La riflessione sulla fecondità nel contesto cristiano non si limita a un dato biologico o a una sterile osservazione sociologica, ma affonda le sue radici nell’esperienza profonda del mistero di Dio che si fa carne. "Ma voi cosa fate qui?" Questa domanda risuona spesso nei gruppi che vengono nel nostro monastero per ascoltare la nostra testimonianza e conoscere la nostra vita. La risposta risiede in una logica che il mondo spesso fatica a comprendere, ma che per la fede è il cuore pulsante dell'esistenza: la vita monastica, e quella cristiana in generale, è innanzitutto uno “spreco” d’amore. Non si gioca sui termini dell’utilità o del fare, ma si fonda su un’esperienza d’amore.

La nostra realtà, spoglia di tante cose “da fare”, per molti inutile in una società capitalistica, ricorda semplicemente alla Chiesa qual è la sua radice, il fondamento del suo esistere. Come Maria di Betania, che rompe il vasetto contenente nardo molto prezioso per ungere i piedi di Gesù, anche la vocazione monastica sceglie di porre l'amore al di sopra di ogni calcolo di efficienza.
La Terra e il Saio: Radici di una Spiritualità Concreta
La seconda immagine che ci definisce è quella del saio che indossiamo, marrone, come la nuda terra. È segno e allo stesso tempo chiamata a lasciarci spogliare di tutto, perché risplenda in noi la vita di Cristo. È terra che ogni giorno siamo chiamate a disossare, estirpare dai rovi, coltivare, perché la Parola possa mettere radici. È il combattimento spirituale contro il male che abita il cuore dell’uomo, contro tutto quello che ci rende meno essere umani e non ci fa vivere da uomini e donne nuovi.
L’esperienza spirituale della madre santa Chiara inizia sotto il segno della conversione. All’origine della sua e della nostra scelta c’è il desiderio di camminare alla sequela di Cristo povero e Crocifisso, di Colui che tutto a noi si è donato. La Forma di vita dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco è questa: Osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Per Chiara, come per Francesco, la via maestra è quella della povertà, del non possedere nulla per possedere Colui che nemmeno i cieli possono contenere, ma che prende dimora nell’anima del credente. È una povertà materiale, che ripone ogni fiducia nel Donatore sommo, nel Padre delle misericordie che provvede alle sue creature, e una povertà spirituale.
Fraternità alla Periferia del Mondo
Il secondo aspetto significativo per la nostra forma di vita è la fraternità. Io con le mie sorelle, questa è l’espressione che Chiara utilizza nei suoi scritti. La nostra fraternità di 20 sorelle vive alla periferia di Bergamo. La nostra vita si gioca tra le mura di un monastero e un po’ di verde, vicino a una strada trafficata, all’aeroporto di Orio al Serio e alla ferrovia, immerse in quel rumore che ci fa sentire in comunione con tanti uomini e donne che, consapevolmente o meno, come noi, sono alla ricerca del Regno.
Allo stesso tempo, però, il nostro ritmo è diverso, scandito dalla preghiera e dall’anno liturgico. La nostra quotidianità si svolge secondo l’ora et labora della tradizione monastica. Crediamo che nel nostro oggi la profezia più grande sia quella di essere autentica fraternità evangelica.
La Preghiera come Potenza Feconda
"Com’è grande la potenza della preghiera! Sembra una regina che abbia sempre libero accesso al re, potendo ottenere tutto quello che chiede" (Santa Teresina). Non tutte le preghiere sono esaudite. La preghiera non è però una questione di efficacia o di automatismi; non possiamo infatti considerarla solo in rapporto al suo esaudimento o limitatamente ai suoi frutti. Efficacia e fecondità non sono sinonimi.
L’esempio di Abramo è significativo. Dio invita Abram a lasciare tutto, facendogli una promessa. Abram si fida, si lascia spogliare e impoverire. La sua obbedienza lo fa entrare in una nuova relazione con il suo Dio. Allora Dio gli dichiara: «Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham». Abraham diventerà il perfetto uomo di Dio, sottomettendosi anche nella situazione peggiore. In tal modo il primo frutto della fede d’Abram è sé stesso, ciò che è diventato, ossia Abraham, un convertito! E Abraham diventa, secondo la promessa divina, «padre di una moltitudine». Il suo frutto si manifesta nella sua paternità, attraverso tutta la sua persona. Lo stesso vale per noi quando preghiamo.
Il valore e il significato della preghiera
La preghiera è potente nella misura in cui esprime l’incontro di un cuore fiducioso e docile con Colui che desidera per noi la vita e la vita in abbondanza. "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla", ci dice Gesù. È feconda la preghiera di chi prega con il cuore, ossia che vi impegna tutto il proprio essere, sempre e ovunque, in ogni circostanza.
Maria: Sposa e Madre della Parola
Il mistero dell'Incarnazione è il fondamento della nostra fede. La prima azione neotestamentaria dello Spirito Santo è l’Incarnazione del Verbo, coeterno al Padre, nel grembo di Maria. Questo articolo di fede è il fondamento che permette di parlare di Maria come della Sposa per eccellenza, che è figura della Chiesa. Infatti Gesù - scrive san Leone Magno - “come è nato per opera dello Spirito Santo da una vergine madre, così rende feconda la Chiesa, sua Sposa illibata, con il soffio vitale dello stesso Spirito”.
Maria ha permesso alla Parola di Dio di farsi uomo. Analogamente così avviene anche per la Chiesa: prima accoglie la Parola di Dio, lascia che “parli al suo cuore” e le “riempia le viscere”, per poi darla alla luce con la vita e la predicazione. Anche alla Chiesa, di fronte a compiti superiori alle sue forze, viene spontaneo porre la stessa domanda: “Come è possibile questo?”. Si possono così affrontare le difficoltà di ogni giorno ponendo la nostra fiducia in Dio, per il quale nulla è impossibile.
La Famiglia come Piccola Chiesa Domestica
Il terzo capitolo di Amoris Laetitia invita a vivere con gioia il primo annuncio, il principale, quello “più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario”: l’amore di Cristo. È proprio guardando a lui che la famiglia scopre quella che è la propria identità e si mette in cammino per assomigliargli sempre di più. La famiglia, immagine dell’amore di Dio, è per sua natura chiamata alla fecondità. Il Creatore ci rende partecipi della sua opera creativa e ci affida la responsabilità del futuro dell’umanità attraverso la trasmissione della vita umana.
Questa responsabilità ci chiama alla promozione della vita, a una fecondità allargata che non considera solo la generatività biologica ma che è attenta ad ogni forma di accoglienza, all’educazione dei figli alla vita e alla fede. Il terzo capitolo di Amoris Laetitia si chiude ricordando l’importanza della piccola chiesa domestica - la famiglia - per la Chiesa: tra le due sussiste un rapporto di reciprocità dove entrambe sono un bene l’uno per l’altra.

Le Figure Bibliche: La Complessità della Generatività
L’albero genealogico di Gesù viene riportato al principio di uno solo dei quattro evangeli, quello di Matteo. Molte donne importanti appaiono nella sua discendenza, tra queste Tamar, Racab, Betsabea, infine Rut. Queste donne hanno avuto una vita straordinaria e complessa. Se hanno meritato un posto nella Bibbia è perché il profondo desiderio di generare la vita, la volontà ferma di trasmetterla nonché l’istinto femminile a proteggerla le ha rese esemplari agli occhi di un popolo.
La benedizione, infatti, nell’Antico Testamento implicava il dono della fertilità. Ai tempi di Gesù la sterilità veniva reputata un segno dell’ira e della punizione divina, una vera e propria maledizione inviata all’essere umano. Il quarto evangelista dice che nessuno ha mai visto Dio: per vederlo e comprenderlo bisogna guardare Gesù, cioè vedere che cosa faceva e come agiva. Le sue opere sono azioni concrete che trasmettono vita alle persone, le arricchiscono, comunicano dignità e amore agli ultimi e ai più disprezzati.
La Generatività come Maturità Umana
Nel vangelo si assiste così ad un ampliamento del concetto di fecondità, che finisce con il diventare, usando un termine dello psicologo americano Erik Erikson, generatività, cioè la capacità, tipica di una persona matura, di creare qualcosa che le sopravviva e vada oltre la sua esistenza. È la sollecitudine, definita come “la dilatante preoccupazione per ciò che è stato generato dall’amore, dalla necessità o dal caso…”, e intesa come tendenza ad occuparsi del proprio simile: cura, assistenza, allevamento dei figli, trasmissione della cultura. Nel caso in cui la possibilità di generare venisse inibita in qualcuno di questi ambiti, c’è il rischio che la personalità regredisca, esplicitando un senso di vuoto e di impoverimento.
Gesù Concepito: La Dignità dell'Embrione
Forse non siamo abituati a pensarci. Ma il grande mistero dell’Incarnazione di Dio getta una luce sfolgorante sulla stupefacente realtà della vita umana prima della nascita. Non occorrono straordinarie competenze teologiche per accorgersi che la strada scelta da Dio per farsi uomo passa concretamente, realmente attraverso ogni fase della nostra vita. Gesù è stato un tenero bambino nella mangiatoia della stalla di Betlemme, ma è stato anche, per nove mesi della sua vita, un uomo concepito.
Se contempliamo Gesù concepito ci accorgiamo che egli, prima ancora di iniziare la sua vita pubblica e la sua predicazione, di compiere miracoli e di consolare le folle, di morire in croce e risorgere, già ci parla silenziosamente. E ci comunica la straordinaria dignità che ogni concepito d’uomo porta impressa su di sé. Quasi un sigillo regale che l’uomo contiene nella sua stessa natura, non a partire dalla nascita, ma dal momento stesso in cui è chiamato misteriosamente alla vita, nell’intimità del grembo materno.
L’embrione merita di essere trattato con rispetto innanzitutto perché è un uomo, e come tale partecipa della sua dignità e dei suoi diritti naturali. La ragione umana non ha bisogno, in questo riconoscimento, di alcuna “stampella” soprannaturale. Ecco perché la contemplazione di Gesù Concepito ci rivela con sorprendente efficacia chi abbiamo davanti quando ci troviamo di fronte a un embrione umano, seppure alle primissime fasi del suo sviluppo. Nella prospettiva della fede, quell’embrione è Gesù stesso.

Al di là di troppo facili sentimentalismi, il riconoscimento di questo Dio che si fa embrione si trasforma immediatamente in una parola impegnativa per l’uomo moderno. Una parola tagliente come una spada, che ci inchioda di fronte all’ambivalenza di questa misteriosa identificazione tra l’onnipotenza di Dio e la fragilità assoluta del concepito. Il credente contempla nel nascituro il Cristo concepito. Se lo rifiuta, rifiuta Cristo sin dal momento del suo incarnarsi. "In verità vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me".
La Parabola come Spostamento di Sguardo
Parabola significa, in parole povere, gettare un significato ovvio “più lontano”. La parabola del seminatore è la porta d’entrata per passare da una visuale ordinaria ad una imprevista: la “buona notizia”, che ci sembra nascosta, ma solo perché siamo distratti, e così non vediamo. Non vediamo che il Regno di Dio è già qui, è già in mezzo a noi.
Questa parabola è il metodo di Gesù per aiutarci a vedere l’essenziale! Il nucleo “esplosivo” di questa parabola è questo: la vita che viviamo è quella del seme, non quella della candela che va esaurendosi. Il seme è vita, crescita, cambiamento e promessa. Noi leggiamo questa parabola come se descrivesse un evento unico, ma quel “uscì a seminare” è un continuare a seminare, tutti i giorni in ciascuno di noi. Ogni giorno ci vengono consegnati dei semi, ogni giorno è un seme-segno del Regno di Dio presente, da riconoscere e custodire. Il seme parla di fecondità. Questa è la missione di tutti e in ogni stagione: essere fecondi, fare della nostra vita, con il materiale che abbiamo, altra vita; costruire qualcosa di bello con quanto ci è dato di avere, anche quando si ha poco.