Il Ciuccio di Pulce: Tra Realtà Urbana, Immaginazione e Narrativa d’Infanzia

L’infanzia negata: il conflitto tra città e mondo naturale

La rappresentazione dell’infanzia nei contesti urbani è una domanda che mi accompagna da quando, in un paper scritto recentemente per l’università, ho iniziato a indagare la rappresentazione dell’infanzia nei contesti urbani, concentrandomi soprattutto sugli albi illustrati. In buona parte della produzione editoriale destinata ai bambini, la città è poco presente. E quando compare, spesso assume tratti negativi. È il luogo del pericolo, dello smarrimento, della perdizione. Raramente la città è raccontata come spazio di scoperta, relazione, autonomia. Il punto di partenza della mia ricerca è stata la storica contrapposizione tra infanzia e città, le cui radici affondano nell’eredità romantica e nella successiva idealizzazione pedagogica della natura.

Per rispondere alla domanda iniziale, ovvero perché l’infanzia continua ad essere rappresentata maggiormente nell’ambiente naturale, bisogna tornare indietro di quasi centocinquanta anni: siamo nel pieno della seconda rivoluzione industriale e la città, per la vita di molte persone, diventa un luogo alienante, ostile, un luogo di esilio più che di approdo. Le grandi fabbriche cambiano i volti delle città, l’avvento dell’acciaio e le innovazioni tecnologiche trasformano per sempre il modo di vivere e di percepire lo spazio e il tempo delle persone. E’ in questo contesto, sociale, politico, economico e culturale che si fa strada il discorso di matrice romantica del contrasto tra campagna e città, nato proprio dal contesto della forte spinta urbanistica e del conseguente abbandono delle campagne. È così che si diffonde l’idea dell’infanzia come età dell’innocenza, come stato di natura da preservare.

rappresentazione della città nell'editoria per l'infanzia

La città come minaccia nelle fiabe moderne

Le città della letteratura per l’infanzia sono spesso cupe, insidiose, come quella illustrata da Roberto Innocenti in “Cappuccetto rosso. Una fiaba moderna” di Aaron Frisch e Roberto Innocenti, (La Margherita, 2012). Qui, il testo e le illustrazioni mettono in scena un’infanzia che deve correre al riparo dai pericoli che la città porta con sé, un’infanzia costretta a muoversi tra gli interstizi e negli spazi residuali. In questa storia, la protagonista Sofia deve raggiungere la nonna, muovendosi tra le strade della città con una tensione che ricorda un vero e proprio rito di passaggio. La città è ostile e caotica e tutto sembra confluire nel centro commerciale The Wood, un espediente simbolico che ribalta la tradizionale ambientazione boschiva della fiaba.

Anche la città in cui si avventura Orsetto è ricca di insidie: in "Orsetto va in città" di Anthony Browne (Vanvere, 2023) il protagonista è un piccolo orsetto di peluche che esce dal bosco e si avventura in città. L’ambiente urbano, però, non lo riconosce: gli adulti procedono in fretta, lo calpestano senza vederlo, e la sua presenza infantile appare fuori luogo. L’orsetto possiede una matita magica, con cui può dare vita a ciò che disegna: questo dispositivo narrativo può rappresentare simbolicamente la capacità dell’immaginazione infantile di intervenire sulla realtà. Grazie alla matita magica, l’orsetto riesce a liberare il gatto e altri animali, e disegna una porta che conduce a un prato: uno spazio aperto, non regolato, che si configura come luogo di libertà e possibilità, lontani dalla città che non è stata in grado di vedere e di accogliere.

Il Ciuccio di Pulce: analisi di un oggetto di transizione

Nel contesto di una letteratura che cerca di mediare tra il quotidiano del bambino e le sue tappe di crescita, si inserisce il tema del "ciuccio". Un libro semplice ma utile nel momento di abbandonare il ciuccio: il piccolo lettore noterà che in Zorro, noto personaggio amato da grandi e piccini, qualcosa non va. Ho comprato questo libro a mio figlio per togliergli il ciuccio, ma poi lo abbiamo tenuto perché a lui piace. Il libro non è servito allo scopo perché a lui piace leggerlo anche adesso che non ha più il ciuccio, e prima non capiva che nel momento di dire ciao al ciuccio lo doveva lasciare, quindi per me è poco utile.

Il fallimento pragmatico del libro, in questo caso, diventa un successo narrativo: l’opera non è un semplice strumento pedagogico, ma un oggetto d’affezione. Questa discrepanza tra l’intento dell’adulto (togliere il ciuccio) e il desiderio del bambino (leggere il libro) riflette la complessità di una letteratura che spesso pretende di dirigere l’infanzia, scontrandosi con la natura ribelle e soggettiva del piccolo lettore. Se il ciuccio è il simbolo del legame con l’infanzia protetta, il libro diventa il primo passo verso una narrazione che, pur non essendo di genere horror italiano o un blockbuster alla "Everything Everywhere All at Once" dei Daniels, contiene in sé il seme del cambiamento.

"Il Rituale di Passaggio" con Selene Calloni Williams

La natura come specchio interiore: Anna dai Capelli Rossi

Tra i libri che ho letto in queste ultime settimane c’è "Anne di Green Gables" di Lucy Maud Montgomery, nell’edizione Mondadori (2022). Il personaggio di Anne di Green Gables, noto ai più come Anna dai capelli rossi, è entrato nell’immaginario collettivo. L’immaginazione è il primo rifugio di Anne: la sua è una mente irrequieta, affamata di storie, che non si accondera di vedere la realtà così com’è. La natura è il luogo in cui questa immaginazione prende forma. Non si tratta di semplice paesaggio, ma di spazio vivo, intimo, quasi sacro. Anne non attraversa un bosco: entra nel suo “Bosco Incantato”. Non guarda uno specchio d’acqua: contempla il “Lago dalle Acque Scintillanti”.

Dare un nome significa riconoscere un’anima, e Anne anima ogni cosa. In questo gesto c’è molto più di un vezzo infantile: c’è un atto creativo che trasforma la realtà. La natura diventa consolazione, forza, meraviglia. Nei romanzi della Montgomery, tutto questo accade senza portali né creature mitiche. La soglia non è fisica, ma interiore. La magia non irrompe dall’esterno: nasce dallo sguardo. Anne non fugge in un altro mondo; trasfigura quello in cui vive. È così che riesce a elaborare il dolore dell’abbandono, a costruire legami, a maturare.

rappresentazione letteraria dell'immaginazione infantile

Oltre il binomio città-natura: verso nuove forme di narrazione

Certamente, accanto a narrazioni come quelle di cui ho parlato sopra, negli ultimi anni sono stati pubblicati albi che scelgono consapevolmente la città come spazio vitale come, per citarne un paio, in "Al Mercato" (2019) di Susanna Mattiangeli e V. Nikolaeva per Topipittori o "Questa notte ha nevicato" di Ninamasina (Topipittori, 2017). In queste narrazioni l’ambiente urbano non è più lo sfondo ostile da cui fuggire, ma uno spazio da abitare ed esplorare. La risposta rimane aperta, perché tante sono le considerazioni e le posture, ma una cosa è certa: se l’urbano continua a coincidere quasi automaticamente con il rischio e il pericolo, l’infanzia finisce per esserne esclusa.

Come in un neo-noir alla David Fincher, dove la città gronda sangue e bile come in Machiavelli, la letteratura per l'infanzia deve smettere di edulcorare o demonizzare lo spazio urbano, iniziando a leggerlo come un luogo stratificato. Le fiabe per "bambini ribelli" oggi devono fare i conti con la tecnologia, con i social, con un multiverso - metaforico e reale - che minaccia di divorarci tutti. Forse, come nei film dei Daniels, è proprio nel caos della lavanderia a gettoni o nella lotta contro una forza maligna che l’infanzia trova la sua reale dimensione, quella di chi "guarda da fuori con lucidità spaventosa".

La letteratura, in fondo, è questo: un dispositivo che ci permette di "ballare, sbagliare, ricominciare". E, ancora e ancora, ballare. Che si tratti di abbandonare il ciuccio o di affrontare la metropoli, l'infanzia rimane una stella solitaria, una bionda che non vuole essere braccata, un'eroina del quotidiano che impara a crescere senza tradire quella parte di sé che sa guardare il mondo con occhi di un cerbiatto abbagliato dai fari, ma pronto a scattare.

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