L’alimentazione del neonato rappresenta, da sempre, una questione di sopravvivenza primaria che ha attraversato millenni di storia umana, dando vita a pratiche, credenze e miti affascinanti. In epoche in cui il latte materno non era disponibile, la necessità di nutrire i piccoli ha spinto l’umanità a cercare alternative audaci, rivolgendosi al regno animale. Questa pratica, oggi quasi inimmaginabile, ha radici profonde che si intrecciano con la mitologia, la medicina popolare e la necessità pratica.

Le radici mitologiche dell’allattamento interspecie
Sin dall’antichità, la mitologia ha celebrato l'allattamento da parte di animali come un segno di predestinazione eroica. Queste storie non erano semplici favole, ma racconti che facevano parte del patrimonio culturale di un popolo, mescolando il reale al meraviglioso per spiegare le origini di grandi figure o fondazioni.
La letteratura classica abbonda di esempi: ci è stato tramandato che Giove, Esculapio ed Egisto furono allattati da una capra; Pelia, figlia di Nettuno, da una giumenta; Cirno, figlio di Polipaos, da una cagna; Orione da un’orsa; Telefo, figlio di Ercole, da una cerva; e naturalmente Romolo e Remo, fondatori di Roma, da una lupa. Tali leggende presentano elementi reali ma trasformati dalla fantasia, tramandati per celebrare fatti o personaggi fondamentali per la storia di un popolo.
Questi racconti non servivano solo a spiegare l'origine di un eroe, ma spesso riflettevano la convinzione che l'allattamento potesse influenzare il temperamento del bambino, imprimendo nel suo essere la forza o la natura selvaggia dell'animale nutrice.
La pratica storica: dalle capre alle balie animali
L'usanza di nutrire i neonati con latte animale non era limitata ai miti, ma era una realtà consolidata. Migliaia di anni prima della nascita di Cristo e poi con i Greci, i Romani e gli Arabi, fino a tempi assai vicini a noi, vi era l'usanza di nutrire un neonato con latte di animale nel caso in cui la madre fosse stata impossibilitata a farlo.
"Giova al tisico il caprino latte e poscia il cammellino". Nel XVI secolo, nel Tesoro della Sanità di Castor Durante da Gualdo, si legge che il latte più pregiato è l'umano, il secondo il bovino, il terzo il pecorino, il quarto è il caprino e l'ultimo è il bufalino. Sin dall’antichità, l’esperienza popolare riteneva che il metodo migliore fosse farlo attaccare direttamente alle mammelle degli animali.
Il contesto delle emergenze sociali
Durante la peste di Milano, secondo quanto scrisse il Cardinale Borromeo nel suo testo De miserandis casis, i tanti piccoli che si trovavano nel lazzaretto rimasti senza la mamma furono nutriti da balie volontarie ma, soprattutto, da capre. Queste appena sentivano il vagito di un neonato si precipitavano quiete e docili, accovacciandosi per porgere le loro mammelle.
Anche la sifilide, diffusasi dopo il 1500, cambiò le abitudini: molte donne rifiutarono di allattare bambini con lue congenita e allora, anche per questi lattanti, furono adottate le varie forme di allattamento artificiale con suzione diretta dalle mammelle degli animali. Il latte assunto direttamente dall'animale aveva il pregio di essere incontaminato e fresco. Questa pratica continuò fino all'inizio del XX secolo.
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Considerazioni mediche e pregiudizi morali
Il dibattito sull'uso delle balie animali era fortemente influenzato da teorie morali e mediche spesso prive di fondamento scientifico moderno. Si temeva, infatti, che il bambino potesse acquisire le caratteristiche comportamentali dell'animale.
Torquato Tasso, in una relazione sulle cose di Francia inviata nel 1572 al conte Ercole de' Contrari, affermava che il bue è animale servile e che il nutrimento ricevuto in tenera età imprimesse una qualità bovina, ovvero una natura sottomessa, nei fanciulli. Per questo motivo, a volte, si preferivano le asine alle capre, poiché si riteneva che gli asini avessero una reputazione morale migliore.
Nel 1816, il medico tedesco Conrad Zwierlin pubblicò La capra come migliore e più gradevole balia. Andrea Bianchi, pediatra dei primi anni dell'Ottocento, affermava che la capra era da preferire agli altri animali perché si presta volentieri e si affeziona al bambino per cui, appena ne sente il vagito, corre e si mette in posizione facile perché questi possa succhiare.
Il legame inverso: donne che allattano animali
Esisteva anche una pratica inversa: l'allattamento di piccoli animali da parte di donne che già allattavano un bambino. Nell'Europa preindustriale le ricche dame, per attenuare la tensione mammaria, si facevano succhiare il latte direttamente dai capezzoli da gattini o cagnolini. Sappiamo, inoltre, che era costume di donne indiane nordamericane allattare orsi, cani, cerbiatti.
Questa pratica rispondeva spesso a esigenze pratiche, come la necessità di far sopravvivere cuccioli rimasti orfani, ma era inserita in una visione del mondo in cui il legame tra uomo e animale era molto più stretto e simbiotico rispetto all'era industriale moderna.

La scienza e l'evoluzione dell'alimentazione artificiale
Il passaggio dalle balie animali ai moderni sostituti del latte materno è stato un processo lungo, segnato da tentativi pionieristici. Nel secolo scorso, le ricerche chimiche hanno permesso un'impostazione più scientifica del problema. Alla fine del 1800 erano già chiari i concetti di fabbisogno calorico e proteico, di quoziente energetico e dell'importanza della sterilizzazione.
Il vero salto di qualità avvenne nel 1915 negli USA con Gerstenberger, che propose il Synthetic Milk adapted (SMA), capostipite dei moderni latti adattati. Da allora, il progresso scientifico ha permesso la creazione di formule specifiche per neonati di basso peso, soggetti atopici o con rari disturbi del metabolismo.
Questo declino dell'allattamento al seno è stato giustamente definito "il più importante cambiamento del comportamento umano avvenuto nella storia". Dal punto di vista economico, viene paragonato alla "crisi del combustibile", in quanto costituisce lo spreco di una risorsa naturale di valore inestimabile.
Fake news e leggende persistenti
Oggi, molte leggende sul latte sono state superate dalla scienza, ma il fenomeno delle "fake news" continua a influenzare il dibattito pubblico. Odiernamente, il latte è oggetto di notizie fasulle secondo le quali questo alimento sarebbe dannoso, mentre il latte di vacca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell'enzima deputato a scindere il lattosio.
Un altro grande falso che si può trovare in rete è che con il latte si ingeriscono sostanze inquinanti e ormoni, mentre in Italia e in Europa, dove l'uso di ormoni è vietato, i prodotti lattiero-caseari sono soggetti a rigidi controlli e sono assolutamente sicuri e salubri.
Tuttavia, le antiche paure non sono del tutto scomparse. Ancora oggi, come notato da studiosi come Giovanni Ballarini, vi è una piccola percentuale della popolazione che rimane affascinata da credenze pseudoscientifiche, come quelle legate all'agricoltura biodinamica o ai poteri magici di certi elementi naturali.
La figura dell'Enfant Sauvage e la letteratura eroica
Nel romanzo tardo-medievale di Valentin et Orson, emerge uno dei temi ricorrenti della letteratura eroica: il protagonista che trascorre un periodo di vita da enfant sauvage, durante il quale viene nutrito e allattato da un animale. Orson, il gemello di Valentin, viene rapito da un'orsa che lo cresce nella propria grotta.
Per questa ragione ("pour cause de la nutrition de l'ourse"), il bambino sviluppa caratteristiche fisiche e comportamentali ursine: diventa peloso come una belva, cresce in grandezza e vaga nella foresta. Il fattore chiave di questo "inselvatichimento" è proprio l'allattamento, che trasmette all'eroe una forza straordinaria.
Questo motivo narrativo non era solo un espediente letterario, ma rispecchiava la convinzione medievale che il latte non fosse un semplice fluido, ma un veicolo di eredità spirituale e morale. Come notato da Finn Sinclair, nel Medioevo "milk and blood appear interchangeable substances", entrambi dotati di un valore genealogico e familiare intrinseco.
Il valore del latte nella cultura popolare premoderna
Per lungo tempo, il latte è stato considerato un "sangue bianco". Un'antica leggenda condivisa dal pensiero popolare e scientifico premoderno narrava che, fra latte e sangue, l'unica diversità consistesse solo nel colore. Il latte era ritenuto il rimedio più efficace per ricreare e ristorare, indicato specialmente per i vecchi.
Il latte doveva però essere protetto da insidie, incantesimi, sortilegi e stregonerie. Temutissimo era il maleficium lactis compiuto dalle streghe, che potevano contaminare il liquido con il loro fiato venefico o causare il rifiuto del latte nel bambino attraverso il malocchio. Le madri tentavano di evitare queste sventure con scongiuri, usando fumigazioni di legno di cipresso, cannella, chiodi di garofano e incenso, o mettendo sulla culla uno spicchio d'aglio.

Queste pratiche, sebbene oggi appaiano come superstizioni lontane, testimoniano quanto il latte fosse percepito come una sostanza vitale, capace di plasmare non solo il corpo ma anche il destino e il carattere degli individui. Il passaggio dalla simbiosi diretta con l'animale alla produzione tecnologica ha segnato la fine di un'era in cui il confine tra l'umano e il naturale era fluido, complesso e profondamente misterioso.