La psicoterapia della Gestalt, con il suo orientamento fenomenologico esistenziale, si configura non solo come una metodologia terapeutica, ma come una vera e propria filosofia dell'essere e del vivere. L’articolo propone un confronto teorico e filosofico tra alcuni concetti fondamentali di questa pratica e il Buddhismo come disciplina esperienziale, mettendo in luce convergenze significative, in particolare attorno alla nozione di "vuoto fertile". Questa prospettiva integrata rivela come la Gestalt attinga da diverse correnti di pensiero, creando un approccio olistico che valorizza l'esperienza diretta, la consapevolezza del presente e la fiducia nel potenziale evolutivo umano.
Le Radici Filosofiche della Gestalt: Esistenzialismo e Fenomenologia
A metà dell’ottocento, un filosofo scandinavo, Soeren Kierkegaard, introducendo una nuova linea di pensiero, affermò che la vita non è una domanda che deve trovare una risposta, ma un’esperienza che deve essere vissuta. Questo capovolgimento paradigmatico segnò l'inizio dell'esistenzialismo, dove la responsabilità della propria esistenza diventa il problema più importante. Di conseguenza, si rende necessario che ognuno trovi una mappa del mondo adatta ai suoi scopi. Esistenza viene da esistere, che significa essere nel tempo e, quindi, cambiare: l’esistenzialismo è, in questo senso, una filosofia del cambiamento intrinseco all'essere umano.
Con la teoria della percezione intenzionale, l’idea cioè che la percezione sia un atto volontario, nasce la fenomenologia, una filosofia dell’esistenza dove l’interlocutore è sempre un soggetto. Fenomenologia e esistenzialismo si fondono insieme, e dal punto di vista esistenzial-fenomenologico non c’è la possibilità teorica di una relazione soggetto-oggetto con l’altro. Questo perché, se ognuno è proprietario della propria esperienza, allora due persone a confronto non possono essere un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto, ma sono due soggetti conoscenti: la conoscenza è qui necessariamente intersoggettiva.
Nella fenomenologia si considera base della conoscenza la percezione sensoriale, che viene riconosciuta come una funzione organica, cioè al servizio dell’organismo. Quest'ultimo, percependo intenzionalmente, dà struttura e senso al mondo circostante. Il corpo è allo stesso tempo il luogo dell’esperienza percettiva e il luogo del pensiero. È il percepire e il pensare sulle possibili opzioni che, attraverso le scelte, rendono il mondo pieno di significato, e di conseguenza lo trasformano da landa fredda e desolata, come appare negli stati depressivi, nel luogo della desiderabilità, cioè in un mondo abitabile e ricco di opportunità.
La bussola del pensiero esistenzialista è l'interrogativo "cosa mi piace e cosa non mi piace". Kierkegaard pensava che la scelta fondamentale fosse fra essere prigionieri del piacere, oppure essere liberi di perseguire valore anche quando la strada passa per la sofferenza. La bussola indica il nord, ma non obbliga ad andarci: nella vita bisogna fare molte cose che non piacciono per andare verso le mete che si vogliono raggiungere. In questa ottica il sentire, che si muove per via analogica, non è certo meno importante del pensare. Non è lecito allora delegittimare la diversità, e l’incontro con l’altro non può avere quindi come metro di discernimento il giusto e lo sbagliato, cioè il riferimento digitale.
In un approccio esistenzial-fenomenologico non si può più parlare di verità oggettiva, che prescinde dal soggetto, ma solo di verità intersoggettiva, che implica e rispetta le differenze dei soggetti coinvolti nell’atto di conoscenza. Non c’è una verità indipendente da me e te; la verità sta nell’interazione continua fra me e te, quello che si chiama il “circolo ermeneutico”, dove l’interazione è fluida e richiede flessibilità, cioè capacità di cambiare e di lasciare andare gli avvenimenti alle loro intrinseche trasformazioni senza attaccarsi alla contingenza delle forme.
L’esistenzialismo: Heidegger
Conoscenza e Percezione: Un Dialogo tra Digitale e Analogico
La fenomenologia, essendo una teoria della conoscenza attraverso il sentire, descrive il fenomeno a partire dall’esperienza, cioè da una conoscenza per partecipazione. Se riesce a dar ragione dell’evento nel suo diretto senso esistenziale, non è però in grado di descrivere i contorni dell’evento stesso. La visione dall’esterno dell’esperienza richiede un’epistemologia, cioè una teoria della conoscenza attraverso le teorie. Se le parole di ogni religione sono conoscenze testimoniate dall’autorevolezza di chi le ha pronunciate, la conoscenza epistemologica è testimoniata dalle verifiche razionali delle teorie.
Fenomenologia e epistemologia approssimano l’evento, la prima da dentro e l’altra da fuori, facendo in modo che quello che succede non debba essere o incomprensibile o prevedibile, e la sua cognizione possa invece offrire quell’insostituibile apporto che costituisce strumento per la vita dell’umanità.
Un’epistemologia non lontana dal punto di vista fenomenologico è il costruttivismo, che considera la conoscenza come una attività naturale dell’organismo, il quale cerca in ogni modo di sopravvivere. Conoscere qui non ha a che fare con l’assoluto; il rapporto fra il soggetto conoscente e il mondo è lo stesso rapporto di conoscenza che c’è fra una chiave e una serratura: la chiave si limita a sapere quello che serve per aprire la serratura. La conoscenza dal punto di vista costruttivista è qualcosa che funziona su un piano di rapporto concreto col mondo: la conoscenza non dice niente sull’essenza della realtà, solo co-costruisce interazioni con essa.
Nell’ottica costruttivista i dialoghi sono co-costruzioni. Per esempio, io affermo A e l’altro dice che A non gli piace; io rispondo che mi dispiace che non gli piaccia. Questo è un evento, qualcosa che è successo fra me e l’altra persona, cioè lui ha conosciuto la mia affermazione, io ho conosciuto la sua reazione alla mia affermazione e lui la mia reazione alla sua, e tutto questo si può intrecciare insieme come si tesse in un telaio la trama con l’ordito.
Il costruttivismo, essendo una epistemologia, cioè una scienza della conoscenza attraverso teorie, si indirizza ai contorni degli eventi con i suoi concetti, anche se con una prospettiva organismica che tiene conto della relatività della conoscenza al bisogno e al rapporto dell’organismo con l’ambiente: da questo punto di vista il processo conoscitivo è insomma necessariamente segnato dai bisogni che lo alimentano. Per quanto si possa avvicinare a un’ottica analogica, un’epistemologia rimane sempre necessariamente concettuale, cioè digitale: articolata con la fenomenologia, porta una visione più integrata del mondo.
Un’affermazione indiscussa nel pensiero occidentale moderno è che la mappa non è il territorio: il territorio in questo senso è dove si poggia i piedi, mentre ogni sistema di pensiero è solo una mappa. Le mappe che si possono fare di un territorio sono indubbiamente tante, e data la loro inevitabile approssimazione, dovuta alla non corrispondenza esatta fra mappa e territorio, le mappe non sono necessariamente sovrapponibili. La realtà ultima qui è ineffabile, non ha forma stabile e definita: nel pensiero buddhista è il vuoto.

Il premio Nobel Roger Sperry, insieme a Michael Gazzaniga, studiando animali con il cervello separato chirurgicamente nei due emisferi, scoprì che le informazioni visive apprese da una metà del cervello non raggiungono l’altra metà. Nell’essere umano l’emisfero sinistro del cervello è digitale (procede in modo lineare per cause ed effetti), linguistico (nomina le cose con parole), analitico, astratto. Il destro è analogico (procede per somiglianze e differenze, cioè per analogie), è sensibile alla forma e al ritmo, è sintetico.
Se accettiamo digitale e analogico come una inevitabilità che obbliga a due punti di vista incommensurabili, accettiamo quindi la possibilità di una doppia prospettiva. Il problema è cosa resta stabile nell’osservatore in questo cambiamento di prospettiva, come cioè l’osservatore può essere congruo a ambedue i punti di vista. Se il fenomeno è transitorio, quello che rimane ben più stabile è il corpo: sia la conoscenza fenomenologica sia quella epistemologica avvengono nel corpo, e qualunque differenza le divida il corpo le riunifica nel fatto stesso di contenerle. Questo doppio conoscere per via digitale e analogica si riunifica non tanto in qualcosa che è, ma piuttosto in qualcosa che avviene internamente alla persona, che è in cambiamento continuo ed elusivo a definizioni cognitive: si riunisce cioè nella creazione della coscienza del proprio esistere.

La Trasmissione del Sostegno: Coesione e Fluidità dell'Esperienza
Un concetto architettonico, la trasmissione del sostegno, si riferisce a quello che succede per esempio in una scala: un gradino è appoggiato sull’altro e chi sale passa sul gradino più alto scaricando il peso su quello dietro. Un altro esempio si osserva spingendo qualcosa: se si spinge con il corpo diritto o se si fa con il corpo piegato, fa molta differenza. Col corpo piegato la trasmissione del sostegno si interrompe dove c’è l’angolo, e si rompe la spinta. Col corpo diritto lo sforzo si trasmette direttamente, il peso si scarica a terra e si riesce a fare molta più forza.
La trasmissione del sostegno non avviene solo a livello fisico, ma anche a livello emozionale, al livello delle idee, al livello della coesione psichica in generale. Guardando la propria vita, le persone vedono spesso un ammasso di fatti successi a caso, senza una connessione fra loro: questo sparpagliamento degli avvenimenti non permette facilmente di intuire un insieme, e la persona si sperde e si dispera.
Dove nella vita di una persona il sostegno è interrotto, questa non può appoggiare le proprie decisioni su un terreno solido e rischia di affondare in una palude. Se invece gli avvenimenti riescono ad apparire in qualche modo coesi, il proprio passato diventa un supporto per il presente e anche un trampolino di lancio per il futuro. Essere nel mezzo di un’avventura dà forza, mentre essere nel mezzo di una palude porta più facilmente depressione: senza la trasmissione del sostegno manca l’energia per ideare una direzione, per sostenere un’intuizione, ecc.
La trasmissione del sostegno è riconoscibile anche da un punto di vista fenomenologico, in quanto si riscontra nell’esperienza diretta del mondo. Ma è un concetto, e come tale appartiene piuttosto a un’ottica digitale, la quale può dare chiara ragione del suo esistere. Anche le emozioni hanno uno specifico decorso, determinato dalla relazione causa-effetto e quindi rintracciabile digitalmente, che con le sue contingenze può trascinare la persona in inferni insignificanti per la loro irrilevanza contenutistica. Una banale timidezza per esempio può spingere una persona in disastri sentimentali capaci di avvelenarle la vita, e rintracciarne delle cause plausibili sul piano delle azioni, anche se solo per via concettuale, può portare a trovare un modo di annullare questo effetto scegliendo comportamenti più consoni anche se meno spontanei.
L’insegnamento canonico del Buddha afferma: «Qualsiasi cosa derivi da una causa, sarà eliminata eliminandone la causa.» Una cattiva trasmissione del sostegno fra causa e effetto può produrre una seria difficoltà esistenziale. Per esempio, una persona che non ha avuto modo di sperimentare nell’infanzia l’espressione della sua aggressività perché familiari fragili ne avevano troppa paura, può arrivare adulto con un’aggressività compressa, in una spirale in cui più la reprime più gli appare a rischio di esplosione. Si tratta di un effetto non congruo alla sua causa, per la mancanza di un’adeguata trasmissione del sostegno fra emozione e comportamento. In queste condizioni, vista da dentro la situazione può apparire drammatica per la radicale incapacità della persona di conquistare e difendere il suo spazio: l’incapacità di essere aggressivo appare come qualcosa che gli appartiene per natura, come un destino ineluttabile. Guardando invece per via digitale, per esempio con la griglia della teoria etologica degli istinti, si può concepire facilmente la situazione come una mancanza accidentale di una capacità acquisibile con un apprendimento: eliminando la causa, cioè l’ignoranza, si elimina anche l’effetto, cioè l’incapacità.

Il Contatto Gestaltico e il Confine dell'Esperienza
Un’applicazione della trasmissione del sostegno è nel tema del contatto. Nell’approccio gestaltico il termine contatto è una metafora, che usa l’immagine del contatto fisico per spiegare qualcosa che avviene in realtà su un piano molto diverso: nel contatto fisico i fenomeni avvengono sul piano concreto, mentre il contatto in senso gestaltico è qualcosa che avviene nella coscienza delle persone coinvolte.
Per essere in contatto, nella Gestalt si intende avere un tipo di rapporto efficace, che abbia cioè un effetto esistenziale sugli interlocutori coinvolti: un rapporto insomma che non lascia le cose come erano prima, e porta in uno stato che trascende la situazione di partenza. Per quanto sia un insieme vivo e non una semplice somma di parti, il contatto può essere seguito attraverso vari piani che esercitano fra loro una trasmissione del sostegno. Focalizzare e sostenere un particolare tipo di contatto relazionale rappresenta il cuore dell’approccio della Psicoterapia della Gestalt (PdG) e una delle più importanti abilità da acquisire.
L’intenzionalità del terapeuta è di essere pienamente presente, capace di riflettere criticamente sul significato delle proprie difficoltà ad essere presente nella relazione terapeutica. Il terapeuta e il paziente sono reciprocamente coinvolti e toccati nella relazione; le loro esperienze hanno egual valore e in questo senso sono partner paritari all’interno della relazione. Più precisamente, la relazione terapeutica è paritaria nel senso che le percezioni, i sentimenti, i pensieri, le convinzioni (e l’unicità umana) del terapeuta e del paziente assumono lo stesso valore. La PdG «portava sia il terapeuta sia il paziente alla ribalta, tutti e due insieme, per illuminare la loro effettiva relazione con la massima chiarezza possibile» (From e Miller, 1994). Nell’incontro, terapeuta e paziente entrano in contatto intercorporeo e il terapeuta dà uguale valore ai vissuti corporei di entrambi.
Il rapporto dialogico nella terapia della Gestalt può essere descritto in riferimento al principio dialogico di Buber secondo cui l’esistenza umana si definisce in base a come entriamo in relazione gli uni con gli altri. La relazione Io-Tu è una relazione interpersonale diretta, non mediata da un sistema di giudizi; l’Io e il Tu non sono oggetti o obiettivi, ma una relazione che coinvolge ogni soggetto nell’interezza del proprio essere. L’esperienza emerge al confine di contatto: «“l’esperienza si verifica ai confini tra l’organismo e il suo ambiente… Noi parliamo dell’organismo che stabilisce un contatto con l’ambiente, mentre la realtà più semplice e immediata è costituita dal contatto in se stesso” […] lo spazio in cui il sé e l’ambiente stabiliscono il loro incontro e si coinvolgono l’uno con l’altro. [Alla] psicoterapia della Gestalt […] ciò che […] interessa è solamente l’attività al confine di contatto, dove ciò che succede può essere osservato» (From e Miller, 1997).
La relazione terapeutica è anche luogo di esplorazione attiva: l’esperimento, e l’azione che esso promuove, è un elemento specifico utilizzato in terapia per sostenere il processo di contatto. La fiducia nell'autoregolazione organismica del paziente e nella propria è fondamentale. Il concetto di consapevolezza, ben diverso da quello di coscienza, esprime l’essere presenti ai sensi nel processo del contattare l’ambiente, l’identificarsi in modo spontaneo e armonico con l’intenzionalità di contatto. La consapevolezza è una qualità del contatto e ne rappresenta la ‘normalità’.

Il Vuoto Fertile: Origine, Potenziale e Liberazione
Ispirato dal filosofo Friedländer, Fritz Perls delinea il vuoto fertile, il caos, come origine di ogni fenomeno. L’esistenza ideale della persona responsabile, consapevole e in contatto con il qui e ora, prevedrebbe creatività e flessibilità. L’essere umano invece, oltre a perdere il contatto con il vuoto originario, organizza la propria esistenza in forme rigide e ripetitive, limitando la propria spontaneità e capacità di adattamento.
A volte può capitare di avere una sensazione di vuoto, di sentirsi mancare la terra sotto i piedi, di avere un muro dietro le spalle, di trovarsi in un vicolo cieco o in una situazione di impasse. In entrambi i casi, la reazione comune è riempire il vuoto con qualcosa che, seppur spiacevole o illusorio, accende la speranza di esorcizzare il pericolo. La psicoterapia della Gestalt parla di “vuoto fertile”, associando questi casi a momenti di dissonanza cognitiva, in cui qualcosa di diverso, che si scosta dall’immaginabile e che non fornisce alcun tipo di appiglio, una sorta di voragine senza fondo, si manifesta di fronte a noi, paralizzandoci o spingendoci a fare un balzo indietro.
Questo baratro è in realtà una discrepanza portatrice di novità, un buco in quel velo di Maya di cui parlava Schopenhauer, un “quibre” di cui parla Julio Olalla, la falla nella Matrix dei fratelli Wachowski, e tutto ciò che apre su dimensioni parallele, reali come la precedente. Altre volte però, l’eccesso di cautela e di controllo, il timore dell’ignoto, l’ordinarietà o la mancanza di fiducia, se da un lato ci proteggono, dall’altro bloccano e isolano le nostre vite, facendo di quel baratro il fossato della nostra tomba dorata. La Zona di Apprendimento è una zona di stretching in cui favorire un allungamento capace di colmare quel baratro in maniera progressiva, trasformando la paura in un’opportunità di crescita.
In fondo, in natura il vuoto non esiste, è solo un modo per dare un nome a qualcosa che sembra non esserci eppure esiste. Lo stesso avviene in psicologia, e può essere sperimentato evitando di rispondere o di reagire velocemente a qualche stimolo, non riempire quel lasso di tempo e restare in ascolto. Questo procedimento può essere contro-intuitivo, soprattutto per chi ha fretta o per chi è tendenzialmente un “problem solver”, ossia più interessato alla soluzione che al problema. In questi casi è la persona a modificare il mondo, attraverso la sua attitudine e il suo modo di porsi di fronte all'ignoto.
La buona notizia è che non è necessario sottoporsi a terapie d’urto, costringersi ad avere fede in qualcosa in cui non si crede o rimproverarsi fino allo stremo per superare i propri limiti e vertigini. L’obiettivo è permettere alle persone di stare dentro la distanza tra il noto e l’ignoto, abitarla, creare uno spazio creativo dove possa succedere qualcosa. Attingere alla sgradevole o gradevole sensazione di indeterminatezza, allenarsi al vuoto, inteso sotto l’aspetto di spazio proficuo per nuove energie, è un concetto ben chiaro nel Buddhismo. Non è interpretato come una mera assenza di elementi, piuttosto come uno spazio potenziale pieno di opportunità.
Vuoto fertile, dunque, un terreno in cui lasciare germogliare l’inedito, un concetto fondante nella Terapia della Gestalt. Nelle pratiche del Buddhismo, si evidenzia quanto il fenomeno sia privo di significato intrinseco. Il vuoto permette il rivelarsi di una realtà che non permane, onde trovare la pace interiore, attivando una fonte intrinseca di energia. Anche nel Taoismo il vuoto rappresenta il non-essere, la fonte origine del tutto. Esercizi quale il tai chi, che operano con l'energia vitale, intensa, attraverso spazi vuoti, rinforzandone il sistema psico-motorio, ne sono un chiaro esempio.
Nella pratica psicologica, il vuoto è potenzialmente interessante per la pratica della creatività. Fare silenzio dentro di sé, dare valore all'acquiescenza mentale e alle stimolazioni, per accedere alla purezza delle nuove idee. Il processo creativo tende a iniziare dal senso di vuoto mentale, foriero a nuove idee e intuizioni. Infatti affidarsi al vuoto fertile significa anche non avere tutto sotto controllo, accettando l'incertezza come parte integrante del processo creativo e di crescita. È un invito alla potenzialità e alla fiducia, un riconoscimento di sé, di scoperta continua all’evoluzione personale.
Perls definisce questa posizione esistenziale come un “vuoto fertile”. Vuoto di aspettative e di progetti, di ricordi e pregiudizi. Fertile d’intuizioni e di atti creativi, in cui l’intellettualizzazione segua l’esperienza e non la preceda. Questi concetti sono molto simili a quelli descritti nella tradizione Zen, di presenza piena nel qui ed ora, di contatto assoluto con la realtà dell’esistente, di vuoto senza carattere e senza io. La posizione umana del terapeuta gestaltico in azione è dunque il riferimento, la bussola, da cui scaturiscono le intuizioni operative necessarie e contingenti, che non sono tecniche, benché ne abbiano l’apparenza, perché non scaturiscono da idee o da valutazioni predefinite. L’unica vera tecnica risiede, infatti, nella capacità di permanenza nella posizione creativa, la stessa in cui ogni musicista che compone, si sente suonato dalla musica e non la suona, è tecnico senza seguire una tecnica, ha mani pensanti, ma mente vuota: è creativo.
Così, in un lavoro gestaltico ben condotto, come in una danza che si ripete ogni volta, alla posizione esistenziale del terapeuta corrisponderà un’analoga esperienza nel soggetto che con lui interagisce. Entrambi sperimentano, alla fine, le proprie inevitabili esistenze, ma anche il recupero delle potenzialità alienate nelle fantasie.
L’esistenzialismo: Heidegger
Oltre l'Attaccamento: Saggezza Antica e Consapevolezza del Presente
Un noto insegnamento buddhista, ricorda quanto la sofferenza derivi dall'attaccamento alla vita. La pratica di esercizi spirituali, che troviamo nello stoicismo, da Lucio Anneo Seneca a Marco Aurelio, evidenzia l’importanza dell’allenarsi ad accettare quanto molti eventi della vita non sono al nostro controllo. Possiamo trovare armonia anche nell’indeterminato, nel non-prevedibile.
La mera esistenza anche senza un esplicito motivo, avvolta nel mistero, rivela la bellezza, la grazia dell’enigma. La vita ricca di esperienze e scoperte genera emozioni contrastanti ma comunque ricche di soddisfazioni. È frequente la ricerca di qualcosa che manca, sballottati dalle preoccupazioni verso il futuro o di ciò che non è avvenuto nel tempo passato. Nello struggimento del passato o nell’ansia al futuro ci lasciamo sfuggire il momento presente di grazia straordinaria e irripetibile. Incoraggiare noi stessi ad accettare il presente e il passato per quello che semplicemente sono, invece di rivangare su varie possibilità alternative, è un passo fondamentale. Infatti, la nostalgia può anche spingere a idealizzazioni, addirittura scenari comunque non verificati che ci allontanano dalla realtà. Inevitabile l’invito a concentrarsi con tranquilla pace al tempo presente, piuttosto che perdersi in fantasie di un passato alternativo, mai avvenuto. La saggezza classica invita a vivere con serenità e accoglienza ogni momento fuggevole della vita.
Quinto Orazio Flacco, poeta romano nato nel 65 a.C., lascia il suo consiglio a non essere eccessivamente preoccupati del futuro e di accettare ogni evento con tranquillo equilibrio, favorevole o avverso, essendo la vita imprevedibile. Note le sue Odi e la filosofia del carpe diem, esorta a godere del presente e lasciare fluire il pensiero del futuro: “Non chiedere - è proibito sapere - quale sorte gli dèi abbiano assegnato a me, quale a te, Leuconoe, e non tentare i calcoli babilonesi. Quanto meglio accettare qualunque cosa accadrà! Sia che Giove ci abbia dato ancora molti inverni, sia che questo sia l'ultimo, che ora spezza le onde del mar Tirreno su rocciosi scogli. Sii saggio, filtra il vino e, dato il tempo breve, limita una lunga speranza.” Fondamentale è la consapevolezza del tempo presente e l'accoglimento delle varie circostanze. Diverse pratiche collaudate dal passato per la consapevolezza, come la meditazione e la respirazione attiva, offrono strumenti per abbracciare la comprensione della complessità simultanea della vita nella sua essenza di semplicità.
Accettando i propri limiti nel mistero insondabile e imprevedibile della vita, con emozioni e sensazioni fisiche gestite con saggia cautela, si può raggiungere una maggiore serenità. Infatti i limiti sono anche punti di partenza per la crescita personale, con esperienze a volte brucianti, ma comunque formative. Un indicibile mistero, generatore di un senso di pace, poiché la vita è mai completamente prevedibile; anche questa incertezza la rende affascinante. La fonte di felicità, intesa sotto l’aspetto dell’equilibrio, può essere recepita come un fiume nello scorrere, sia placido sia impetuoso, che realizza il suo percorso tra imprevisti, anse e sponde, fino al mare, spesso una destinazione con la serenità simboleggiata dal viaggio; nonostante le difficoltà, vi sono sempre opportunità da cogliere in armonia. Una felicità derivante anche dall’allenamento a muoversi nelle sfide, attraverso le innumerevoli contraddizioni dell’esistenza, essendo le potenzialità lungo il fluire del viaggio, turbolenze e pacificazioni, le une legate e generatrici delle altre. Si tratta di trovare un equilibrio tra il reale e le aspirazioni, tra limiti e instabili contraddizioni. La felicità è anche nel fluire con l’armonia della vita, scoprendo e sviluppando le proprie potenzialità, e quindi a dire grazie ai propri limiti e contraddizioni, accettando le imperfezioni essendo le sfide vitali, parte del percorso stesso.

La Gestalt come Pratica di Vita: Verità e Responsabilità
La Gestalt non è una teoria psicologica fine a se stessa, né una mera tecnica di psicoterapia. Nel suo impianto sono presenti gli echi della fenomenologia, dell’esistenzialismo, soprattutto quello di Martin Buber. È viva la lezione di Friedländer sul pensiero differenziale e sull’indifferenza creativa, così come l’insegnamento della psicologia della forma. È riconoscibile l’impronta di Nietzsche, così come quella della semantica generale di Korzybski e del Buddhismo Zen, che in quegli anni cominciava a essere conosciuto nel mondo occidentale. È affermato il pensiero olistico, con la sua critica epistemologica del riduzionismo sino ad allora imperante nelle scienze. Allo stesso modo sono presenti le contemporanee linee evolutive della psicoanalisi, che andavano costruendo quel terzo polo umanistico della psicologia, che pone l'individuo al centro.
L’originale integrazione di questo variegato clima culturale in una pratica come quella gestaltica muove dalla consapevolezza dei modelli percettivi, del comportamento e degli scopi esistenziali dell’uomo, esplorando il come, più che il perché dei fenomeni. Grande attenzione è rivolta così al linguaggio del corpo, minore a quello verbale; maggiore alla forma che non al contenuto delle comunicazioni, poiché la forma spesso rivela più dell'intenzione espressa. Ogni riflessione è riportata al presente (qui e ora) dell’esperienza reale, piuttosto che a quella fantastica dei ricordi o delle anticipazioni, stabilendo una comunicazione in cui la presa d’atto della realtà diviene inevitabile. Si favorisce così un atteggiamento responsabile, radicato nella verità di se stessi e nell’accettazione del proprio vissuto e del proprio modo di essere al mondo, fuori dagli inganni e dalle alienazioni del falso sé sociale o psicologico. L’esortazione delfica del "conosci te stesso" si completa, nella pratica gestaltica, nel "divieni te stesso".
Il cambiamento non ha più così la direzione del desiderio o del dovere, ma quello concreto della verità del momento. Solo questa posizione, libera da fantasie e da programmi precostituiti, rende possibile la naturale dinamica di proporre e produrre, istante per istante, il mutamento necessario, al posto di quello voluto. Questa visione paradossale del cambiamento, secondo cui per cambiare bisogna divenire se stessi, ha come base la piena fiducia nell’uomo e nella natura evolutiva del suo potenziale, una volta liberato dalla schiavitù dei modelli astratti e delle aspettative esterne. Da tali premesse appare ovvio che ogni coerente applicazione tecnica di questa precisa filosofia dell’essere non può muovere che dalla proposta di un incontro reale e responsabile nel qui ed ora dell’esperienza.
La Gestalt non è dunque una delle tante teorie psicologiche da cui derivare una cura per pretese disfunzioni. Essa, nel suo profondo e per vocazione, non sostiene alcun modello di sanità a cui contrapporre delle patologie. La sua è un’attitudine pratica, un modo di essere e di vivere nel pieno contatto con la realtà, nella presenza responsabile di sé, nell’ora dell’azione. L’unica cura che la Gestalt offre è quella di una relazione istantanea vera da proporre e imporre all’altro, per il tempo che essa dura. Nient’altro, ma niente di meno.
Al contrario di discipline che nascono per essere concettualizzate e la cui prassi parla a e vuole risposte dall’intelletto, la Gestalt, trasferita in concetti, perde la sua “differenza” e la sua “vocazione”. La Gestalt è dunque un fiore delicato: psicoterapia, ma anche pratica di vita, esperienza della coscienza, training alla creatività, via di evoluzione del potenziale umano. La sua trasmissione richiede attenzione, cura, disciplina, oltre che strumenti e metodiche non usuali. Non si tratta di trasferire tecniche o di apprendere teorie, ma di eliminare gli impedimenti che ostacolano la creatività. Non aggiunge nozioni, dettami, regole, schemi, ma li sottrae alla mente, per lasciarla sgombra e aperta al contatto presente con quel che c’è. In questo processo, dunque, qualsiasi teorizzazione sistematica che tenti di spiegare ciò che andrebbe prima vissuto, può essere addirittura di ostacolo per l’evoluzione di una mente che voglia comprendere e che rischierebbe, invece, solo di capire superficialmente.
Questo particolare stato dell’anima, del corpo e dello spirito, esperienza creatrice per antonomasia, si è potuto manifestare solo quando per un istante si è accettato di abbandonare tutto quello che si conosceva. Quando tutte le idee, le convinzioni, le credenze, le strategie, quando tutte le voci nella testa hanno taciuto, allora e solo allora, si può fare questa particolarissima esperienza che trasforma inevitabilmente. È un momento che può arrivare improvviso, inaspettato, lasciando senza fiato, come un sentirsi persi, senza appigli, impauriti. La reazione immediata può essere quella di aggrapparsi alla prima emozione, alla prima idea nota, a un ricordo di qualcosa, a un’emozione già sperimentata. Ma ogni tentativo di riferirsi a qualcosa di già vissuto, di conosciuto e rassicurante non funziona, non fa sentire al sicuro come sperato. Quando un terapeuta impedisce di aggrapparsi alle solite strategie di sopravvivenza, frustrando metodicamente ogni tentativo di rifarsi a qualcosa di noto, ripercorrendo le strade e i luoghi in cui si era soliti rifugiarsi, allora accade che si sprofonda in quello che inizialmente si avverte come un silenzio assordante, un vuoto inquietante, un’assenza di cose, che allo stesso tempo spaventa e incuriosisce. È come lasciarsi andare in un lago immenso in una notte scura senza luce, permettendo all’acqua di avvolgermi e cullarmi, senza opporre resistenza. La sensazione è quella di non avere nulla da fare, da dire, da pensare, una sensazione nuova che permette semplicemente di stare, passo dopo passo con quello che succede, senza doverlo anticipare, prevedere, o tentare di contrastare. Si entra in qualcosa di molto simile al vuoto, in un’assenza di pensieri, di immagini, di emozioni, guidati solo dalle sensazioni, dal battito del cuore e dal respiro. Una sensazione nuova, sconosciuta, un flusso spontaneo a cui si sceglie di abbandonarsi, un’intensa sensazione di esserci e la fluidità con cui si scoprono modi immediati e inusuali di relazionarsi, senza dover attingere al passato, toccando e commuovendo profondamente. L’impressione è quella di vedere l'altro per la prima volta, incontrandolo veramente.
La parola vuoto evoca la mancanza, la solitudine, l’assenza di sostegno, il freddo; e nel vuoto abbiamo tutti paura di smarrirci o peggio ancora di morire nel disinteresse generale. Molte persone, nella società contemporanea, si sentono vittime di una concezione competitiva della vita, si sentono inadeguate, sia da un punto di vista lavorativo che relazionale e famigliare. Il clima esasperatamente competitivo e la conseguente visione negativa del futuro sono spesso all’origine di stati d’ansia e tensione. “Se siamo concentrati su noi stessi, allora non ci adattiamo più, allora tutto quello che succede si trasforma in una sfilata che ci passa davanti, e noi assimiliamo, capiamo, siamo in rapporto con tutto quel che ci succede. In questo accadere, il sintomo dell’angoscia è molto importante, dato che più la società si trasforma, più è l’angoscia che produce. La mia definizione dell’angoscia è che l’angoscia è la lacuna tra l’ora e il poi. E se il futuro rappresenta una recita, quest’angoscia non è altro che paura del palcoscenico. Siamo pieni di aspettative catastrofiche riguardo alle disgrazie che ci possono succedere, o di aspettative anastrofiche riguardo alle fortune che ci capiteranno. E così riempiamo questo intervallo tra l’ora e il poi con polizze d’assicurazione, programmi, lavori fissi e via dicendo." Le tecniche di rilassamento sono utili per portare consapevolezza in stati più o meno elevati di ansia. Esse si rivelano estremamente efficaci in quanto permettono di affrontare con più tranquillità gli eventi difficoltosi o i momenti che destano particolare preoccupazione. Riferendoci al modello gestaltico, è molto importante considerare l’ansia come una manifestazione di quelle gestalt insolute che sono spesso all’origine degli stati ansiosi che le tecniche di rilassamento possono efficacemente fronteggiare, nella prospettiva di un superamento in chiave evolutiva. L’ansia che spesso accompagna le gestalt insolute crea la necessità di evitare le situazioni problematiche, rischiando di diventare a sua volta il terreno in cui si espande un senso di inefficacia personale e di inadeguatezza, fonte di ansia ulteriore. Lo sviluppo della consapevolezza e il conseguente sviluppo della respons-ability (abilità di rispondere), fanno sì che l’individuo modifichi l’atteggiamento e il comportamento. Nella nevrosi il potenziale creativo del sé è inibito e i bisogni dell'individuo sono frustrati, impedendogli di accedere al vuoto fertile come spazio di trasformazione.
