Il calcio, nelle sue espressioni provinciali, rappresenta spesso un microcosmo in cui le aspirazioni sportive si scontrano con dinamiche sociali complesse e stratificate. La Vibonese, club di riferimento del panorama calcistico vibonese, incarna perfettamente questa tensione tra il desiderio di eccellenza agonistica e le influenze di un contesto territoriale segnato da cronache giudiziarie di profonda rilevanza. Analizzare il percorso della società significa addentrarsi in un labirinto dove le interviste prepartita e le analisi tecniche si intrecciano inevitabilmente con il tessuto sociale che circonda il rettangolo verde.

La visione tecnica: l'esperienza di Raffaele Esposito
A distanza di due mesi dalle dimissioni rassegnate lo scorso 12 gennaio, Raffaele Esposito torna a parlare della sua esperienza sulla panchina della Vibonese, offrendo uno spaccato lucido e disincantato delle dinamiche interne al club. «Siamo partiti con tutte le condizioni necessarie per far bene», esordisce l'ex tecnico, sottolineando come la sua scelta sia stata dettata da una reale fiducia nella progettualità sportiva. «Decisi di accettare l'offerta della Vibonese perché nutrivo grande ammirazione per il presidente Caffo, per l’organizzazione del club, per le strutture come il manto erboso e per l’ambiente in generale. Avevo ricevuto diverse altre proposte, ma quando si è concretizzata questa possibilità non ho avuto dubbi: Vibo è una piazza dove si può lavorare bene e che nel tempo ha lanciato molti allenatori».
Le parole di Esposito non nascondono il rammarico per un percorso interrotto bruscamente. Il tecnico chiarisce che la priorità accordata al blasone non era priva di sostanza programmatica: «Ho dato la priorità al blasone e, inizialmente, sono stato assecondato nella scelta dei calciatori. Avevamo costruito una squadra competitiva senza investire cifre folli e, per le prime dodici o tredici giornate, siamo rimasti stabilmente nelle zone nobili della classifica». La stabilità iniziale sembrava il preludio di una stagione memorabile, ma le divergenze di visione con la proprietà hanno poi preso il sopravvento.
La gestione del talento e le dinamiche di spogliatoio
Nel raccontare il suo lavoro sul campo, Esposito pone l'accento sulla capacità del club di valorizzare talenti grezzi, trasformandoli in risorse per il futuro. «Durante la mia gestione abbiamo valorizzato elementi come Hernandez, prelevato dall'Eccellenza, e Castillo, un classe 2005 che era lì da tre anni e che si stava mettendo in grande evidenza prima del grave infortunio al legamento crociato». Questa capacità di scouting è, secondo l'allenatore, il cuore pulsante di una società che vuole ambire a categorie superiori.
Tuttavia, il cambio di rotta societario ha spezzato questo equilibrio. «Dal mio punto di vista sarebbe servita maggiore pazienza e perseveranza, poiché quella squadra avrebbe potuto giocarsi il primato fino alla fine. Si stava svolgendo un ottimo lavoro, ma a un certo punto la proprietà ha deciso di ridimensionare il progetto e puntare sulle plusvalenze. A quel punto non me la sono sentita di proseguire: gli obiettivi non coincidevano più con le ambizioni di inizio anno». La crisi, secondo l'analisi di Esposito, non è nata da un singolo evento, ma da una serie di fattori: «In una stagione è normale affrontare alti e bassi. A mio avviso, la partita che ha spinto la società a tagliare le spese è stata la sconfitta casalinga contro l'Igea Virtus».

Il contesto territoriale: l'ombra della criminalità organizzata
Se il calcio vive di dinamiche tecniche, non può restare estraneo alle vicende che scuotono la regione. Il territorio delle Serre vibonesi, dove insiste la Vibonese, è stato recentemente al centro di una vasta operazione antimafia. Le dichiarazioni rilasciate durante la conferenza stampa a Catanzaro dal procuratore capo della Dda, Salvatore Curcio, tracciano un quadro inquietante. «L'importanza di questa attività di indagine risiede innanzitutto nella particolare pericolosità sociale di questo gruppo di ‘ndrangheta», ha sottolineato Curcio, riferendosi all'operazione che ha portato all'esecuzione di 54 misure cautelari.
Il focus delle indagini si è concentrato sulla locale dell’Ariola, con le sue articolazioni facenti capo alle famiglie Emanuele e Ida di Gerocarne. «La zona delle Serre vibonesi è particolarmente attenzionata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro perché presenta delle particolari e spiccate pericolosità in quanto spesso e volentieri si fa ancora il ricorso alle armi e ai fatti di sangue. È quindi 'ndrangheta che suscita particolare allarme sociale e preoccupazione, da qui l'interesse investigativo che non si esaurisce certo con questa attività di indagine portata a compimento oggi».
Welfare illecito e narcotraffico: il ruolo della "bacinella"
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall'inchiesta è il funzionamento economico delle organizzazioni criminali locali. Il concetto di "bacinella" descrive un sistema di sostentamento che va ben oltre la semplice gestione dei proventi. «I profitti del narcotraffico venivano versati nella cosiddetta bacinella strumentale, una sorta di welfare illecito dell'organizzazione che serviva per l’assistenza agli associati», ha spiegato Curcio.
Questo meccanismo di "assistenza" è capillare: «L'associato che finisce in carcere deve essere mantenuto dall'organizzazione, la famiglia dell'associato deve essere mantenuta dall'organizzazione, le spese legali dell'associato devono essere affrontate dall'organizzazione». Tale sistema, basato sul traffico di hashish e cocaina, collegava le Serre vibonesi a piazze importanti come l'Emilia Romagna, il Piemonte e la Lombardia. In questo contesto emerge la figura di Marco Ferdico, ex capo ultrà dell'Inter, che fungeva da terminale del narcotraffico nell'hinterland milanese. «Forte anche da una sua passata frequentazione su Soriano, visto e considerato che vi giocava anche a calcio», il legame tra sport e criminalità appare qui in una luce sinistra e complessa.
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Tecnologia e crimine: l'evoluzione del contrasto investigativo
L'operazione non si limita all'arresto dei presunti esponenti dei clan, ma rivela una modernizzazione preoccupante delle attività illecite. L'uso di smartphone con elevati standard di cifratura su piattaforme come SkyEcc ha permesso ai criminali di pianificare traffici di centinaia di chilogrammi di sostanze stupefacenti in relativa sicurezza. Il procuratore Curcio ha evidenziato la necessità di una risposta statale adeguata: «Ecco perché diventa essenziale anche per noi investigatori progredire sotto il profilo della tecnologia più avanzata, perché è chiaro che se ci misuriamo con questo genere di situazioni in cui anche un'organizzazione per così dire agricola, rurale, legata al territorio riesce poi a mettere in campo la migliore tecnologia, è chiaro che noi dobbiamo cercare di fare altrettanto».
Questa sfida tecnologica riflette il contrasto continuo tra la trasparenza richiesta nel calcio professionistico e la clandestinità in cui operano le strutture mafiose. Mentre il mister Esposito invocava "pazienza e perseveranza" per costruire un progetto calcistico solido, le indagini della Dda mostrano quanto la tenuta sociale di queste aree dipenda da una lotta costante contro forme di potere che, pur apparendo "agricole" o "rurali", possiedono una sofisticatezza criminale moderna e pervasiva. Il calcio, dunque, rimane un elemento centrale in questo territorio, ma deve costantemente fare i conti con un ambiente in cui le regole del gioco vengono messe alla prova da spinte centrifughe che ne minacciano la serenità e lo sviluppo sportivo.
Strutture e investimenti: la dualità di un territorio
La testimonianza di Raffaele Esposito riguardo all'organizzazione del club vibonese apre una riflessione fondamentale sulla gestione delle infrastrutture sportive nel sud Italia. Quando il tecnico esalta «le strutture come il manto erboso e per l’ambiente in generale», egli identifica un pilastro della sopravvivenza del calcio di provincia. Il campo da gioco diventa, in quest'ottica, non solo il luogo fisico delle performance agonistiche, ma anche l'unico spazio di aggregazione e, talvolta, di riscatto per una comunità che vive tra luci e ombre.
L'investimento in strutture di qualità, come evidenziato dal tecnico, è l'antidoto primario contro la precarietà. Tuttavia, la vicenda della Vibonese insegna che la sostenibilità economica rimane l'incognita principale. Il passaggio da un progetto sportivo di lungo periodo alla necessità di «puntare sulle plusvalenze» rappresenta una transizione dolorosa ma frequente nelle leghe minori, dove il margine di errore finanziario è pressoché nullo. La sfida, dunque, non è solo tecnica o tattica, ma manageriale.

Il legame tra territorio e sport: una sfida costante
Il fatto che esponenti della malavita, come Marco Ferdico, abbiano avuto trascorsi nel calcio locale, pone una domanda centrale sulla funzione educativa e sociale dello sport in contesti difficili. Se lo sport deve rappresentare un percorso di integrazione e di regole condivise, la sua infiltrazione da parte di dinamiche criminali ne mina il valore di base. L'inchiesta della Dda di Catanzaro, pur essendo un atto di giustizia, mette in luce quanto sia complesso per un club operare in totale isolamento rispetto alle dinamiche del circondario.
La società Vibonese, attraverso la propria operatività, cerca di delineare una propria identità che si contrappone, per definizione, al degrado sociale denunciato dalle forze dell'ordine. La scelta dei calciatori, la gestione delle risorse, la valorizzazione dei giovani come Hernandez o Castillo sono tentativi, forse anche ingenui o limitati, di mantenere il calcio entro il recinto dei suoi valori fondanti. Eppure, le dichiarazioni di Curcio riguardo alla "bacinella strumentale" ricordano costantemente che, in una realtà così stratificata, l'economia del territorio è pervasa da flussi che si muovono spesso al di fuori della legalità, condizionando la vita di ogni impresa, sportiva inclusa.
La vicenda dell'Ariola, descritta dal procuratore, rappresenta il lato oscuro di un comprensorio, quello delle Serre vibonesi, che pure ha una sua vivacità, anche calcistica. Non si può ignorare, nel trattare il tema della Vibonese, che ogni partita disputata in quello stadio è anche un messaggio inviato a una popolazione che attende riscatto. Il calcio, nella sua essenza pre-partita, è un rito di speranza: si scende in campo credendo nel lavoro, nella disciplina, nell'agonismo leale. La tensione tra questa fiducia sportiva e la dura realtà giudiziaria delle cronache è ciò che rende, alla fine, ogni dichiarazione, ogni intervista, ogni scelta di un allenatore, un atto di resistenza quotidiana contro una deriva che cerca di trascinare tutto verso il basso.
Dinamiche di una crisi tecnica e societaria
Il racconto di Raffaele Esposito sui motivi del suo addio non deve essere letto solo come una cronaca di divergenze tattiche. Egli tocca un nervo scoperto: la transitorietà dei progetti. Quando egli afferma: «Avevamo costruito una squadra competitiva senza investire cifre folli e, per le prime dodici o tredici giornate, siamo rimasti stabilmente nelle zone nobili della classifica», egli rivendica l'efficacia di un modello basato sulla competenza e non esclusivamente sul capitale. È una filosofia che si scontra frontalmente con il pragmatismo economico della proprietà.
Il punto di rottura, identificato nella partita con l'Igea Virtus, denota una fragilità strutturale, non solo sportiva. In queste leghe, il risultato domenicale non è solo una questione di punti in classifica; è il barometro della fiducia investita. Se la sconfitta diventa motivo di un "ridimensionamento" radicale, significa che le fondamenta su cui poggia il club non sono fatte per resistere agli urti, ma sono pensate per una navigazione in acque troppo calme. L'allenatore, in questo senso, diventa la figura più esposta, quella che deve mediare tra le ambizioni tecniche dei giocatori e la prudenza contabile della dirigenza.

Verso un nuovo paradigma sportivo nelle Serre
Il futuro della Vibonese, così come quello di ogni club nelle aree ad alta densità criminale, dipende dalla capacità di affrancarsi da modelli economici distorti. La tecnologia, richiamata da Curcio per la lotta alla criminalità, ha un suo parallelo nel calcio: l'adozione di standard manageriali, l'uso di dati e analisi per lo scouting, la gestione trasparente dei vivai. Solo attraverso una modernizzazione rigorosa, un club può sperare di restare autonomo rispetto a pressioni esterne e garantire che i propri talenti non vengano dispersi da una gestione miope.
L'operazione della Dda di Catanzaro insegna che le organizzazioni criminali non sono isolate, ma interconnesse su scala nazionale ed europea. Analogamente, il calcio locale deve uscire dai confini stretti della propria provincia per guardare a modelli virtuosi, anche in contesti di minori risorse. Se il club riuscirà a coniugare le strutture di pregio di cui parlava Esposito con una visione manageriale lungimirante, potrà trasformare la "piazza che ha lanciato molti allenatori" in un centro di eccellenza non solo calcistica, ma civica.
La narrazione, dunque, si chiude sul medesimo interrogativo che apre la riflessione: è possibile che il calcio, inteso come valore, prevalga sulla narrazione criminale che sovente soffoca lo sviluppo dei territori del sud? Le parole di Esposito ci ricordano che c'è una passione autentica dietro la panchina, una dedizione che merita rispetto. Le parole di Curcio ci avvertono che quella stessa passione esiste in un mondo dove la legalità è una battaglia che va combattuta giorno dopo giorno. La Vibonese si trova, suo malgrado, nel centro esatto di questa intersezione.
La complessità del calcio moderno richiede che anche nelle piazze storiche come Vibo Valentia si faccia tesoro di ogni esperienza passata. La lealtà sportiva, quella che il mister ha cercato di instillare nei suoi ragazzi, rimane il bene più prezioso. Anche se le vicende giudiziarie colpiscono duramente il tessuto sociale, lo sport resta, nella sua forma più pura, il tentativo costante di dimostrare che il merito e l'impegno possono e devono vincere contro l'illegalità e l'improvvisazione.
Infine, la riflessione sul "welfare illecito" descritto dal magistrato è il monito finale per la società civile: laddove le istituzioni o le organizzazioni sane latitano, altre realtà tentano di occupare lo spazio, offrendo protezioni in cambio di fedeltà. Per evitare che ciò accada anche nello sport, è necessario vigilare costantemente, garantendo che club, stadi e spogliatoi restino luoghi in cui l'unica "bacinella" possibile sia quella dei sacrifici fatti in campo per raggiungere, con trasparenza, un obiettivo condiviso da tutti, tifosi e società.
L'evoluzione del calcio dilettantistico e la pressione ambientale
Nella dinamica tra la pianificazione del tecnico e le contingenze societarie, emerge un altro elemento critico: la pressione ambientale. In una città come Vibo Valentia, il club non è solo una squadra, è un riflesso dell'identità cittadina. Quando i risultati mancano, la frustrazione non rimane confinata allo stadio, ma si riverbera nell'intera comunità. Raffaele Esposito, nel commentare l'andamento della stagione, suggerisce implicitamente che il successo calcistico richiede un tempo lungo di maturazione, un concetto che però mal si sposa con la richiesta di gratificazione immediata da parte di tifosi e stampa.
Questo fenomeno di "immediatismo" è spesso sfruttato da chi, nel sottobosco delle relazioni sociali, cerca consensi. Un club solido non deve essere vittima di questi sbalzi umorali, ma deve essere il garante della stabilità. La ricerca di "plusvalenze" citata dal tecnico è la prova di una società che, sotto pressione, cerca scorciatoie finanziarie per bilanciare i costi. Questa strategia, spesso perdente nel lungo periodo, è il sintomo di una mancanza di capitali strutturali che affligge gran parte della Serie D e delle categorie inferiori.
La cultura della legalità come requisito sportivo
L'impatto delle operazioni della Dda di Catanzaro, sebbene riguardino specificamente il locale di Ariola, ha riflessi anche simbolici sul mondo dello sport locale. L'infiltrazione, diretta o indiretta, di logiche mafiose nelle dinamiche sociali distorce la percezione di cosa sia "successo". Se il welfare della malavita si presenta come una rete di supporto per chi è in difficoltà, esso mina alla radice il principio meritocratico dello sport.
Il calcio, quindi, ha il compito di educare a un welfare differente: quello basato sui contratti regolari, sui contributi versati, sulla formazione dei giovani, sulla lealtà professionale. Il fatto che il procuratore Curcio abbia parlato di Marco Ferdico in relazione al calcio locale indica che le intersezioni sono possibili e reali. Vigilare affinché lo sport rimanga immune da queste influenze non è compito solo della magistratura, ma di ogni dirigente, allenatore e collaboratore che opera quotidianamente all'interno di un club.

Sinergie per un futuro sostenibile
Guardando al futuro, la Vibonese può diventare un laboratorio di cambiamento. L'esperienza di Raffaele Esposito ha messo in luce una strada: la costruzione di un organico giovane, sostenibile e tecnicamente valido. Se a questo modello di gioco si affianca una gestione amministrativa specchiata, immune da pressioni esterne e lontana da logiche di convenienza immediata, la società può ritrovare quella solidità che l'ha resa in passato una piazza ambita.
La "bacinella strumentale" dell'organizzazione criminale descritta dal magistrato deve essere contrapposta a una "bacinella progettuale" del club, dove le risorse sono investite non in assistenza illecita, ma in infrastrutture, settore giovanile e formazione. Il riscatto di un territorio passa necessariamente attraverso la capacità delle sue realtà più visibili, come lo è una squadra di calcio, di essere trasparenti e coerenti. La dignità del lavoro, che Esposito ha sempre difeso, deve tornare al centro dell'agenda del club.
In definitiva, il calcio a Vibo Valentia ha davanti a sé un bivio. Da una parte, la via della gestione pragmatica e condizionata dal contesto sociale, che rischia di portare a cicli di vittorie brevi seguiti da crisi profonde; dall'altra, la strada della costruzione di un'identità solida, ancorata ai valori dello sport e alla legalità. Questo secondo sentiero richiede coraggio, pazienza - quella stessa pazienza invocata dal tecnico - e una visione che guardi oltre la singola domenica di campionato. Solo così, la Vibonese potrà tornare a essere, nel tempo, una piazza che lancia talenti e che ispira, anziché subire, il contesto in cui vive.
Il percorso è complesso, ma le fondamenta ci sono, come dimostrano le parole di stima per il presidente Caffo e le strutture a disposizione. Resta da colmare il vuoto tra la qualità tecnica espressa sul campo e la necessità di una stabilità societaria che sia specchio della lealtà sportiva che i tifosi, ogni domenica, si attendono dalla loro squadra del cuore. Il calcio non è mai solo sport, è anche lo specchio della società in cui viene praticato: ed è proprio in questo specchio che Vibo Valentia deve imparare a guardarsi con consapevolezza e determinazione, per costruire un domani che non sia più vittima di ombre, ma protagonista di un futuro luminoso.
È evidente che, in questo scenario, le competenze tecniche di figure come Raffaele Esposito non sono solo un valore aggiunto per la squadra, ma diventano un presidio culturale. Un allenatore che valorizza i giovani è, in un certo senso, un educatore che sottrae terreno fertile alla criminalità. Ogni ragazzo che impara la disciplina sportiva e trova un lavoro dignitoso nel club è una vittoria contro la retorica del welfare illecito. Ecco perché la permanenza di professionisti seri è vitale non solo per la classifica, ma per il prestigio dell'intera comunità.
Le dichiarazioni del procuratore Curcio fungono da promemoria necessario: la lotta contro le mafie non deve essere delegata solo alle forze dell'ordine, ma deve essere condivisa da ogni attore sociale. Lo sport, in quanto fenomeno di massa, ha il dovere di declinare i suoi valori in azioni concrete: contratti trasparenti, inclusione sociale, rispetto assoluto delle regole. La Vibonese, se saprà far proprio questo messaggio, diventerà un baluardo di resilienza, capace di trasformare ogni sua partita in una testimonianza di orgoglio locale che trascende il rettangolo di gioco e diventa un esempio per le future generazioni.
La sfida dunque si rinnova ogni lunedì, all'indomani della partita, nella capacità del club di guardare oltre la classifica, analizzando il proprio ruolo nel contesto territoriale. Se la sconfitta contro l'Igea Virtus ha segnato una svolta, deve essere intesa come una lezione di umiltà, non come un pretesto per arrendersi. La resilienza, nel calcio come nella vita, è la capacità di ripartire dopo la caduta, senza smarrire i propri obiettivi di lungo termine. La Vibonese possiede la storia, l'ambiente e la passione dei tifosi per poterlo fare.
Il calcio, in conclusione, deve continuare a essere un rito positivo, un momento di aggregazione che rafforza il senso di appartenenza senza mai cedere alle lusinghe del guadagno facile o delle scorciatoie. La storia di Esposito e la cronaca giudiziaria raccontano due mondi che si toccano ma che non devono mai confondersi. Mantenere questa distinzione netta è il vero trofeo che la dirigenza, i giocatori e l'intera città devono puntare a vincere, stagione dopo stagione, con impegno, onestà e una visione lungimirante che guarda al futuro del territorio.
Questa analisi conferma come, nonostante le difficoltà, la strada da percorrere sia chiara. La professionalità, l'investimento nei giovani e il rispetto della legalità sono i tre pilastri su cui rifondare il progetto sportivo. Se riuscirà a mantenere questa rotta, la Vibonese non sarà ricordata solo per le sue vicende di campo, ma per il contributo tangibile dato al miglioramento del tessuto sociale in cui opera. Il calcio è un gioco, ma le sue implicazioni sono serissime, e la città di Vibo Valentia ha l'opportunità di dimostrare che, anche in condizioni avverse, è possibile costruire una realtà sana, vincente e orgogliosamente trasparente.

Il rigore richiesto dal procuratore Curcio nel contrastare la sofisticazione criminale trova un parallelo necessario nella gestione dei club. Così come le forze dell'ordine devono aggiornarsi costantemente per contrastare le nuove tecnologie di cifratura come SkyEcc, così i club calcistici devono adottare standard di gestione all'avanguardia per evitare di cadere nella rete della mediocrità economica. L'uso dei dati, l'analisi delle performance e la pianificazione a lungo termine sono gli strumenti che, nel calcio moderno, permettono di stare al passo e di mantenere alta la competitività, tutelando al contempo l'identità del club.
Il legame tra il talento giovane e la strategia societaria è il vero motore del successo. Esposito lo aveva intuito, costruendo una base solida con Castillo e Hernandez. La sfida è quella di dare continuità a questo lavoro, evitando di smantellare i progetti al primo segnale di difficoltà. Ogni giovane che cresce in una società virtuosa è un investimento di valore incalcolabile, che va oltre la plusvalenza economica e diventa un capitale di immagine e di prestigio per l'intero club.
In questo contesto, la trasparenza diventa il valore aggiunto per attirare partner, sponsor e tifosi. Una società che opera in modo chiaro, che valorizza le proprie risorse umane e che mantiene una condotta etica rigorosa, diventa un polo di attrazione positivo, capace di contrastare efficacemente le influenze negative che, purtroppo, caratterizzano il contesto ambientale. Il calcio, in questo senso, diventa uno strumento di riscatto sociale, un'occasione per mostrare la parte migliore della comunità e per lanciare un messaggio di speranza e progresso.
Infine, il dialogo tra la società sportiva, le istituzioni e i tifosi deve essere costante. Solo attraverso una collaborazione aperta e basata su obiettivi condivisi, la Vibonese potrà superare le proprie criticità e guardare al futuro con fiducia. La storia del calcio insegna che le piazze più calde e difficili sono spesso quelle che, una volta trovata la giusta alchimia, sono capaci di raggiungere i risultati più straordinari. La strada è segnata, la sfida è aperta e il potenziale di una terra ricca di passione come quella vibonese è immenso, se indirizzato verso la giusta direzione.
La determinazione di chi lavora nel mondo del calcio, unita alla vigilanza rigorosa delle autorità, crea il clima ideale per lo sviluppo di una cultura dello sport intesa come espressione di libertà e partecipazione. Anche in una realtà così complessa, la Vibonese può diventare un simbolo di questa trasformazione, un club che non solo gioca a calcio, ma che si fa portatore di un messaggio di civiltà. La strada sarà lunga, ma ogni passo compiuto nella direzione della legalità, della professionalità e della valorizzazione dei giovani è un passo in avanti per tutta la comunità di Vibo Valentia.
In definitiva, la Vibonese non è solo il club descritto nelle interviste pre-partita o nelle analisi tecniche. È un'entità viva, calata in un contesto territoriale unico e difficile, chiamata a fare quotidianamente delle scelte. La sfida è quella di essere sempre all'altezza delle aspettative dei propri sostenitori e di operare in modo che il calcio sia davvero, e per tutti, un momento di gioia, condivisione e crescita. Il passato insegna, il presente sfida, ma il futuro è tutto da scrivere: ed è compito di chiunque abbia a cuore le sorti del club assicurarsi che il prossimo capitolo sia scritto con l'inchiostro della coerenza e del merito.
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