e il Polo d'Ingegneria ed Economia dell'Università dell'Aquila presso Roio e l'hotel "Duca degli Abruzzi". La situazione più grave, escludendo il centro storico dell'Aquila, risultò in Via XX Settembre, geomorfologicamente sfavorita, e nella zona della Villa Comunale dove molte abitazioni furono dichiarate inagibili. Molte case furono seriamente danneggiate, una crollò completamente vicino al palazzo dell'ANAS e altre palazzine/condomini vennero giù in Via Sant'Andrea e in Via Campo di Fossa dove si registrarono numerose vittime. Si stima che 10/15.000 siano gli edifici danneggiati.

Il sisma, assieme alle repliche più forti, fu avvertito in tutte le cinque province laziali, e specialmente nel reatino, dove tra giugno e agosto si generò un vero e proprio sciame sismico autonomo rispetto a quello aquilano. Il terremoto fu così forte al punto da creare danni lievi fino a Roma. Qui, il sisma delle 3:32 fece riversare moltissimi cittadini nelle strade. La scossa principale fu seguita da altre due, una verificatasi alle 4:37 e una seconda alle 18:38. Un primo bilancio parla di danni parziali alle Terme di Caracalla, di crepe su di un palazzo in via Andrea Doria (con conseguente evacuazione precauzionale di 8 appartamenti) e di chiusura della scuola "Figlie della Sacra Famiglia" in viale della Primavera, nel quartiere periferico di Centocelle, per problemi di staticità. Altre tre scosse furono poi avvertite nella capitale, una alle 1:15, una alle 11:27 e una alle 19:47 del 7 aprile, le quali furono piuttosto forti (rispettivamente di magnitudo 4,8, 4,7 e 5,6 Mw). Viene segnalata la morte di un uomo anziano per infarto miocardico, indotto dallo spavento in seguito alla seconda forte scossa (quella della sera del 7 aprile) che interessò la capitale. Anche alcune scosse di assestamento piuttosto forti furono avvertite distintamente, contemporaneamente ad altre scosse avvenute nel reatino e una scossa di magnitudo 3,2 colpì la provincia di Roma alle 9:04 dell'11 aprile (epicentro: Moricone, ipocentro: 25 km).

Diversi centri abitati nella provincia dell'Aquila riportarono danni significativi. Ad Acciano, numerose costruzioni furono lesionate e parzialmente crollate, e il Municipio fu inagibile al 67%. I centri storici di Acciano capoluogo e delle frazioni di Beffi, San Lorenzo, Roccapreturo e Succiano furono totalmente evacuati. Si registrò il crollo della facciata della chiesa parrocchiale di Succiano e numerosi danni in quella di Acciano capoluogo, dove crollò un capitello della facciata e dove tuttavia la cupola rischiava di collassare. A Barisciano, si evidenziarono numerose costruzioni lesionate, mentre a Picenze si verificarono crolli e lesioni in edifici del centro storico.

A Bugnara, si ebbe il crollo di 500 m² di solaio al palazzo ducale con conseguente ordine di sgombero di 4 abitazioni sottostanti. Quindici fabbricati furono inagibili, di cui 4 occupati, e la Chiesa della Madonna Della Neve fu inagibile per gravi lesioni. Si verificò anche il crollo totale di fabbricati per fortuna non abitati. A Cansano, cinque famiglie furono sfollate, diversi edifici risultarono inagibili, e si osservarono lesioni nella maggior parte delle altre abitazioni. Due edifici in prossimità del castello furono puntellati, poiché sul punto di crollare.

A Capestrano, si registrarono danni alla basilica del paese, a tutta la piazza antistante e all'85% dei palazzi ivi presenti, oltre a danni a numerose abitazioni private e strutture pubbliche. Il centro storico di Castelvecchio Subequo fu dichiarato inagibile. A Cerchio, si verificarono gravissimi danni all'Edificio Comunale e alla Chiesa Madonna delle Grazie; entrambi gli edifici furono dichiarati inagibili. Gravi lesioni interessarono anche la parte dell'edificio riservata alla Biblioteca Comunale e all'Archivio Comunale, portando all'evacuazione e trasferimento di tutti gli uffici comunali. Lesioni alla facciata della chiesa cimiteriale dedicata alla Madonna di Piediponte furono riscontrate, così come gravi lesioni alla sede della Società del Gas, con disagi per i cittadini e necessità di essere trasferita. Furono segnalati gravi danni in numerose abitazioni civili con alcune famiglie sfollate.

A Collarmele, si registrarono gravissimi danni alle chiesa di Santa Felicita e al santuario della Madonna delle Grazie; entrambe transennate e chiuse ai fedeli. Un palazzo subì notevoli danni nella notte del 6 aprile e fu immediatamente dichiarato inagibile ed evacuato dalle famiglie residenti. Gravi lesioni furono riscontrate anche in altre abitazioni, e danni all'edificio comunale. I sopralluoghi dei tecnici della Protezione Civile stavano evidenziando moltissime abitazioni che avevano riportato danni strutturali, e alcuni edifici gravemente danneggiati avrebbero dovuto verosimilmente essere demoliti. A Corfinio, si ebbero crolli e danni di alcuni edifici, il crollo della volta interna della chiesa della Madonna del Soccorso e il distacco della parte superiore della facciata della cattedrale di San Pelino.

A Fagnano Alto, si registrarono danni a edifici e crolli, e danni alla chiesa. I volontari della Protezione Civile di Valmontone allestirono una tendopoli che ospitava circa 400 persone, parte delle quali provenienti dai paesi limitrofi. Nessun morto all'interno del comune, ma 7 fagnanesi morirono all'Aquila, e furono riportati soltanto danni materiali. A Fontecchio, si evidenziarono danni e crolli coinvolgenti il 66% degli edifici, e danni alle chiese e a numerosi edifici storici. A Fossa, si registrarono danni a edifici e crolli, e danni alle chiese di Santa Maria Assunta (con il campanile crollato) e di Santa Maria ad Cryptas. Frane sul monte Circolo (che sovrastava il centro storico), auto danneggiate, centro storico evacuato, crollo del Ponte Vallone (collegamento con la strada provinciale 261 Subequana) e isolamento delle maggiori vie di comunicazione stradali furono tra le conseguenze, oltre a molti feriti, anche gravi. A Goriano Sicoli, si ebbero crolli all'edificio scolastico e danni alla chiesa di Santa Gemma, e pesanti danni al campanile di Santa Maria Nova.

l'aquila documentario terremoto 2009

La Culla della Comunità: Ascolto, Supporto e Resilienza Psichica

Le informazioni sulle crepe, siano esse di natura simbolica o fisica, ci conducono a una riflessione più ampia sulla "culla" intesa come ambiente fondamentale per il benessere dell'individuo e della comunità. La famiglia, come abbiamo visto, è una "culla onirica" e un "apparato psichico familiare", e l'importanza dell'ambiente di accudimento primario, come insegnato da Winnicott, è innegabile. Ma la culla può espandersi anche alla comunità intera, specialmente in tempi di fragilità e bisogno.

Il tempo del Giubileo, ad esempio, è più di un’iniziativa pastorale: è parabola viva di ciò che la Chiesa è chiamata a essere. Il Giubileo non è un semplice evento da celebrare: è un tempo in cui il cuore dell’uomo è invitato ad aprirsi. Roma, con le sue basiliche, diventa pellegrinaggio interiore prima ancora che meta di passi. Tra i segni più eloquenti di questo cammino c’è la «stanza dell’ascolto», allestita in San Pietro per chi cerca un orecchio amico, un silenzio capace di accogliere senza giudicare. Qui la Chiesa si fa madre: non distribuisce risposte precostituite, ma offre la possibilità di far emergere, nel colloquio fraterno, le domande più vere.

Mai come oggi questo gesto si rivela urgente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo la pandemia i disturbi d’ansia e depressione sono cresciuti di circa il 25% a livello globale, senza distinzione di età. Nel 2024, oltre 16 milioni di italiani hanno segnalato disturbi psicologici di media o grave entità: si tratta di circa il 6% in più rispetto al 2022. Secondo il Rapporto Salute Mentale 2023 del Ministero della Salute, ogni giorno 1.571 persone si recano nei pronto soccorso italiani per disturbi mentali, con un aumento annuo stimato in circa 26.000 accessi rispetto al 2022. Adolescenti, adulti, anziani: tutti, in modi diversi, sperimentano un disagio che non si lascia rinchiudere in statistiche. È un grido sommesso che chiede ascolto, prima ancora che soluzioni.

C’è un’immagine che si presta bene a questa riflessione. Il profeta Isaia, così come Michelangelo lo ha dipinto nei colori della Cappella Sistina, sembra chinarsi in un ascolto profondo: le sue grandi orecchie, “scolpite” quasi a raccogliere il silenzio, diventano segno di una disponibilità totale alla Parola. L’ascolto, nella prospettiva biblica, non è mai semplice udire: è lasciarsi penetrare, è accogliere nel cuore il soffio di Dio. Isaia ci ricorda che l’orecchio è la prima porta della profezia: «Il Signore mi ha aperto l’orecchio» (Is 50,5). Michelangelo traduce in immagine quella apertura interiore, quell’attenzione che diventa obbedienza. Così l’ascolto non è passività, ma scelta di conversione; è riconoscere che la Parola, per generare vita, ha bisogno di uomini e donne che si lascino sorprendere. Le orecchie di Isaia, ampie e tese, ci ammoniscono: solo chi ascolta davvero può parlare a nome di Dio. E la profezia nasce sempre da un cuore che prima si è fatto culla del silenzio.

Nel tempo del Giubileo, la «stanza dell’ascolto» è più di un’iniziativa pastorale: è parabola viva di ciò che la Chiesa è chiamata a essere. Chi vi entra non cerca soltanto risposte, ma il coraggio di essere accolto; chi vi attende sa che il primo passo della riconciliazione è fermarsi, posare il rumore, tendere l’orecchio. È un atto che precede ogni parola, perché la misericordia inizia quando ci si lascia toccare dal racconto dell’altro. Sant’Agostino lo aveva intuito: “Non avere il cuore nelle orecchie, ma le orecchie nel cuore”. L’ascolto vero non è una tecnica, ma un atto d’amore. È farsi prossimi, entrare - almeno per un istante - nella vita dell’altro, lasciandosi provocare. Questo riflette un principio fondamentale per affrontare le crepe dell'animo e della società, un invito a quel coraggio di soffermarsi sui sentimenti, anche quelli più dolorosi, un vero atto di coraggio in un’epoca in cui l’esposizione autentica è messa al bando.

Importanza dell'ascolto e del supporto nella comunità

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