Il concetto di territorio, ben lungi dall'essere una semplice estensione geografica, si rivela come un'entità complessa e dinamica, intrisa di storia, cultura e incessanti trasformazioni operate dall'uomo. È un'eredità civile, un patrimonio nel quale sono inscritte le scelte e le modificazioni apportate dalle popolazioni che lo hanno abitato nel corso dei secoli. Per comprenderne appieno la natura, è essenziale adottare una visione olistica, riconoscendolo come un organismo, un insieme di elementi, strutture e sistemi legati da un rapporto di necessità, che evolve e si adatta nel tempo. Questa prospettiva, che vede il territorio come il prodotto storico dei processi di coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, natura e cultura, lo definisce come l'esito della trasformazione dell'ambiente operata da successivi e stratificati cicli di civilizzazione. Alberto Magnaghi lo ha mirabilmente descritto come "un'opera d'arte: forse la più alta, la più corale che l'umanità abbia espresso", generata da un "atto d'amore" e nata dalla "fecondazione della natura da parte della cultura".

Il Territorio come Organismo: Origini e Dinamiche Costitutive
Il territorio nasce dal nesso profondo che lega l'idea di suolo naturale alle trasformazioni artificiali operate dall'uomo attraverso il processo di antropizzazione, ovvero la trasformazione abitativa e produttiva del suolo stesso. Non è possibile comprendere il senso storico-processuale di un organismo urbano o di un sistema di percorrenze se non si colloca la loro formazione all'interno di un rapporto di necessità con l'insieme delle relazioni instaurate nel tempo e nello spazio entro il proprio intorno territoriale. L'organismo territoriale si forma e sviluppa secondo processi differenziati storicamente e areale che possiedono, tuttavia, una loro tipicità, al pari di ogni altro esito del processo antropico. Questa tipicità di comportamento si individua nelle trasformazioni reali del suolo determinate nello spazio e nel tempo in funzione di variabili naturali, come il sistema oro-idrografico e la natura geologica del suolo, e storiche, in relazione, cioè, ad una determinata fase civile.
Due concetti chiave che emergono in questo contesto sono la selezione e la specializzazione. La selezione, derivante da "seligere" (scegliere), scaturisce dalla coscienza della differenza tra le cose e dal riconoscimento della loro idoneità ad essere utilizzate e trasformate. La specializzazione, invece, è l'attività di restringere e trasformare i caratteri di una cosa per renderla adatta a particolari finalità, e deriva dall'individuazione del rapporto di complementarità e necessità tra le cose. L'operazione di specializzazione è intesa come trasformazione di parti di suolo in funzione dei particolari ruoli che devono svolgere all'interno dell'organismo territoriale. Ad esempio, i percorsi, gerarchizzandosi, assumono caratteri e qualità diverse in relazione al rapporto che instaurano con l'insieme del territorio. In questo senso, anche una costruzione, se vista sotto la diversa ottica di modificazione specializzata di una porzione di territorio, può essere considerata una trasformazione finalizzata di materia.
L'Insediamento Umano: Dalle Origini alla Complessità Produttiva
Il termine "insediamento" assume il significato di struttura provvisoria o stabile costituita da un insieme di abitazioni relazionate organicamente ad un'area complementare produttiva. I primi insediamenti provvisori possono essere attribuiti alle civiltà dei cacciatori e raccoglitori, seguiti da insediamenti semistanziali, legati alle prime forme di coltivazione o allevamento. In queste fasi, la nozione di dimora (etimologicamente derivata da "de-morari", indugiare, con il senso di permanenza in un luogo) viene associata più stabilmente a quella di area di pertinenza. Il possesso di un'area è dovuto, in origine, all'appropriazione causata dal lavoro che vi veniva svolto con maggiore o minore continuità.
L'origine profonda della natura conflittuale delle trasformazioni territoriali risiede nella conquista della coscienza di identità sociale, ovvero il riconoscimento dell'appartenenza al gruppo, collegata alla coscienza di identità territoriale, il riconoscimento di un suolo di pertinenza, più o meno esteso, appartenente al gruppo. L'appropriazione dell'area avviene progressivamente con il consolidarsi della stabilità della dimora e del rapporto di uso produttivo con il suolo: dall'allevamento brado al pascolo, dall'area di caccia alla riserva, dall'area di raccolta al suolo pubblico (come l'ager publicus romano o il legnatico medievale).
La coltivazione, inizialmente costituita soprattutto da cereali, ha rappresentato una vera e propria rivoluzione antropica, anche per la necessità di specializzazione dell'abitazione che ha comportato. Essa ha richiesto, associato allo spazio per la vita domestica, la creazione di strutture per la conservazione del raccolto, spesso, nelle aree eurasiatica e nordafricana, nella forma specializzata di silos circolari.
Il processo di progressiva organicità del territorio matura solo con l'integrazione tra le diverse concause che originano la strutturazione antropica. Questa integrazione non progredisce in modo continuo, ma viene ciclicamente conquistata e riperduta. Un aspetto cruciale è l'integrazione tra insediamenti, attività agricola e allevamento. Solo quando l'integrazione tra fertilizzazione del suolo e produzione di foraggio per l'allevamento si sviluppa in modo continuo, si può parlare di organismo produttivo associato al territorio. Questa associazione diviene complessa, ma ancora processualmente leggibile, con la rivoluzione industriale. La cartografia contemporanea dell'uso del suolo semplifica e riduce i poli e le aree di attività produttiva.
Un'altra integrazione fondamentale è quella tra suoli pubblici e privati. Solo quando viene stabilito e regolamentato l'uso dei suoli a disposizione della comunità integrati ai fondi privati, si può parlare di organismo fondiario, come esemplificato dal sistema a centuriatio. Questi sistemi non svolgono compiti astrattamente di collegamento, di abitazione e produzione, ma sono inscindibilmente collegati, oltre che tra loro, al relativo sistema oro-idrografico da relazioni organiche. Un promontorio naturale, separato da due displuvi, costituisce un primo intorno nel quale l'uomo riconosce caratteri specifici e trova un'identità tra gruppo e suolo naturale. Allo stesso modo, in una fase successiva, un bacino idrografico, isolato da confini orografici difficilmente superabili, costituisce la sede di sviluppo di un'area culturale relativamente omogenea per la facilità degli scambi interni che consente.
La Storia Completa della Terra: Un MAGNIFICO Viaggio nella PREISTORIA | DOCUMENTARIO
Il Simbolo e la Cartografia: Tracciare le Trasformazioni del Territorio
Il simbolo, dall'indoeuropeo "symballein" (unire, mettere insieme), esprime in modo sintetico diverse nozioni considerate fondamentali. Esso è, dunque, frutto di una scelta e di una selezione. Allo stesso modo in cui è possibile tracciare le linee di un processo di trasformazione del territorio, è possibile tracciare le linee di un processo di trasformazione degli strumenti cartografici.
La rappresentazione della struttura del territorio, individuata attraverso le fasi del suo uso antropico, non può che iniziare dalla lettura dei percorsi: dal modo nel quale essi si formano, si consolidano, si articolano, si specializzano e si gerarchizzano tra loro in modo collaborante, in rapporto di reciproca necessità secondo relazioni di congruenza e proporzione con gli insediamenti cui fanno capo.
Le più elementari e spontanee vie di comunicazione sono costituite dai cammini originati dal semplice atto del percorrere, e dai sentieri, tracciati in modo sommario dal passaggio frequente di persone e animali, come le mulattiere. La pista (da "pesta" e, quindi, "pestare", che significa "traccia", "orma") è il termine corrispondente che indica, alla scala del territorio, una via segnata dal solo passaggio frequente di persone e animali. Anche se alcune piste rimangono persistenti per secoli, esse rappresentano, per loro natura, una forma precaria e instabile di percorso, non consolidata da strutture insediative, le quali si pongono invece come sole polarizzazioni. Basti pensare alle carovaniere, il cui scopo era la percorrenza di un territorio al fine di collegare direttamente due insediamenti urbani, a volte con strutture specialistiche di supporto quali, nel mondo islamico, i caravanserragli disposti ad intervalli di un giorno di marcia. La struttura della carovaniera obbedisce, dunque, ad un principio formativo diverso da quello della strada, che svolge anche un ruolo strutturante nei confronti degli insediamenti produttivi. Un esempio di permanenza moderna di tracciati di questo genere è costituito dai tratturi appenninici (da "trarre", e quindi dal latino "trahere", nel senso di portare, condurre da un luogo all'altro), sentieri naturali tracciati dalla transumanza delle greggi.

I Percorsi del Territorio: Crinali, Controcrinali e Fondovalle
I percorsi di crinale, come quelli nel Volterrano a Gallicano, seguono l'andamento naturale della linea di spartiacque che divide due bacini idrici. La ragione della formazione della più antica struttura di percorrenze di un territorio a partire dal crinale delle aree montuose è da ricercare proprio nella scala di questi collegamenti, ma anche nella possibilità di orientamento garantita dal seguire l'inviluppo dei punti geograficamente più elevati di un territorio, oltre al vantaggio di evitare i problemi di attraversamento delle basse pianure, spesso ancora paludose nelle prime fasi di strutturazione del territorio, e comunque di più problematico attraversamento per la necessità di superare, se non si rimane all'interno di un singolo bacino idrico, i guadi e i valichi che comporta.
Nella primitiva formazione dei percorsi di crinale è da ricercare la ragione per la quale, come afferma anche Fernand Braudel, la civiltà si evolve dalla montagna verso il mare, contrariamente a quanto la nostra "civiltà di pianura" indurrebbe a credere.
Si distinguono diverse tipologie di percorsi di crinale:
- Percorsi di crinale principale: seguono le catene principali e costituiscono la sede naturale per le penetrazioni territoriali attraverso la discesa ai diversi bacini idrici. Nell'Italia centro-meridionale, i percorsi di crinale principale, di pura percorrenza perché utilizzati per i soli spostamenti territoriali nord-sud, si sono formati già nell'età del rame e del bronzo, e sono costituiti dagli spartiacque della catena degli Appennini, sede naturale delle percorrenze migratorie delle popolazioni italiche.
- Percorsi di crinale secondario: potenziali crinali insediativi che seguono le linee spartiacque che si dipartono dal crinale principale, costituendo l'accesso ad altrettanti promontori che si affacciano su valli, direttamente o attraverso promontori secondari.
- Percorsi di controcrinale locale: si formano come percorsi su isoipse ad alta quota e servono quindi ad unire punti nodali dei percorsi di crinale secondario. Vengono generati dall'esigenza di scambio e presuppongono non solo una struttura elementare di insediamenti stabili, ma anche una prima forma di specializzazione produttiva che renda necessario lo scambio stesso. In pratica sostituiscono, per alcuni tratti, il percorso di crinale principale e si pongono su una giacitura alternativa ad esso.
- Percorsi di controcrinale sintetico: sono prodotti da due crinali con guado interposto, o posti a scorciatoia di un crinale principale.
I percorsi di fondovalle, invece, si svolgono seguendo le linee di compluvio del sistema orografico, risultando così opposti e complementari ai percorsi di crinale. Vengono formati alla fine del processo di impianto della struttura territoriale e sono i meno stabili, come meno stabile è l'occupazione delle pianure, che richiede continuità nel lavoro agricolo e nelle sistemazioni idrografiche relative.
I primi insediamenti sono quelli di crinale, che si formano sui crinali secondari dalla discesa dal crinale principale impiegato per i grandi attraversamenti. Un caso particolare dell'insediamento di basso promontorio è l'insediamento acrocorico, collocato su un rilievo orografico elevato rispetto all'intero territorio circostante e quindi difeso dalle caratteristiche del suolo non solo su tre lati ma sull'intero perimetro.
Nel IV secolo a.C., quando inizia la colonizzazione romana e la strutturazione o il consolidamento dei fondovalle, il territorio della penisola è strutturato ancora in nuclei protourbani. Nelle aree interne appenniniche centro-meridionali, gli insediamenti a carattere tribale (pagi) consistono in nuclei arroccati su promontori.

Il processo di formazione della città può essere suddiviso in cicli, come suggerito da G. Strappa, M. Ieva e M. Dimatteo nel loro studio "La città come organismo":
- Ciclo d'impianto: databile dal Paleolitico al IV secolo a.C.
- Ciclo di consolidamento: databile dall'espansione romana del IV secolo a.C. al declino del IV-V secolo d.C., attraverso il quale si stabilizza la struttura già impiantata, integrata dall'organico strutturarsi dei percorsi di fondovalle e dei relativi nuclei urbani.
- Ciclo di recupero: individuabile nel periodo medievale tra la fine del IV-V secolo d.C.
Il Territorio come Artefatto Sociale e Processo di Territorializzazione
La parola "territorio" è cara alla geografia, alla politica e ai cittadini, e, più in generale, agli abitanti del mondo. Il territorio non comprende solo la terra, ma anche i mari, le montagne, le aree urbane, suburbane, rurali: tutto ciò che sottostà ad una giurisdizione di una qualche istituzione. Quindi, esso ha a che fare con le politiche. La politica pettina il territorio, ma non è il solo agente a trasformare lo spazio.
Che cos'è, dunque, il territorio? È lo spazio territorializzato: l'ambiente addomesticato, usurpato, usato, dove incontriamo pratiche comuni diffuse (come costruire una casa, per esempio), ideologie, modi di fare e pensare (culture). Il territorio è un artefatto sociale, non vi è in natura: è lo spazio sul quale è poggiato e poggia un esito e, allo stesso tempo, un processo inesorabile, continuo, ovvero la territorializzazione. Tale processo si compie significando il mondo, dandogli senso, finalità e valori simbolici.
Seguendo il pensiero della teoria geografica della complessità, il processo di territorializzazione è caratterizzato da tre atti: denominare, reificare e strutturare.
I Tre Atti della Territorializzazione
Denominare: Nel primo atto, lo spazio non è più spazio, ma territorio una volta che lo si nomina in un tal modo. Si battezza quell'avvallamento di terra, quell'interstizio di cava o altro con questo o quel nome, di questa o quella pronuncia. Attraverso il dare un nome alle cose e agli esseri viventi, le persone di ieri e di oggi hanno creato un mondo di significati, di storie umane, di narrazioni che hanno un senso per noi, un senso tramandato, conservato, anche trasformato o cancellato. Rimane un senso opinabile, poiché quell'architettura referenziale è opera nostra. Nel dare nomi, si oggettivizza l'intorno.
Reificare: Il secondo atto, invece, reificare un territorio, vuol dire prendere un territorio e trasformarlo in una diga, un ponte, un'autostrada, un pianerottolo di casa, ecc. Quello che cambia, non è solo il materiale, la forma di quel territorio, la disposizione, ma anche la sua funzione, il suo uso. Quindi, nasce una nuova pratica: per esempio, l'arrivare in un posto X per mezzo di quell'autostrada e non più facendo, magari, un giro diverso, con mezzi differenti. Si ha, dunque, una trasformazione reale, tangibile del nostro intorno e della sua potenzialità. Ad ogni tocco di scalpello o colata di cemento, nel mentre si allontana dallo spazio, il territorio si fa spazio per sé, si fa costrutto e viene seguito da una burocrazia nuova, da una serie di leggi che lo regolano, lo normalizzano.
Strutturare: Infine, il terzo atto territorializzante consiste nello spezzettare l'ambiente in piccole parti, diverse tra loro e dotarle di senso. È una tradizione della geografia spezzettare il mondo, farne dei compartimenti, delle regioni, delle zone, con tutte le ambiguità che ne conseguono: quali regole adottare? Chi le fa? Sono abbastanza oggettive? E cosa vuol dire abbastanza? Senza pensare a come decretare i confini di tali linee tracciate: sono visibili, tangibili, chiari? Quasi mai, dipende. L'atto di strutturazione è, appunto, costituito da strutture di senso, un senso adeguato, altrimenti le strutture si sfaldano. Per avere senso, è necessario avere una funzione, una finalità.
È importante ricordare che gli atti territorializzanti usano e mediano con il territorio, creandone di nuovi. Inoltre, si tratta di tre atti distinti in dialogo e/o conflitto tra loro: infatti, un territorio può essere il risultato di uno o più atti in corso. Di fatto, il territorio è costituito da elementi visibili, invisibili e simbolici. I cartelli stradali ci indicano il nome del suolo in cui ci troviamo, mentre un piatto culinario può, generalmente, rimandare ad un territorio tipico, unico, peculiare. Non tutti i territori sono uguali, e questo perché ogni territorio ha una propria storia e un proprio nome. I territori sono tanti, diversi e unici.
Accade così che alcuni territori vengono protetti e tutelati da organizzazioni sovranazionali poiché "patrimonio dell'umanità", mentre di altri ci si dimentica oppure non li si vuol dare importanza perché territori scomodi, contesi, in guerra o in lutto. Il territorio è soggetto alle politiche del suolo, dell'urbanistica, della cultura e così via. Su di esso ricadono le scelte dei singoli e delle collettività. La questione dell'ambiente, degli stili di vita, di molte pratiche culturali trovano legami con il territorio e non potrebbe essere altrimenti: l'individuo si situa sempre nello spazio significando il mondo. In conclusione, è fondamentale ricordare che l'idea, il progetto sotteso al territorio, ci parla del pensiero della gente che lo crea e lo abita.
Il Territorio nell'Ottica del "Turismo Procreativo" e del "Principio Territoriale"
Il concetto di "territorio" si estende anche a dimensioni più contemporanee e complesse, come quelle legate al "turismo procreativo". Questa locuzione indica il recarsi all'estero per ricorrere a procedure di fecondazione artificiale non consentite dalla legislazione italiana. Si tratta di un fenomeno che evidenzia come le politiche e le leggi influenzino direttamente l'uso e l'accessibilità a determinate risorse, anche quelle legate alla riproduzione.
Il "turismo procreativo" è alimentato dalla diversità delle legislazioni sulla fecondazione assistita tra i vari paesi, che variano per il tipo di tecniche applicate, i modelli di famiglia a cui ci si rivolge o i requisiti richiesti. Sebbene meno comune, anche il prezzo può essere un motivo per cui le coppie viaggiano verso un paese diverso da quello di origine per accedere alle tecniche riproduttive necessarie.
Quando una coppia ha problemi di fertilità e il trattamento di procreazione medicalmente assistita che permette di risolvere questo problema non è legalmente ammesso nel proprio paese, essa si sposta verso un'altra destinazione alla ricerca della tanto desiderata gravidanza. Le condizioni di un trattamento in un determinato territorio possono anche obbligare molte persone a ricorrere a un paese straniero con una legislazione più permissiva o le cui condizioni si adattano meglio alle loro necessità.
Uno dei trattamenti che il turismo riproduttivo favorisce maggiormente è la fecondazione eterologa, che prevede la donazione di ovuli e spermatozoi. Le varianti in questo ambito sono molteplici: la donazione può essere conosciuta o anonima, altruista (con o senza compensazione economica). Alcuni preferiscono scegliere il donatore che fornirà la struttura genetica al loro futuro figlio e per questo motivo si rivolgono a paesi dove è permessa la donazione conosciuta, potendo richiedere le caratteristiche fisiche e/o di personalità preferite. In paesi come gli Stati Uniti, è possibile che donatore e genitori abbiano una relazione personale.
In Europa, l'anonimato nella donazione è un fattore che incide sul numero di candidati. In Svezia e nel Regno Unito, dove la donazione non è anonima, il numero di donatori è minore rispetto a paesi come la Spagna, dove l'identità dei donatori è riservata. La compensazione economica per i donatori varia anch'essa da paese a paese, con differenze significative tra Francia, Stati Uniti e Spagna. In Spagna, la legge in materia di riproduzione è considerata una delle più permissive in Europa e offre una compensazione economica adeguata, non eccessivamente alta da far sembrare il denaro l'unica motivazione, né troppo bassa da non gratificare lo sforzo e i rischi del donatore.
Un altro aspetto del turismo riproduttivo è l'accesso a nuovi modelli di famiglia. La società contemporanea vede l'emergere di nuovi modelli familiari, oltre alla tradizionale famiglia composta da padre, madre e figli. Persone single e coppie omosessuali trovano nella riproduzione assistita la soluzione per creare una famiglia propria, sebbene la società in questo caso avanzi più rapidamente rispetto alla legislazione di alcuni paesi. Gli Stati Uniti sono tra le destinazioni più aperte per quanto riguarda l'accettazione di questi modelli familiari nei trattamenti di riproduzione, anche se l'applicazione non è generale in tutto il paese, con variazioni tra stati. La Spagna è una delle principali destinazioni del turismo riproduttivo in Europa grazie alla sua legislazione completa, sebbene presenti carenze come il divieto della maternità surrogata. Paesi come Russia, Ucraina o Grecia mostrano legislazioni avanzate a livello riproduttivo, ma non sempre tolleranti verso i nuovi modelli familiari.

Il "Principio Territoriale" e la Società dei Territorialisti
Il concetto di "territorio" è stato al centro del lavoro e del pensiero di Alberto Magnaghi, fondatore della Società dei Territorialisti, il cui "principio territoriale" sottolinea la visione del territorio come il prodotto storico dei processi di coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, natura e cultura. Questa prospettiva evidenzia il territorio come "esito della trasformazione dell'ambiente a opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione". Magnaghi vedeva il territorio come "un'opera corale, coevolutiva, che cresce nel tempo", e "generato da un atto d'amore", nato dalla "fecondazione della natura da parte della cultura". Questo principio di "relazionalità creativa" si manifesta anche nel suo amore per il lavoro "cooperativo" nella costruzione del territorio, con un approccio multi-attoriale e pluridisciplinare.
La Società dei Territorialisti, anche dopo la scomparsa di Alberto Magnaghi, prosegue il suo impegno nel promuovere una cultura territorialista. L'Associazione si trova in una fase delicata, che richiede un attento dibattito sull'aggiornamento delle motivazioni, dei metodi e delle finalità, sempre ispirandosi ai principi contenuti nel Manifesto fondativo. L'obiettivo è rafforzare la capacità di iniziativa e dare continuità all'impegno scientifico, culturale, civico, solidaristico e di utilità sociale.
Il contesto attuale, caratterizzato da un approccio emergenziale alle grandi questioni del nostro tempo e dagli effetti delle politiche neoliberiste, ha prodotto una crisi della rappresentanza nelle democrazie occidentali e una tendenza all'involuzione oligarchica e autoritaria. Questo scenario, secondo la visione territorialista, non porterà a una reale transizione ecologica, ma conserverà l'attuale sistema produttivo, inasprendo le tensioni sulle trasformazioni del territorio. Si accentueranno fenomeni di forte impatto legati alla retorica green delle opere del PNRR e delle infrastrutture energetiche, associati a un clima di emergenza per la difesa nazionale, che tenderà a espropriare le comunità locali della loro autonomia decisionale.
In questa fase problematica, l'attività di ricerca-azione della Società dei Territorialisti può dare un contributo significativo per salvaguardare il patrimonio territoriale e migliorare la condizione dell'abitare delle comunità locali, mettendo a frutto il bagaglio di conoscenze e capacità che la contraddistingue. Il "principio territoriale" e l'ecoterritorialismo, insieme al metodo della partecipazione, sono elementi centrali per affrontare queste sfide.
I principi guida dell'approccio territorialista si basano sull'inscindibilità di natura e cultura e di quella tra territorio e storia, sulla centralità della dimensione locale, sul concetto dell'abitante competente e sulla pratica della partecipazione. L'idea del territorio come bene comune è irrinunciabile, e la Società dei Territorialisti promuove ambiti di ricerca-azione pluridisciplinare che interessino il vasto campo delle arti e delle scienze del territorio, individuando risposte coerenti che trattino in forma unitaria il territorio, superando la frammentazione tipica delle discipline e delle politiche settoriali. La complessa soggettività che produce territorialità richiede uno sforzo comune per intercettare ed elaborare soluzioni ai nuovi bisogni e alle nuove domande poste dalla società civile e dalla natura.
Il ritorno al territorio e al protagonismo locale possono essere strumenti privilegiati per riorientare i processi di sviluppo e/o di riequilibrio economico e sociale, sia come risposta alla crisi strutturale del modello globale-capitalistico, sia come rivendicazione di un progetto locale che rimetta in gioco le risorse, le vocazioni e le potenzialità di contesti regionali che il modello di sviluppo contemporaneo ha relegato a condizioni di marginalità. Simili linee di pensiero spingono verso una più accentuata responsabilità civile, sia come comunità scientifica, sia come soggetti della società, sia come individui e ancor più come collettività.
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